venerdì 11 settembre 2026

Vogliamo vescovi gioiosi

La seconda parola del Vangelo di Giovanni nella quale vedo rispecchiata la missione del vescovo è tratta della “preghiera sacerdotale”: «Per loro io santifico me stesso, affinché anch’essi siano santificati nella verità» (Gv 17, 19).

Cosa intende Gesù con queste parole rivolte al Padre al termine dell’ultima cena? Pensa forse di offrirsi alla morte per i discepoli. L’espressione “per loro [hyper]” la troviamo nel Vangelo di Giovanni con questo significato: Gesù deve morire per la nazione (11, 51); il buon pastore dà la vita per le sue pecore (10, 11); Gesù dà la vita per i suoi amici (15, 13). Come poi non ricordare «io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio» (10, 17-18)? Gesù qui è il sacerdote che si offre come vittima per coloro che gli sono stati affidati dal Padre.

Chissà se in questa offerta di sé stesso non possa rispecchiarsi anche la missione del vescovo. Perché la santità dilaghi nel mondo, occorre rispondere al dono di Dio curando la nostra santificazione, ossia lasciare che Gesù – la Verità, la Parola – viva sul nostro nulla. Fatti Gesù si possono ripetere le parole di Gesù: “per loro santifico me stesso”.

La terza parola del Vangelo di Giovanni che ho proposto alla meditazione dei vescovi è quella che apre il racconto dell’ultima cena: «Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta per lui l’ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (13, 1).

Il desiderio che lo anima è palese: attuare, fino alle ultime conseguenze, l’amore che egli da sempre ha per i suoi; un amore che non conosce limiti né di durata né d’intensità, dono intero e totale, fino al pieno compimento, dimostrazione che non c’è «amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 13). È chiaro che l’amore, per essere autentico, non può avere limiti di tempo. Un vescovo va in pensione, ma non può mai smettere di amare. L’amore, per andare in profondità, ha bisogno della durata.

Ma l’amore non è solo perseverante: cresce fino al dono estremo di sé. Davvero «nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15, 13). Gesù l’ha data! La parola «È compiuto» acquista allora un significato ancora più profondo, ha il senso della pienezza, della misura pigiata, scossa e traboccante (cf. Lc 6, 38): ha dato tutto, la sua stessa vita. Come poteva amare di più?

Infine due parole che possono orientare sulla modalità di vivere un programma così impegnativo.

La prima: «Dio ama chi dona con gioia» (2 Cor 9, 8). Mettersi a servizio della Chiesa (prendere in casa la Madre), santificare sé stessi “per loro”, amare fino alla fine, richiede una radicalità costosa. Lo si può fare per senso del dovere, con rassegnazione, di malavoglia… oppure, come suggerisce Paolo, “con gioia”.

Ed ecco la seconda parola, Pietro che si rivolge agli anziani che svolgono il loro ministero nella Chiesa: «pascete il gregge di Dio che è fra voi, sorvegliandolo, non forzatamente, ma volenterosamente secondo Dio; non per vile guadagno, ma di buon animo» (1 Pt 5, 2).

Anch’io dunque, con Paolo, ho detto ai vescovi: «Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti» (Fil 4, 4). Vogliamo dei vescovi gioiosi!

E lo erano! Soprattutto dopo l'incontro con il Papa!

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