Mi è bastato fermarmi
a contemplare l'aurora
dalla mia finestra.
Cogliere l'attimo
i pochi istanti soltanto
che poi tutto si dissolve.
Fugace come la vita
e subito sorge il sole
al giorno senza tramonto.
Mi è bastato fermarmi
a contemplare l'aurora
dalla mia finestra.
Cogliere l'attimo
i pochi istanti soltanto
che poi tutto si dissolve.
Fugace come la vita
e subito sorge il sole
al giorno senza tramonto.
Giorni fa ho scritto che Maria è l’eredità che Gesù ci ha affidato: "Ecco tua madre": https://fabiociardi.blogspot.com/2026/09/la-prese-con-se.html
Nello stesso tempo noi siamo l’eredità che Gesù affida a
Maria: “Donna, ecco tuo figlio”. È un’eredità un po’ pesante per lei; un’eredità
fatta di debiti! Certamente meritava di meglio, ma gliel’ha data suo figlio. “Lo
prese con sé” così come glielo dava... Sicuramente ci avrà a cuore…
Da cosa è dato il fascino di Assisi? È una città ormi un po’
artificiale, tutta turistica. Eppure custodisce il fascino intramontabile di
Francesco, cittadino del libero comune d’Assisi e figlio di un ricco
commerciante, che in piazza si spoglia dei suoi vestiti, delle sue ricchezze. È
nudo come Cristo in croce, libero da tutto per poterlo seguire, vivere come
lui, essere trasformato in lui, diventare un altro Cristo. «Non voleva che
alcuno lo superasse nella via di Cristo – scrive Giordano da Giano -, ma
piuttosto precederli tutti» (Cronaca, 10). La primitiva Regola
che darà ai suoi frati sarà semplicemente seguire «la vita del vangelo di Gesù
Cristo» (Regola non bollata, Titolo). Anche
Fatto dal Vangelo un altro Gesù, figlio nel Figlio, scopre
il Padre celeste: «Finora - dice rivolto al padre, Pietro di Bernardone, in
giorno in cui si spoglia dei suoi abiti - ho chiamato te, mio padre sulla terra:
d’ora in poi posso dire con tutta sicurezza: “Padre nostro che sei nei cieli”,
perché in lui ho riposto ogni mio tesoro e ho collocato tutta la mia fiducia e
la mia speranza» (Leggenda maggiore
2,4).
Riconoscendo Cristo incarnato come fratello e accogliendo la
paternità di Dio Francesco scopre presto la fratellanza universale. In ogni
uomo vede un fratello, in ogni donna una sorella. Anzi tutte le creature,
perché uscite dalla mano del Padre, ai suoi occhi appaiono come sorelle: «frate
vento, frate foco, sorella acqua...». La povertà, così caratteristica
nell’esperienza francescana, è lo strumento concreto per riordinare i rapporti
tra tutti nell’ottica della fraternità e non più del dominio, così da
sottolineare la gratuità dei rapporti. I suoi compagni li chiamerà “Frati
minori” per additarli come i fratelli più piccoli della grande famiglia che ha
Dio come Padre.
«Va, ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina»,
si era sentito dire dal Crocifisso in san Damiano. Ma come fare a riparare la
casa di Dio? Altri, al suo tempo, e prima di lui e dopo di lui, hanno pensato
di rinnovare
Il suo esempio è contagioso e uomini e donne lo seguono e ne
condividono l’ideale. Sono frati, suore, laici… Oggi i francescani, nella
molteplicità degli ordini, sono la più grande famiglia religiosa nella Chiesa e
continuano a diffondere il messaggio di “pace e bene”, nella semplicità, nella
povertà, nella fraternità evangelica che ha caratterizzato san Francesco. E con
i frati le Clarisse, che continuano l’ideale di Francesco e Chiara, e le
centinaia di congregazioni francescane femminili. E con loro i laici
dell’Ordine Secolare Francescano e i giovani della Gioventù Francescana.
Insieme ricordano a tutti i cristiani che il Vangelo non basta leggerlo,
meditarlo: occorre viverlo!
Ma a Francesco non basta vivere il Vangelo per rinnovare la
Chiesa. Liberato dal Vangelo, è ora libero di annunciarlo, come gli apostoli,
«senza borsa né bisaccia...». Allora – racconta la prima biografia scritta da
Celano – Francesco radunò tutti insieme i suoi frati, «li divise in quattro
gruppi di due ciascuno, e disse loro: Andate, carissimi, a due a due per le
varie parti del mondo e annunciate agli uomini la pace e la penitenza in
remissione dei peccati… Rispondete con umiltà a chi vi interroga, benedite chi
vi perseguita, ringraziate chi vi ingiuria e vi calunnia, perché in cambio ci
viene preparato il regno eterno» (1
Celano, 29).
I suoi frati non staranno più nei monasteri come i monaci,
ma se ne andranno per le città e i villaggi, vivendo nello «spazioso chiostro
che è il mondo intero» (Giacomo da Vitry). La loro casa
sarà il “convento”, ossia il loro “convenire”, il loro stare insieme, la loro
fraternità. La loro “libertà” si manifesta anche nella loro missione. Si
lasciano guidare dallo Spirito che, come dice san Francesco, è il Ministro
generale dell’Ordine. Il frate minore che parte, aveva scritto nella regola, si
sente "ispirato da Dio" (Rb 12,1). Lui stesso pregava: Signore, dàcci
la grazia "di fare ciò che sappiamo che tu vuoi, e di volere sempre ciò
che a te piace".
Come Francesco i suoi frati, fatti liberi dal Vangelo sono
liberi di annunciarlo ovunque e comunque, con la creatività dello Spirito, con
la forza dell’unità che viene dalla loro fraternità.
Oggi pellegrinaggio ad Assisi con la parrocchia di san Frumenzio. 116 persone. Dopo che si è parlato di Francesco, Jacopa e Chiara, alla messa ho parlato del rapporto tra Francesco e Chiara.
L’ascendente di san Francesco su santa Chiara è evidente. Nei
suoi scritti Chiara cita trentadue volte Francesco, mentre lei non è mai
nominata da lui. La recente letteratura rivendica un maggior protagonismo in
Chiara, a partire da momenti fondamentali della biografia di Francesco,
rilevando comunque che, per entrambi, il rapporto personale entra dentro una
relazione più ampia, che si allarga ai fratelli e alle sorelle.
Potremmo iniziare da un momento centrale nell’esperienza di
Francesco, che ne determina la vocazione. Riguardo al dubbio di Francesco sulla
vita da condurre, Bonaventura, nel capitolo XII della Legenda maior, scrive:
«“Fratelli – domandava – che cosa decidete? Che cosa vi sembra giusto?: che io
mi dia tutto all’orazione o che vada attorno a predicare? [...]”. Per molti
giorni ruminò discorsi di questo genere con i frati; ma non riusciva ad intuire
con sicurezza la strada da scegliere, quella veramente più gradita a Cristo».
Si affida allora al giudizio di frate Silvestro e di Chiara, affinché questa in
particolare indagasse «la volontà di Dio su questo punto, sia pregando lei
stessa con le altre sorelle, sia incaricando qualcuna fra le vergini più pure e
semplici, che vivevano alla sua scuola». L’intervento di Chiara è determinante
per la scelta di vita di Francesco. Benché gli studiosi siano perplessi sulla
ricostruzione di Bonaventura (Chiara è già santa quando Bonaventura scrive),
l’episodio è rivelativo di un possibile influsso di Chiara su Francesco come
consigliera. Del resto questo ruolo le è riconosciuto, dopo la morte di
Francesco, nei confronti di frati come Leone, che volevano conservare la
memoria e il tipo di vita del primitivo francescanesimo.
Potremmo inoltre interrogarci sul perché Francesco – che
Chiara considera certamente e in molti sensi “padre” (cinque volte è definito beatus, due volte sanctus,
una volta pater e una frater, con forte senso di figliolanza e di
venerazione. Anche nel Testamentum
Chiara lo definisce pater, columna, unica consolatio post Deum, firmamentum,
fundator, plantator, adiutor in
servitio Christi) – nei fatti sembri riconoscere in Chiara una
maternità. Molte biografie concordano, ad esempio, su una permanenza di
Francesco a San Damiano dopo il dono delle stimmate, quando in un freddo
mattino della primavera 1225 compose il Cantico
di frate Sole e l’altro prezioso testo, Audite,
poverelle: «Due anni prima di morire, quand’era ormai gravemente infermo e
soprattutto sofferente d’occhi, ebbe dimora presso San Damiano in una celletta
fatta di stuoie».
In questo finale rapporto di madre-figlio, tra le Sorelle Povere di San Damiano
e Francesco, sembra concludersi e in un certo senso trovare compimento il
mistero delle stimmate, che sboccia nell’accoglienza di tutto il creato con il Cantico.
Nella sua ultima volontà, Francesco chiama le Sorelle Povere
“dominas meas”. Ad esse sembra consegnare il dono della sua eredità, la
povertà “altissima”, come un tesoro da custodire gelosamente e da difendere da
qualsiasi insidia. Nella Regola, Chiara stessa scrive: «Il beato padre [Francesco],
poi, considerando che non avremmo temuto nessuna povertà, fatica, tribolazione,
umiliazione e disprezzo del mondo, ché anzi li avremmo ritenuti grandi delizie
[...]». Considerando, “attendens”. Un verbo che indica uno sguardo
attento, costante, penetrante. Francesco osservò attentamente come vivevano
quelle giovani donne della nobiltà assisana che avevano intrapreso la vita di
penitenza: prima di legarsi a loro con l’impegno di una «sollecitudine
speciale», volle comprendere se davvero era la stessa sua ispirazione ad averle
condotte ad abbracciare la vita evangelica.
Quando
poi Francesco redige il piccolo stralcio della Forma vivendi, che Chiara riporta nella sua Regula, non scrive – come spesso è stato
detto – un’esortazione, una direttiva alle Damianite, bensì riporta proprio ciò
che ha visto, e che ha suscitato in lui grande gioia: «Poiché, per
divina ispirazione, vi siete fatte figlie e ancelle dell’altissimo sommo Re, il
Padre celeste, e vi siete sposate allo Spirito Santo, scegliendo di vivere
secondo la perfezione del santo Vangelo […]». È quasi come se Chiara e le sue
sorelle gli mostrassero e gli rendessero il suo ideale fatto vita. Vedeva in
esse la medesima
ispirazione divina che aveva condotto lui e i suoi compagni a divenire “novelli
pazzi in questo mondo”.
Mi
pare di intuire in tutto questo una reciprocità che si fa sempre più “paritaria”
tra Francesco e Chiara, come disse Giovanni Paolo II nel 1982, nella
basilica di Santa Chiara. Il 10 gennaio 1993, sempre ad Assisi, associava di
nuovo strettamente i due: «Francesco e Chiara. Due nomi, due vocazioni, che
evocano i valori evangelici della carità, della povertà, della purezza,
dell’amicizia spirituale, della preghiera e della pace. […] Tutti e due hanno
espresso il primitivo ideale francescano, nella complementarità fra la
predicazione del Vangelo, svolta da Francesco e dai suoi frati, e la vita
contemplativa nella povertà e nella penitenza, abbracciata da Chiara e dalle
sue sorelle. Se è vero che Chiara era come un “riflesso” di Francesco, e in lui
“ci si vedeva tutta come in uno specchio”, non c’è dubbio che, nella comunione
dello stesso Spirito, la luce della purezza e della povertà di Chiara ha
illuminato il volto del Poverello, così come il suo ricordo e la certezza della
sua preghiera lo hanno rincuorato in momenti di difficoltà e di prova. Per tale
ragione Chiara è indissolubilmente legata a Francesco e il messaggio evangelico
dei due risulta complementare».
Nella sala d’aspetto della dottoressa sulla bacheca leggo uno stralcio di giornale:
“Quella marcia in più delle donne medico. Secondo un recente
studio pubblicato su Jama le dottoresse riescono a mettere i pazienti a
maggiore agio e favoriscono un dialogo più empatico perché hanno una migliore
capacità d'ascolto. Le donne medico comunicano di più e meglio dei colleghi
uomini. Mettono i pazienti a loro agio e favoriscono un dialogo più aperto ed
empatico…
Le donne dimostrano maggior attenzione ai risvolti
psicosociali e agli stati d'animo. Informazioni direttive (istruzioni
specifiche) sono più frequenti tra gli uomini, mentre le donne sembrano
preferire quelle non direttive (tendono cioè a fornire alternative). Lievemente
superiore tra le donne la qualità dell'informazione, intendendo con questo
parametro una comunicazione chiara e priva di gergo "medichese".
Più impegnate nella costruzione del rapporto, le donne
favoriscono attivamente la partecipazione del paziente durante la visita,
tentano di mettersi sullo stesso piano, e pongono domande allo scopo di capire
meglio il paziente, di chiarire le sue aspettative, di indagare le sue perplessità.
Forniscono più volentieri messaggi positivi, ovvero incoraggiamenti e
rassicurazioni, che mirano a creare un'atmosfera più serena. Focalizzano
l'attenzione sugli aspetti emotivo-emozionali, cioè indagano esplicitamente le
sensazioni del paziente e ne esplorano gli stati d'animo allo scopo di
migliorare l'empatia. Fanno un uso maggiore di una comunicazione non verbale
positiva, vale a dire di atteggiamenti quali sorrisi, cenni di assenso, tono
amichevole della voce”.
E se le donne fossero anche preti? Avrebbero una marcia in più? Comunque i preti potrebbero imparare tanto dalle donne…
Sabato prossimo la parrocchia di san Frumentoso di Roma va in pellegrinaggio
ad Assisi. Stasera mi incontro con le persone per preparare il viaggio. Qualcuno
parla di Francesco, naturalmente. Io parlo di Jacopa!
Suo marito è un Frangipane, una delle nobili famiglie romane.
Si aggiunge il nome di Settesoli perché la famiglia abita nel palazzo
Settizonio, al limite del Circo Massimo. Era ciò che restava del palazzo di
sette piani dell’imperatore Settimio Severo, il primo edificio che si vedeva
giungendo a Roma attraverso la via Appia. Al tempo di Jacopa il palazzo era
legato alla Torre della Moletta, con la quale costituiva un solo complesso. La
Torre della Moletta la vediamo ancora sugli antichi spalti del Circo Massimo,
dalla parte della Passeggiata Archeologica. I Frangipane avevano tanti
possedimenti, tra cui le torri di Marino e di Lanuvio.
Jacopa nasce attorno al 1190. Sposa Graziano Frangipane, ha
due figli. Presto vedova, sa gestire con fermezza i possedimenti.
Conosce Francesco quando, nel 1209, viene a Roma con i suoi penitenti
d’Assisi. Jacopa li aiutò a trovare alloggio presso l’ospedale di San Biagio
dei Benedettini a Ripa Grande in Trastevere e ad ottenere udienza dal pontefice
Innocenzo III. Il suo palazzo diventa presto la prima casa dei frati a Roma.
Jacopa guida Francesco per le vie della città come se fosse
un figlio. Potremmo forse immaginare che lo conduce
per mano. È una donna che conosce la vita, gli ambienti civili ed ecclesiastici
della città. È grazie a lei e al cardinale Ugolino che, nel 1223, Papa Onozio
II riceve Francesco assieme ai suoi frati. Per suo interessamento i Benedettini
di S. Cosimato in Trastevere cedono l’ospedale di San Biagio, che divenne il
primo luogo romano dei Minori. Perché non andare in pellegrinaggio a san
Francesco a Ripa, dove è conservata la cella del santo? Jacopa diviene così la
più valida collaboratrice del neonato movimento francescano a Roma.
Affascinata dall’ideale e dall’esempio di Francesco, ne
diventa una fedele seguace. Sarebbe bello seguire lei e i suoi figli nel loro
modo “francescano” di amministrare i beni e di rapportarsi con i contadini dei
suoi possedimenti. Marino, in quegli anni conosce un grande sviluppo: cresce la
popolazione, il benessere… e proprio grazie alla riforma sociale dei Frangipane
che mettono a disposizione della gente i propri beni. Forse è proprio guardando
a lei, che in Francesco nasce l’idea del Terz’Ordine, quello dei laici, accanto
al primo ordine dei frati e al secondo ordine delle clarisse.
Jacopa rimane vicino a Francesco fino alla fine. L’ultimo
scritto del santo è una lettera indirizzata a lei, nella quale le chiede una
stoffa e dei ceri per la sepoltura e quei dolci che lei gli preparava e che tanto
gli erano piaciuti:
A donna Jacopa, serva dell’Altissimo, frate Francesco,
poverello di Cristo, augura salute nel Signore e comunione nello Spirito Santo.
Sappi, carissima, che il Signore benedetto mi ha fatto la
grazia di rivelarmi che è ormai prossima la fine della mia vita. Perciò, se
vuoi trovarmi ancora vivo, appena ricevuta questa lettera, affrettati a venire
a Santa Maria degli Angeli. Poiché se giungerai più tardi di sabato, non mi
potrai vedere vivo. E porta con te un panno di colore cenerino per
avvolgere il mio corpo e i ceri per la sepoltura. Ti prego anche di portarmi
quei dolci, che tu eri solita darmi quando mi trovavo malato a Roma.
Appena i frati hanno finito di scrivere la lettera, bussano
alla porta: è donna Jacopa che giunge da Roma, con tutte le cose da lui
richieste E Francesco esclama: “Benedetto Dio, che ha condotto a noi donna
Giacoma, fratello nostro! Aprite la porte, esclama, e fatela entrare, perché
per frate Giacoma non c’è da seguire il decreto della clausura relativo alle
donne!”.
Frate Jacopa fu l’unica donna ad assistere alla morte di Francesco nella chiesetta della Porziuncola il 3 ottobre 1226. Ne deterge il volto morente mediante un velo di lino, il suo velo nuziale, sul quale erano ricamate con seta e oro le lettere: ”A.M.A.”.
Dopo la morte, mentre Chiara lo saluta da lontano, in lacrime
e con la preghiera, dal coro di San Damiano, Jacopa si occupa di comporne la
salma e poi, insieme ad altre donne, si occupa della sepoltura del santo; lava
il corpo e lo unge con essenze, lo stende sul drappo di bigello che lei stessa
aveva portato assieme ai profumi, posando delicatamente il capo del suo amico
più caro su un cuscino di lana rivestito di seta rossa, su cui sono tutti
ricamati in oro i leoni araldici - stemma della famiglia Frangipane - e le
aquile imperiali.
(Non riesco a trovare la foto di un dipinto che ritrae Jacopa accanto a Francesco che muore. Nell’iconografia classica egli è circondato solo da frati. Per il funerale viene ritratta santa Chiara – Nella copertina del libro di Licia Tancredi, Jacopa dei Settesoli, la ricca amica di Francesco, c’è l'immagine del funerale di Francesco, ma ad abbracciarlo è santa Chiara e non Jacopa! È difficile accettare che una donna è per di più laica fosse lì in quell’ultimo momento?)
Dopo il funerale, le cui spese vengono in gran parte sostenute da lei, torna a Roma, dove vive altri tredici anni, riprendendo le normali attività, gli affari di casa, le opere pie, la cura dei figli, desiderando abbracciare appieno la vita religiosa. Partecipa probabilmente alla canonizzazione dell'amico, celebrata da Gregorio IX il 28 luglio 1228. Negli anni successivi visse ad Assisi, come terziaria francescana. Morì probabilmente nel 1239 e fu sepolta nella Basilica inferiore di San Francesco fino al 1937.
Oggi le sue spoglie riposano, proprio di fronte alla tomba di
Francesco. Una volta che avremo visitato la tomba di Francesco, risalendo le
scale non dimentichiamo di fermarci davanti alla tomba di “frate” Jacopa,
mobile Frangipane de’ Settesoli.
Potremo infine vedere il suo bel ritratto nella basilica
inferiore, nel transetto a destra. Quel bellissimo affresco non ritrae santa
Chiara, come si pensa abitualmente, ma una donna “laica”, una signora, ben
vestita… con attorno al capo sette soli! È proprio lei, frate Jacopa de’
Settesoli.
Tempo di traslochi. Tante cose da lasciare. Occorre scegliere. Con criterio… Più passano gli anni, più dovremmo diventare essenziali. Alla fine cosa ci porteremo dietro? Oggi ho partecipato al funerale di una persona amica. Dietro il carro funebre le macchine di parenti e amici. Mancava invece il furgone dei traslochi. Non ho mai visto il camion dei traslochi a un funerale. Alla fine lasciamo tutto e non ci porteremo dietro niente.
O meglio, qualcosa non possiamo lasciarla. Dalla croce Gesù
ci ha affidato sua madre. Come il discepolo amato anche noi siamo chiamati a
prenderla con noi: la prese in casa sua, tra le sue cose. Mica la lasceremo lì
per strada? È l’unica eredità che ci porteremo con noi. Sarà lei ad aprirci la
porta del cielo.
In questo giorno dedicato a Maria ai piedi della croce sono circolati tanti messaggi.
Io metto solo due foto di un’edicola che ho visto a santa Maria Capua Vetere: dietro e davanti.
Mi sembra l’icona di Maria che copre tutte le nostre brutture.
Santa Maria Capua Vetere, Parrocchia di Maria Immacolata,
via Chiara Lubich. Eccomi di nuovo con gli Oblati. Il motivo? P. Jacopo viene
trasferito in Spagna! Ma come, faceva tanto bene? Per questo! Si va sempre
avanti.
18.30. Entro in chiesa. Un gruppetto di donne sta pregando il rosario. Devo parlare fra mezz’ora, pensavo ci fosse più gente. 19.00 in punto improvvisamente la chiesa si riempie saranno più di 200 persone. Tanti mi conoscono, mi salutano…
Sono venuto per raccontare alla gente della nostra vocazione
missionaria che ci porta di qua e di là, come Gesù che andava di villaggi in
città (me invece mi lasciano sempre a Roma… ma questa è un’altra storia). Sì,
ho parlato della vocazione missionaria, e di Maria Maddalena la prima missionaria, ma soprattutto l’ho esemplificata
raccontando di due missionari diversissimi tra di loro: p. Giuseppe Gérard che
va in capo al mondo, in Sud Africa e Lesotho; p. Armando Messuri che rimane in
Italia.
P. Gérard aveva un segreto: pregare e amare. Scriveva: «La
preghiera è intimità con Cristo. “La condurrò nella solitudine e parlerò al suo
cuore” (Os 2,14). È il Signore che parla così alle nostre anime. Che grazia
grande. Sì, nel ritiro il Signore parla a cuore a cuore con ognuno di noi. Che
intimità! Quante cose ha da dirci il Bene delle nostre anime, il vero Amico
delle nostre anime… È importante restare in ascolto della sua voce. Ci parlerà
della nostra salvezza e della salvezza delle anime che Lui ci ha affidato.
Vorrà che ciascuna di esse ci passi sotto gli occhi, ragazzi, adulti, anziani,
vecchi. Mi domanderà quanta cura ho per loro, se nella catechesi le nutro con
il latte della dottrina, se le incoraggio, se mi sono sforzato di renderle pure
e sante, se le ho guarite con il sacramento della penitenza, se le ho nutrite
dell’Eucaristia, se la mia sollecitudine si estende a tutti: ai deboli, ai
forti, ai vicini, ai lontani».
E ancora: «Si catturano più mosche con una goccia di miele
che non con un barile di aceto. Per convertire qualcuno bisogna anzitutto
conquistarsi il suo cuore. Presso gli indigeni non si può ottenere nulla se non
si conquista il loro cuore. Se riuscirete a farvi amare, avrete conquistato la
persona che avvicinate...».
Di p. Armando testimoniano: «Stava
notti intere al capezzale degli infermi. Non li abbandonava finché non avessero
esalato l’ultimo respiro. E spesso, dopo una tal notte, anziché tornare in
paese per celebrare, celebrava la messa in qualche chiesetta campestre per
esser più vicino al malato. Appena terminata la Messa vi tornava subito, forse
digiuno, e riprendeva la sua vigile attesa. Anche agli ammalati non in pericolo
egli dedicava tempo e cure che si possono definire materne; e forse
anche questa stessa parola non è adeguata».
«Nel tempo dei bombardamenti che
hanno martoriato Marino mettendo in pericolo la vita di tutti - testimonia il
parroco Mons. Grassi -, p. Messuri non conosceva precauzioni e celebrava in
luoghi chiusi, all'aperto, in città, in campagna, ovunque si manifestasse il
bene delle anime. Gli altri sgomenti, lui sempre ilare, come se si reputasse
invulnerabile e forse era come preparato alla morte».
Due missionari che hanno dato amato la propria gente e hanno dato la vita per la propria gente.
E oggi cosa ci raccontiamo? Mi ha colpito la richiesta di un cuore nuovo, grande, luminoso, che abbiamo rivolto al Padre nella preghiera iniziale della liturgia di oggi, durante il ritiro:
O Dio, che ami la giustizia e ci avvolgi di perdono,
crea in noi un cuore puro a immagine del tuo Figlio,
un cuore più grande di ogni offesa,
più luminoso di ogni ombra,
per ricordare al mondo il tuo amore senza misura.
La Santa Sede continua a nominare Vescovi oblati. In questo momento sono ormai una cinquantina. L’ultimo, così pensavamo, pochi giorni fa, Ken Thorson. Invece ecco oggi un’altra nomina: Mario
León Dorado, Arcivescovo coadiutore di Rabat, in Marocco. Dopo oltre vent’anni
trascorsi nel Nord Africa, tra ascolto, dialogo e testimonianza del Vangelo, la
sua vocazione missionaria si apre oggi a un nuovo servizio alla Chiesa.
Due anni fa sono stato da lui, nel Sahara Occidentale, per
guidare il ritiro annuale a tutta la comunità, distinta in due località distanti
538 km l’una dall’altra.
Gli ho chiesto della presenza degli Oblati nel Sahara: «La
presenza degli Oblati nel Sahara? Preferisco parlare di testimonianza. "La
testimonianza degli Oblati nel Sahara" mi suona meglio. Gli Oblati di
Maria Immacolata sono in questa missione dal 1954. Nella Chiesa si parla sempre
di più di dialogo interreligioso. Dialogo della vita, della vita quotidiana.
Col tempo abbiamo tessuto una rete di relazioni e amicizie. Amicizie cristiane
e musulmane: amicizie umane.
Vivo a Laayoune, la "capitale" della regione. È la
città più grande con 250.000, 400.000 abitanti. Una oscillazione molto grande,
ma chi può essere sicuro qui della popolazione reale? Non io. A Laayoune
abbiamo parrocchiani fedeli e costanti. La comunità ecclesiale è nutrita principalmente da persone della "Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara
Occidentale". A volte, in una domenica normale, siamo 12 persone, a
volte 42. Questo dice perfettamente la nostra realtà:
provvisoria, mutevole, povera e semplice. Siamo pochi e molto diversi: dai
cinque continenti, da chiese diverse; oltre ai cattolici, arrivano evangelici,
luterani, copti, armeni, battisti, ortodossi... Siamo pochi, quindi ci sentiamo
fratelli, bisognosi l'uno dell'altro.
Anche se per me è difficile, impariamo i nomi e i paesi dei
nostri fratelli cristiani. Ma in fondo non è difficile: siamo pochi. La maggior
parte di nostri amici sono tra i musulmani: marocchini e saharawiti. Amicizie
profonde e sincere. Persone che ci amano e che noi amiamo. Potremmo dire,
praticamente, che siamo una famiglia...».
Ora inizia un’altra avventura… Auguri, Mario! Ci rivedremo a Rabat…
La seconda parola del Vangelo di Giovanni nella quale vedo rispecchiata la missione del vescovo è tratta della “preghiera sacerdotale”: «Per loro io santifico me stesso, affinché anch’essi siano santificati nella verità» (Gv 17, 19).
Cosa intende Gesù con queste parole rivolte al Padre al
termine dell’ultima cena? Pensa forse di offrirsi alla morte per i discepoli. L’espressione
“per loro [hyper]” la troviamo nel Vangelo di Giovanni con questo
significato: Gesù deve morire per la nazione (11, 51); il buon pastore
dà la vita per le sue pecore (10, 11); Gesù dà la vita per i suoi
amici (15, 13). Come poi non ricordare «io offro la mia vita, per poi
riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso,
poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo
comando ho ricevuto dal Padre mio» (10, 17-18)? Gesù qui è il sacerdote che si
offre come vittima per coloro che gli sono stati affidati dal Padre.
Chissà se in questa offerta di sé stesso non possa
rispecchiarsi anche la missione del vescovo. Perché la santità dilaghi nel
mondo, occorre rispondere al dono di Dio curando la nostra santificazione,
ossia lasciare che Gesù – la Verità, la Parola – viva sul nostro nulla. Fatti
Gesù si possono ripetere le parole di Gesù: “per loro santifico me stesso”.
La terza parola del Vangelo di Giovanni che ho proposto alla
meditazione dei vescovi è quella che apre il racconto dell’ultima cena: «Prima
della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta per lui l’ora di passare da
questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino
alla fine» (13, 1).
Il desiderio che lo anima è palese: attuare, fino alle ultime conseguenze, l’amore che egli da sempre ha per i suoi; un amore che non conosce limiti né di durata né d’intensità, dono intero e totale, fino al pieno compimento, dimostrazione che non c’è «amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 13). È chiaro che l’amore, per essere autentico, non può avere limiti di tempo. Un vescovo va in pensione, ma non può mai smettere di amare. L’amore, per andare in profondità, ha bisogno della durata.
Ma l’amore
non è solo perseverante: cresce fino al dono estremo di sé. Davvero «nessuno ha un
amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15, 13). Gesù l’ha data! La parola «È
compiuto» acquista allora un significato ancora più profondo, ha il senso della
pienezza, della misura pigiata, scossa e traboccante (cf. Lc 6, 38): ha dato tutto, la sua stessa vita. Come poteva
amare di più?
Infine due parole che possono orientare sulla modalità di
vivere un programma così impegnativo.
La prima: «Dio ama chi dona con gioia» (2 Cor 9, 8). Mettersi
a servizio della Chiesa (prendere in casa la Madre), santificare sé stessi “per
loro”, amare fino alla fine, richiede una radicalità costosa. Lo si può fare
per senso del dovere, con rassegnazione, di malavoglia… oppure, come suggerisce
Paolo, “con gioia”.
Ed ecco la seconda parola, Pietro che si rivolge agli
anziani che svolgono il loro ministero nella Chiesa: «pascete il gregge di Dio
che è fra voi, sorvegliandolo, non forzatamente, ma volenterosamente secondo
Dio; non per vile guadagno, ma di buon animo» (1 Pt 5, 2).
Anch’io dunque, con Paolo, ho detto ai vescovi: «Siate sempre
lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti» (Fil 4, 4). Vogliamo
dei vescovi gioiosi!
E lo erano! Soprattutto dopo l'incontro con il Papa!
Sono stato invitato a parlare a più di 80 vescovi, provenienti un po’ da tutto il mondo, su “Andare alla radice del ministero episcopale”. Ho scelto tre parole del Vangelo di Giovanni.
La prima: «Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il
discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio!”. Poi
disse al discepolo: “Ecco tua madre!”. E da quell’ora il discepolo l’accolse
con sé». (Gv 19, 26-27).
Sono molte le interpretazioni di queste parole di Gesù, a
cominciare da quella che vede la sua preoccupazione filiale verso la madre che,
dopo la sua morte, sarebbe rimasta sola. Così Atanasio, Epifanio, Ilario…
Senza negare l’amore di Gesù per la madre, le frasi “Ecco
tuo figlio” e “Ecco tua madre”, indicano comunque qualcosa di più profondo.
Sono una formula rivelatrice del mistero della missione salvifica affidata al
discepolo amato e alla madre. Origene nel discepolo vede simboleggiato il
cristiano perfetto: «Chiunque diventa perfetto, non vive più la sua vita, ma
Cristo vive in lui. E poiché Cristo vive in lui, a Maria fu detto di lui: “Ecco
il tuo figlio, Cristo”».
Più complesso interpretare il significato simbolico della
madre di Gesù. Già nel IV secolo Maria ai piedi della croce è considerata come
figura della Chiesa. A questa interpretazione, già dal II secolo, si affianca
quella che vede Maria come la nuova Eva, così che la Chiesa ha l’estensione di
tutta l’umanità.
Vi è poi – molti secoli più tardi – l’interpretazione della maternità
spirituale di Maria nei confronti di ogni cristiano: Gesù fece di Maria la madre
non solo di Giovanni, ma di tutti gli altri discepoli.
A me, in una lettura libera come ci hanno insegnato i Padri
della Chiesa, piace pensare che questa scena attorno alla croce segni un
momento fondamentale della missione del vescovo. Vedo nel discepolo amato la
figura del vescovo. Il suo affidamento alla Madre lo rende perfetto come il
Figlio, un altro Gesù. Ora, fatto Gesù, egli ha la missione di prendere con sé
la Madre, nella quale si rispecchia la Chiesa, come pure l’intera umanità (la
Nuova Eva).
Il discepolo l’accolse con sé, la prese con sé, nella sua
casa, fra le cose più care. Sappiamo quanto è ricca e complessa l’espressione
del Vangelo: εἰς τὰ ἴδια. A me “la prese con sé” evoca Gesù che si
commuove davanti alle folle, che gli appaiono sbandate, senza una guida, e si
fa loro pastore, curando le malattie, cacciando i demoni, moltiplicando i pani,
perdonando i peccati, rivolgendo loro parole di vita… Gesù ha compassione, entra
nel cuore della sua gente, la comprende, si immedesima con quanti il Padre gli
ha affidato. Prima della sua parola c’è il silenzio, l’ascolto, la
condivisione…
Le parole: “Ecco tuo figlio” sono aperte – come ho accennato
– a molte altre interpretazioni. Accenno a quella proposta da Chiara Lubich il 2
ottobre 1949, perché mi sembra offra un’ulteriore suggestione per la missione
del vescovo: «Quando Gesù dice: "Donna, ecco tuo Figlio" Maria non è
più Madre sua. È il momento in cui Maria dona a Dio la Maternità divina che Le
aveva partecipato. È un "fiat" diverso dal primo: col primo
rinunciava alla verginità (apparentemente); col secondo rinuncia alla Maternità
- e pure apparentemente -. Solo così è Madre di tutti. Acquista la Maternità
divina di infinite anime rinunciando alla Maternità divina del Primo Figlio. (…)
Bella la Desolata in questo rivolgerSi verso l’umanità per raccogliere il
frutto della morte del Figlio: veramente corredentrice in questa collaborazione
nel riscatto di tutti. La vedo con Lui correre verso l’uomo divenuto loro Dio
[Loro ideale, loro scopo, loro fine] per amore di Dio! Pronti ambedue a lasciar
tutto per noi. Così noi - come Loro - dobbiamo lasciar Dio per gli uomini,
lasciar l’Unità per i Gesù Abbandonati sparsi nel mondo. Far dell’Unità la
pedana di lancio verso l’umanità. Venir, vivere per i peccatori e non per i
giusti: come Lui, come Lei».
Non può essere di ispirazione anche per un vescovo questo
rivolgersi di Maria verso l’umanità, questo correre verso gli uomini?
Messina mi ha salutato con la festa di Santa Maria (e un magnifico tramonto). Nel santuario di Maria Ausiliatrice ad Alì Terme era esposta l’immagine di lei bambina: l’8 settembre! Lo stesso nella cattedrale di Messina.
Ma che ne sappiamo della nascita di Maria? Ed ecco qui il
messaggio di Papa Leone in occasione della sua visita in questi giorni a Genazzano.
Citando San Tommaso da Villanova, un frate e Vescovo agostiniano, si domanda come
mai i vangeli parlano tanto della nascita di Giovanni il Battista e non una
parola su quella di Maria… Tommaso da Villanova conclude: «poteva essere
immaginata più che descritta, e che, come sintesi della sua storia, basta ciò
che è espresso nel titolo: che da lei nacque Gesù. Cos’altro vuoi sapere?
Cos’altro cerchi nella Vergine? Ti basti sapere che è la Madre di Dio… Lascia
correre la fantasia, allarga i confini della comprensione e dipingi nel
profondo della tua anima una giovane purissima, prudentissima…».
Da parte sua Papa Leone continua: «nasce semplicemente una bambina, come le figlie e le nipoti che teniamo in braccio», e riprende l’invito di Tommaso da Villanova a dare spazio alla fantasia, o meglio alla contemplazione: «nella preghiera contemplativa prende forma ciò che il mondo non ci racconta, ma esiste già»
È quanto hanno fatto i nostri vecchi, come quelli di Messina, che espongono immagini di Maria Bambina, che si inventano (ma per loro è vero!) il racconto di Maria che scrive una lettera ai messinesi… (noi a Prato ci contentiamo di una sua cintura…). Ma creano anche opere d’arte, come quella recente, del secolo scorso, che ho ammirato nella cattedrale: una statua dell’Assunta che mi è sembrata di estrema bellezza. Intanto l’organo mi regalava un concerto in grande stile, quasi l’accompagnasse in cielo. Dalla nascita all’assunzione: il racconto di Maria che non ci stanchiamo mai di raccontare: di Maria “numquam satis”.
A domani un pensiero sulla festa di oggi, la natività di Maria,
seguendo il pensiero di papa Leone e la pietà popolare siciliana.
Quest’ultima sembra risalite addirittura all’apostolo Paolo.
Gli Atti degli Apostoli narrano che da Malta l’apostolo approdò a Siracusa,
dove rimase tre giorni. Salpato da qui raggiunse Reggio Calabria. Senza nessuna
sosta intermedia? Oggi sono passato a Biga Marina, il luogo intermedio tra
Siracusa e Reggio dove Paolo, una volta sbarcato, predicò ai pescatori. C’è
ancora, lungo la strada, la pietra sulla quale si alzo per predicare!
Sembra che abbia parlato di Maria, lui che in tutte le sue
lettere di lei dice soltanto che Gesù “è nato da donna”. Comunque i messinesi,
dopo la predicazione di Paolo, “risposero subito con sentimenti di filiale
devozione alla Vergine Maria Madre del Signore”. Per questo la Madonna inviò
loro la famosa lettera…
Quante storie belle. Non importa se vere o non vere: dicono
l’amore della gente per le cose vere!
Questa mattina, stando ancora nella casa della beata
Maddalena Morano, ho capito come fare a essere immortali. Quando si consacrò a
Dio con i voti perpetui chiese la grazia “di rimanere in vita finché non avesse
completato la misura della santità”. Se anch’io faccio questa preghiera… mi
assicuro l’immortalità… Che Maddalena Morano mi aiuti a morire presto!
Intanto i paesi della costa, che si susseguono senza
soluzione di continuità, disegnano un meraviglioso arco di luce, quasi corona
al mare.
Ne visito uno soltanto, ma di quelli su in montagna,
appollaiati come nidi d’aquila: Forza d’Agrò. Rimasti intatti nei secoli, con le strade strette,
le case di sassi, le chiese ricche di storia di fede e d’opere d’arte, le rocche inespugnabili, gli orizzonti infiniti.
Saluto così lo Jonio…
Come tanti paesi della costa anche Alì Terme ha un Alì superiore. Da lassù la costa, la punta estrema della Calabria, il mare Jonio.
Dietro le montagne con le differenti tonalità di che si perdono lontane…
Paesaggi d’incanto.
Ma che ci sto a fare ad Alì Terme? Ho seguito per tre giorni
il convegno regionale della CIIS (Conferenza Italiana Istituti Secolari). Presente rappresentati di: Apostole del Sacro Cure, COMI, Missionarie del Vangelo, Piccola
Famiglia Francescana, Ancelle Riparatrici, Regalità di Cristo, Volontari e di
don Bosco, Missionarie p. Kolbe, Volontari con don Bosco. Allo Spirito Santo
non manca la fantasia.
Nella formula del "mandato" con il quale ho concluso il
convegno appare, in sintesi, la missione degli Istituti secolari: “Padre,
benedici questi tuoi figli consacrati nella secolarità. Siano nel mondo come il
lievito nella massa, capaci di trasformare le realtà temporali dall'interno.
Dona loro occhi attenti per scorgere le ingiustizie, un cuore accogliente per
raccogliere il grido dei poveri e la fortezza per seminare ponti di pace e di
autentica libertà. La loro vita ordinaria sia liturgia vivente e trasparenza
del Tuo Regno che viene”.
Questa mattina mi ero svegliato con le parole di Giovanni: “Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio”. Gli Istituti secolari sono i testimoni di questo amore di Dio per il mondo: amano i luoghi di lavoro, le relazioni civili, la politica, le bellezze e le amarezze della società, non come osservatori, ma come persone partecipi, responsabili, che condividono in tutto le sorti dell’umanità… ed essere là dentro Gesù, come lui mandate del Padre…
I religiosi e le religiose lo sono in altro modo, altrettanto efficace. Basta visitare il piccolo ufficio e la stanza da letto della beata Maddalena Morano, attigui alla chiesa dell’istituto da lei fondato qui ad Ali per l’educazione delle ragazze. Un ambiente semplice, sobrio, essenziale che dice come solo Dio vale.
Intanto, da lontano, l’Etna sta a guardare…