Silenzioso il borgo agricolo. Cammino solitario lungo la strada, al sole del primo mattino, tra i campi arati e vigneti. Ogni tanto, ma proprio ogni tanto, una macchina. Tra poco a Castelspina riesploderà la vita. Un lampo e quasi 500 persone riappaiono d’improvviso per continuare la festa di Madre Chiara Ricci: famiglie con bambini, nonni, giovani... “Sono molti più degli abitanti del paese”, mi dice il sindaco. È l’appuntamento annuale degli “Amici di Madre Chiara Ricci”. È lei il centro galvanizzatore, ma in realtà chi attira tanta gente da tutta l’Italia sono queste suore fantastiche, piene di energia e di vita.
La sala esplode. I bambini si lasciano coinvolgere nella messa.
I volontari organizzano i tendoni per i pasti. La catechesi formativa, la
premiazione di un concorso tra ragazzi e giovani del mondo intero, lo spettacolo
musicale… Una festa che si ripete ogni anno.
Sono partito dalla prima
richiesta che viene fatta per essere membri dell’associazione “Amici di Madre
Chiara”: «il desiderio di voler crescere nella consapevolezza del proprio
essere cristiani». Ho presupposto quello che scriveva sant’Eugenio de Mazenod
(era morto da poco tempo quando Chiara Ricci entrò dalle Francescane del Monte
a Genova), affidando ai suoi Missionari un progetto ambizioso: «rendere gli
uomini prima ragionevoli, poi cristiani e infine aiutarli a diventare santi».
Sono tre aspetti strettamente legati tra di loro: la piena realizzazione della
persona consiste nell’essere umani, cristiani, santi.
Santi? Sì, se santo significa
amato da Dio e se è una risposta d’amore all’amore. Quando Paolo all’inizio
della lettera ai Romani si indirizzava «a tutti quelli che sono a Roma, amati
da Dio e santi per chiamata» (1, 7). Faceva dei “santi” un sinonimo di “amati
da Dio”. Siamo santi perché siamo amati da Dio, è il suo amore che ci fa santi.
Egli che è Amore, facendoci figli suoi, ci comunica il suo amore.
Che Chiara Ricci fosse davvero una donna umanamente
realizzata appare evidente da tutta la sua storia. A cominciare da come, a 13
anni, sa prendere in mano la famiglia dopo la morte della mamma. Donna
determinata nel perseguire la propria vocazione. Educatrice attenta.
Organizzatrice e amministratrice. Forte nel dolore… La descrizione che ne fa il
Necrologio (20 ottobre 1900) è il ritratto di una donna completa: «Era
affabile, ma senza leggerezza, grave, ma senza alterigia, gioviale ma senza
dissipamento, modesta, ma senza caricature, fervorosa, ma senza fanatismo,
delicata di coscienza ma senza scrupoli». Tutto questo ha contribuito alla sua
santità.
Nello stesso tempo la sua santità l’ha resa donna forte e
coraggiosa, tenera e premurosa. Mi hanno colpito soprattutto le testimonianze
di chi la difende dalle tante accuse, a cominciare dal parroco di Castelspina,
don Giuseppe Malvicini, che la vede dirigere la sua opera «con amore di madre e
con tanta intelligenza» (Epistolario, p. 97).
La sua esperienza mette in luce un elemento fondamentale del
cammino di santità: la croce. Da buona francescana raggiunge la vera povertà
francescana nel totale spogliamento di sé quando deve perdere la propria
creatura, la famiglia religiosa da lei creata, venendo dimessa dal suo ruolo di
madre.
Un’ulteriore dimensione della santità le viene dalla concretezza
della vita fraterna. «E in che consiste questa carità? – si domanda – Nell’amarsi
l’una con l’altra, nel compatirsi, nell’aiutarsi, nel pazientarsi, nel
soffrirsi, nello scusare la sorella quando mancò» (Lettera circolare, p.
19-20).
Tra le molte sfaccettature della santità di Madre Chiara non
potevo omettere il senso del servizio nei confronti delle giovani, dei poveri…
e quell’accoglienza semplice e fraterna, piena di affetto che continua a caratterizzare
la sua Famiglia delle Francescane Angeline.
Spero di aver rinfocolato in tutti «il desiderio di voler
crescere nella consapevolezza del proprio essere cristiani». Davvero santità e umanità si richiamano e si implicano a
vicenda. Io sono me stesso se sono Gesù: «Chiunque segue Cristo, l'uomo
perfetto, diventa anch'egli più uomo». «In realtà – come continua il Concilio –
solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo.
(…) e la vocazione ultima dell'uomo è effettivamente una sola, quella divina» (GS,
41).
Ieri sera dopo cena, festa nella
festa: il ricordo del “transito” di Madre Chiara, avvenuto 125 anni fa. La
veglia di preghiera inizia nella chiesa del paese. La fiaccolata percorre le
strade del piccolo centro e si inoltra lungo la strada che porta alla vicina “casa
madre”, dove continua la preghiera, con la lettura di testimonianze davvero commoventi
che hanno lasciato le prime compagne della fondatrice. È notte tarda quando in
silenzio sfiliamo davanti alla sua tomba…















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