Battipaglia. Quante volte sono passato da questo nodo
ferroviario… Oggi mi fermo per la prima volta. So che c’è un bel castello
medievale e la mozzarella di bufala, di più non so. Comunque non sono venuto né
per l’arte né per la gastronomia ma per trovare un vecchio amico: vecchio per
lunga data di amicizia e per la sua veneranda età. Mons. Alessandro Staccioli.
Missionario e vescovo nel Laos fino all’espulsione, vescovo itinerante dei
profughi, vescovo di Montalcino… Senese doc dall’inconfondibile parlata, della
contrada dell’istrice, arguto, schietto come si conviene a un toscano autentico…
È ammalato, molto prostrato, ma appena mi vede mi riconosce ed esclama, con un fil di voce: “sei sempre giovane”. Dall’alto dei suoi 95 anni è facile vedermi giovane. Fa difficoltà a parlare e spesso si assenta. Rileggo comunque una breve intervista di pochi mesi fa, in occasione dei suoi 70 anni di ordinazione sacerdotale.
A settant'anni dalla tua ordinazione sacerdotale, cosa
ricorda di quel giorno?
È stato un giorno di grande gioia. C'erano anche i miei
genitori, venuti a
San Giorgio Canavese. Mia madre aveva portato una stoffa per le mie mani che
venivano consacrate con l'olio. Conservo ancora quel fazzolettino ricamato che
lei ha fatto. Eravamo solo due sacerdoti a essere ordinati. Un giorno
grandissimo.
Il legame con Siena?
Ho origini senesi, anche se sono nato a Trieste. I miei
genitori erano entrambi senesi, ma mio padre fu mandato a Trieste per motivi
legati al periodo fascista. Mio nonno, che faceva il fabbro, nel 1922 aveva
prestato per gentilezza un terrazzino di casa a un deputato socialista perché
potesse parlare alla gente. Questo gesto fu visto male dall'amministrazione
fascista: a mio nonno fecero chiudere la bottega e mio padre fu trasferito a
Trieste.
A Siena sono arrivato quando ero molto piccolo. Mi sentivo
del posto, mi sentivo a casa. Sono stato molto bene con la gente, in modo
particolare con quella di Montalcino, quando sono diventato vescovo. Il
vescovo, quando riceve un incarico pastorale, deve vivere a contatto con il
popolo e interessarsi di ciò che riguarda il popolo, soprattutto sul piano
spirituale, aiutando le persone a dare un senso alla propria esistenza.
Come è nata la tua vocazione?
La mia vocazione è nata quando ero ragazzo. I miei genitori
erano persone religiose e andavamo sempre a messa la domenica. Mia madre mi ha
insegnato a pregare. A un certo punto ho cominciato a pensare anch'io di
diventare sacerdote e, a 13 anni, sono entrato nel seminario di Siena. Ci sono
rimasto fino alla terza liceo, poi sono andato degli Oblati a San Giorgio, dove
ho iniziato gli studi di teologia. Da studente mi entusiasmavano molto le
missioni.
Da quell'entusiasmo nacque poi la scelta missionaria. Partii
per il nord del Laos, una zona dove la vita era ancora molto primitiva. Così
iniziammo la missione. Dopo la morte del vescovo Mons. Berti che era partito
con me per il Laos, morto in un incidente aereo nei pressi del fiume Mekong,
fui nominato suo successore. Poi, con la presa del Vietnam del Nord da parte
del regime comunista, a metà degli anni Settanta, tutti i missionari furono
obbligati a lasciare il Paese. Ripartimmo senza nemmeno un cambio di
biancheria. Ci fecero attraversare il Mekong per arrivare in Thailandia e da lì
tornammo in Italia. Rientrai in Toscana e fui nominato vescovo ausiliare di
Siena, perché il vescovo mi chiese una maпо.
Come hai vissuto quel ritorno in Italia?
Continuavo a ricevere lettere e notizie della gente fuggita
dal Laos. Erano scappate circa mezzo milione di persone. Sentivo forte il
desiderio di riprendere la missione per aiutare quei rifugiati. La Conferenza
episcopale inizialmente mi fece rimanere in Italia, ma io mi sentivo spinto a
continuare quell'apostolato. Alla fine Giovanni Paolo II convinse la Conferenza
a lasciarmi partire. Così ripresi il cammino in diverse nazioni del mondo per
aiutare i rifugiati laotiani. Ho attraversato tutta l'America del Sud. C'erano
rifugiati laotiani anche in Venezuela e in Perù e sono stato pure li. In
Argentina c'erano circa 300 famiglie, comprai alcune case per accogliere le
famiglie rifugiate. Nei viaggi nei diversi Paesi ho ritrovato sempre lo spirito
missionario: sostenere la fede e il coraggio di questa gente che si trovava in
difficoltà, lontana dalla propria terra e senza conoscere nemmeno la lingua del
Paese in cui arrivava.
Ho continuato questa vita missionaria finché la salute me lo
ha permesso. Essere sacerdote significa questo: aiutare le persone. Il Signore
ha affidato questo compito ai discepoli e quindi anche ai sacerdoti e ai
vescovi.
E oggi come vedi la Chiesa e la società?
Mi sembra che oggi manchi spesso alle persone una domanda
fondamentale: perché si vive? La religione ci dà speranza e fiducia. Dio ci
chiama a partecipare alla sua vita. In Gesù Cristo ci ha manifestato il suo
amore e ci ha insegnato a chiamarlo Padre, dando così un senso alla vita delle
persone. Oggi invece le cose materiali hanno preso troppo spazio e molti si
sono allontanati dal rapporto con il Signore. Lui offre a tutti la possibilità
di comprenderlo e di amarlo, ma serve un atto di fede. Nella Chiesa vedo anche
tanto interesse e tanta attenzione agli altri. Se la Chiesa si presenta come
una Chiesa di amore, di carità e di vicinanza alle persone, allora diventa
importante per la gente. E così le persone non si chiudono in sé stesse e non ripiegano
nella violenza.

