domenica 1 novembre 2026

A Battipaglia da mons. Alessandro Staccioli

Battipaglia. Quante volte sono passato da questo nodo ferroviario… Oggi mi fermo per la prima volta. So che c’è un bel castello medievale e la mozzarella di bufala, di più non so. Comunque non sono venuto né per l’arte né per la gastronomia ma per trovare un vecchio amico: vecchio per lunga data di amicizia e per la sua veneranda età. Mons. Alessandro Staccioli. Missionario e vescovo nel Laos fino all’espulsione, vescovo itinerante dei profughi, vescovo di Montalcino… Senese doc dall’inconfondibile parlata, della contrada dell’istrice, arguto, schietto come si conviene a un toscano autentico…

È ammalato, molto prostrato, ma appena mi vede mi riconosce ed esclama, con un fil di voce: “sei sempre giovane”. Dall’alto dei suoi 95 anni è facile vedermi giovane. Fa difficoltà a parlare e spesso si assenta. Rileggo comunque una breve intervista di pochi mesi fa, in occasione dei suoi 70 anni di ordinazione sacerdotale.

A settant'anni dalla tua ordinazione sacerdotale, cosa ricorda di quel giorno?

È stato un giorno di grande gioia. C'erano anche i miei genitori, venuti a
San Giorgio Canavese. Mia madre aveva portato una stoffa per le mie mani che venivano consacrate con l'olio. Conservo ancora quel fazzolettino ricamato che lei ha fatto. Eravamo solo due sacerdoti a essere ordinati. Un giorno grandissimo.

Il legame con Siena?

Ho origini senesi, anche se sono nato a Trieste. I miei genitori erano entrambi senesi, ma mio padre fu mandato a Trieste per motivi legati al periodo fascista. Mio nonno, che faceva il fabbro, nel 1922 aveva prestato per gentilezza un terrazzino di casa a un deputato socialista perché potesse parlare alla gente. Questo gesto fu visto male dall'amministrazione fascista: a mio nonno fecero chiudere la bottega e mio padre fu trasferito a Trieste.

A Siena sono arrivato quando ero molto piccolo. Mi sentivo del posto, mi sentivo a casa. Sono stato molto bene con la gente, in modo particolare con quella di Montalcino, quando sono diventato vescovo. Il vescovo, quando riceve un incarico pastorale, deve vivere a contatto con il popolo e interessarsi di ciò che riguarda il popolo, soprattutto sul piano spirituale, aiutando le persone a dare un senso alla propria esistenza.

Come è nata la tua vocazione?

La mia vocazione è nata quando ero ragazzo. I miei genitori erano persone religiose e andavamo sempre a messa la domenica. Mia madre mi ha insegnato a pregare. A un certo punto ho cominciato a pensare anch'io di diventare sacerdote e, a 13 anni, sono entrato nel seminario di Siena. Ci sono rimasto fino alla terza liceo, poi sono andato degli Oblati a San Giorgio, dove ho iniziato gli studi di teologia. Da studente mi entusiasmavano molto le missioni.

Da quell'entusiasmo nacque poi la scelta missionaria. Partii per il nord del Laos, una zona dove la vita era ancora molto primitiva. Così iniziammo la missione. Dopo la morte del vescovo Mons. Berti che era partito con me per il Laos, morto in un incidente aereo nei pressi del fiume Mekong, fui nominato suo successore. Poi, con la presa del Vietnam del Nord da parte del regime comunista, a metà degli anni Settanta, tutti i missionari furono obbligati a lasciare il Paese. Ripartimmo senza nemmeno un cambio di biancheria. Ci fecero attraversare il Mekong per arrivare in Thailandia e da lì tornammo in Italia. Rientrai in Toscana e fui nominato vescovo ausiliare di Siena, perché il vescovo mi chiese una maпо.

Come hai vissuto quel ritorno in Italia?

Continuavo a ricevere lettere e notizie della gente fuggita dal Laos. Erano scappate circa mezzo milione di persone. Sentivo forte il desiderio di riprendere la missione per aiutare quei rifugiati. La Conferenza episcopale inizialmente mi fece rimanere in Italia, ma io mi sentivo spinto a continuare quell'apostolato. Alla fine Giovanni Paolo II convinse la Conferenza a lasciarmi partire. Così ripresi il cammino in diverse nazioni del mondo per aiutare i rifugiati laotiani. Ho attraversato tutta l'America del Sud. C'erano rifugiati laotiani anche in Venezuela e in Perù e sono stato pure li. In Argentina c'erano circa 300 famiglie, comprai alcune case per accogliere le famiglie rifugiate. Nei viaggi nei diversi Paesi ho ritrovato sempre lo spirito missionario: sostenere la fede e il coraggio di questa gente che si trovava in difficoltà, lontana dalla propria terra e senza conoscere nemmeno la lingua del Paese in cui arrivava.

Ho continuato questa vita missionaria finché la salute me lo ha permesso. Essere sacerdote significa questo: aiutare le persone. Il Signore ha affidato questo compito ai discepoli e quindi anche ai sacerdoti e ai vescovi.

E oggi come vedi la Chiesa e la società?

Mi sembra che oggi manchi spesso alle persone una domanda fondamentale: perché si vive? La religione ci dà speranza e fiducia. Dio ci chiama a partecipare alla sua vita. In Gesù Cristo ci ha manifestato il suo amore e ci ha insegnato a chiamarlo Padre, dando così un senso alla vita delle persone. Oggi invece le cose materiali hanno preso troppo spazio e molti si sono allontanati dal rapporto con il Signore. Lui offre a tutti la possibilità di comprenderlo e di amarlo, ma serve un atto di fede. Nella Chiesa vedo anche tanto interesse e tanta attenzione agli altri. Se la Chiesa si presenta come una Chiesa di amore, di carità e di vicinanza alle persone, allora diventa importante per la gente. E così le persone non si chiudono in sé stesse e non ripiegano nella violenza.