Il monachesimo, una straordinaria
esperienza di vita cristiana che ha attraversato i secoli ed è giunta fino a
noi. Come, dove, quando è nato? Non c’è dubbio, in Egitto, con Antonio! Per
questo ho intrapreso questo viaggio, per andare alle fonti di un’esperienza che
non smette di affascinare e ispirare.
«Il santo abba Antonio – al quale a buon
diritto possiamo veramente dare il titolo di “grande”, “padre di tutti i monaci”
e “guida e porto di salvezza” – è un figlio autentico della Chiesa copta
ortodossa. Non possiamo comprendere la sua persona isolata dal grembo che lo ha
generato, ovvero la terra d’Egitto, terra biblica, terra di profeti e di
martiri, terra che fu benedetta dal passaggio del nostro Signore Gesù Cristo
nelle braccia della santa Vergine Maria».
Il primo libro che lessi iniziando i miei
studi sulla vita religiosa al Claretianum fu la Vita di Antonio scritta
da Atanasio. La Fondazione Lorenzo Valla aveva appena pubblicato l’edizione
critica curata da Bartelink. Fu per me la scoperta di un mondo affascinate. È da
allora che mi nacque il desiderio di conoscere di persona i luoghi di quella
straordinaria avventura, anche se non avrei mai immaginato che un giorno sarei
davvero potuto andare sulle sue tracce.
Inaspettatamente oggi quel sogno si
realizza, grazie a fr. Matteo al quale lo avevo confidato. “Perché non vieni
con me?”, mi disse subito, “io vi vado spesso, e questa volta sarei contento di
tornare… in compagnia di apa Pafnunzio!”.
Eccomi dunque in terra d’Egitto,
pronto ad andare incontro al grande apa Antonio.
Rileggo le parole del patriarca Tawadros II, che ancora una volta mi restituiscono la sua anima: «Ciò che caratterizzò sant’Antonio fu la sua fede radicale nel fatto che “l’amore non cade mai” (1Cor 13,8), e che il culmine di questo amore si manifesta nella risposta all’amore infinito e ineffabile del Signore Gesù che “ci ha amati per primo” (1Gv 4,19), fino al punto di offrire tutta la propria vita a lui, portare la croce dietro a lui e seguirlo. Quando abba Antonio udì, mentre partecipava alla liturgia in chiesa in quella domenica benedetta di diciotto secoli fa, il comando rivolto al giovane ricco: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che possiedi e dallo ai poveri, poi vieni e seguimi” (Mt 19,21), obbedì immediatamente, “tenendo lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede... come se vedesse colui che è invisibile” (Eb 12,2; 11,27). Ê in questa obbedienza immediata, completa e gioiosa alla voce del Signore che si cela il segreto di tutta la sua vita e il fondamento di tutta la tradizione monastica che da lui scaturì. Questa radicalità evangelica vissuta nell’amore è ciò che sant’ Antonio ci trasmette in eredità, ed è ciò che può scuotere le nostre coscienze ancora oggi e dar vita a una rinascita della fede e del monachesimo nel mondo intero».




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