venerdì 6 novembre 2026

In Egitto sulle orme di Antonio il grande

Il monachesimo, una straordinaria esperienza di vita cristiana che ha attraversato i secoli ed è giunta fino a noi. Come, dove, quando è nato? Non c’è dubbio, in Egitto, con Antonio! Per questo ho intrapreso questo viaggio, per andare alle fonti di un’esperienza che non smette di affascinare e ispirare.

«Il santo abba Antonio – al quale a buon diritto possiamo veramente dare il titolo di “grande”, “padre di tutti i monaci” e “guida e porto di salvezza” – è un figlio autentico della Chiesa copta ortodossa. Non possiamo comprendere la sua persona isolata dal grembo che lo ha generato, ovvero la terra d’Egitto, terra biblica, terra di profeti e di martiri, terra che fu benedetta dal passaggio del nostro Signore Gesù Cristo nelle braccia della santa Vergine Maria».

Il mio viaggio inizia con queste parole del patriarca Tawadros II, papa di Alessandria,
È una risposta al suo invito: non possiamo comprendere Antonio, “lampada del monachesimo” come lo definisce la liturgia copta, isolato dalla terra d’Egitto, dove il cristianesimo, secondo la tradizione, è nato dalla predicazione dell’evangelista Marco, primo vescovo di Alessandria, ed è stato fecondato dal sangue dei martiri.

Il primo libro che lessi iniziando i miei studi sulla vita religiosa al Claretianum fu la Vita di Antonio scritta da Atanasio. La Fondazione Lorenzo Valla aveva appena pubblicato l’edizione critica curata da Bartelink. Fu per me la scoperta di un mondo affascinate. È da allora che mi nacque il desiderio di conoscere di persona i luoghi di quella straordinaria avventura, anche se non avrei mai immaginato che un giorno sarei davvero potuto andare sulle sue tracce.

Inaspettatamente oggi quel sogno si realizza, grazie a fr. Matteo al quale lo avevo confidato. “Perché non vieni con me?”, mi disse subito, “io vi vado spesso, e questa volta sarei contento di tornare… in compagnia di apa Pafnunzio!”.

Eccomi dunque in terra d’Egitto, pronto ad andare incontro al grande apa Antonio.

Rileggo le parole del patriarca Tawadros II, che ancora una volta mi restituiscono la sua anima: «Ciò che caratterizzò sant’Antonio fu la sua fede radicale nel fatto che “l’amore non cade mai” (1Cor 13,8), e che il culmine di questo amore si manifesta nella risposta all’amore infinito e ineffabile del Signore Gesù che “ci ha amati per primo” (1Gv 4,19), fino al punto di offrire tutta la propria vita a lui, portare la croce dietro a lui e seguirlo. Quando abba Antonio udì, mentre partecipava alla liturgia in chiesa in quella domenica benedetta di diciotto secoli fa, il comando rivolto al giovane ricco: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che possiedi e dallo ai poveri, poi vieni e seguimi” (Mt 19,21), obbedì immediatamente, “tenendo lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede... come se vedesse colui che è invisibile” (Eb 12,2; 11,27). Ê in questa obbedienza immediata, completa e gioiosa alla voce del Signore che si cela il segreto di tutta la sua vita e il fondamento di tutta la tradizione monastica che da lui scaturì. Questa radicalità evangelica vissuta nell’amore è ciò che sant’ Antonio ci trasmette in eredità, ed è ciò che può scuotere le nostre coscienze ancora oggi e dar vita a una rinascita della fede e del monachesimo nel mondo intero».

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