venerdì 31 luglio 2026

Perseveranza

 

Alla perseveranza è legata una promessa: “Chi avrà perseverato fino alla fine, sarà salvo”.

Ma c’è modo e modo di perseverare. C’è chi va avanti a densi stretti perché bisogna andare avanti e magari non è contento, ma va avanti comunque, per la forza dell’impegno preso. Tante volte è così. Avanti anche quando non si sente niente… L’importante è rimanere fedele, costi quello che costi… e saremo salvi!

La perseveranza mi ha comunque fatto venire in mente un’altra parola evangelica: “Avendo amato i suoi, li amò fino alla fine”. Perseveranti per amore, perseveranti nell’amore, come Gesù… fino all’ultimo! Non si va mai in pensione nell’amore.

giovedì 30 luglio 2026

Misticismo. Perché le visioni?

Un nuovo podcast: https://www.cittanuova.it/podcast-la-chiesa-e-i-miei-perche-6-mistica-e-visioni/

Caro padre Fabio, affrontiamo un tema importante e profondo perché va al cuore del linguaggio di Dio. Quello della mistica, o se vogliamo tradurlo in termini più popolari, parliamo delle famose “visioni”: sono una forma di comunicazione tra Dio e l’uomo che esiste da sempre, o comunque da quando Dio ha scelto di rivelarsi. La Bibbia, l’Antico Testamento è tutta rivelazione e visione, quelle dei profeti in particolare. Ma poi pensiamo ai più famosi mistici come san Giovanni della Croce, santa Teresa D’Avila, Ildegarda di Bingen, o per restare ai nostri giorni le visioni mariane a Fatima, Lourdes… Due domande ti vorrei fare su questo: cosa hanno in comune questi mistici, e in base a che cosa la Chiesa ne certifica l’autenticità? Cioè, come facciamo a capire che non sono “visionari” nel senso dispregiativo del termine?

Entriamo in un mondo complesso che tocca la profondità dell’animo umano. Prima o poi si accende in tutti un anelito a qualcosa che vada al di là dell’effimero nel quale siamo immersi. C’è come una molla che ci chiama a una interiorità profonda che risveglia come una nostalgia per ciò che è bello, che non passa e che non troviamo attorno a noi. È la nostalgia per l’infinito, per quel Dio che ci ha creati e nel quale siamo e ci muoviamo, anche quando non ce ne rendiamo conto o lo neghiamo.

La mistica è lasciarci avvolgere e penetrare dal Mistero, ossia da questa reale presenza di Dio. Possiamo chiamarlo anche Assoluto, Trascendente… ma in realtà è quel Dio Amore che Gesù ci ha fatto conoscere. Tutti siamo chiamati a una vita mistica. Già col battesimo veniamo immersi in Dio Trinità e l’Eucarestia ci trasforma sempre più in Gesù.

Diversa è l’esperienza mistica. Grazie alla fede il cristiano sa di essere in Dio. L’esperienza mistica è invece la percezione sensibile, la visione di quello che siamo. Il mistico, vede, sente, con una evidenza tutta interiore, oppure grazie ad autentiche visioni. Questo avviene grazie all’azione dello Spirito Santo che Gesù ha promesso proprio perché ci porti alla piena comprensione delle realtà del Cielo. Se egli dà a una persona il dono di una comprensione più profonda della rivelazione lo fa perché tutta la Chiesa possa progredire, i carismi sono sempre doni datio a qualcuno per il bene di tutti.

Ci sono poi i cosiddetti fenomeni mistici: lievitazioni, ossia la persona sale in alto; estasi con perdita di coscienza; stimmate; visioni; locuzioni interiori… Ma questi sono fenomeni secondari, che aggiungono poco o niente a quella che è la verità della trasformazione di sé in Dio e della comprensione profonda del mistero di Dio. Possono essere eventualmente segni esteriori che confermano le realtà interiori. Sono questi segni esteriori che generalmente colpiscono di più l’immaginazione, che attirano la curiosità. E sono questi fenomeni che cercano le persone che si ingannano o che vogliono ingannare per i più vari motivi come la notorietà, la ricerca di guadagno…

Come si riconosce il mistico vero?

Innanzitutto se quanto comprende, vive e insegna è in continuità con la dottrina della Chiesa. Egli porta ad una comprensione sempre più profonda della Parola di Dio, perché essa cresce con il crescere della Chiesa.

Il vero mistico inoltre è tale se si lascia adeguare a quanto gli è dato di comprendere, ossia se vive il Vangelo.

È inoltre umile, ossia non si esalta per i doni ricevuti, non si mette in mostra.

Infine è docile a chi ha il dono di discernere i carismi e si sottomette con obbedienza al giudizio della Chiesa.

Ti faccio solo un’altra domanda perché vorrei che ci soffermassimo su un’esperienza mistica particolare, quella di Chiara Lubich, la fondatrice dei Focolari, di cui sono stati pubblicati da poco gli scritti per Città Nuova. Ne sto sentendo parlare molto anche se non conosco da vicino tutte le pagine che fanno parte di questa raccolta intitolata Paradiso 49. Purtroppo il tempo a disposizione è poco, ma tu che conosci bene i dettagli di questa esperienza avendo lavorato con Chiara Lubich allo studio di questi scritti, ce ne saprai dare qualche dettaglio più prezioso…

Chiara Lubich? Ha avuto delle visioni? Lei, scherzando, diceva che nel suo Paradiso non ha visto neppure un angioletto.

Nella sua vita ci sono stati momenti di intensa esperienza di Dio. Un periodo del tutto particolare, per durata e comprensione, è stato quello iniziato il 16 luglio 1949, che si è protratto per un paio di anni. È quello che viene chiamato “Paradiso ’49”, dall’anno in cui è iniziato. Da poco, nella collana delle sue opere, è stato pubblicato il libro che racconta questa esperienza che al momento comprende 6 volumi.

Al pari di altre mistiche e mistici la sua è stata una contemplazione - che l’ha completamente coinvolta - delle realtà del Cielo, dei misteri della fede cristiana, ma anche della creazione e della storia nel suo disegno divino e nel suo destino ultimo.

Se c’è qualcosa che la caratterizza in maniera particolare è la dimensione ecclesiale, nel senso che è stata un’esperienza che ha coinvolto non soltanto la sua persona, ma tante altre le persone attorno a lei. Era lei ad avere una comprensione sempre nuova delle realtà del cielo, ma subito le comunicava a chi aveva accanto e così diventava esperienza di tutti.

L’inizio stesso di questa esperienza mistica è significativo e unico. Essa inizia grazie a un patto d’unità tra lei e Igino Giordani. Insieme chiedono a Gesù Eucarestia che scenda sul loro niente, ponendosi davanti a lui come due calici vuoti. E Gesù Eucarestia fa dei due un’anima sola che egli apre alla realtà del Cielo. Gesù li porta, insieme, là dove egli è, nel seno del Padre. Lei ha la visione del Paradiso e si vede in Paradiso insieme a Giordani. Giordani è in questa realtà divina, ma non lo sa. È lei che, avendo il dono della visione contemplativa, rende consapevole lui, e poi gli altri che a loro si uniscono, di vivere le diverse realtà del Cielo, a mano a mano che le è dato di comprendere.

Una pagina di questo Paradiso’49 sulla quale ti sei maggiormente soffermato?

Una frase soltanto, del 1950, nella quale Chiara esprime la sua visione dell’universo, nel quale ogni essere creato interagisce con l’altro. Ognuno conserva la sua identità e nello stesso si pone a servizio dell’altro per crescere insieme e trascendersi in una realtà superiore, fino alla piena divinizzazione. Negli stessi anni anche Teilhard de Chardin aveva un pensiero simile quando vedeva tutto il creato orientato verso quello che lui chiamava il Punto Omega.

Ecco le parole di Chiara: «Tutte le cose sono l'una distinta dall'altra e destinate alla comunione, all'unità… Le creature dell'universo sono in marcia verso l'Unità, verso Dio, per indiarsi…».

Mi sembra una visione di speranza in un momento in cui il mondo in guerra sembra precipitare nella più totale divisione. Noi continuiamo a credere che siamo in marcia verso l'Unità, verso Dio, per indiarci. Ma dobbiamo metterci a servizio gli uni degli altri…

mercoledì 29 luglio 2026

Vi ho generati in Cristo

All’inizio di ogni Istituto religioso c’è una persona che Dio sceglie e che lo Spirito Santo forma ad essere strumento idoneo dell’opera di salvezza che, Cristo realizza nel mondo mediante la Chiesa…

Il Fondatore diventa così «padre» della nuova famiglia nata nella Universale Famiglia, la Chiesa...  La famiglia religiosa è veramente frutto della sua vita di santità. «Padre» per grazia, in quanto mediatore dell’unico Padre, Dio, «dal quale ogni paternità prende nome» (Ef 3, 15).

Il Fondatore diventa quindi «forma vitae» dei suoi discepoli, maestro di dottrina e di santità. Per questo ogni Istituto ricorre in maniera particolare all’intercessione del proprio Fondatore, «perché egli che ne è il padre ne abbia sempre cura e continui in altra forma quella generazione della quale ha sofferto in terra le doglie del parto».

La nostra modesta ricerca vorrebbe mettere in risalto la co-scienza che Eugenio de Mazenod ha avuto di essere Fondatore e Padre degli Oblati di Maria Immacolata…

Inizia così lo studio di Giovanni Soddu e Tonino Camelo. Risale a 46 anni fa ed è sempre fresco. A chi lo desidera posso mandare il pdf.

lunedì 27 luglio 2026

P. Giovanni Soddu: Sono contento di essere Oblato

Josè Damián Gaitán mi scrive: «Padre Giovanni Soddu... L'ho conosciuto a Marino, quando era al Centro Giovanile e poi al Noviziato. Sempre accogliente. Nonostante le sue limitazioni fisiche. Ringraziamo il Signore per la sua vita».

Antonietta: «Ricordo Giovanni al tempo che stava allo scolasticato, una persona gentile, sempre sorridente ed accogliente».

Rosaria: «Mi ricordo di quando il babbo e la mamma andarono a casa sua in Sardegna di come tornarono contenti. Oggi in cielo anche loro lo avranno accolto con festa». Si riferisce agli anni nei quali facevamo in modo che le famiglie dei giovani Oblati si conoscessero per formare davvero un’unica famiglia.

E Giovanni, cosa dice di sé?

«Sono contento di essere Oblato di Maria Immacolata, dopo che fin da piccolo ho sentito la vocazione a diventare sacerdote. Infatti all'età di 11 anni sono entrato nel seminario di Oristano, mia Diocesi di origine, in Sardegna. Quando avevo 18 anni, tramite la Comunità di Marino, ho incontrato gli Oblati e il carisma della vita consacrata e missionaria di Sant'Eugenio. Ho svolto il ministero sempre in Parrocchia, ma il carisma del Fondatore mi fa essere missionario nel contesto locale, con un animo universale, sentendomi profondamente partecipe dell'ansia missionaria della Congregazione. Esprimo al Signore la volontà di continuare a vivere da sacerdote in Cristo Sacerdote, nella comunione della Congregazione e in particolare nella Provincia OMI». Così nel 2005, nel 25° della sua ordinazione sacerdotale.

Missionario e sacerdote "nella comunione della Congregazione". Sì, perché come ha scritto: «Uno degli aspetti più belli che io trovo nella nostra Congregazione è che siamo tutti una grande famiglia e che ci impegniamo perché i rapporti tra noi manifestino il nostro essere. Così ci ha fatti il nostro Padre, il Beato Eugenio. Penso che questa sia la più grande testimonianza che noi possiamo dare nella Chiesa al mondo. Ed io voglio impegnare tutte le mie forze perché non manchi mai alla Chiesa e al mondo la nostra vita di unità».

P. Giovanni aveva appreso da sant’Eugenio e dagli Oblati questo stretto legame tra missione e vita di unità all’interno della comunità, lo testimonia il libretto che ha scritto sulla paternità del Fondatore.

Esso è stato approfondito anche grazie al suo rapporto con il Movimento dei Focolari, che ha segnato tanti della nostra generazione. Alla fondatrice, Chiara Lubich, aveva chiesto una “parola di vita” che lo guidasse nel suo cammino missionario. E lei l’aveva scelta dal Vangelo di Giovanni, là dove Gesù afferma: “Le parole che vi ho detto sono spirito e vita” (Gv 6, 63).

È così che p. Giovanni è stato un autentico missionario e – come gli scriveva p. Zago – ha «irradiato positivamente tra i confratelli e tra la gente». Le parole del Vangelo che annunciava erano diventate in lui spirito e vita.

Il funerale si è concluso con alcuni dei parenti che cantano l’Ave Maria in sardo...



domenica 26 luglio 2026

Padre Giovanni Soddu

 

Sabato Santo sono andato a trovarlo a Vermicino, nella nuova struttura per anziani e ammalati. Mi è dispiaciuto che, inchiodato sul letto,  non potesse celebrare la Messa. “Domani è Pasqua - gli ho detto - Vengo a celebriamo insieme”. Così abbiamo fatto, io al tavolino della stanza, lui immobile nel letto sul quale avevo adagiato la stola sacerdotale… È stato il momento più bello, anche se poi sono tornato altre volte a trovarlo. 

Adesso è partito, silenzioso, secondo il suo stile. Padre Giovanni Soddu, un altro Oblato che mi precede sulla via del Cielo.

Una vita da Oblato semplice: Vice parroco a Oné di Fonte, (1980-1982), vice parroco, parroco e superiore a Villalba (1982-1997), parroco a Tivoli (1997-2002), parroco e superiore a Bologna fino al 20011, parroco a Maddaloni (2011), a Cagliari dal 2015, fino a quando, nel 2020 giunge a S. Maria a Vico, dove inizia il suo calvario…

Quando nel 1993 il superiore generale, p. Marcello Zago, andò in visita alla comunità di Villalba, gli scrisse, delineando appieno il suo ritratto: «Carissimo p. Giovanni Soddu, sono stato contento di incontrarti e di ascoltarti, di vedere come eserciti la tua paternità nella parrocchia e nella comunità. Ti ho trovato sereno e sicuro della tua identità, impegnato e attento agli altri, generoso e fattivo. Irradi positivamente tra i confratelli e tra la gente. Voglio ringraziarti per la tua fedeltà e generosità, per il tuo amore per la Congregazione e il tuo zelo per le anime».

Qua e là, sui giornali, troviamo qualche traccia del suo ministero. In occasione del 50° di fondazione della parrocchia di Bologna scriveva nell’inserto dell’Avvenire dedicato alla diocesi: «Dall’Eucaristia nasce la missione. La ricorrenza della fondazione ci spinge a fare memoria della nostra storia, non per uno sterile guardare al passato, ma proprio per prendere coscienza del cammino della Chiesa viva, sorta intorno all’Eucaristia, nel nostro territorio, e impegnarci con ancora più decisione nell’evangelizzazione e nella nostra personale conversione» (3 giugno 2007).

Da Tonara, nel suo paese di origine, quando era parroco a Cagliari, sul quotidiano “La Nuova Sardegna” racconta dei campi estivi che organizzava per i giovani: «Un campo di formazione e animazione. Formativo umano e spirituale, legato ad eventi di gioia e condivisone. Da un lato gli aspetti legati alla figura di Cristo, al suo esempio e dall’altro la derivazione concreta e nella vita quotidiana dei suoi principi, quali amicizia, uguaglianza, solidarietà e la vita di gruppo…

«Non sono mancati i momenti ricreativi e le attività pratiche. La sera si concludeva con la preghiera e poi animazione, con tanto di serata danzante, denominata Cristoteca, poi caccia al tesoro, caccia al vampiro... Entusiasti i ragazzi e i loro genitori. Mi auguro – conclude Padre Giovanni – che i ragazzi abbiano tratto un esempio di gioia e esperienza in questi momenti in cui è importante lavorare assieme a capire. Portiamo l’esempio di Cristo, che è gioia. Ma anche piccole esperienze che spero siano utilizzate come bagaglio di vita. Speriamo di proseguire su questa strada» (14 settembre 2017).

Quando uno dei nostri parte per il cielo mi piace leggere le lettere ufficiali con le quale chiede l’ammissione ai voti perpetui o la prima ”obbedienza”. Lettere formali, ma che una volta si scrivevano col cuore in mano, in sincerità.

P. Giovanni il 22 settembre 1978 scrive al Provinciale per chiedere di fare i voti perpetui. Un’occasione per «entrare in comunione personale anche con lei e dirle che cosa significhi per me questo fatto e come lo vivo.
«L'oblazione perpetua per me è un esplicitare davanti alla Chiesa ciò che da anni ho sentito e maturato: donarmi totalmente e per sempre a Dio, mio unico amore, unico scopo della mia vita. Prima di conoscere gli Oblati io volevo semplicemente essere sacerdote. Il sacerdozio era per me la maniera più grande per amare Dio e i fratelli. Incontrati gli Oblati, dalla loro testimonianza ho capito che il modo di vivere il sacerdozio che Dio aveva posto in me non era altro che la vita religiosa e missionaria. Così ho detto "sì" a Dio che mi svelava pienamente la mia vocazione. Ed ora voglio dirglielo per sempre, di fronte a voi che me lo rappresentate. Sono cosciente dell'amore di Dio per me. Ed è sulla sua fedeltà che io "getto le reti" (Lc 5,5). Se guardo me, mi accorgo di quanta strada devo ancora percorrere per rispondere un po’ meglio al suo amore. Ma il suo amore in me è più forte del mio peccato e della mia infedeltà. Io voglio guardare a Lui e non a me.
«E Lui mi chiama a guardare la Chiesa e il mondo e a consacrare la mia vita per questo. Come non dare tutto me stesso alla Chiesa che, come il Fondatore, sento chiamare a gran voce persone a cui affidare il suo ministero di salvezza, di un mondo in sfacelo, chiuso in se stesso, vuoto di Dio e di valori autenticamente umani? È il grido di Cristo Crocifisso che risuona nei tempi di oggi. Io che sento questo grido, raccolgo l'invito della Madre Chiesa e rispondo sacrificando tutto me stesso. E voglio rispondere come ha fatto il Fondatore, che mi comunica il suo spirito.
«La forza per essere come devo essere, oltre che da Dio e dal Fondatore, mi viene dall'unità con tutti i membri della Congregazione, che sento viva ed impegnata ad annunciare con audacia il Vangelo. Sono contento di unire la mia vita e il mio lavoro apostolico a quello di tanti altri uomini che credono e vivono il mio stesso ideale. Sento la Congregazione come mia famiglia, e la amo con le sue gioie e i suoi dolori, nei successi e nelle difficoltà, con le sue conquiste e nelle sue contraddizioni.
«Con l'anima di Maria, mia madre e modello, e col suo aiuto mi metto a disposizione di Dio, perché si compia in me la Sua Parola...»

Il 28 aprile 1980 la lettera al superiore generale per chiedere la prima destinazione:
Rev.mo Padre Generale, … lo scopo della mia vita: annunciare al mondo, ai poveri, chi è il Cristo. Quel Cristo che in questi anni mi ha fatto scuola e mi ha formato un altro Se stesso, secondo il carisma del Beato Eugenio. Questo per me è un atto di fede, perché mi accorgo anche dei passi che avrei dovuto fare e che non ho fatto. Ma Lui è più forte dei miei limiti e mi chiama ora a "entrer dans la lice et combattre jusqu'à l’extintion pour la plus grande gloire de son très saint et très adorable Nom", come ci indica il Fondatore nella Prefazione alle Regole. Voglio essere ogni giorno, per ogni fratello che incontro, la presenza vivente del Beato Eugenio che per me è divenuto via di Dio.
«… io ho nel cuore solamente di fare la volontà di Dio che mi è espressa da Lei e dagli altri Superiori. Ho parlato diverse volte con il superiore e con il padre spirituale sul mio orientamento futuro. Ho sempre detto loro che sento piena in me la vocazione oblata come sacerdote. Quindi sarei felicissimo di poter andare in missione fuori Italia. Ma ugualmente sarei contentissimo di restare in Italia, se è qui che il Signore mi chiama ad annunciare la Sua Parola di salvezza. Ciò che mi interessa di più è nel luogo e nella comunità dove sarò ci aiutiamo insieme a svolgere il ministero da veri Oblati di Maria Immacolata.
«… La mia salute non è della più robuste, a causa di una poliomielite avuta da bambino, e forse questo può essere un impedimento perché io possa prendere certi impegni nelle missioni estere. Questo fatto per me è un aspetto della croce che cerco di abbracciare ogni giorno con gioia, sicuro che da essa sgorgherà anche la vita per il mio ministero.
«… Io sono pronto a svolgere, secondo le mie possibilità, il ministero di cui e dove la Congregazione ne ha più bisogno. Padre, gliel'ho comunicato altre volte, ma ora lo scrivo ancora: uno degli aspetti più belli che io trovo nella nostra Congregazione è che siamo tutti una grande famiglia e che ci impegniamo perché i rapporti tra noi manifestino il nostro essere. Così ci ha fatti il nostro Padre, il Beato Eugenio. Penso che questa sia la più grande testimonianza che noi possiamo dare nella Chiesa al mondo. Ed io voglio impegnare tutte le mie forze perché non manchi mai alla Chiesa e al mondo la nostra vita di unità. Sento che mi appartiene il lavoro missionario che ogni Oblato svolge, in qualunque parte del mondo. Ora unisco anche il mio, perché i poveri siano evangelizzati, perché il Regno di Dio avanzi e venga presto in pienezza su tutta la terra…»

Padre Giovanni ci ha lasciato un bel libretto, scritto insieme a Antonio Camelo, sulla paternità di sant’Eugenio de Mazenod, che merita di essere ripreso in mano e letto. La conclusione rispecchia p. Giovanni: «Amare col cuore. Amare Dio sopra ogni cosa è, per ogni Oblato, ripercorrere le orme di Eugenio ed esclamare con lui: “Felice, mille volte felice perché questo buon Padre, malgrado la mia indegnità, ha spiegato su di me tutta la ricchezza delle sue misericordie. Ce almeno recuperi il tempo perduto raddoppiando l’amore per Lui. Tutte le mie azioni, i pensieri siamo dunque dirette a questo fine”».

sabato 25 luglio 2026

I vostri nomi sono scritti nei cieli

Settimana particolarmente intensa: Loppiano, Cutigliano, Roma, Trento, Tonadico, Padova… L’ho raccontata brevemente a Gesù… e mi ha detto: «piuttosto… rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».

venerdì 24 luglio 2026

Maria tutta rivestita della Parola di Dio

Nella cappella dedicata al vescovo De Ferrari domina la statua lignea di Maria tutta rivestita della Parola di Dio. L'idea, come il bozzetto iniziale, è stato ideato da Benedetto.

Le labbra socchiuse rafforzate dal gesto della mano sinistra, la mostrano nell'atto di parlare con convinzione: tipico atteggiamento materno di chi ha a cuore il bene dei suoi figli e sa rivolgersi loro per consigliarli e accompagnarli con sollecitudine. La mano destra posata sul cuore, ricorda allo stesso tempo la sua dimensione interiore, di Colei che custodisce e medita la Parola di Dio dentro di sé.

Maria rivestita della Parola. Sul manto e sullo svolazzo in basso, sono incise in sequenza con colpi decisi a scalpello, i principali episodi della sua vita assieme a Gesù: l'Annunciazione, la Visita alla cugina Elisabetta, la nascita di Gesù e la sua presentazione al Tempio, la fuga in Egitto, con Gesù nel Tempio a 12 anni, la vita insieme nella casa di Nazareth e poi con Lui nella vita pubblica, fino al Golgota. 

Maria che segue il figlio nella vita pubblica è una immagine nuova nella iconografia. È veramente la fedele seguace, che accompagna il figlio fin sulla croce, fin nella gloria.
Gli episodi rimandano alle tappe di quella che Chiara definì essere la "Via Mariae", l'itinerario spirituale che ogni credente é chiamato a compiere nella vita, sul modello di Maria, per crescere sempre più nell'amore, con l'aiuto della Grazia.

Maria Condottiera. Le profonde linee traverse del drappeggio e del manto, evidenziano la postura della figura protesa in avanti in movimento, con i capelli mossi dallo spostamento: Maria appare qui come Colei che cammina avanti a noi facendoci da guida verso Gesù.

giovedì 23 luglio 2026

Lucia di Trento... anzi di Crotone!

Quant’anni ha Lucia? Non si contano più. “Eppure, anche se bisnonna, continuo a fare la catechista e i bambini sono lì tutti incantati…”. Non è bisnonna, Lucia, perché da giovane si è consacrata al Signore, ma per i bambini è proprio come una bisnonna… “Ho sbagliato mestiere, avrei dovuto fare la catechista”. “Ma che mestiere hai fatto?”, le domando. “Sono stata la prima donna a lavorare in un Dicastero del Vaticano…”. E mi racconta della grande novità di una donna in Vaticano. “Ma gli anni più belli li ho vissuto in Calabria…”.

Ogni volta che sono stato a trovare Lucia, nella casa di famiglia a Trento, mi ha sempre parlato di suo fratello, il beato Mario Borzaga. Oggi però, per la prima volta, mi ha parlato di sé, a lungo. Dobbiamo scrivere la sua biografia, è troppo bella!

Dovremmo partire dai genitori, dall’ambiente della città di Trento in quella metà del Novecento, dalle lettere che il fratello le scriveva, raccolte per fortuna in un bel libro. Poi seguirla a Parigi e a Lione, sconcertata, lei che veniva dalla cristianissima Trento, dalle periferie di città ormai completamente scristianizzate. Poi in Sicilia, e finalmente a Bucchi. Bucchi? Sì un paesetto in provincia di Crotone, in Calabria. “Sarei voluta rimane lì tutta la vita”. Tre ragazze ventenni. Il vescovo, preoccupato, che mandava spesso i carabinieri a controllare che tutto andasse bene. “Eppure tutti ci rispettavano: la signorina Lucia… si sono sposate con Gesù…”. Tanti non avevano mai visto un prete. E lei faceva il catechismo ai bambini, aveva avviato una scuola materna, presto era diventata l’anima del paese. Povere in canna, vivevano di quanto davano loro le donne del paese. 

Vennero i suoi genitori a trovarla. Il papà si trovò subito bene con gli uomini del posto: parlano della prima guerra mondiale alla quale tutti avevano preso parte, gustavano i vini locali… Ma mamma non riuscì a legare con le donne dalle quale la divideva tra l'altro una lingua del tutto incomprensibile. In compenso si mise a cucire e rammendare… 

“Non sarei mai venuta via, il periodo più bello della mia vita…”. Invece la chiamano in Vaticano, anche grazie alla conoscenza delle lingue. E qui comincia un’altra storia, quella di una presenza femminile che sa smussare gli angoli, essere accoglienza, gentile… Alla prossima puntata.

E padre Mario? Questa volta non è stato lui il protagonista della mia visita alla sua casa in via Gorizia a Trento, e sarà stato contento anche lui di ascoltare la sorella, anche perché tutte queste cose non le ha mai sapute: è morto prima...

Nell’ultima lettera che le scrisse prima di essere ucciso le diceva:

«Sono contento di constatare il tuo buon spi­rito e il tuo accanimento nella vita spirituale. Certo sei un pochino complicata, ma è normale che sia così, quando si comin­cia la vita spirituale, se non si è complicati si ha l’impressione di non combinare nulla». Quindi continuava – quasi una profezia –: «Vedrai come procedendo nella vita spirituale, quando soprattutto sarai incaricata di qual­che cosa e avrai delle preoccupazioni e ci sarà molto lavoro da fare, sarà necessario unificare tutto sotto una sola idea… Continua pure, cara Lucia, a progredire nella via della santità e a migliorarti per migliorare gli altri. Fai sempre con gioia tutta la volontà di Dio… Che il Signore e la Vergine Santa ti amino e ti proteggano sempre. Tuo Mario».

mercoledì 22 luglio 2026

Nel frattempo non si smetteva di vivere...


Recidivo! Di nuovo a Tonadico a esercitare il mio mestiere di guida, o se vogliamo, in maniera più alta, di accompagnatore spirituale. Anche con i seminaristi ho lasciato che fossero i luoghi a parlare di Paradiso.

Ma nella Baita Paradiso ho raccontato anche la vita di ogni giorno, cominciando dalle parole: «Nel frattempo non si smetteva di vivere, vivere con intensità, in mezzo ai nostri lavoretti di casa, quella realtà che eravamo, vivendo la Parola di Vita».

Tutte le mattine la messa e alle sei di sera in chiesa, davanti all’altare della Madonna, la meditazione. Per il resto della giornata, con i grembiuli da lavoro, facevano il bucato alla fontana pubblica nella piazza del paesino, sbrigavano le faccende di casa, poi via per boschi e prati, in lunghe gite in montagna. «Andavamo insieme – racconta Aletta – e, lungo il cammino, conversavamo… Se sostavamo per un pic-nic, o se ci accomodavamo all’ombra di un albero o in un prato, [Chiara] cominciava a parlare e noi le stavamo sedute tutt’attorno. Ci riposavamo e costruivamo l’unità tra noi, cioè ci amavamo in modo soprannaturale. Eravamo sempre in Dio, con semplicità. Si cominciava dal naturale, perché siamo su questa terra. Ma il soprannaturale da solo non esisteva, perché tutto era naturale e tutto era soprannaturale. Natura e sopra-natura erano un tutt’uno per noi. Il paradiso non era qualcosa “in su”. Era qui in terra ed era reale come Gesù, che è venuto ad abitare tra noi, e il cielo l’ha portato quaggiù! Parlavamo di “realtà” o di “paradiso” concependoli non come cose dell’altro mondo, ma da vivere quaggiù».

Igino Giordani, col suo stile poetico, scriveva: «Tra gioghi, all’ombra delle conifere, sotto rocce, possibilmente presso icone o santuari, ella parlava di Dio, della Vergine, della vita soprannaturale: la sopra-natura era la sua natura… E allora quelle foreste si trasfiguravano in cattedrali, quelle cime parevano picchi di città sante, fiori ed erbe si coloravano della presenza di angeli e di santi: tutto si animava di Dio. Cadevano le barriere della carne. Si apriva il Paradiso».



martedì 21 luglio 2026

Le solite cose...

Cambio di scena. 

Eccomi a Trento con 30 seminaristi di Ungheria, Polonia, Italia, Mozambico, Angola… 

Una bella squadra con la quale condivido le solite cose, sempre belle, sempre più belle...




lunedì 20 luglio 2026

Kenosis: l'inculturazione di Gesù

Ognuno di noi si è trovato davanti a culture che a volte gli sono sembrate lontanissime dalla propria. Penso ad esempio alle mie esperienze in Giappone o in Pakistan… Non ci sono tuttavia mondi più distanti tra loro come il cielo e la terra. E il Figlio di Dio ha lasciato il cielo per venire sulla terra. È stato il più estremo tentativo di inculturazione. Ed è riuscito.

Inizia così una delle tre delle meditazioni che oggi ho indirizzato ai formatori oblati, provenienti da tutto il mondo, che concludono la loro sessione qui a Roma alla casa generalizia.

La “inculturazione” da parte di Gesù – ho cercato di spiegare – si è svolta il tre tappe.

La prima è stata la più drammatica: l’operazione della kenosis, la spogliazione totale di sé: “Gesù Cristo, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso (ekenōsen)”. Egli assunse una natura umana priva di gloria, soggetta alla sofferenza e alla morte. Rinunciò perfino ai “privilegi” che egli avrebbe potuto godere come uomo. Infatti assunse “la condizione di servo”. Non ha voluto appartenere alle categorie dei potenti, nessun senso di superiorità: ha voluto essere come colui che serve: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire” (Mc 10, 45).

Quanto orgoglio talvolta da parte nostra nel voler imporre la nostra cultura. Quando senso di superiorità per i nostri studi teologici, per appartenere a una classe superiore… Può succedere che pretendiamo ossequio, i primi posti, essere serviti: ci presentiamo come dei capi, invece che come dei servi. Davanti all’altro Gesù ci invita a spogliarci del nostro orgoglio, delle nostre ricchezze culturali, per farci piccoli, vuoti di noi stessi, pronti a imparare dall’altro, perché abbiamo sempre da imparare qualcosa dall’altro, dalla cultura dell’altro. Se ci presentiamo davanti all’altro ricchi della nostra cultura saremo incapaci di accogliere davvero l’altro. Non possiamo considerare un tesoro geloso la nostra cultura, ma siamo invitati a spogliare noi stessi (ekenōsen).

La seconda tappa dell’inculturazione vissuta da Gesù sono i 30 anni di nascondimento, di silenzio, di apprendimento nel lavoro quotidiano a Nazaret. Non gli era bastato svuotare sé stesso, occorreva che si lasciasse riempire dalla cultura umana, giorno dopo giorno. Gesù ha voluto imparare vivendo in un ambiente semplice, umile, povero. Come ci ricorda il Concilio Vaticano II, egli «ha lavorato con mani d'uomo, ha pensato con intelligenza d'uomo, ha agito con volontà d'uomo, ha amato con cuore d'uomo. Nascendo da Maria vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché il peccato (Cf. Eb 4,15)» (Gaudium et spes, 22).

 Anche qui potremmo domandarci: Fino a che punto sono disposto a entrare in un’altra cultura fino a essere in tutto simile ad esso, fuorché nel peccato? Nella nostra storia tanti missionari si sono sentiti dire dalla gente: sei uno di noi!

La terza tappa dell’inculturazione di Gesù sono stati i tre anni di missione in mezzo al suo popolo. Ora che ha assimilato e fatto proprio il linguaggio del suo popolo, Gesù può parlare. Conosce tutto: il modo di lavorare la terra e di pescare, come le donne impastrano il pane, come sono le feste di nozze e i giochi dei bambini, come i giudici amministrano la giustizia e come agiscono i potenti, quali sono i rapporti tra padre e figli… Conosce la bellezza delle stagioni, i fiori del campo… Adesso che è un uomo come gli altri uomini, un ebreo come tutti gli ebrei del suo tempo, adesso può parlare, insegnare anche le cose della sua cultura originaria, quella del cielo. E la gente capisce, ed è meravigliata, si sente compresa: “Mai un uomo ha parlato come questo uomo”.

Anche noi potremo e dovremo annunciare il Vangelo, ma dovremo avere imparato ad essere vuoti davanti all’altro, aperti ad accogliere, dovremmo conoscere la vita, le attese, i problemi dell’altro, avere condiviso le sue gioie, i suoi dolori: essere uno di loro, come ha fatto Gesù con noi. L’aveva imparato bene Paolo, che si era fatto ebreo con gli ebrei e greco con i greci, con la legge e senza la legge… tutto a tutti.


domenica 19 luglio 2026

Folklore di mezza estate

A Cutigliano, sull’Appennino toscano, si rinnova come ogni estati la festa medievale. 

È bello vedere il popolo in festa. 










sabato 18 luglio 2026

Con il monaco buddista Phra Pittaya

«Restare concentrati sul presente, avere la mente protesa a fare una sola cosa alla volta». «Essere grati per le cose che accadono, anche se non sono quelle ti saresti aspettato». Parole brevi, pronunciare col sorriso sulle labbra. Così Phra Pittaya, il monaco buddista tailandese che incontro a Loppiano, al centro di spiritualità Claritas. Da 26 anni vive in monastero, dopo aver lavorato come direttore di un supermercato.

Da qualche anno ha lasciato il grande tempio e il monastero - di cui continua comunque a fare parte - e si è riturato nella foresta, in mezzo a una etnia tradizionale, per vivere con maggior purezza e povertà l'ideale monastico buddista. «Volevo diventare un monaco bravo - confida - ma non ci sono riuscito. Ho vissuto tanti anni con questo dolore. Poi ho incominciato ad accettare me stesso, a sanare le mie ferite, a curare il mio respiro e ad accogliere le differenze che sono attorno a mе».

Alla Claritas di Loppiano: «Mi trovo bene, tutti i religiosi sono simpatici. Si sono preparati con cura per non fare quello che è sconsigliato verso di me, ad incominciare dagli abbracci… Stare insieme non vuol dire che ci capiamo sempre. Siamo diversi e quando ci sono difficoltà non cerco mai una risposta fuori, ma dentro di me. I problemi nascono dal cuore, da dentro, perché non abbiamo un cuore abbastanza grande». E aggiunge: «Si può crescere insieme e fiorire insieme, donando la bellezza di ciascuno. La sofferenza è il concime per far fiorire il fiore che è dentro il cuore».
Anche questa mattina ha partecipato con me alla Messa alla Theotokos. «Vengo per essere vuoto del mio essere buddista e accettare di essere cristiano dentro di me. Desidero cogliere l'amore di Dio e di tutti per farlo entrare dentro di me».

venerdì 17 luglio 2026

L'agape di Luce Ardente

Questi giorni sono ospite alla Claritas di Loppiano. Nella sala degli incontri guardo i ricordi che Luce Ardente ha voluto lasciare per continuare ad essere presente qui nella Cittadella. Un grande poster racconta la sua storia:

«Luce Ardente (Phra Mahathongrattana Thavorn) nasce il 17 gennaio 1944 a Paa' Phai, Lee, provincia di Lamphun nel nord della Thailandia (anno 2487 dell'era buddhista). Diventa novizio a 13 anni, dopo la morte del padre, e viene ordinato monaco buddhista nel 1964 al tempio di Wat Muangton. Consegue una laurea in filosofia, una laurea magistrale in religioni comparate e due dottorati sullo studio delle religioni.

Nel 1994 viene in contatto con il Movimento dei Focolari, invitato alla Giornata Mondiale della Gioventù di Manila, dove incontra Giovanni Paolo II. Soggiorna alla cittadella "Mariapoli Pace" di Tagaytay: li resta colpito dalla semplicità e dall'accoglienza dei focolarini e chiede di conoscere Chiara Lubich. L'incontro avviene nel 1995 in occasione del Genfest di Roma: Phra Mahathongrattana resta toccato dal profondo ascolto di Chiara e dal suo sincero interesse per il buddhismo. Più tardi egli ricorderà: "Questo è l'amore. Sono monaco da tanti anni, ma mai ho conosciuto questo tipo di amore. Chiara era una persona speciale, altrimenti non avrebbe avuto così tanti discepoli in tutto il mondo. Non portava le persone dietro a sé, ma dietro il suo grande Ideale dell'unità".

Chiara lo chiamerà "Luce Ardente": nome che rispecchia la spiritualità buddhista, che parla molto di luce, quella stessa luce che lui dirà vedere nel volto di Chiara. Luce ardente la chiamava davanti a tutti e con riconoscenza: "Mamma Chiara". Nel 1996, alla Claritas di Loppiano vive due mesi di fraternità che lo segnano profondamente. Da allora si dedica al dialogo interreligioso: accompagna monaci nei focolari, diffonde tra i cristiani la meditazione Vipassana e, dopo una forte esperienza nella chiesa di Nemi, parla di Gesù crocifisso come simbolo d'amore. Costruisce ovunque rapporti di rispetto e amicizia tra fedi diverse, viaggiando dal Messico agli Stati Uniti e all'Australia, passando sempre dai focolari, sentiti come la sua famiglia. Anche di fronte a incomprensioni per la sua apertura, risponde con pazienza e senza mai giudicare.

Apostolo appassionato della fraternità universale, fedele alla tradizione buddhista, muore il 10 novembre 2025. Le sue ultime parole, ripetute ai focolarini sono: "Uniti sempre". Chiede che le sue ceneri siano divise tra Thailandia e Loppiano, vicino a "Mamma Chiara"».

Ricordo la prima volta che ci incontrammo in Tailandia, nel 2001. Mi ricordò le parole che aveva sentito cantare in Italia: «Guarda alla croce e vedrai solo il dolore, ma lì troverai l’amore, Dio che muore per tutti noi».

Era l’esperienza vissuta nella chiesa di Nemi, dove aveva poi passato lunghi momenti in contemplazione dell’antico crocifisso a grandezze naturali ritratto in maniera molto realista. Quella scultura in legno di olivo, immagine della più alta sofferenza, è quanto di più lontano può esserci dall’universo buddista. Eppure proprio davanti a quella immagine Luce Ardente aveva scoperto che Dio è Amore. Davanti a quel crocifisso aveva portato anche il suo maestro Ajahn Thong Sirimangalo che, al suo ritorno in Thailandia, in un libro pubblicato nel 1996 con la riproduzione di due belle foto del crocifisso di Nemi, scrisse: «Ad un amore così grande di Gesù che ha voluto dare la sua vita per tutti noi non si può rispondere che con l’amore!».

Ci siamo incontrati altre involte sia qui in Italia che in Tailandia. Ma quella prima volta fu speciale. Prima di lasciarci mi abbracciò strettamente e mi ripetette la parola cristiana che andava va spiegando a tutti i suoi discepoli buddhisti: agape.

giovedì 16 luglio 2026

La più bella foto di Chiara

Sull’Avvenire una pagina intera è dedicata al 16 luglio 1949, che oggi si celebra a Fiera di Primiero con il conferimento, da parte del Comune, del premio internazionale “Tonadico città del Patto”. In tutto il mondo oggi si celebra questa festa di famiglia e ci si racconta, ancora una volta, di quel saldo indistruttibile legame con il quale Gesù Eucaristia unì per sempre Chiara e Foco, e subito dopo le prime focolarine e poi altri e altri ancora, a cascata, dilatando quel patto sul mondo intero.

La pagina dell’Avvenire, scritta da Carla Cotignoli, riporta al centro la più bella foto di Chiara, la stessa che ho scelto per la copertina del libro “Lacrime e stelle”. La ritrae radiosa, a Baita Segantini, con alle spalle le Pale di San Martino. È una foto luminosa, del 1951, che esprime la luce di quelle estati di Paradiso che si protrasse da luglio 1949 a ottobre 1951. Ed è una foto “corale”, con Chiara circondata dai primi compagni e compagne, quasi a confermare che quell’esperienza non era di una mistica isolata, ma di tutto un gruppo del quale anche noi, se vogliamo, possiamo fare parte.

Ho celebrato l’anniversario a Loppiano, dove sono stato invitato a parlare. Bello ricordare la prima Mariapoli nella prima “Mariapoli permanente”, che mantiene viva l’eredità degli inizi.

Davanti a me un pubblico vario, dai testimoni degli inizi a giovani che nulla sapevano del 1949, a famiglie provenienti dai quattro angoli del mondo che hanno richiesto sei traduzioni simultanee.

Perché raccontarsi storie di famiglia? Perché è il modo più bello per rinsaldare l’unità della famiglia. Come quando la mia mamma ci raccontava di quando il mio babbo andò dal suo babbo per chiederle la mano. “Non possiamo darle la dote”, disse il nonno, la cui famiglia era molto modesta. “Ma io non voglio una dote, io voglio la Rosanna”, gli rispose il mio babbo. E la mamma ci confidava la gioia silenziosa nel sentire quelle parole!

Perché iniziare proprio con una storia familiare? Per ricordare il valore dei racconti familiare, ma soprattutto per introdurre il discorso sulla “dote”, una parola e un tema sconosciuto ai più giovani. Ho infatti raccontato la storia di un matrimonio, delle “nozze mistiche” con le quali il Verbo sposò l’Anima (con la maiuscola! perché non era una singola “anima”, ma un “drappello” di anime!). Non fu il 16 luglio, ma il giorno seguente… Sì, quel giorno, 17 luglio 1949, Il Verbo sposò l’Anima in mistiche nozze, proprio come è avvenuto tante volte lungo la storia della Chiesa; solo che questa volta la sposa è Chiesa, unità di tante anime.

Ed è allora che, come si usava una volta, inizia il viaggio di nozze. Conosciamo l’espressione “viaggiare il Paradiso” – in proposito ho scritto un libro! Non si viaggia “nel” Paradiso, ma si viaggia “il” Paradiso, ossia si penetra e si vive ogni realtà in esso presente, così da esserne trasformati. Ebbene questo viaggio è un “viaggio di nozze”. Chiara ha l’impressione di essere condotta nelle realtà del Cielo dallo Sposo, che le mostra, come a sposa, ciò che ormai le appartiene, facendole vedere il Paradiso attraverso i suoi stessi occhi. «Sposo mio dolcissimo – la sentiamo esclamare –, troppo bello è il Cielo e Tu come un divino Amante, dopo le Mistiche Nozze..., mi mostri i tuoi possessi che sono miei». Per mesi lo Sposo mostrò alla sposa ciò che ormai le apparteneva, le fece vedere il Paradiso attraverso i suoi stessi occhi. La sposa, così ella scrive, «ama, vede, desidera ciò che ama, vede, desidera lo sposo».

Ma c’è, appunto, anche la famosa dote! Cosa porta in dote lo Sposo alla sposa? Nientemeno che “tutto il Paradiso”. Glielo mostra e glielo dona.

Ma anche la sposa deve portare al suo Sposo una dote. Ed egli ha le sue pretese! Esige come dote nientemeno che l’intera creazione. È l’invito a entrare nel mondo del lavoro, della politica, della vita sociale e familiare per assumerli pienamente nella propria realtà quotidiana.

Una mistica non aleatoria, evanescente, tutto cielo… Una mistica che entra nelle realtà della terra e le fa assume e le trasforma…

Guardo ancora quella foto radiosa del 1951 e mi sembra di vedere il cielo trasferito sulla terra.