Sabato Santo sono andato a trovarlo a Vermicino, nella nuova struttura per anziani e ammalati. Mi è dispiaciuto che, inchiodato sul letto, non potesse celebrare la Messa. “Domani è Pasqua - gli ho detto - Vengo a celebriamo insieme”. Così abbiamo fatto, io al tavolino della stanza, lui immobile nel letto sul quale avevo adagiato la stola sacerdotale… È stato il momento più bello, anche se poi sono tornato altre volte a trovarlo.
Adesso è partito, silenzioso, secondo il suo stile. Padre Giovanni Soddu, un altro Oblato che mi precede sulla via del Cielo.
Una vita da Oblato semplice: Vice parroco a
Oné di Fonte, (1980-1982), vice parroco, parroco e superiore a Villalba
(1982-1997), parroco a Tivoli (1997-2002), parroco e superiore a Bologna fino
al 20011, parroco a Maddaloni (2011), a Cagliari dal 2015, fino a quando, nel
2020 giunge a S. Maria a Vico, dove inizia il suo calvario…
Quando nel 1993 il superiore generale, p. Marcello Zago, andò
in visita alla comunità di Villalba, gli scrisse, delineando appieno il suo
ritratto: «Carissimo p. Giovanni Soddu, sono stato contento di incontrarti
e di ascoltarti, di vedere come eserciti la tua paternità nella parrocchia e
nella comunità. Ti ho trovato sereno e sicuro della tua identità, impegnato e
attento agli altri, generoso e fattivo. Irradi positivamente tra i confratelli
e tra la gente. Voglio ringraziarti per la tua fedeltà e generosità, per il tuo
amore per la Congregazione e il tuo zelo per le anime».
Qua e là, sui giornali, troviamo qualche traccia del suo
ministero. In occasione del 50° di fondazione della parrocchia di Bologna
scriveva nell’inserto dell’Avvenire dedicato alla diocesi: «Dall’Eucaristia
nasce la missione. La ricorrenza della fondazione ci spinge a fare memoria
della nostra storia, non per uno sterile guardare al passato, ma proprio per
prendere coscienza del cammino della Chiesa viva, sorta intorno all’Eucaristia,
nel nostro territorio, e impegnarci con ancora più decisione
nell’evangelizzazione e nella nostra personale conversione» (3 giugno 2007).
Da Tonara, nel suo paese di origine, quando era parroco a Cagliari, sul quotidiano “La Nuova Sardegna” racconta dei campi estivi che organizzava per i giovani: «Un campo di formazione e animazione. Formativo umano e spirituale, legato ad eventi di gioia e condivisone. Da un lato gli aspetti legati alla figura di Cristo, al suo esempio e dall’altro la derivazione concreta e nella vita quotidiana dei suoi principi, quali amicizia, uguaglianza, solidarietà e la vita di gruppo…
«Non sono mancati i momenti ricreativi e le attività pratiche. La sera si concludeva con la preghiera e poi animazione, con tanto di serata danzante, denominata Cristoteca, poi caccia al tesoro, caccia al vampiro... Entusiasti i ragazzi e i loro genitori. Mi auguro – conclude Padre Giovanni – che i ragazzi abbiano tratto un esempio di gioia e esperienza in questi momenti in cui è importante lavorare assieme a capire. Portiamo l’esempio di Cristo, che è gioia. Ma anche piccole esperienze che spero siano utilizzate come bagaglio di vita. Speriamo di proseguire su questa strada» (14 settembre 2017).
Quando uno dei nostri parte per il cielo mi piace leggere le
lettere ufficiali con le quale chiede l’ammissione ai voti perpetui o la
prima ”obbedienza”. Lettere formali, ma che una volta si scrivevano col cuore
in mano, in sincerità.
P. Giovanni il 22 settembre 1978 scrive al Provinciale
per chiedere di fare i voti perpetui. Un’occasione per «entrare in
comunione personale anche con lei e dirle che cosa significhi per me questo
fatto e come lo vivo.
«L'oblazione perpetua per me è un esplicitare davanti alla Chiesa ciò che da
anni ho sentito e maturato: donarmi totalmente e per sempre a Dio, mio unico
amore, unico scopo della mia vita. Prima di conoscere gli Oblati io volevo
semplicemente essere sacerdote. Il sacerdozio era per me la maniera più grande
per amare Dio e i fratelli. Incontrati gli Oblati, dalla loro testimonianza ho
capito che il modo di vivere il sacerdozio che Dio aveva posto in me non era
altro che la vita religiosa e missionaria. Così ho detto "sì" a Dio
che mi svelava pienamente la mia vocazione. Ed ora voglio dirglielo per sempre,
di fronte a voi che me lo rappresentate. Sono cosciente dell'amore di Dio per
me. Ed è sulla sua fedeltà che io "getto le reti" (Lc 5,5). Se
guardo me, mi accorgo di quanta strada devo ancora percorrere per rispondere un
po’ meglio al suo amore. Ma il suo amore in me è più forte del mio peccato e
della mia infedeltà. Io voglio guardare a Lui e non a me.
«E Lui mi chiama a guardare la Chiesa e il mondo e a consacrare la mia vita per
questo. Come non dare tutto me stesso alla Chiesa che, come il Fondatore, sento
chiamare a gran voce persone a cui affidare il suo ministero di salvezza, di un
mondo in sfacelo, chiuso in se stesso, vuoto di Dio e di valori autenticamente
umani? È il grido di Cristo Crocifisso che risuona nei tempi di oggi. Io che
sento questo grido, raccolgo l'invito della Madre Chiesa e rispondo
sacrificando tutto me stesso. E voglio rispondere come ha fatto il Fondatore,
che mi comunica il suo spirito.
«La forza per essere come devo essere, oltre che da Dio e dal Fondatore, mi
viene dall'unità con tutti i membri della Congregazione, che sento viva ed
impegnata ad annunciare con audacia il Vangelo. Sono contento di unire la mia
vita e il mio lavoro apostolico a quello di tanti altri uomini che credono e
vivono il mio stesso ideale. Sento la Congregazione come mia famiglia, e la amo
con le sue gioie e i suoi dolori, nei successi e nelle difficoltà, con le sue
conquiste e nelle sue contraddizioni.
«Con l'anima di Maria, mia madre e modello, e col suo aiuto mi metto a
disposizione di Dio, perché si compia in me la Sua Parola...»
Il 28 aprile 1980 la lettera al superiore generale per chiedere la prima
destinazione:
Rev.mo Padre Generale, … lo scopo della mia vita: annunciare al mondo, ai
poveri, chi è il Cristo. Quel Cristo che in questi anni mi ha fatto scuola e mi
ha formato un altro Se stesso, secondo il carisma del Beato Eugenio. Questo per
me è un atto di fede, perché mi accorgo anche dei passi che avrei dovuto fare e
che non ho fatto. Ma Lui è più forte dei miei limiti e mi chiama ora a
"entrer dans la lice et combattre jusqu'à l’extintion pour la plus grande
gloire de son très saint et très adorable Nom", come ci indica il Fondatore
nella Prefazione alle Regole. Voglio essere ogni giorno, per ogni fratello che
incontro, la presenza vivente del Beato Eugenio che per me è divenuto via di
Dio.
«… io ho nel cuore solamente di fare la volontà di Dio che mi è espressa da Lei
e dagli altri Superiori. Ho parlato diverse volte con il superiore e con il
padre spirituale sul mio orientamento futuro. Ho sempre detto loro che sento
piena in me la vocazione oblata come sacerdote. Quindi sarei felicissimo di
poter andare in missione fuori Italia. Ma ugualmente sarei contentissimo di
restare in Italia, se è qui che il Signore mi chiama ad annunciare la Sua
Parola di salvezza. Ciò che mi interessa di più è nel luogo e nella comunità
dove sarò ci aiutiamo insieme a svolgere il ministero da veri Oblati di Maria
Immacolata.
«… La mia salute non è della più robuste, a causa di una poliomielite avuta da
bambino, e forse questo può essere un impedimento perché io possa prendere
certi impegni nelle missioni estere. Questo fatto per me è un aspetto della
croce che cerco di abbracciare ogni giorno con gioia, sicuro che da essa
sgorgherà anche la vita per il mio ministero.
«… Io sono pronto a svolgere, secondo le mie possibilità, il ministero di cui e
dove la Congregazione ne ha più bisogno. Padre, gliel'ho comunicato altre
volte, ma ora lo scrivo ancora: uno degli aspetti più belli che io trovo nella
nostra Congregazione è che siamo tutti una grande famiglia e che ci impegniamo
perché i rapporti tra noi manifestino il nostro essere. Così ci ha fatti il
nostro Padre, il Beato Eugenio. Penso che questa sia la più grande testimonianza
che noi possiamo dare nella Chiesa al mondo. Ed io voglio impegnare tutte le
mie forze perché non manchi mai alla Chiesa e al mondo la nostra vita di unità.
Sento che mi appartiene il lavoro missionario che ogni Oblato svolge, in
qualunque parte del mondo. Ora unisco anche il mio, perché i poveri siano
evangelizzati, perché il Regno di Dio avanzi e venga presto in pienezza su
tutta la terra…»
Padre Giovanni ci ha lasciato un bel libretto, scritto insieme a Antonio
Camelo, sulla paternità di sant’Eugenio de Mazenod, che merita di essere
ripreso in mano e letto. La conclusione rispecchia p. Giovanni: «Amare col
cuore. Amare Dio sopra ogni cosa è, per ogni Oblato, ripercorrere le orme di
Eugenio ed esclamare con lui: “Felice, mille volte felice perché questo buon
Padre, malgrado la mia indegnità, ha spiegato su di me tutta la ricchezza delle
sue misericordie. Ce almeno recuperi il tempo perduto raddoppiando l’amore per
Lui. Tutte le mie azioni, i pensieri siamo dunque dirette a questo fine”».



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