domenica 26 luglio 2026

Padre Giovanni Soddu

 

Sabato Santo sono andato a trovarlo a Vermicino, nella nuova struttura per anziani e ammalati. Mi è dispiaciuto che, inchiodato sul letto,  non potesse celebrare la Messa. “Domani è Pasqua - gli ho detto - Vengo a celebriamo insieme”. Così abbiamo fatto, io al tavolino della stanza, lui immobile nel letto sul quale avevo adagiato la stola sacerdotale… È stato il momento più bello, anche se poi sono tornato altre volte a trovarlo. 

Adesso è partito, silenzioso, secondo il suo stile. Padre Giovanni Soddu, un altro Oblato che mi precede sulla via del Cielo.

Una vita da Oblato semplice: Vice parroco a Oné di Fonte, (1980-1982), vice parroco, parroco e superiore a Villalba (1982-1997), parroco a Tivoli (1997-2002), parroco e superiore a Bologna fino al 20011, parroco a Maddaloni (2011), a Cagliari dal 2015, fino a quando, nel 2020 giunge a S. Maria a Vico, dove inizia il suo calvario…

Quando nel 1993 il superiore generale, p. Marcello Zago, andò in visita alla comunità di Villalba, gli scrisse, delineando appieno il suo ritratto: «Carissimo p. Giovanni Soddu, sono stato contento di incontrarti e di ascoltarti, di vedere come eserciti la tua paternità nella parrocchia e nella comunità. Ti ho trovato sereno e sicuro della tua identità, impegnato e attento agli altri, generoso e fattivo. Irradi positivamente tra i confratelli e tra la gente. Voglio ringraziarti per la tua fedeltà e generosità, per il tuo amore per la Congregazione e il tuo zelo per le anime».

Qua e là, sui giornali, troviamo qualche traccia del suo ministero. In occasione del 50° di fondazione della parrocchia di Bologna scriveva nell’inserto dell’Avvenire dedicato alla diocesi: «Dall’Eucaristia nasce la missione. La ricorrenza della fondazione ci spinge a fare memoria della nostra storia, non per uno sterile guardare al passato, ma proprio per prendere coscienza del cammino della Chiesa viva, sorta intorno all’Eucaristia, nel nostro territorio, e impegnarci con ancora più decisione nell’evangelizzazione e nella nostra personale conversione» (3 giugno 2007).

Da Tonara, nel suo paese di origine, quando era parroco a Cagliari, sul quotidiano “La Nuova Sardegna” racconta dei campi estivi che organizzava per i giovani: «Un campo di formazione e animazione. Formativo umano e spirituale, legato ad eventi di gioia e condivisone. Da un lato gli aspetti legati alla figura di Cristo, al suo esempio e dall’altro la derivazione concreta e nella vita quotidiana dei suoi principi, quali amicizia, uguaglianza, solidarietà e la vita di gruppo…

«Non sono mancati i momenti ricreativi e le attività pratiche. La sera si concludeva con la preghiera e poi animazione, con tanto di serata danzante, denominata Cristoteca, poi caccia al tesoro, caccia al vampiro... Entusiasti i ragazzi e i loro genitori. Mi auguro – conclude Padre Giovanni – che i ragazzi abbiano tratto un esempio di gioia e esperienza in questi momenti in cui è importante lavorare assieme a capire. Portiamo l’esempio di Cristo, che è gioia. Ma anche piccole esperienze che spero siano utilizzate come bagaglio di vita. Speriamo di proseguire su questa strada» (14 settembre 2017).

Quando uno dei nostri parte per il cielo mi piace leggere le lettere ufficiali con le quale chiede l’ammissione ai voti perpetui o la prima ”obbedienza”. Lettere formali, ma che una volta si scrivevano col cuore in mano, in sincerità.

P. Giovanni il 22 settembre 1978 scrive al Provinciale per chiedere di fare i voti perpetui. Un’occasione per «entrare in comunione personale anche con lei e dirle che cosa significhi per me questo fatto e come lo vivo.
«L'oblazione perpetua per me è un esplicitare davanti alla Chiesa ciò che da anni ho sentito e maturato: donarmi totalmente e per sempre a Dio, mio unico amore, unico scopo della mia vita. Prima di conoscere gli Oblati io volevo semplicemente essere sacerdote. Il sacerdozio era per me la maniera più grande per amare Dio e i fratelli. Incontrati gli Oblati, dalla loro testimonianza ho capito che il modo di vivere il sacerdozio che Dio aveva posto in me non era altro che la vita religiosa e missionaria. Così ho detto "sì" a Dio che mi svelava pienamente la mia vocazione. Ed ora voglio dirglielo per sempre, di fronte a voi che me lo rappresentate. Sono cosciente dell'amore di Dio per me. Ed è sulla sua fedeltà che io "getto le reti" (Lc 5,5). Se guardo me, mi accorgo di quanta strada devo ancora percorrere per rispondere un po’ meglio al suo amore. Ma il suo amore in me è più forte del mio peccato e della mia infedeltà. Io voglio guardare a Lui e non a me.
«E Lui mi chiama a guardare la Chiesa e il mondo e a consacrare la mia vita per questo. Come non dare tutto me stesso alla Chiesa che, come il Fondatore, sento chiamare a gran voce persone a cui affidare il suo ministero di salvezza, di un mondo in sfacelo, chiuso in se stesso, vuoto di Dio e di valori autenticamente umani? È il grido di Cristo Crocifisso che risuona nei tempi di oggi. Io che sento questo grido, raccolgo l'invito della Madre Chiesa e rispondo sacrificando tutto me stesso. E voglio rispondere come ha fatto il Fondatore, che mi comunica il suo spirito.
«La forza per essere come devo essere, oltre che da Dio e dal Fondatore, mi viene dall'unità con tutti i membri della Congregazione, che sento viva ed impegnata ad annunciare con audacia il Vangelo. Sono contento di unire la mia vita e il mio lavoro apostolico a quello di tanti altri uomini che credono e vivono il mio stesso ideale. Sento la Congregazione come mia famiglia, e la amo con le sue gioie e i suoi dolori, nei successi e nelle difficoltà, con le sue conquiste e nelle sue contraddizioni.
«Con l'anima di Maria, mia madre e modello, e col suo aiuto mi metto a disposizione di Dio, perché si compia in me la Sua Parola...»

Il 28 aprile 1980 la lettera al superiore generale per chiedere la prima destinazione:
Rev.mo Padre Generale, … lo scopo della mia vita: annunciare al mondo, ai poveri, chi è il Cristo. Quel Cristo che in questi anni mi ha fatto scuola e mi ha formato un altro Se stesso, secondo il carisma del Beato Eugenio. Questo per me è un atto di fede, perché mi accorgo anche dei passi che avrei dovuto fare e che non ho fatto. Ma Lui è più forte dei miei limiti e mi chiama ora a "entrer dans la lice et combattre jusqu'à l’extintion pour la plus grande gloire de son très saint et très adorable Nom", come ci indica il Fondatore nella Prefazione alle Regole. Voglio essere ogni giorno, per ogni fratello che incontro, la presenza vivente del Beato Eugenio che per me è divenuto via di Dio.
«… io ho nel cuore solamente di fare la volontà di Dio che mi è espressa da Lei e dagli altri Superiori. Ho parlato diverse volte con il superiore e con il padre spirituale sul mio orientamento futuro. Ho sempre detto loro che sento piena in me la vocazione oblata come sacerdote. Quindi sarei felicissimo di poter andare in missione fuori Italia. Ma ugualmente sarei contentissimo di restare in Italia, se è qui che il Signore mi chiama ad annunciare la Sua Parola di salvezza. Ciò che mi interessa di più è nel luogo e nella comunità dove sarò ci aiutiamo insieme a svolgere il ministero da veri Oblati di Maria Immacolata.
«… La mia salute non è della più robuste, a causa di una poliomielite avuta da bambino, e forse questo può essere un impedimento perché io possa prendere certi impegni nelle missioni estere. Questo fatto per me è un aspetto della croce che cerco di abbracciare ogni giorno con gioia, sicuro che da essa sgorgherà anche la vita per il mio ministero.
«… Io sono pronto a svolgere, secondo le mie possibilità, il ministero di cui e dove la Congregazione ne ha più bisogno. Padre, gliel'ho comunicato altre volte, ma ora lo scrivo ancora: uno degli aspetti più belli che io trovo nella nostra Congregazione è che siamo tutti una grande famiglia e che ci impegniamo perché i rapporti tra noi manifestino il nostro essere. Così ci ha fatti il nostro Padre, il Beato Eugenio. Penso che questa sia la più grande testimonianza che noi possiamo dare nella Chiesa al mondo. Ed io voglio impegnare tutte le mie forze perché non manchi mai alla Chiesa e al mondo la nostra vita di unità. Sento che mi appartiene il lavoro missionario che ogni Oblato svolge, in qualunque parte del mondo. Ora unisco anche il mio, perché i poveri siano evangelizzati, perché il Regno di Dio avanzi e venga presto in pienezza su tutta la terra…»

Padre Giovanni ci ha lasciato un bel libretto, scritto insieme a Antonio Camelo, sulla paternità di sant’Eugenio de Mazenod, che merita di essere ripreso in mano e letto. La conclusione rispecchia p. Giovanni: «Amare col cuore. Amare Dio sopra ogni cosa è, per ogni Oblato, ripercorrere le orme di Eugenio ed esclamare con lui: “Felice, mille volte felice perché questo buon Padre, malgrado la mia indegnità, ha spiegato su di me tutta la ricchezza delle sue misericordie. Ce almeno recuperi il tempo perduto raddoppiando l’amore per Lui. Tutte le mie azioni, i pensieri siamo dunque dirette a questo fine”».

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