lunedì 4 novembre 2019

La nostra via di santità



Perché l’oblazione? Perché è la nostra via di santità.
In questo mese di novembre fa bene continuare a pensare alla santità.


Eugenio de Mazenod ha nutrito un desiderio sempre crescente di santità. L’ha desiderata per sé e per tutti coloro ai quali era rivolto il suo ministero: voleva condurre le persone ad essere prima ragionevoli, poi cristiani e infine aiutarli a diventare santi. L’ha desiderata per gli Oblati, che supplicava: «In nome di Dio, siamo santi”.
Ha creato la comunità oblata come un luogo di santificazione. Ci aiuteremo nella nostra “santificazione comune”, aveva scritto al suo futuro primo compagno, p. Tempier già nel 1815.
Ha abbracciato la vita religiosa come mezzo efficace di santificazione, ha scelto la missione come ministero nel quale santificarsi e santificare. Ha compreso e costantemente sottolineato l’intrinseco legame tra santità e missione. Ha vissuto in modo da raggiungere la santità.
Per lui infatti la santità è un divenire dinamico, un cammino costante che dura tutta la vita. Gli Oblati, leggiamo nella Prefazione, «devono lavorare seriamente a diventare santi, […] vivere […] in una volontà costante di giungere alla perfezione». «Nessun limita alla nostra santità personale», esclamava uni dei nostri superiori generali, p. Léo Deschâtelets leggendo questo testo.
Già nella Supplique adressée aux vicaires généraux capitulaires d’Aix, il primo documento programmatico della nuova comunità (25 gennaio 1816) Eugenio aveva scritto: «Il fine di questa società non è soltanto quello di lavorare alla salvezza del prossimo, dedicandosi al ministero della predicazione». I suoi membri «lavoreranno all’opera della propria santificazione conformemente alla loro vocazione».
La Prefazione della Regola del 1818 conferma: «lavorare più efficacemente alla salvezza delle anime e alla propria santificazione», «per la propria santificazione e per la salvezza delle anime».

Alla fine della vita, quasi a sintetizzare il proprio ideale di vita, scrive ai missionari del Canada: «prego ogni giorno perché la grazia di Dio vi mantenga tutti nella più alta santità. Non capirei altrimenti la vita di sublime dedizione dei nostri missionari».

Il suo non è rimasto un sogno. È divenuto una realtà: «Preti santi, ecco la nostra ricchezza!», diceva guardando la sua famiglia religiosa.
Queste parole testimoniano che la santità, nella congregazione degli Oblati, non è solo un ideale. Essa è stata vissuta da tanti dei suoi membri. La Chiesa ne ha riconosciuti ufficialmente 25 e un’altra schiera sta per essere proclamata santa. Per sant’Eugenio era normale ritenere che nella sua famiglia «tutti i membri lavorano a diventare santi nell’esercizio dello stesso ministero e nella pratica esatta delle stesse Regole». La morte santa degli Oblati era per lui la certezza che il suo ideale di vita poteva essere realmente vissuto: «La porta del cielo – scriveva in occasione della morte di p. Victor Arnoux, nel 1828 – si trova al termine del sentiero sul quale siamo incamminato».
Altre volte, guardando ai suoi Oblati, scrive: «In mancanza di virtù mie, mi vanterò di quelle dei miei fratelli e dei miei figli, e sono fiero delle loro opere e della loro santità».

L’esempio della santità di Eugenio e di tanti Oblati continui a tenere desto in noi il desiderio e l’impegno verso la santità. «Noblesse oblige - scriveva un altro superiore generale, mons. Dontenwill in occasione del primo centenario della Congregazione -. Figli e fratelli di santi, dobbiamo lavorare a essere santi noi stessi».

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