sabato 1 febbraio 2014

Apa Pafnunzio in libreria




Sta per giungere in libreria il libro con i detti di apa Pafnunzio.
Nel retro di copertina si legge:

«Il senso è nell’attimo del suo compimento.
Ed è già l’eternità».
Da antiche raccolte di detti e racconti arriva fino a noi,
attraverso i secoli, l’affascinante esperienza della vita di
sette immaginari monaci nel deserto, narrate da uno di
loro. Fuori dal tempo e dallo spazio, le loro vicende, i loro
pensieri, sono vicini ai nostri giorni, e parlano al cuore
degli uomini e delle donne di ogni tempo.

venerdì 31 gennaio 2014

Francesco, un papa “glocal” 3/3


Il vescovo di Roma, perché così locale, appare più che mai globale, nel superamento della tensione tra globalizzazione e localizzazione di cui parla al n. 235, per evitare i due estremi: un universalismo astratto da una parte, un museo folkloristico dall’altra. Il rischio maggiore sembra quello di lasciarsi intrappolare nel particolare, fino ad essere «condannati a ripetere sempre le stesse cose, incapaci di lasciarsi interpellare da ciò che è diverso e di apprezzare la bellezza che Dio dif­fonde fuori dai loro confini». Ed ecco la felice conclusione: «Il tutto è più della parte, ed è anche più della loro semplice somma. Dunque, non si dev’essere troppo ossessionati da questioni limitate e particolari. Bisogna sempre allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti noi. Però occorre farlo senza evadere, senza sradicamenti. È necessario affondare le radici nella terra fertile e nella storia del proprio luogo, che è un dono di Dio. Si lavora nel piccolo, con ciò che è vicino, però con una prospettiva più ampia». 

giovedì 30 gennaio 2014

Francesco, un papa “glocal” 2/3

Ho associato la parola “locale” a papa Francesco quando, dal primo istante della sua elezione, ha voluto dare rilievo al fatto che gli veniva conferito un compito d’ordine locale: era stato nominato vescovo di Roma.
Nello stessi tempo, quando nella sua Esortazione apostolica riferisce il pensiero dei diversi episcopati, il papa mostra di possedere uno sguardo e un interesse universali. L’affermazione del suo essere vescovo di Roma e della volontà di decentralizzazione, che colloca nuovamente al loro giusto posto gli episcopati locali, non contraddice la sua vocazione universale. Perché vescovo di Roma è pastore della Chiesa universale. Lo dice innanzitutto, anche se indirettamente, indirizzando la sua lettera a tutti i vescovi, presbiteri e diaconi, persone consacrate e fedeli laici. Si rivolge a tutta la Chiesa e a tutte le Chiese, mosso dalla sollecitudine universale che gli è propria. Inoltre, se cita gli episcopati mondiali, molto più cita i suoi predecessori, a cominciare da Paolo VI.

Proprio in questa Esortazione c’è un passaggio nel quale afferma esplicitamente questa sua missione “globale”, là dove invita a prestare attenzione e a essere vicini alle nuove forme di povertà e di fragilità. In esse siamo chiamati a «riconoscere Cristo sofferente, anche se questo apparentemente non ci porta vantaggi tangibili e immediati». Dopo aver enumerato varie povertà papa Francesco nomina i migranti che, appunto in quanto tali, non sono più localizzabili in una Chiesa locale, ma si ritrovano sbattuti da un Paese all’altro. Chi è il loro pastore? A questo punto ne rivendica l’appartenenza e rivela il suo cuore paterno capace di andare al di là delle frontiere: «I migranti mi pongono una particolare sfida perché sono Pastore di una Chiesa senza frontiere che si sente madre di tutti» (n. 210). Mentre scriveva queste righe avrà forse pensato alla sua visita a Lampedusa, o all’esperienza della propria famiglia naturale? La sua paternità qui si confonde con la maternità, che come tale abbraccia il mondo intero.

mercoledì 29 gennaio 2014

Francesco, un papa “glocal” 1/3


“Glocal”. Il neologismo coniato dal sociologo Zygmunt Bauman mi è venuto alla mente leggendo l’Esortazione apostolica Evangelii gaudium. La glocalizzazione o il glocalismo, barbara traduzione italiana, tendono a comporre globalizzazione e localizzazione come esigenze correlate della società contemporanea: tutelare e valorizzare identità, tradizione e realtà locali nel più ampio orizzonte mondiale.
Ho associato la parola “locale” a papa Francesco quando, dal primo istante della sua elezione, ha voluto dare rilievo al fatto che gli veniva conferito un compito d’ordine locale: era stato nominato vescovo di Roma. Tale si è subito dichiarato, la sera stessa, dalla loggia vaticana, rivolgendosi alla folla radunata in piazza san Pietro. Nel suo saluto ha volutamente omesso la parola “papa”, che richiama la funzione universale del ministero petrino. Da allora, come vescovo di Roma, nelle omelie e nei discorsi, ha continuato a usare esclusivamente la lingua italiana, nonostante sappia parlare altre lingue, a cominciare da quella materna, lo spagnolo. Tanti dei suoi gesti concreti tendono a demitizzare una immagine troppo ieratica del papa. Nell’Esortazione apostolica invita a non parlare «più del Papa che della Parola di Dio» (n. 38), affermazione ovvia, ma non molto ricorrente.
Come tiene a sottolineare che è vescovo di Roma, così papa Francesco mette sempre più in luce la responsabilità e la corresponsabilità degli altri vescovi locali, avvertendo, come afferma esplicitamente nell’Evangelii gaudium, «la necessità di procedere in una salutare “decentralizzazione”» (n. 16). Si tratta, a suo giudizio, di «una conversione del papato»: «A me spetta, come Vescovo di Roma, rimanere aperto ai suggerimenti orientati ad un esercizio del mio ministero che lo renda più fedele al significato che Gesù Cristo intese dargli e alle necessità attuali dell’evangelizzazione» (n. 32).
Nello stesso n. 32 ripete la necessità di «una conversione pastorale» da parte del papato e delle strutture centrali della Chiesa universale. Riferisce in proposito il pensiero del Concilio Vaticano II che le Conferenze episcopali, in modo analogo alle antiche Chiese patriarcali, «possono “portare un molteplice e fecondo contributo, acciocché il senso di collegialità si realizzi concretamente”». Ma questo auspicio «non si è ancora pienamente realizzato, perché non si è esplicitato sufficientemente uno statuto delle Conferenze episcopali che le concepisca come soggetti di attribuzioni concrete, includendo anche qualche autentica autorità dottrinale. Un’eccessiva centralizzazione, anziché aiutare, complica la vita della Chiesa e la sua dinamica missionaria».
Pochi numeri prima Francesco aveva affermato: «Non è opportuno che il Papa sostituisca gli Episcopati locali nel discernimento di tutte le problematiche che si prospettano nei loro territori. In questo senso, avverto la necessità di procedere in una salutare “decentralizzazione”» (n. 16). Analogamente scrive che «Non è compito del Papa offrire un’analisi dettagliata e completa sulla realtà contemporanea, ma esorto tutte le comunità ad avere una “sempre vigile capacità di studiare i segni dei tempi”» (n. 51).

Un ulteriore segno rivelatore della sua volontà di collegialità sono le frequenti citazioni e i riferimenti ai documenti dei vari episcopati che appaiono nella sua Esortazione. Prima di tutto alla V Conferenza generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi e al Documento di Aparecida del 31 maggio 2007; egli stesso ne aveva curato la redazione; ma anche al Documento di Puebla (23 marzo 1979). Riferisce inoltre il pensiero delle Conferenze episcopali e delle loro commissioni di studio degli Stati Uniti (n. 64, 220), Francia (n. 66, 205), Brasile (n. 191), Filippine (n. 215), Congo (n. 232), India (n. 250), Argentina (n. 263). Anche quando cita le esortazioni apostoliche post-sinodali pontificie, ha sempre cura di ricordare che sono stati i vescovi a suggerire quella o quell’altra affermazione, così per Ecclesia in Oceania, in Africa, in Asia, in Medio Oriente, in Europa.

martedì 28 gennaio 2014

La prova dell’esistenza del Paradiso

Sto leggendo la storia degli inizi degli Oblati, scritta nel 1871. Un breve capitolo traccia la biografia di uno dei primi giovani che si unì al gruppo iniziale e che, a causa della saluta fragile, rimase ad Aix per più di 40 anni. Divenne il padre spirituale della città, molti andavano a chiedere consiglio da lui, predicava nelle varie chiese della città…
Sono stato in archivio a cercare le sue carte e ho trovato un blocco di quaderni con note scritte a partire dal 1833, con una calligrafia bellissima e ordinata, su tanti temi che erano oggetto delle sue conversazioni e omelie. Leggerle è un’impresa perché la scrittura è piccola e sbiadita. Chissà quante cose belle ci sono. Nessuno leggerà mai quei fogli… Eppure rivelerebbero una persona di grande statura.
Così ho capito che deve esistere il Paradiso. Altrimenti tanta umanità andrebbe perduta per sempre. Il desiderio di conoscere in profondità p.Ippolito Courtès non può essere disatteso, deve realizzarsi, il Paradiso deve esserci! In Paradiso non ci saranno i suoi scritti, ma lui stesso, così come Dio lo ha pensato e voluto, nella pienezza del suo disegno realizzato. E come lui tanti altri… Sarà un Paradiso!
Come anticipo di Paradiso gusto una briciola dei suoi pensieri:
“Se non prega, il cuore si secca… Lo Spirito Santo è luce; è lui che dona i sensi per gustare il divino. Occorre dunque ritirarsi nel nostro cuore per amare e per pregare; là, ascoltiamo la parola di Dio e, dietro sua ispirazione, le azioni saranno più sante, l’ascendente sui fratelli più decisivo”.
“Mio Gesù, mia vita, mia luce, Verbo incarnato, posso ascoltarti senza credere in te? Tu la perfezione ideale, tu che hai vissuto e sei morto come Dio fatto uomo, ti abbraccio con tutte le forze della mia intelligenza, ti amo e ti benedico con tutte le forze del mio cuore”

lunedì 27 gennaio 2014

Eravamo liceali…

Fabio a sinistra, Oliviero a destra

3 luglio 1968. Erano appena iniziati gli esami di maturità classica. Il fotografo del giornale “Il lavoro”, poi incorporato nel quotidiano “La Repubblica”, scattò una istantanea a me e ad alcuni miei compagni. Da allora non li ho più rivisti.
Dopo quasi 50 anni ricompare improvvisamente uno di loro. Mi ha rintracciato tramite il mio blog e mi ha mandato una e-mail con alcune foto di allora. Quasi non mi riconosco in quel ragazzo liceale.
Scopro così che Oliviero Arzuffi è docente di letteratura italiana e consulente editoriale presso importanti realtà istituzionali, autore di numerosi testi riguardanti tematiche sociali. Tra i più conosciuti: Emarginazione A-Z; Alla ricerca dell'utopia; Oltre le sbarre; Poesia della vita. Oltre ai saggi di natura sociale è autore di Armaghedon (trilogia drammatica) e di Escaton, premio speciale della giuria a Stresa nel 1998.
La sua ultima opera, recentissima, si intitola “Caro Papa Francesco. Lettera di un divorziato”, Oltre edizioni, Sestri Levante 2013. In essa Oliviero, divorziato risposato, utilizzando la formula confidenziale della «lettera aperta» si rivolge, con tono rispettoso ma fermo, al Papa, invitandolo a rivedere la disciplina tuttora vigente nella chiesa cattolica. Ne fa una interessante sintesi il teologo moralista Giannino Piana sulla rivista “Rocca” del 15 Ottobre 2013.
Oliviero, in pagine suggestive e coinvolgenti, delinea gli stati d’animo che hanno il sopravvento in chi è andato soggetto a tale esperienza: dalla perdita dell’autostima all’affiorare di pesanti sensi di colpa (accentuati dalla presenza dei figli), dalla solitudine e dal disadattamento alla paura e alla trepidazione con le quali si va incontro alla nuova scelta.
Facendo riferimento alla propria esperienza diretta e rivendicando, nello stesso tempo, il diritto-dovere del laico di far sentire la propria voce nella chiesa – diritto-dovere ribadito peraltro con forza dai testi del Vaticano II –, si fa poi interprete del profondo disagio che affligge i divorziati risposati e propone una sua lettura dei testi evangelici nei quali distingue tra norma-precetto e norma escatologico-profetica. La prima ha il carattere di norma chiusa, alla quale occorre aderire incondizionatamente, senza alcuna limitazione; la seconda è, invece, una norma aperta, che va opportunamente mediata di fronte a situazioni particolari e che spinge costantemente l’uomo in avanti e lo sollecita ad un impegno di permanente conversione.
Non si tratta, certo, di rinunciare a ribadire con forza l’ideale verso il quale ogni cristiano deve tendere mettendo in campo tutte le proprie energie; si tratta, più semplicemente, di tenere in seria considerazione la complessità delle situazioni umane, non sottovalutando il fatto che l’amore coniugale è una realtà fragile, soggetta a molti condizionamenti, una realtà che va pertanto custodita con grande cura; e che, a sua volta, la fedeltà non è un dato acquisito una volta per tutte ma una conquista quotidiana.

Attendiamo tutti con fiducia il prossimo sinodo sulla famiglia per vedere aprirsi nuove prassi pastorali.

domenica 26 gennaio 2014

La comunità di Aix era veramente una famiglia

La stanza della prima comunità di Aix

Oggi domenica, abbiamo avuto modo di festeggiare il 198° anniversario dell’inizio della nostra comunità di Missionari Oblati di Maria Immacolata, nata ad Aix-en-Provence il 25 gennaio 1826. Uno dei primi membri ci ha lasciato la sua testimonianza entusiasta:

“La comunità di Aix era veramente una famiglia. Tutti vivevano della stessa vita, e tutti i cuori si aprivano sotto i raggi di un medesimo sole. Essi erano come riscaldati senza posa dall’affetto di un padre le cui attenzioni per tutti era ciò che di più attraente si può immaginare… Il “Cor unum et anima una” che il Fondatore raccomanda nelle Regole, come una delle caratteristiche della sua Congregazione, era veramente il segno distintivo di questa piccola comunità che cercava in mezzo a mille difficoltà esterne di gettare le sue prime radici per elevarsi in seguito sino al punto in cui a Dio sarebbe piaciuto innalzarla…
Le firme dei primi cinque nel documento di fondazione,
il 25 gennaio 1816
 I membri di questa piccola famiglia, stretti attorno al loro superiore, quasi come i pulcini sotto le ali della chioccia, offrivano uno spettacolo commovente per i legami di amore che unendoli al loro superiore li univa tra loro. Erano proprio l’immagine dei primi cristiani così come ce li rappresentano gli Atti degli Apostoli. Non c’era rivalità, né ricerca di se stesso, ne pregiudizi verso gli altri, ma la gioia e quasi l’orgoglio dei successi di un fratello… Era in piccolo la più perfetta comunione dei santi” (Jacques Jeancard, Mélanges historiques, p. 26‑29).

È una visione idealizzata? Se lo fosse (al pare di quella della prima comunità cristiana di Gerusalemme descritta da Luca negli Atti degli apostoli) vorrebbe dire che questa non è la descrizione di come era veramente la comunità alle origini, ma di come dovrebbe essere la comunità di sempre.