Secondo la tradizione cristiana Francesco d’Assisi è il
santo che più da vicino ha imitato Gesù. Dopo ottocento anni egli ispira ancora
non soltanto i suoi immediati seguaci – migliaia di uomini e donne che
compongono la “Famiglia francescana” – ma anche tantissimi altri cristiani.
Anzi, è amato, letto e seguito anche in altre religioni e persino in ambienti
culturali che non fanno riferimento ad alcun credo religioso. Ogni anno il
bollettino Bibliographia Franciscana segnala 7-8.000 titoli su san
Francesco e le origini del suo movimento.
Dovendo scrivere qualcosa sui di lui, oggi ho ritrovato alcune mie pagine scritte una ventina d’anno fa su come Francesco vede l’uomo, Dio, la natura. In questo ottavo centenario della sua morte le rileggo volentieri.
Nel Testamento, afferma che la sua esperienza inizia con l’incontro dei lebbrosi. Lo
racconta diffusamente, appena tre anni dopo la morte del Santo, il suo compagno
Tommaso da Celano: «La vista dei lebbrosi… gli era prima così insopportabile,
che non appena scorgeva a due miglia di distanza i loro ricoveri, si turava il
naso con le mani». Ma ecco che «un giorno incontrò un lebbroso: [Francesco]
fece violenza a se stesso, gli si avvicinò e lo baciò». Da allora «il Santo si
reca tra i lebbrosi e vive con essi, per servirli in tutto per amor di Dio.
Lava le parti putrefatte e terge anche il sangue corrotto delle piaghe ulcerose»
(1 Celano, 17).
Francesco ha circa 25 anni quando, come scrive lui stesso, è
“condotto dal Signore” tra i lebbrosi (2Testamento,
1). Nel loro volto disfatto, emblema di ogni povertà e miseria umana, egli
scopre il volto di Cristo che si identifica con ogni persona, specialmente con
i poveri e gli ultimi. «Quando vedi un povero – diceva ai frati – ti è messo
innanzi lo specchio del Signore e della sua Madre povera» (2 Celano, 85).
Prima nei lebbrosi e nei poveri, poi in tutti gli uomini e
le donne, egli scorge il volto del Figlio di Dio. Di qui l’invito rivolto a
tutti: «Considera, o uomo, in quale sublime condizione ti ha posto il Signore
Dio, poiché ti ha creato e formato a
immagine del suo Figlio diletto secondo il corpo, e a similitudine di lui secondo lo
spirito» (Ammonizioni, 5,1).
L’uomo, per Francesco, diventa icona di Dio, creato con una
dignità senza eguali. Dio «a noi ha dato e dà tutto il corpo, tutta l’anima e
tutta la vita» (Regola non bollata,
23, 8). Francesco non conosce dualismi: l’uomo, in tutta la sua integrità e
totalità, è opera di Dio. Dio gli affida anche il compito di continuare la sua
opera; agisce con parole e opere in lui e attraverso di lui, per poi condurlo
alla meta della piena comunione con sé (Regola
non bollata, 17, 6).
Francesco conosce anche i limiti e i peccati dell’uomo:
siamo «miseri e peccatori» (Regola non
bollata, 23, 5). Se Dio ci ha creato simili a lui e per la comunione con
lui, «noi per colpa nostra siamo caduti» (Regola
non bollata, 23, 2), ci siamo staccati da Dio, resi autonomi,
autosufficienti, appropriandoci della nostra volontà ed esaltandoci per i beni
che il Signore manifesta e opera in noi (Ammonizioni,
2, 3). Per questo l’urgenza di un itinerario di conversione per giungere a
recuperare l’interezza della persona e della sua vocazione, che Francesco
avverte per sé e per gli altri. Egli vede l’altro non soltanto nel suo stato di
dignità e di miseria, ma come un fratello o una sorella da amare, servire, per
camminare insieme fino alla realizzazione del proprio essere in Dio.

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