Il mio terzo libro? In effetti non è proprio un libro, ma la pubblicazione di un estratto – 100 pagine – della rivista “Claretianum”: Fisionomia e natura della comunità oblata nel periodo di fondazione (1815-1818), “Claretianum” 16 (1976) 173-275. Si tratta della mia tesi di licenza.
Avevo frequentato il biennio di ecclesiologia al Laterano,
ma non ero riuscito a scrivere la tesi perché mi ero dovuto occupare della
preparazione della beatificazione del Fondatore. Avevo seguito un corso sul
capitolo VI della Lumen gentium ed ero rimasto affascinato dal
professore, che tra l’altro insegnava al Claretianum. Pensai così di proseguire
lo studio di un anno e di prendere la licenza in teologia della vita consacrata
seguendo quel professore al Claretianum.
Decisi di affidarmi al professore di storia, Mainka. Mi
presentai a lui dicendogli che mi sarebbe piaciuto svolgere il tema della
comunità oblata. Lui mi disse semplicemente: “In quanti volumi?”. Mi fece
capire che per un tema di licenza occorreva delimitare molto il campo di
ricerca. Così scelsi il periodo di fondazione (1815-1818). Mi fu proposto di
pubblicare il lavoro sul periodico “Claretianum”, che pensò poi a tirare un
centinaio di copie a parte. Quando lo vide il professore di storia del
Laterano, Galuzzi, mi disse che il titolo adatto sarebbe stato: “La comunità
delle origini”… Pazienza. Intanto cominciavo a farmi le ossa…
Nell’introduzione scrivevo:
(…) Questo studio dovrebbe abbracciare un arco di tempo compreso
tra la nascita della comunità e la stesura definitiva della regola con la
approvazione pontificia. Si tratterebbe di percorrere un periodo di dieci anni,
dal 25 gennaio 1816, al 17 febbraio 1827. È in questo momento, infatti, che la comunità
viene delineandosi nei suoi tratti principali, anche me poi si assiste ad un
ulteriore e considerevole sviluppo, specialmente in seguito alle
missioni estere. Ho creduto però opportuno limitare il presente lavoro, alla
ricerca del progetto di comunità che de Mazenod si era proposto di realizzare
con la creazione dei Missionari di Provenza, seguendone i primi sviluppi,
determinati dalla traduzione in concreto di questo progetto. La trattazione
prende quindi, in considerazione il breve periodo di tempo che intercorre tra
la vigilia della fondazione e il primo capitolo del 1818 quando, con
l’introduzione dei voti, il gruppo dei missionari acquista la caratteristica di
istituto religioso. (…) Si trattava infatti di vedere se la
comunità, come tale, fosse un elemento essenziale nel progetto apostolico di de
Mazenod, oppure solo un elemento marginale. Si trattava, ancora, di scoprire,
qualora fosse risultata positiva questa prima ricerca, il volto
della comunità.
(…) Anche in questo caso ho voluto limitare la ricerca
principalmente agli scritti di de Mazenod, ideatore e anima della comunità. È
stato detto che de Mazenod non era uno scrittore: «Uomo d’azione non aveva
tempo per scrivere, non ne ha mai avuto l’intenzione, non si poneva nemmeno il
problema». Sta di fatto che ci ha lasciato migliaia di scritti, quasi tutti
inediti, comprendenti lettere, note di pietà, diario, documenti amministrativi,
appunti per la predicazione, ecc. (…)

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