domenica 16 ottobre 2016

I racconti di Cafarnao in coreano



E' il mio quarto libro tradotto in coreano: Parlaci di Lui. I racconti di Cafarnao.
L'ha tradotto Pancrazia Chunshim Kuk, una coreana che pochi anni fa ha scritto una bella tesi di dottorato sotto la mia guida, poi pubblicata da Città Nuova, un'opera che nella Prefazione ho definito "ponderosa e insieme leggerissima".

"Lo seguimmo, giorno dopo giorno, nel suo andirivieni per le vie di Galilea, quasi tessessimo con Lui una rete grande per tutti raccogliere. Altre donne ancora s’aggiunsero a noi. Lo seguimmo mettendo a disposizione sua e dei suoi discepoli ogni nostra sostanza. Servivamo Lui e la sua missione. Fedeli noi più degli uomini suoi discepoli. Nella nostra fragilità di donne e nullità arrivammo dove loro, gli uomini forti, non osarono giungere. Tutti loro, nel momento della prova suprema, abbandonarono il Maestro. Noi sole restammo con Lui, fino alla fine, sostenute dalla forza dell’amore e di Lui fummo le prime testimoni".

Chissà come suonano in coreano le parole di questa donna discepola di Gesù?

sabato 15 ottobre 2016

Pregare sempre, senza stancarsi. È possibile?



 
Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai…

Pregare sempre. Come si fa? Neanche i monaci pregano sempre. I loro orari del coro sono prolungati: si alzano di notte, iniziano presto al mattino, interrompono il lavoro con frequenti salmodie. Ma non pregano sempre, hanno anche altre mansioni da svolgere. Ci hanno provato i monaci del monte Athos e i santi russi, ripetendo in continuazione: «Signore, Figlio di David, abbi pietà di me peccatori».
Noi siamo gente normale. La vita di ogni giorno ci domanda un inserimento attivo nei nostri ambienti: il lavoro, la famiglia, le attività quotidiane. Anche se cerchiamo di non farci fagocitare dalla frenesia della società in cui viviamo, siamo ben impegnati da mattina a sera. Il tempo per pregare sappiamo ritagliarcelo, ma... “sempre”!
Pregare sempre non significa però infilzare una preghiera dietro l’altra, moltiplicandole all’infinito. La preghiera è un’attitudine del cuore, un orientamento dell’anima: sapere che Dio è presente e vivere con lui, di lui, per lui.


Al risveglio lo trovo accanto, mi riconosco frutto del suo amore; riscopro con incanto che ogni persona e cosa attorno sono un dono suo, sempre rinnovato. Allora mi ridono a lui e tutto gli dono del giorno che nasce. Sarà tutto per lui, solo per lui. Se, col passare delle ore, ogni azione sarà secondo la sua volontà, sarà amore e ogni azione, fatta amore, sarà preghiera.
Pregare sempre vuol dire volere ciò che Dio vuoi e così lasciarlo vivere in me; vuol dire far tutto nell’amore, far tutto per amore.
Amare è pregare. Pregare è amare.
Ma quante deviazioni, lungo la giornata, da questo cammino.
Allora ricordo che egli è lì, accanto, e mi allineo di nuovo sulla sua volontà, ravvivo l’orientamento del cuore: per te!

Pregare senza stancarsi mai?
Questa parola, «senza stancarsi mai», indica insistenza o confidenza? Se la preghiera è un rapporto di amicizia, di intimità, di fiducia, allora posso parlargli di tutto, affidargli gioie e preoccupazioni, sogni e desideri, mettere nel suo cuore ciò che mi sta a cuore. E anch’egli parla e mi fa capire che forse quanto gli sto chiedendo non è nei suoi piani e mi aiuta ad accogliere e a fare mio il suo pensiero. Così la mia preghiera cambia, come anche Gesù l’ha cambiata nell’Orto degli Ulivi: chiedeva con insistenza di non bere il calice e poi ha capito che non era quello il progetto del Padre su di lui.
La preghiera riprende e non si stanca mai di chiedere, con amicizia, intensità e fiducia, che si compia la tua volontà, in cielo come in cielo.


giovedì 13 ottobre 2016

Giovanna Calmo: il senso della morte e della vita


Il 14 settembre, la mattina nella quale iniziava il Capitolo generale, motiva d’infarto Kennedy Katongo.
L’11 ottobre, durante la messa di chiusura del Capitolo generale, moriva d’infarto Giovanna Calma, COMI di Catania.
Due sigilli di valore per un grande evento.

Coscienti oppure no, il senso della vita è proprio la morte. “Senso” nel significato di direzione. Fin dalla nascita siamo incamminati verso quella meta. Spesso facciamo di tutto per non ricordare dove siamo diretti, per esorcizzare la morte, procedendo senza una meta. Ma non si intraprende un viaggio senza una meta, sarebbe un girovagare insulso. Il “senso”, la direzione della vita – la morte – è ciò che le dà “significato”. Non è un assurdo affermare che si vive per morire. Lo sarebbe se la morte fosse la fine cieca della vita, l’accesso al nulla. Essa è piuttosto una porta che si spalanca sul cielo, il luogo a cui siamo chiamati dalla nascita.
“Per tutti la morte ha uno sguardo”, scriveva Cesare Pavese in una celebre poesia, “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”. Per lui erano quelli dell’amata Constance Dowling. Al Petrarca, come scrive nei Trionfi, la morte non faceva paura perché essa aveva toccato Laura.
I veri occhi della morte sono quelli del Signore ed essa non fa paura perché prima ha toccato lui stesso, che è morto per raggiungerci nel momento della morte. Se egli è morto, posso morire anch’io. Se egli ha fatto propria la morte, essa non mi fa più paura: è soltanto l’incontro con lui che viene a prendermi per unirmi a sé per sempre. Gesù è salito al cielo per prepararci un posto e lì ci aspetta.
Perché parliamo così poco della morte, dell’incontro con Gesù, del cielo, del paradiso? Soltanto in questo vi è la risposta appagante del desiderio, capace di inverare, nella radice più profonda, ogni altro desiderio. In ogni persona è presente l’anelito all’incontro con Dio, ma come un fuoco sotto la cenere: va rinfocolato. Ogni morte, attorno a noi, dovrebbe smuovere le braci e riattizzare il fuoco, il desiderio del cielo.
Qua siamo accampati, come profughi sotto le tende che non vedono l’ora di tornare a casa, quella vera, il Paradiso, dove non ci sarà più né lutto né pianto, come ci dicono le Sacre Scritture.
La morte è una porta che si spalanca sulla realtà vera e immette al cospetto di Dio. Anche chi ha dubitato o chi non ha mai creduto, finalmente potrà incontrarlo. Non più la zavorra del dubbio, dell’incredulità, ma neppure degli attaccamenti che mortificano lo slancio verso l’abbraccio. Saremo davanti a lui, Dio “ricco di misericordia e grande nell’amore”. Dopo tanta lontananza potremo riabbracciarci.


martedì 11 ottobre 2016

WhatsApp di apa Pafnunzio


Non gli sembrava una tecnologia adatta per lui, avrebbe potuto distrarlo e portarlo fuori dal suo deserto. Ma da quando i nipoti, dopo tanto insistere, gli avevano caricato WhatsApp sul cellulare s’era accorto che poteva essere uno strumento utile per tenere viva la comunione. Non disdegnava, di tanto in tanto, di usarlo per rendersi presente là dove riteneva più utile.

Quella mattina, dopo aver inviato uno dei soliti brevissimi e veloci messaggi, si chiese, sorridendo: “E se dovessi inviare un messaggio via WhatsApp a Dio, che gli scriverei?”. Non era poi una domanda tanto peregrina: da secoli, senza tante tecnologie, i messaggi volevano celeri verso il cielo; li chiamavano giaculatorie, lampi di luce e palpiti d’amore, dolci, appassionati e intensi come un bacio.
Gli bastò chiudere un attimo gli occhi e il messaggio partì immediato, senza neppure dover digitare una parola, senza neppure formulare una parola… e la risposta arrivò più veloce della luce.

Questo “detto” di apa Pafnunzio è chiaramente un apocrifo. L’ho trascritto lo stesso.


lunedì 10 ottobre 2016

Con gli Oblati nella “Sicilia incantata”



Il breve soggiorno palermitano si è concluso con una mattinata assieme alla comunità oblata. Dopo diverse sedi storiche, da 15 anni è nella borgata di Villagrazia, con la bella chiesa di santa Maria della Grazia. Una comunità lanciata in una missione dalle molte facce, ma che si caratterizza soprattutto per il servizio agli immigrati, sempre più numerosi in città.
È un esempio di realizzazione di ciò che il papa si aspetta dagli Oblati, come ci ha detto pochi giorni fa: «È importante lavorare per una Chiesa che sia per tutti, una Chiesa pronta ad accogliere e accompagnare! Il lavoro da compiere per realizzare tutto ciò è vasto; e anche voi avete il vostro specifico contributo da offrire… Il campo della missione oggi sembra allargarsi ogni giorno, abbracciando sempre nuovi poveri, uomini e donne dal volto di Cristo che chiedono aiuto, consolazione, speranza, nelle situazioni più disperate della vita. Pertanto c’è bisogno di voi, della vostra audacia missionaria, della vostra disponibilità a portare a tutti la Buona Notizia che libera e consola».


Mi hanno offerto anche un tocco delle bellezze paesaggistiche dei dintorni, portandomi, velocemente, fin sulla Piana degli Albanesi, a Portella delle Ginestre, luogo dell’eccidio dei contadini del Bandito Giuliano, nella Valle dello Jato, tra montagne e picchi di sapori arcaici, con orizzonti di poesia.
Bella di monumenti e di natura, di storia e di genti, questa Sicilia. Ecco perché sant’Eugenio la chiamava “Sicilia incantata” e se l’è portata in cuore tutta la vita.