sabato 14 febbraio 2026

Mario Borzaga e la Regola

 

In un vecchio quaderno degli anni Cinquanta sono annotate, da mano ignora, una serie di conferenze di p. Drouart: “Lo spirito delle Nostre Sante Regole”. In esergo si legge: “Chi ama e vive le C.C.R.R. ama il B. Eugenio, ma non tutti quelli che amano il B. Eugenio amano e vivono le C.C.R.R.”.

La prima parte della frase è significativa. Tanti Oblati in quegli anni conoscevano poco o niente del Fondatore, eppure tanti sono divenuti grandi missionari… Su cosa si formavano? Non avevano gli scritti del Fondatore e conoscevano poco o niente della sua biografia. Ma avevano la Regola, nella quale sant’Eugenio ha messo tutta la sua anima. Quelle note di p. Drouart – che come vedremo anche p. Mario Borzaga ha ascoltato, sempre con il suo solito senso critico – dicevano: «Cos’è dunque per noi oblati la S. Regola? Non è un libro di prescrizioni, di restrizioni volitive, ma è il nostro codice di perfezione, di santità, di apostolato. Fra il susseguirsi matematico degli articoli circola uno spirito, del resto frequentemente espresso, che è l’anima della nostra vita apostolica e religiosa».

Mentre anni fa scrivevo la biografia di p. Mario Borzago, mi meravigliavo di non trovare mai nei suoi scritti il nome di Eugenio de Mazenod o un suo riferimento. Nessuno gliene aveva parlato. Allora compresi che nella Regola p. Mario aveva trovato quanto bastava per la sua formazione. Lo stesso per tanti altri missionari. Ma davvero la Regola di sant’Eugenio è stata importante nella vita di p. Mario?

Il 21 novembre 1956 faceva la sua oblazione perpetua. Il giorno prima, con il suo tipico stile scanzonato e insieme estremamente serio, pensa a cosa farà con la professione: «Gli darò una stretta di mano [a Gesù], così di passag­gio, dato che anche il 21 novembre è uno dei tanti 365 giorni del cinquantasei. Quasi indifferentemente, ma so che Gesù non lascerà la mia mano per tutta la mia vita, a meno che con l’al­tra non gli dia una pugnalata». Difatti Gesù l’ha tenuto stretto per mano fino al martirio.

Il giorno seguente racconta come ha vissuto la sua professione: «Alla Comunione ho recitato ad alta voce con fermezza la mia oblazione perpe­tua, e mi sono meravigliato di non tremare per nulla, nemme­no per il freddo. (…) Poi mi hanno imposto la croce, lo scapolare, mi hanno dato la Regola: Hoc fac et vives. Se farò questo vivrò, e ho perciò deciso che finché vivrà farò senz’altro questo e null’altro. Poi un abbraccio gene­rale a tutti i confratelli». Ed ecco spunta finalmente anche l’autore della Regola!: «Il Fondatore fra di noi non c’era, ma avrei voluto che ci fosse stato per abbracciare anche lui».

Il 17 febbraio 1957 torna il pensiero alla Regola, vista come espressione e sintesi del Vangelo: «Domenica. Vacanza grande: è l’anniversario del­l’approvazione delle Regole. Il P. Superiore, stamane, ha parla­to così bene della Regola, strada del cielo. Luce, amore, San­gue, simbolismi, e realtà care a Giovanni, Via, Verità, Vita, Croce, nomi sacri del Vangelo per me sono la Regola e perciò è Santa. Qui è la strada che conduce a Cristo. Tutta la bellezza del Vangelo: il cammino dei discepoli di Emmaus, la notte di Nicodemo, il colloquio al pozzo, la sera della Pasqua, il pomeriggio ai piedi della Croce, li potrò rivive­re praticando la Regola. Questo il Vangelo, se per Vangelo in­tendo ancora l’annuncio del Cristo alle genti, se per Vangelo in­tendo quella raccolta di precetti e consigli che conducono alla santità, alla Vita eterna, me e le anime che mi avvicineranno. Non devo e non voglio cercare Gesù altrove se non là dove me l’addita la Chiesa cattolica, sua Sposa vermiglia: quam ac­quisivit sanguine suo».

Vede la Regola anche come espressione della Chiesa: obbedire alla Regola sarà un modo per vivere la fedeltà alla Chiesa «”Parla il Papa”, ma non solo dalla loggia Vaticana, alla Radio, ma per me solo da questo libretto, dalle pagine di un libretto che lascio spesso in fondo al banco a sonnecchiare e nel cuor mio a dormire della grossa. “Credo nella Chiesa cat­tolica”: lo dico tutti i giorni, e perciò credo alla Regola. È dif­ficile a praticarsi, ma Gesù non ha mai dato per facili i suoi precetti, né la Chiesa ritiene uno scherzo il martirio… La Regola mi offre l’occasione di non essere un parassita dell’Eucaristia. Se devo vivere la mia Messa, ossia il Sacrificio, la Regola mi offre uno splendido allenamento… nella Regola, che il Cri­sto mi mette in mano, trovo la via più semplice ed adatta per ottenere la Fede e l’Amore capaci di superare la prova finale».

Forse p. Mario non ha mai letto la lettera del 18 febbraio 1826 che sant’Eugenio aveva indirizzato agli Oblati subito dopo l’approvazione; diceva le stesse identiche cose: «le nostre Regole… non sono più dei semplici regolamenti, delle semplici direttive devozionali, sono Regole approvate dalla Chiesa dopo l’esame più minuzioso... Sono divenute patrimonio della Chiesa che le ha adottate. Il Papa, approvandole, ne è divenuto il garante».

Il 25 febbraio 1957 è il giorno della prima messa di p. Mario. Cosa chiede al Signore? Niente meno che l’osservanza della Regola! «Avevo pensato di chiedere al Cristo, nato da me, la grazia assicurata del mar­tirio, dell’apostolato alla San Francesco Saverio, della predica­zione e del ministero fecondo; e invece chiesi di osservare sem­pre alla perfezione la Regola dei Missionari Oblati di Maria Immacolata: la Grazia da oggi è stata concessa: finalmente ri­conciliato, ci voleva il Sacrificio dell’altare! Viva Maria!».

A sera benedizione solenne presieduta dal novello sacerdote. Di nuovo il pensiero alla Regola, o meglio alle parole che gli vennero dette quando, durante l’oblazione perpetua, gli veniva consegnata la Regola: «Quando gli apostoli andarono a due a due in direzione del mondo, non avevano un’impresa facile come programma; ma Gesù non aveva fatto la promessa dello Spirito, il Consola­tore? E Gesù stesso, che aveva accompagnato in persona i loro primi passi, non aveva assicurato che sarebbe stato con loro fino alla fine del mondo tutti i giorni? Ecco la Grazia! (…) Quando, alla Professione, una mano sacerdotale mi dava la Re­gola e mi diceva «Hoc fac et vives», c’era Gesù accanto che soggiungeva: Ego vobìscum! E basta».

Il 18 Lunedì 1957, durante la meditazione, avverte una speciale presenza di Maria e scrive: «Ella è l’unica che mi può aiutare ad osservare la mia Regola di suo Oblato; e devo dirlo: la Regola per me è l’unica scorciatoia alla santità. La Regola che mi ha dato in mano l’Immacolata come testimone del suo Amore, per me e che io devo amare».

Nel 5 giugno 1957 una preghiera rivolta a Gesù: «Non sono che un povero schiavo nelle tue mani, o Gesù, fanne quello che tu vuoi. Anche il bene che faccio è tutto tuo, il mio Amore non ti può che appartenere. Anche la minima espressione della tua Volontà, significatami dalla Regola, mi deve interessare a fondo come l’unica e più importante cosa che in quel momento esista per me al mondo».

Infine il pensiero alla Regola torna nella lettera che, al termine del suo cammino di formazione, indirizza al superiore generale in vista della “prima obbedienza”: «S. Giorgio Canavese, 2 marzo 1957. Rev.mo P. Generale (…) Come al Signore Gesù, così a Lei esprimo tutta la mia grati­tudine per essere stato accolto e formato in questa Congregazione della quale la Vergine Immacolata ha voluto farmi parte. Con­servo solo la tristezza di non avere abbastanza amato e osservato la Santa Regola in questi anni: mentre quindi gliene chiedo per­dono, Le vaglio rinnovare propositi di assoluta fedeltà e obbedienza. (…) Le assicuro la mia povera preghiera e il mio amore alla Santa Regola come testimonianza del mio amore per Lei e per la Con­gregazione».

È evidente che la formazione oblata e missionaria è passata attraverso la Regola.

Una volta giunto nel Laos inizia per p. Mario il duro cammino missionario. La Regola? L’anima della Regola gli è entrata dentro e continua a guidarlo, ma la lettera… È impossibile seguire la lettera.

Il 4 dicembre 1957 nel diario annota: «Bella giornata. Il tramonto è verso il fiume Mekong: sembra un paesaggio da presepio, uno sfondo di quelli che dipingeva papà durante le lunghe serate di dicembre. La giornata è così disposta: ore cinque sveglia, 5,15 preghiera del mattino, poi tre quarti d’ora di meditazione al buio pesto, quindi Messa. Dalle 8 alle 9,30 scuola. Alle 12 meno 20 sesta, nona e esame particolare, 12 pranzo; 2,30 scuola; 6,30 orazione. Tutto sommato è un buon orario. Do alla preghiera tutto il tempo previsto dalla Regola. Tuttavia non sono ancora convinto della Regola». E qui torna il ricordo delle conferenze di p. Drouart: «P. Drouart dice che è ancora d’attualità: ma anche la bicicletta è ancora d’attualità tuttavia è meglio andare in macchi­na. È il nostro tormento. Ma in qualche maniera ci arriverò anch’io. Mi cascano gli occhi per un po’ di stanchezza, perciò devo reagire. Continuo imperterrito i miei lavori. Spero che Gesù mi insegni ad amare e a soffrire. Non desidero altro e a fare sempre tutta la sua Volontà».

Pochi anni più tardi, grazie al Concilio, la Regola degli Oblati si adatterà al mondo che cambia. P. Borzago ne avvertiva già la necessità. Intanto rimane fedele, come testimonia uno degli Oblati che viveva con lui: «Non perdeva neanche un minuto. Era sempre legato ai lavori umili, semplici: portare legna, trasportare carbone. Era l’uomo del dovere come vita religiosa, come studio e anche come vita personale: l’uomo della Regola; quello che c’era da fare lo faceva con serietà, con una certa assenza di tutti gli altri doveri; cioè quando era il tempo della preghiera o dello studio o dei lavori, era tutto per quello che bisognava fare: age quod agis! Non si concedeva la licenza di fare cose che non fossero compatibili con la preghiera, con lo studio o con altre incombenze».

La stessa fedeltà chiede alla sorella Lucia, membro dell’Istituto secolare delle OMMI: «Kiucatian, 27 marzo 1960: Carissima Lucia… Fai sempre con gioia tutta la volontà di Dio secondo le regole e lo spirito del tuo Istituto e non prenderti mai delle preoccupazioni per le cose che non ti riguardano».

Ma anche per il suo Istituto vorrebbe che la Regola fosse sfoltita e portata all’essenziale. Il 4 ottobre 1959 scrive che una Oblata deve tornare da Paksane, «ma non sa come fare perché la regola le impedisce di tornare sola: così la regola le impedirebbe pure di andare sola con un padre, parimenti assieme ad un’altra signorina e due padri e così via di seguito in progres­sione aritmetica, fino all’infinito che, fuori di Dio, è sinonimo di ridicolo. E pensare che gli istituti secolari sono stati fondati appunto per dar modo alla matematica di essere applicata solo alle macchine e alle costruzioni e lasciare in pace il tempo, le vesti, le case, i muri, le finestre, le stoviglie, le strade, il giardino, il cervello di coloro che hanno fatto voto di applicarsi solo a Dio».

Sarebbe bello percorrere la storia degli Oblati durante questi 200 anni dall’approvazione della nostra Regola da parte di Papa Leone XII, per vedere come li ha ispirati, sostenuti, portati avanti nel loro lavoro missionario e nel cammino di santità.

P. Mario Borzaga ne è un esempio.

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