“Coglieremo ogni occasione per far conoscere l’urgenza delle necessita della Chiesa e del mondo e il modo con cui la Congregazione si sforza di rispondervi”. (Regola oblata)
La coerenza
e la testimonianza della vita non bastano. Domandano di essere accompagnate
dalla parola. Proprio come i gesti profetici che poi venivano spiegati dal
profeta. Proprio come i sacramenti che sono segni accompagnati da parole. Anche
da noi si richiede un annuncio esplicito, la parola profetica (non siamo tra l’altro
missionari? uomini della Parola?). Ossia siamo chiamati a svelare il piano di
Dio sull’umanità e sulle singole persone e nello stesso tempo a coinvolgere
quanti incontriamo sul nostro cammino nella realizzazione del piano di salvezza
e a indicare le vie concrete per la sua attuazione.
In questo
nostro compito rientra anche parlare esplicitamente di come lavoriamo per l’adempimento
del piano di Dio e più concretamente della nostra missione. Dire come stiamo
cooperando con Cristo non è presunzione, è prendere sempre più coscienza, noi
stessi, della nostra vocazione. Ci fa bene raccontare la nostra grande
missione. Dicendolo ce ne convinciamo e ci riconvertiamo ad essa costantemente.
A volte siamo bloccati da una falsa umiltà o non sappiamo riconoscere il bene
che fanno i nostri fratelli. Non occorre presentare se stesso, ma gli Oblati
come tali, la congregazione come corpo apostolico, debole e fragile, con
difetti e mancanze, ma portatrice di un grande carisma, strumento per l’evangelizzazione
nelle mani di Cristo e di Maria.
Noi Oblati a volte siamo troppo “umili” e pensiamo che l’erba del vicino sia più verde, che la missione operata dagli altri operai del Vangelo sia più efficace. Dovremmo imparare dai primi evangelizzatori di cui parlano gli Atti degli apostoli, che non solo annunciavano il Vangelo, ma anche raccontavano quello che lo Spirito Santo andava operando tramite loro. Dagli amboni delle nostre parrocchie, dalla radio, dalle pubblicazioni, sui social media, negli incontri dei giovani e con le famiglie ... non dobbiamo aver paura di dire qual è la nostra via per cooperazione con il Cristo Salvatore. Quante volte sant’Eugenio si è lamentato che i nostri missionari non facevano conoscere il bene che andavano compiendo!
“Non siamo
abbastanza per il lavoro - scriveva al p. Tamburini -. Dappertutto si aprono vasti
campi da dissodare, e mancano operai. Eccitate lo zelo in questi giovani cuori.
(...) Bisogna parlare delle cose per farle conoscere” (Ts 423).
Dobbiamo
quindi dire che abbiamo bisogno di chi ci affianchi, non per mantenere in vita
l’istituzione, ma perché la messe ha bisogno di operai. La parola profetica
riguarda infatti anche lo svelamento del disegno di Dio sulle persone, aiutare
soprattutto i giovani a scoprire quello che Dio si aspetta da loro.
Gesù, a cui
non mancava certo l’esemplarità della vita, ha chiamato esplicitamente per nome
coloro che avrebbero dovuto seguirlo. Anche sant’Eugenio non avrebbe avuto il
suo primo compagno se non gli avesse scritto una lettera di fuoco nella quale
gli faceva “conoscere l’urgenza delle necessita della Chiesa e del mondo” - per
usare le parole della Regola -, gli mostrava il modo con cui lui intendeva
rispondervi, e infine lo invitava personalmente, con parole forti, a seguirlo
condividendone l’ideale di vita.
A volte
siamo troppo timorosi di mancare di rispetto, di invadere la vita dell’altro. E
ci dimentichiamo della violenza che ogni giorno esercitano i mass media. Forse
la nostra parola, la nostra proposta, più che coartare la liberta potrà essere
una autentica liberazione. O forse ci vergogniamo a proporre la nostra vita? O
forse non ci crediamo più? Anche in questo caso pensare alle “vocazioni” ci
obbliga a interrogarci su come viviamo la nostra vocazione e a comprenderla
meglio.
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