mercoledì 22 marzo 2023

Giovanni Santolini: L'identità oblata

Un frutto maturo della sua comprensione della missione lo troviamo espresso in una conferenza tenuta nel 1989 a Ottawa, in Canada, in occasione di un convegno dedicato a “La missione oblata attraverso la comunità apostolica”. Alla conclusione della sua presentazione scrive: «Siamo uniti nel nome di Gesù Cristo; quindi uniti nella carità, nel Vangelo, nell’amore reciproco. Di conseguenza, uniti per nessun altro motivo, per nessun’altra ragione che Lui. È Lui la sola ragione della nostra unità, Lui, Gesù, il solo motivo del nostro essere comunitario, e non l’apostolato, il ministero, la missione stessa, o non importa quale altre azioni possiamo fare, tutte conseguenze… La comunità è dunque missionaria perché è il segno della presenza di Gesù: “Voi ne sarete testimoni” (Lc 24, 38). Essere testimoni della presenza di Cristo è continuare la sua missione. È tutto qui… Bisogna supporre lo sforzo personale di una conversione continua che conduce alla perfezione: una perfezione acquisita non in senso individualista, ma dell’amore reciproco, che ci consente di giungere fino in fondo, grazie alla presenza di Gesù che dobbiamo alimentare. È Lui il perfetto ed è in Lui che dobbiamo trovare la perfezione e dunque l’unità della nostra vita e delle nostre vite».

Forse una delle sintesi più belle, espressa in maniera narrativa, è forse quella annotata in un breve scritto senza data, intitolato: Meditazione. L’identità oblata. Entra idealmente in dialogo con il Fondatore degli Oblati, sant’Eugenio de Mazenod, ponendogli alcune domande. Tra l’altro gli chiede: “Chi è l’uomo apostolico?”. E fa rispondere a sant’Eugenio: «Qualcuno che si lascia toccare il cuore di fronte alla situazione della Chiesa e del mondo e ascolta il grido dei poveri che chiedono aiuto e salvezza. L’uomo apostolico è colui che è stato afferrato da Cristo e si sente impegnato nella sua missione, responsabile con Cristo della salvezza degli uomini. È affare suo, è responsabilità sua e come san Paolo può dire: “Guai a me se non evangelizzo” (1 Cor 9,16)».

In questo dialogo lo sguardo non si ferma al passato, ma si proietta sul momento che Giovanni sta vivendo, alla ricerca di un cammino da percorrere. «Se tu, padre de Mazenod, tornassi oggi nella Provincia dello Zaire, cosa ti aspetteresti da noi?». E di nuovo da voce a sant’Eugenio: «La mia risposta non è legata al passato o ad uno sguardo fuori dal nostro contesto attuale, ma alla consapevolezza di chi siamo e di cosa la Chiesa si aspetta da noi come uomini che vivono il carisma in questo nostro contesto storico». L’ottica per la lettura dell’oggi è data dall’identità dell’uomo apostolico, come proposto dal Fondatore: «un uomo che si lascia toccare di fronte alla situazione della Chiesa e del mondo e ascolta il grido dei poveri che chiedono aiuto e salvezza; che è stato preso da Cristo e che si sente impegnato nella sua missione, responsabile, con Cristo, in qualche modo, della salvezza degli uomini. È affare suo, è sua responsabilità e come san Paolo può dire: “Guai a me se non evangelizzo” (1 Cor 9,16)».

Il progetto che Giovanni ha davanti a sé è chiaro e fa dire al suo Fondatore che gli Oblati sono «uomini che hanno una vera consistenza umana, che camminano le orme degli Apostoli seguendo Cristo, che tendono alla santità, in una vocazione totalitaria, senza mezze misure, che lavorano seriamente per costruire la santità personale e comunitaria, nella libertà interiore da denaro, famiglia, potere, proprie idee; nella libertà esteriore dalle strutture, dal giudizio sull’ambiente, pronte a lasciare tutto per la missione, per rispondere alle urgenze della Chiesa. Per loro è importante la comunità, lo spirito di corpo. L’Oblato non è mai solo, lavora sempre in nome del corpo, della congregazione. La comunità è il luogo di santificazione assieme gli altri. Così gli Oblati sono uomini di desiderio, di audacia, per portare a buon fine le imprese».

Il dialogo con sant’Eugenio continua: «Come ci vede in questo nostro posto nella Chiesa?». La risposta, ancora una volta, palesa la visione di Giovanni: «Vi vedo come una “truppa d’élite” al servizio della Chiesa, capaci di ascoltare gli appelli dei poveri oggi».

Poi l’appello rivolto ai giovani che Giovanni ha davanti: «Siamo in grado di ascoltare questo grido della Chiesa abbandonata e di trovare una risposta adeguata a questo grido? Qual è questo grido? Non chiudete le orecchie a queste grida perché altrimenti ci chiudiamo alla nostra identità oblata, non potremo più riconoscerci. Soltanto rispondendo a questi appelli, potremo essere autentici testimoni di Gesù Cristo tra i poveri, non solo con le parole e con i fatti, con l’autenticità religiosa del nostro essere: annunciare ciò che stiamo vivendo. “Non possiamo non proclamare ciò che abbiamo visto e udito” (At 4,20)».

Questa pagina dà un’idea non soltanto della sua idea missionaria, ma di come la condivideva con i giovani in formazione. E continua ad essere un appello a lasciarci coinvolgere e a prendere in mano la sua eredità, così che la missione continui, “di generazione in generazione”.

 

Giovanni Santolini: L'idea della missione

Alla vigilia dell’ordinazione sacerdotale, p. Giovanni Santolini lascia il seminario di Genova per entrare nella famiglia dei Missionari Oblati. Questi non hanno fretta di ordinarlo. Dovrà continuare la preparazione per ben cinque ulteriori anni.

«Valeva la pena – scrive ai familiari – aspettare cinque anni prima di diventare prete, perché adesso il mio sacerdozio cambia completamente: io non ho scelto il sacerdozio, ho scelto Gesù. E così cambia anche la mia missione: può darsi che io alla fine di quest’anno parta per le missioni, ma il mio andare sarà un continuare a seguire Gesù, non un mio pallino o desiderio. Tutto prende allora un colore totalmente diverso. Tutto è bellissimo perché Dio che è Amore a poco a poco mi rende come Lui».

Potremmo fermarci qui, perché in queste poche righe c’è già tanto dell’idea di missione che si è venuta formando nel primo periodo nel quale ha vissuto con gli Oblati a Marino e a Frascati.

Al centro c’è Gesù. La missione è continuare a seguire Gesù, fino ad essere trasformato in Gesù, fino a diventare amore come Dio è Amore. Gesù è l’inviato, il missionario del Padre. Giovanni sarà missionario – compirà la missione di Gesù – nella misura in cui sarà Gesù. Sembra una formula matematica. L’idea folkloristica ed epica delle “missioni” lascia il posto alla autentica “missione”: continuare l’opera di Gesù essendo un altro Gesù.

Alla vigilia dell’ordinazione sacerdotale – siamo nel 1982 – Giovanni, 29 anni, scrive al Papa: «Prima di compiere questo passo, vorrei rinnovare con Lei la mia fedeltà alla Chiesa. (…) Ho già offerto, con l’Oblazione perpetua, e voglio conti­nuare ad offrire la mia vita al Padre Celeste perché si realizzi il Comandamento dell’Amore scambievole tra tutti gli uomini. Voglio servire solo Dio e i fratelli in Lui e per Lui».

Appare qui un altro aspetto ancora della missione, in continuità con quando scritto ai familiari. A loro diceva: “Dio che è Amore a poco a poco mi rende come Lui”. Adesso, al Papa, dice che la sua missione sarà “offrire la vita perché si realizzi il Comandamento dell’Amore scambievole tra tutti gli uomini”.

La missione è portare in terra l’amore di Dio, insegnare a vivere la reciprocità dell’amore secondo il “comandamento nuovo”, secondo il modello della comunione delle Tre divine Persone. La missione è la creazione della famiglia dei figli di Dio, di un mondo nuovo.

In questa lettera al Papa il richiamo all’oblazione non è casuale. Per p. Giovanni l’idea di oblazione e di missione sono strettamente legate, come scrive ancora al superiore generale per chiedergli di essere inviato in missione all’estero: «Voglio aprire a Lei il mio cuore per farle contem­plare quello che Dio ha costruito in me durante questi anni. Sono giunto tra gli Oblati quando ero prossimo alla consa­crazione sacerdotale, animato dal desiderio di partire per le Missioni canadesi. Dopo una accurata analisi mi sono accorto che le motivazioni di questa scelta erano fondate sul desiderio di consacrarmi totalmente a Dio per essere santo. Questo ane­lito verso la perfezione ha trovato la sua giusta collocazione nella vita religiosa: con i voti e con l’Oblazione perpetua ho percepito di realizzare il disegno di Dio su di me».

L’idea di missione si salda ormai con quella della santità.

Il cammino formativo ha dato un’impronta particolare alla sua vocazione missionaria: «Nella mia consacrazione religiosa e missionaria ciò che mi costituisce Oblato è l’adesione alla chiamata di Gesù e lo sforzo di conformarmi alla sua missione di Evangelizzatore dei poveri, per cui la mia visione missionaria sul mondo e sulla Chiesa è passata da una dimensione esterna ad una visione mol­to più interiorizzata: è l’appello e l’invio del Signore ed il mio conformarmi ad esso che mi costituisce evangelizzatore».

Proprio negli anni di formazione, giunge a elaborare in maniera oggettiva questo suo programma missionario nel volume Evangelizzazione e missione. Teologia e prassi missionaria in Eugenio de Mazenod, pubblicato nel 1984. Vi leggiamo: «L’evangelizzazione è un’esperienza con il Cristo, il primo evangelizzatore. I missionari cooperano con Lui, annunciano come Lui la Buona Novella e come Lui vogliono donare la loro vita per la redenzione del genere umano. Da qui nasce l’evangelizzazione globale, perché la persona viene coinvolta nella sequela di Cristo dalla quale scaturisce un impegno di santità. Non si può essere apostoli, infatti, se non si vuole seriamente ripercorrere le piste tracciate da Cristo e dagli Apostoli; non si ha vera missione senza uno sforzo di integrazione totale alla missione di Cristo».

In questo suo studio appare infine un ulteriore aspetto della missione, quello della comunità, maturato dall’esperienza vissuta negli anni della formazione con gli Oblati: «Un elemento fondamentale, non solamente come modalità di azione, ma come specifica vocazione oblata, è la comunità evangelizzatrice. L’evangelizzazione comporta molteplici aspetti che trovano la loro unita nell’unico corpo apostolico che forma la Congregazione; unità vissuta all’interno della comunità che diventa luogo di comunione e di missione: “Da questo tutti riconosceranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni verso gli altri” (Gv 13,35)».

 

martedì 21 marzo 2023

il 25 marzo a Genova

La fede si è trasmessa di generazione in generazione per 200 anni. Non con i libri, ma con la vita, e passa di padre e madre nei figli… Se oggi noi crediamo è perché la fede ci è stata trasmessa da chi l’ha ricevuta a sua volta, l’ha vissuta, l’ha testimoniata.

Passa anche attraverso il racconto dei testimoni della fede, i santi, i grandi che hanno vissuto l’eredità ricevuta e hanno saputo farla fruttare. Il loro esempio e il loro insegnamento ci aiutano a capire come vivere il patrimonio della fede, che solo dà senso pieno alla nostra vita.

P. Giovanni Santolini era consapevole che la sua vita costituiva come l’ultimo anello di una lunga ininterrotta catena di testimoni e gli era nato il desiderio di trasmettere a propria volta l’insegnamento di Gesù… agli Indiani del Canada!, come scrive verso al termine della sua prima formazione, il 22 maggio 1981. Quella sera ha l’impressione di ascoltare il grido della Chiesa che gli dice: «senza di te, il lavoro che generazioni di Oblati hanno fatto non giungerà mai a pienezza, manca solo un ultimo anello, quello che ha la capacità e la forza di dare la Chiesa in mano agli Indiani. Questo anello, questo seme che vuole andare a marcire per portare frutto, questa sera nell’Eucaristia ho sentito che potevo essere io».

Chi prende in mano l’eredità di p. Giovanni Santolini? Che porta avanti il suo ideale missionario? Saremo capaci di trasmettere a nostra volta, come p. Giovanni e con p. Giovanni, quanto abbiamo ricevuto per costruire la Chiesa e contribuire alla continuazione del cristianesimo nella storia?

Il 25 marzo a Genova nasce l’Associazione Amici di Padre Giovanni Santolini. con questo questo obiettivo: fare in modo che la fiaccola dell’amore, la luce della Chiesa, la passione missionaria che ha animato p. Giovanni, passi di mano in mano, rimanga accenda e infiammi nuovi cuori. Di generazione in generazione!

 

lunedì 20 marzo 2023

Giuseppe, non temere

Letteratura e film amano soffermarsi sul dramma psicologico vissuto da Giuseppe una volta scoperto che la sposa è in attesa di un figlio che non è suo. Il Vangelo è sobrio ed essenziale, senza indulgere sui sentimenti: «Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto» (1, 19). 

Vorremmo entrare nel suo cuore, conoscere i motivi per cui decise di lasciarla senza dare scandalo piuttosto che portarla in processo. Forse si era accorto di trovarsi davanti a una realtà più grande di lui, dalla quale voleva ritrarsi in silenzio, lasciando libera la donna e il suo bambino avvolti nel mistero. Agendo così si comporta da uomo “giusto”, non va contro la legge? È giusto perché si rimette alla volontà di Dio, ben al di là della sua comprensione. Che sia Dio a decidere, perché lui sa. E Dio interviene.

Quando parliamo dell’annunziazione il pensiero va subito a Maria, secondo il racconto di Luca, e quale artista non si è lasciato ispirare dall’annunciazione. Per Matteo l’annunciazione è rivolta a Giuseppe. È lui il responsabile della nuova famiglia che sta nascendo. Maria rimane nell’ombra. L’angelo appare a lui, in sogno, segno dell’irruzione del divino nella sua vita: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa». Dunque Giuseppe è nel timore. Di cosa ha paura? Di essere stato tradito, di vedere Maria lapidata? O non si tratta forse del “timore di Dio”, quello che nasce davanti all’opera di Dio, incomprensibile perché al di là delle nostre categorie mentali? I suoi pensieri non sono i nostri pensieri, le sue vie non sono le nostre vie. Giuseppe sa che è davanti a qualcosa che lo supera infinitamente, a un mistero di cui Dio soltanto conosce la portata e il valore.

L’angelo ora glielo rivela: «il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo». Ecco il mistero davanti al quale Giuseppe si arrende. Gli occorrerà forse tutta la vita per comprenderlo, per adesso sa solo che Dio è all’opera e questo gli basta, si fida. «Ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» (1, 20-21). Se in Luca l’angelo indica a Maria il nome del figlio nascituro, in Matteo è compito di Giuseppe, in quanto padre, dare il nome al figlio e con esso la sua identità sociale.

All’uomo giusto, conoscitore della Legge, l’angelo mostra la “ragionevolezza” del mistero che sta accadendo sotto i suoi occhi: si stanno compiendo le Scritture, la parola del profeta Isaia: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele,
che significa Dio con noi» (1, 22-23). Al di là del significato che queste parole potevano avere quando furono pronunciate secoli prima, adesso si adempiano in pienezza, in una maniera forse mai immaginata: il figlio di Maria nasce davvero da una madre vergine.

Giuseppe si trova davanti a una realtà che lo sorpassa infinitamente. Ha bisogno di un angelo che gli dica: “Non temere”. Anche a Maria l’angelo dirà la stessa cosa, perché anche lei si troverà davanti allo stesso ineffabile mistero.

“Non temere”. La prima volta Dio lo dice ad Abramo (Gn 15, 1). Lo ripete a Mosé e al suo popolo: “Non temere e non ti abbattere” (Dt 1, 21). “Non temere e non spaventarti”, dirà più volte a Giosuè (Gs 1, 9), a Salomone (1 Cr 22, 13), ad Acaz (Is 7, 4), al “vermiciattolo di Israele” (Is 41, 12), lo ridice al popolo per bocca di Geremia (30, 10), a Daniele (10, 12), a Gerusalemme per bocca di Sofonia (3, 16), a Zaccaria (Lc 1, 13). Gesù lo dirà a Simone (Lc 5, 36), a Giairo (Lc 8, 50), al “piccolo gregge” dei suoi apostoli (Lc 12, 32), a Paolo (At 7, 24), al veggente dell’Apocalisse (Ap 1, 17). Non temere! Un messaggio pieno di speranza che Dio rivolge a Giuseppe come ad ogni uomo, al suo popolo e all’umanità intera. Ci conosce bene questo Dio che ci ha fatti, conosce le nostre fragilità, le nostre paure, le nostre debolezze. Non temere! Lo ripete una ottantina di volte nella Bibbia, colorandolo con “non ti perdere d’animo”, “sii forte e coraggioso”, “non ti abbattere”, “sta tranquillo”, “non lasciarti cadere”.

Giuseppe è tutti noi ogni volta che ci troviamo in una situazione inattesa, che supera le nostre forze. Sono tanti gli eventi più grandi di noi che capitano a noi o attorno a noi, davanti ai quali non sappiamo cosa fare, ci sentiamo persi. Anche a noi l’assicurazione da parte di un angelo: “Non temere!”. Non temere perché la storia, quella piccola e quella grande, l’ha in mano Dio, siamo in mani sicure. Può accadere in tutto, ma non siamo in balia degli eventi, non siamo mai soli ad affrontare le prove, a rispondere alle richieste di Dio, anche quando ci sembrano troppo grandi e noi ci sentiamo troppo piccoli: siamo nelle sue mani, le risolve lui le cose, ci pensa lui a fare tutto.

«Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa» (1, 24). L’uomo giusto è l’uomo obbediente, che si fida di Dio anche quando tutto sembra assurdo. Giuseppe crede e fa.

La sua è un’azione decisa e concreta: “Prese con sé”. Maria entra a far parte nella sua vita, va ad abitare nella sua casa, e con lei il bambino. Il mistero rimarrà comunque: «senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù» (1, 25). Lungo tutta questa pagina evangelica si afferma e si riafferma che il bambino che nasce non è figlio di Giuseppe ma realmente figlio di Dio, nato per opera dello Spirito Santo. Anche il rapporto tra Giuseppe e Maria, che contraggono un vero matrimonio, che sono realmente marito e moglie e di amano come tali, è del tutto particolare: Giuseppe rispetta la verginità di Maria, come da sempre ci ha insegnato la Tradizione. “Sempre vergine” la definisce il Concilio di Costantinopoli nel 553. Ella rimane per sempre la Vergine per eccellenza, sposa dello Spirito Santo.

Giuseppe rimane accanto alla moglie e al figlio che non è suo e che pure lo diventa giorno dopo giorno. “Non è costui il figlio del falegname?”, diranno con naturalezza gli abitanti di Nazaret che hanno sempre visto Giuseppe e Gesù l’uno accanto all’altro (13, 55). Un bambino come tutti gli altri, che imparerà il mestiere del padre e lo accompagnerà al lavoro, un bambino a cui Giuseppe ha dato un nome comune a quel tempo: Gesù. Ma è un nome unico, perché quel bambino è unico e il suo come è veramente quello che esso significa: Dio salva, «egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» (1, 21). Gesù è l’Emmanuele, la presenza di “Dio tra noi”.

Anche noi, come Giuseppe, siamo chiamati a credere che Gesù viene dal cielo. Anche noi siamo chiamati ad accogliere Gesù come il “Dio tra noi” e a compiere in piena docilità il suo volere, anche se a volte può sembrare assurdo, o incomprensibile, o al di sopra delle nostre capacità. Facendo “come ci viene ordinato”, con la semplicità e la fede di Giuseppe, vedremo come lui, compiersi attorno a noi il miracolo di Dio che si rende presente e attualizza il suo progetto.

 

domenica 19 marzo 2023

La preghiera del Rosario

Ilaria Pedrini, un mito! Ha letto il libretto sul Rosario. È sua l’iniziativa di farlo pubblicare, e lo sta promuovendo! La sua esperienza è molto più bella del libro:

Appena ho visto il titolo un tuffo al cuore: eureka! Da tanto tempo ero scontenta del mio modo di recitare il Rosario: una pratica bella e già presente nella mia vita fin da bambina, che tuttavia ultimamente mi lasciava scontenta senza che riuscissi a capirne il perché.

Padre Fabio sembrava rispondere alla mia domanda, benché non ne avessi ancora mai fatto cenno ad alcuno. “Basta fermarsi alla prima metà dell'Ave Maria, alla parola Gesù". Così sembrava dirmi, suggerendo di non continuare con la seconda parte (che mi rattrista) ma di “restare in Gesù”, concentrata in una delle definizioni di Lui contenute nella Scrittura.

Padre Fabio nel libro ne suggerisce una per ogni Ave Maria dei 4 misteri del Rosario, ossia 200, anzi, 250, perché egli ha aggiunto un’altra meravigliosa invenzione: i Misteri della Resurrezione. E tuttavia non limita le possibili definizioni a quelle 250 ma osserva che, una volta appreso “il modo nuovo”, la lode a Gesù diventa spontanea e creativa.

Il Rosario, preghiera mariana, comincia con un saluto a Lei e poi … via, per la tangente, verso di Lui. Ogni Ave Maria così è nuova, è uno sguardo nuovo su Gesù. L'uovo di Colombo? Non so che dire. So che ho provato a seguire questo “modo nuovo" e – per me – è ormai questa la normalità del Rosario. Ha cambiato in meglio la mia preghiera, molto in meglio.

Entusiasta, ho cominciato a parlarne con gli amici e ho trovato curiosità, interesse e stupore. Soprattutto tra gli amici di altre fedi e di altre confessioni cristiane.

Anche gli amici musulmani infatti sgranano il loro “misbaha”, il filo di 99 “perle di preghiera” che li aiuta a lodare Allah con la recita dei suoi 99 nomi.

Anche gli amici buddisti o induisti sgranano il loro "mala" che li accompagna nella recita dei mantra, che li eleva e li rilassa, portando nell’animo la pace.

E gli ebrei capiscono una simile preghiera contemplativa perché è della tradizione rabbinica l’invito che Luca mette anche sulle labbra di Gesù, ossia l’invito a “pregare sempre” e a “pregare senza stancarsi” (Lc 18,1 e 21,36).

Senza dire che il Rosario, pregato così, può avere una grande valenza ecumenica: è del “pellegrino russo” della tradizione ortodossa il sogno di non smettere mai di invocare il Signore, mentre si è occupati - laicamente - nelle faccende di ogni giorno! Ed è delle sensibilità della riforma un rapporto con Maria che non la separa dall’unicità del Figlio.

Auguro a tanti queste scoperte e chissà quali altre ancora!

Un grazie enorme a Padre Fabio.

Per mezzo suo il Carisma degli Oblati di Maria Immacolata, donato per primo a Eugene de Mazenod molti anni fa, oggi ci procura un meraviglioso regalo: un Rosario che è tutto e solo “parola di Dio”, un rapporto con Maria che ci proietta nella speranza dell’immedesimazione con Lei, Immacolata.

Per l’ordinazione, 8 euro:

https://editrice.effata.it/landing_page/pregare-il-rosario-in-modo-nuovo-preordina/

sabato 18 marzo 2023

Dal buio alla luce


Davanti a una difficoltà, a una prova, a una disgrazia, viene spontaneo chiedere a Dio: “Perché mi tratti così, cosa ho fatto di male?”. Non siamo diversi dai discepoli di Gesù che, davanti a un cieco, gli domandano di chi è la colpa, sua, dei suoi genitori... La cecità è e rimane oggettivamente una situazione negativa, ma Gesù da tutto sa ricavare il positivo: “È cieco perché in lui siano manifestate le opere di Dio”.

Quali opere? Il miracolo della vista? Sì, ma come segno di un miracolo ben più grande: vedere e riconoscere Gesù. Tanti altri hanno il dono della vista, ma rimangono ciechi alla visione vera.

L’uomo cieco dalla nascita invece ha sofferto, ha bramato la luce. Da solo non può uscire dal suo buio. A differenza di quanto accade in altri episodi del vangelo egli non grida, non chiede un miracolo. È Gesù che gli va incontro, tu che lo vede (il cieco… non lo vede!), che prendi l’iniziativa: si fa la sua luce. Per quell’uomo è l’inizio di un cammino graduale nel recupero della vista, come quello del giorno che, dal tenue chiarore dell’albeggiare, giunge allo splendore folgorante del meriggio. Lo stesso per il cammino del riconoscimento di Gesù. Chi è Gesù agli occhi del ciel che ha riacquistato la vista? Prima pensa sia soltanto un uomo, un semplice uomo chiamato Gesù, poi un profeta, uno che viene da Dio, infine il Signore, davanti al quale cadere in ginocchio: “Credo, Signore”. È questo il miracolo vero: riconoscere Gesù, cadere in ginocchio, adorare. Lo stesso miracolo che Gesù opererà più tardi con i due pellegrini sulla strada di Emmaus: apre loro gli occhi e lentamente lo riconobbero.

In filigrana è disegnato il cammino della Chiesa, di ogni cristiano. Sappiamo avvertire la presenza di Dio quando ci piomba addosso l’avversità? La riconosceremo come la via necessaria perché si manifesti appieno l’opera di Dio? Giobbe avrebbe mai visto il volto di Dio se non fosse passato attraverso le mille tribolazioni? “Fino ad ora ti conoscevo per sentito dire – confessò al termine della sua esperienza – ora i miei occhi ti vedono”.

Gesù, luce del mondo,
vienici incontro sul nostro cammino,
dissipa le tenebra
del nostro peccato,
aprici gli occhi
e ti riconosceremo,
illumina i cuori e ti seguiremo,
mostraci il tuo splendore
e ti ameremo adoranti
unico Signore.
Trasformaci in luce
perché possiamo renderti testimonianza
ed essere la tua luce.

 

venerdì 17 marzo 2023

Preghiera in famiglia

La sala di Castelgandolfo riprende a riempirsi, dopo gli anni difficile della pandemia. Anche oggi davanti a me 700 persone per l’incontro delle famiglie, con i bambini. Uno spettacolo straordinario.

Mi hanno chiesto di parlare della preghiera in famiglia.

Ho parlato delle diverse stagioni della preghiera, lungo tutto l’arco della vita e poi della preghiera di tutta la famiglia insieme. Ho certamente parlato del rosario, della preghiera prima dei pasti, dei pellegrinaggi che si possono fare insieme, delle visite veloci in chiesa mentre siamo a passeggio, della valorizzazione delle feste, anniversari, malattie, morti…

Ma soprattutto ho parlato del valore di Gesù in mezzo a noi: è lui ha nostra preghiera! Ho letto brevi testi dei primi scrittori cristiani, cominciando da una lettera di Tertulliano (155-230) alla moglie: «Chi sono i due o i tre riuniti in nome di Cristo, in mezzo ai quali sta il Signore? Non sono forse l’uomo, la donna e il figlio dal momento che l’uomo e la donna sono uniti da Dio?».

Quindi la sua descrizione della vita di coppia: «Insieme pregano, insieme s’inginocchiano ed insieme digiunano; l’uno insegna all’altro, l’uno esorta l’altro, l’uno sostiene l’altro. Sono uguali nella chiesa di Dio, uguali al banchetto di Dio, uguali nelle angustie, nelle persecuzioni e nelle consolazioni. Nessuno ha segreti per l’altro, nessuno evita l’altro, nessuno è per l’altro di peso. Il segno di croce non si fa di nascosto; la lode non è timorosa, la benedizione non è silenziosa… Cristo vede questo e nell’ascoltare gioisce. A loro manda la sua pace».

Bello anche l’insegnamento di Giovanni Crisostomo: «La casa diventi una chiesa. Vi riposi la grazia dello Spirito Santo e ogni pace e concordia difenda gli abitanti». 

«Gli sposi facciano qualsiasi cosa come se avessero una sola anima e fossero un solo corpo. Questo è il vero matrimonio, quando così grande è la concordia tra di loro, quando così sono concatenati tra di loro dal vincolo della carità».

Infine ho celebrato felicemente la messa, con una quarantina di “chierichetti” attorno a me…