venerdì 7 agosto 2015

Anche gli alberi dormono


Al calare della sera, seduto sulla panchina, nel grande parco dove siamo ospitati a Roveré, ho visto gli alberi addormentati. 
I faggi, i frassini, gli aceri, gli abeti, durante il giorno hanno ondeggiato al sole, pieni di vita, col verde splendente delle foglie e degli aghi. Ora si sono fatto improvvisamente silenziosi, hanno abbassato le foglie e sono calati nel più profondo riposo.
Non me ne ero mai accorto.
 Forse perché non ho ancora pienamente accolto l’accolto di papa Francesco alla contemplazione del creato:
«Il mondo è qualcosa di più che un problema da risolvere, è un mistero gaudioso che contempliamo nella letizia e nella lode. (…) L’universo si sviluppa in Dio, che lo riempie tutto. Quindi c’è un mistero da contemplare in una foglia, in un sentiero, nella rugiada, nel volto di un povero. L’ideale non è solo passare dall’esteriorità all’interiorità per scoprire l’azione di Dio nell’anima, ma anche arrivare a incontrarlo in tutte le cose…».


giovedì 6 agosto 2015

Nel Paradiso, stabilmente: un invito



Oggi la liturgia ci ha rilanciato l’invito di Atanasio sinaita (siamo a metà del VI secolo) ad entrare “in una condizione stabile di trasfigurazione”, poiché, una volta resi “partecipi della divina natura”, non si può più vivere contro natura.
Non c’era cornice migliore, per accogliere tale invito, della visita di oggi a Tonadico e Fiera di Primiero nel Trentino, i luoghi che nel 1949, in questi stessi mesi estivi, furono testimoni della partecipazione di Chiara Lubich alla trasfigurazione di Gesù. Ormai lo attestano pubblicamente le targhe che il comune ha predisposto lungo l’itinerario turistico, a ricordo del “Paradiso ’49”.

La Trasfigurazione del Signore è tutta avvolta nella luce, quella stessa luce che si riflette nell’esperienza di Chiara come in quella di tutti i mistici che vengono portati, al pari di Pietro, Giacomo e Giovanni, sull’alto monte della contemplazione. Essi, afferma l’apostolo Paolo - ed è la vocazione di ogni cristiano -, «riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore», vengono «trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore».
La prima volta che salii sul monte Tabor, mi sentii spalancare l’anima, sulle dimensioni dell’orizzonte amplissimo che da lassù mi si apriva d’intorno. Si è quasi abbacinati dal riflesso della luce della Trasfigurazione che sul Tabor pare continui a splendere. Lo stesso senso di vastità e di beatitudine, quasi si dilatasse l’anima, l’ho avvertita le altre volte che ho avuto la grazia di salire ancora su quell’“alto monte”, come lo chiamano i Vangeli.

Così oggi, a Tonadico il cielo era inondato dalla stessa luce del 1949, quella che Chiara vedeva rispecchiata nella natura, come annotava nelle sue carte di allora: “Arrivate lassù… io avvertii che non era tutto fiamma solo dentro di me ma, in certo modo anche fuori di me”. Racconta di “un tramonto meraviglioso”, di “un cielo d’un azzurro mai visto”, di raggi di sole appena tramontato dietro una montagna che “saettavano verso il cielo”, di “sole che cadeva a perpendicolo”, del “contorno della natura” che non potrà mai dimenticare… La natura d’intorno rifletteva la luce taborica che ella stava sperimentando.
La stessa luce si è oggi riflessa in noi, in una giornata che non potremo mai dimenticare, invito ad entrare “in una condizione stabile di trasfigurazione”, di Paradiso.

mercoledì 5 agosto 2015

Non cade foglia che Dio non voglia: vero o falso?


Apa Pafnunzio ruminò l’antico proverbio: “Non cade foglia che Dio non voglia”. Quanta saggezza nei detti popolari, pari a quella dei detti che si tramandavano i Padri del deserto. Il proverbio che andava ripetendo non era una parola degli antichi monaci, come non era di nessuno dei suoi compagni della laura. Da dove proveniva? Si trattava certamente di una rielaborazione della famosa parola di Gesù: “Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza che il Padre lo voglia”.
Anche apa Pafnunzio era convinto che dietro ogni evento vi fosse la mano provvida di Dio. Sì, quel detto gli piaceva davvero e ogni volta che lo mormorava il cuore gli si rallegrava.
Quella sera quando, al calare della brezza, vide una foglia staccarsi dall’albero vicino alla sua cella, fu colto da un dubbio. Sentì vibrare in sé il fremito della foglia che moriva. Dunque, si domandò, il Padre vuole la morte di un passero, come quella di ogni essere vivente, compresa quella della foglia che, dopo aver volteggiato con un gemito nell’aria, si è ormai irrimediabilmente distesa sulla terra nuda? Non è Egli il Dio della vita e non della morte?

Turbato, il giorno seguente ne parlò con apa Serapione, che sapeva versato nelle Sacre Scritture. Apa Serapione prese il sacro testo che teneva avvolto in un panno ricamato e lentamente si avviò verso il Vangelo di Matteo. Era dotto, apa Serapione, e lesse la parola del Signore nell’originale greco. “Hai sentito quello che ha detto Gesù?”. Apa Pafnunzio conosceva il siriaco e il copto, ma non aveva dimestichezza con il greco. “Mi avrai letto la parola di cui ti ho parlato: nessun passero cadrà a terra senza che il Padre lo voglia”.
“No – riprese apa Serapione guardando il fratello con un sorriso compassionevole. Il Signore ha detto semplicemente: nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il Padre. Nel testo greco che ti ho letto non c’è il verbo volere. Dio non vuole che il passero cada a terra, non lo vuole neppure per la foglia. Gesù ha detto semplicemente che il passero non cade senza il Padre, non cade senza il Padre al suo fianco, senza che Dio non cada insieme a esso e lo accompagni e lo accompagni nella morte”.
Verso sera Apa Pafnunzio tornò alla sua cella e si rimase fuori a sedere, contemplando gli ultimi raggi del sole. Al calare della brezza una foglia si staccò dall’albero vicino alla cella.
Apa Pafnunzio vide il Padre che accompagnava la foglia nel fremito della sua ultima danza e lo vide morire a terra con lei.


martedì 4 agosto 2015

Parola di vita: Camminate nella carità

«Camminate nella carità» (Ef 5, 2).
In questa parola è racchiusa tutta l’etica cristiana. L’agire umano, se vuole essere come Dio l’ha pensato quando ci ha creati, e quindi autenticamente umano, deve essere animato dall’amore. Il cammino – metafora della vita – per giungere alla sua meta deve essere guidato dall’amore, compendio di tutta la legge.
L’apostolo Paolo rivolge questa esortazione ai cristiani di Efeso, come conclusione e sintesi di quanto ha appena scritto loro sul modo di vivere cristiano: passare dall’uomo vecchio all’uomo nuovo, essere veri e sinceri gli uni con gli altri, non rubare, sapersi perdonare, operare il bene…, in una parola “camminare nella carità”.
Converrà leggere per intero la frase da cui è tratta la parola incisiva che ci accompagnerà per tutto il mese: «Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore».
Paolo è convinto che ogni nostro comportamento deve avere come modello quello di Dio. Se l’amore è il segno distintivo di Dio, deve esserlo anche dei suoi figli: in questo essi devono imitarlo.
Ma come possiamo conoscere l’amore di Dio? Per Paolo è chiarissimo: esso si rivela in Gesù, che mostra come e quanto Dio ama. L’apostolo lo ha sperimentato in prima persona: «mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2, 20) ed ora lo rivela a tutti perché diventi l’esperienza dell’intera comunità.

Qual è la misura dell’amore di Gesù, sul quale va modellato il nostro amore?
Esso, lo sappiamo, non ha confini, non pone preclusioni o preferenze di persone. Gesù è morto per tutti, anche per i suoi nemici, per chi lo stava crocifiggendo, proprio come il Padre che nel suo amore universale fa splendere il sole e fa scendere la pioggia su tutti, buoni e cattivi, peccatori e giusti. Ha saputo prendersi cura soprattutto dei piccoli e dei poveri, degli ammalati e degli esclusi; ha amato con intensità gli amici; è stato particolarmente vicino ai discepoli… Il suo amore non si è risparmiato, giungendo fino al punto estremo di donare la vita.
Ed ora chiama tutti a condividere il suo stesso amore, ad amare come lui ha amato.
Può farci paura questa chiamata, perché troppo esigente. Come possiamo essere imitatori di Dio, che ama tutti, sempre, per primo. Come amare con la misura dell’amore di Gesù? Come essere “nella carità”, così come ci viene richiesto dalla parola di vita?
È possibile soltanto se prima abbiamo fatto noi stessi l’esperienza di essere amati. Nella frase “camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato”, l’espressione nel modo in cui, può essere tradotta anche con perché.

Camminare qui equivale ad agire, a comportarsi, come a dire che ogni nostra azione deve essere ispirata e mossa dall’amore. Ma forse non a caso Paolo impiega questa parola dinamica per ricordarci che amare si impara, che c’è tutta una strada da percorrere per raggiungere la larghezza del cuore di Dio. Egli usa anche altre immagini per indicare la necessità del progresso costante, quale la crescita che da neonati conduce fino all’età adulta (cf 1 Cor 3, 1-2), lo sviluppo di una piantagione, la costruzione di un edificio, la corsa nello stadio per la conquista del premio (cf 1 Cor 9, 24).
Non siamo mai degli arrivati. Ci vuole tempo e costanza per giungere alla meta, senza arrendersi davanti alle difficoltà, senza mai lasciarci scoraggiare dai fallimenti e dagli sbagli, pronti sempre a ricominciare, senza rassegnarsi alla mediocrità.
Agostino d’Ippona, forse pensando al suo sofferto cammino, scriveva in proposito: «Ti riesca sempre sgradito ciò che sei, se vuoi giungere a ciò che non sei ancora. Infatti là dove ti senti bene, ti fermi; e dici addirittura: “Basta così”, e così sprofondi. Aggiungi continuamente, cammina sempre, procedi in avanti di continuo: non fermarti lungo il cammino, non voltarti, non deviare. Resta indietro chi non avanza».

Come procedere più celermente nel cammino dell’amore?
Poiché l’invito è rivolto a tutta la comunità – “camminate” –, sarà utile aiutarsi reciprocamente. È infatti triste e difficile intraprendere un viaggio da soli.
Potremmo iniziare col trovare l’occasione per ridirci ancora una volta tra noi – con gli amici, i familiari, i membri della stessa comunità cristiana… – la volontà di camminare insieme.
Potremmo condividere le esperienze positive su come abbiamo amato, in modo da imparare gli uni dagli altri.
Possiamo confidare, a chi può comprenderci, gli sbagli commessi e le deviazioni dal cammino, in modo da correggerci.
Anche la preghiera fatta insieme potrà darci luce e forza per andare avanti.
Uniti tra noi e con Gesù in mezzo a noi – la Via! – percorreremo fino in fondo il nostro “santo viaggio”: semineremo amore attorno a noi e raggiungeremo la meta: l’Amore.


lunedì 3 agosto 2015

Il volto femminile secolare degli Oblati


Sono stato più di una settimana con le Cooperatrici Oblate Missionarie dell’Immacolata. Secondo la loro regola, esse vogliono formare un sola famiglia con la Congregazioni OMI, di cui «ne esprime il volto femminile secolare».
Le ha fondate p. Gaetano Liuzzo che racconta: «Pensavo a laiche che vivessero in famiglia; che potessero anche staccarsi da essa e venire a vivere in un’altra famiglia, ma laiche: “Oblate in veste secolare”». Non si stancava di ripetere loro: «Siate fiaccole arden­ti, testimoniate coraggio­samente la fede nell’ideale missionario. Il termometro del vostro amore a Cristo e ai fratelli è qui: sono un’appassionata di Cristo e della Chiesa e della salvezza dell’umanità di oggi? Sento la passione o la febbre missionaria?… la COMI o è missionaria o non è».
Sono soltanto una ottantina, alcune giovanissime, altre molto anziane, che vanno da Trieste a Palermo, a Kinshasa, Montevideo, Buenos Aires. Donne semplici, come le voleva p. Gaetano. Fin dagli inizi scriveva: «La cosa più bella e più perfetta è saper “fiorire dove Dio ci ha piantati” mettendo in tutto un grande amore e una grande generosità: sta qui la bellezza della vita spirituale che, anche con cose piccole, diventa splendidamente luminosa».
È questo il segreto che rende le COMI “splendidamente luminose”.
Al termine del ritiro di questi giorni, al quale hanno partecipato in 40, una di loro ha emesso i voti perpetui, due hanno rinnovato quelli temporanei, due hanno celebrato il 25° e un il 50° di oblazione. La vita continua, nella quotidianità dell’inserimento nella società nei comuni lavori, nel servizio nascosto, nella gioia del dono di sé…


domenica 2 agosto 2015

L’impronta della Bellezza di Dio



Annunciare la parola è un’arte. Lo attesta il parlare di Gesù che sfocia sempre in poesia. L’annuncio della parola diventa spesso un canto. La parola si visualizza nell’immagine e si materializza nell’architettura. È il cammino dell’incarnazione: il Dio invisibile si rende visibile nel volto di Cristo, eikôn, “icona-immagine” divina perfetta (cf. Col 1, 5). 

Teodoro Studita, nel IX secolo, non esitava ad affermare che «se l’arte non potesse rappresentare Cristo, vorrebbe dire che il Verbo non si è incarnato».

L’evangelizzazione non può fare a meno dell’arte. Nel messaggio che Paolo VI consegnò agli artisti in Piazza San Pietro l’8 dicembre 1965 alla chiusura del Concilio, si legge: «Il mondo in cui viviamo ha bisogno di bellezza per non oscurarsi nella disperazione. La bellezza, come la verità, è ciò che mette la gioia nel cuore degli uomini, è il frutto prezioso che resiste all’usura del tempo, che unisce le generazioni e le congiunge nell’ammirazione». Il 7 maggio 1964 li aveva convocati nella Cappella Sistina e aveva lanciato loro la grande sfida: «carpire dal cielo dello spirito i suoi tesori e rivestirli di parola, di colori, di forme, di accessibilità». 

Potremmo ripetere anche oggi l’appello che nell’VIII secolo Giovanni Damasceno rivolgeva ai cristiani di allora: «Se un pagano viene e ti dice: “Mostrami la tua fede!”, tu portalo in chiesa e mostra a lui la decorazione di cui è ornata e spiegagli la serie dei sacri quadri».

Ho visitato gli atelier d’arte delle Suore Discepole del Divin Maestro. Sono nate perché la liturgia sia sempre più bella. Le ho incontrate la prima volta in occasione dell’alluvione a Firenze, nel 1966, quando andai a liberare dal fango il loro negozio. Nel 1969 venni a visitare gli atelier qui a Roma, come oggi: icone, ceramica, vetri istoriati, mosaico… Nella nostra cappellina del noviziato a Marino il ricordo di quei giorni, il piccolo gioiello dell’Immacolata, un autentica miniatura.


sabato 1 agosto 2015

Cosa cerchiamo quando cerchiamo Gesù?

Cosa cerchiamo quando cerchiamo Gesù?
«Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati… Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».
Lo cercavano perché avevano visto che rispondeva ai loro bisogni immediati, sintetizzati nel pane.
Non siamo diversi dalle folle di 2000 anni fa.
Quante volte cerchiamo Dio soltanto perché abbiamo bisogno di qualcosa? La salute, il lavoro, un favore, un altro…
Gesù stesso ci ha insegnato a domandare il pane quotidiano, a bussare… Ma ha detto anche di non preoccuparci di cosa mangiare, di come vestire, cose di cui si preoccupano i pagani e a cui il Padre, nel suo amore premuroso, provvede da sé, prima ancora che glielo chiediamo. Assieme al pane, o prima ancora del pane, Gesù vorrebbe darci un altro cibo diverso, che noi non conosciamo; un altro pane che non deperisce e sazia l’anima e dà la pienezza della vita piena; un’altra acqua che zampilla eternamente e disseta ogni nostro desiderio; un nutrimento misterioso capace di riempire il cuore di gioia, di soddisfare ogni desiderio più profondo, di aprirci il cielo.
È lo stesso cibo di cui di cui egli si nutriva: compiere la volontà del Padre, aderendo pienamente a lui, fino a essere una cosa sola con lui e vivere come egli vuole.