giovedì 7 maggio 2026

L’incontro con Cristo di Paolo e di Eugenio

Ieri, assieme ai Missionari della Consolata, sono stato alla basilica di  san Paolo fuori le mura. Ci ha accolti l'abate che, dopo averci raccontato la storia della basilica, ci ha tenuto una meravigliosa meditazione su san Paolo.

Mi sono ricordato che una cinquantina d'anni fa scrissi una meditazione su  l'incontro con Gesù di Paolo e di Eugenio de Mazenod. Lo riporto qui, semplificandolo un po'.

Quando Mons. Berteaud uscendo da un colloquio con Mons. de Mazenod disse quella famosa frase: “Ho visto Paolo”, si riferiva certamente alla dilatazione d’anima che caratterizzava il vescovo di Marsiglia. Come l’Apostolo delle Genti anche Eugenio de Mazenod sentiva su di sé la sollecitudine per tutte le Chiese e sentiva l’urgenza che Cristo e Cristo Crocifisso fosse annunciato fino agli estremi confini della terra.

Eugenio de Mazenod però non somiglia Paolo solo nel suo ardore missionario. Il segreto del suo essere “un inconditionnel de l’Église”, va trovato nel suo essere “un passionné de Jésus Christ”, come lo ha definito Paolo VI il giorno della Beatificazione. La passione per la Chiesa nasce dalla passione per Cristo. Anche in questo somiglia Paolo. Tutti e due avevano l’anima dilatata sull’umanità, “un cuore grande quanto il mondo”, perché avevano acquistato l’anima stessa di Cristo.

In questa meditazione vorrei poter entrare un po’ nell’anima di Paolo e nell’anima di Eugenio, vorrei domandare loro la propria esperienza dell’incontro con Cristo, vorrei sorprenderli nel momento in cui Cristo li chiama, per poter capire qualcosa del loro rapporto col Salvatore.

L’incontro con Cristo di Paolo

Nell’inno della lettera ai Romani, Paolo canta la sua profonda comprensione dell’amore di Dio, manifestato in Cristo Gesù: “Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo?... Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezze né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rom 8, 28–39).

Tutto è amore. Per ognuno di noi infatti Dio ha preparato, dall’eternità, un disegno di grazia la cui realizzazione, in Cristo, è un continuo crescendo che va dalla conoscenza alla predestinazione, alla chiamata, alla giustificazione, fino alla gloria. È un essere conformi sempre più a Cristo, nel quale da sempre siamo pensati, per giungere con lui alla destra del Padre.

In questa fede nell’amore particolare di Dio, per Paolo è inconcepibile un abbandono da parte di Dio. Tutto, anche la prova e la sofferenza, è manifestazione dell’amore di Dio, e tutto diventa strada per arrivare a Dio, anche quello che potrebbe sembrare ostacolo. Niente può separarci dall’amore che Dio ha per noi perché tutto è amore, e niente può separarci dal nostro amore per Dio perché in tutto vediamo il suo amore e tutto diventa risposta d’amore.

Questo inno all’Amore di Dio non è frutto di speculazione teologica: è frutto della profonda e personale esperienza di Paolo. Nei suoi lunghi anni di servizio a Cristo niente è riuscito a separarlo da Dio (Cf. 2Cor 11, 23–27).

Come mai, possiamo domandarci, niente gli è stato di ostacolo, anzi gli è diventato strada di salvezza? Come mai in tutto ha scoperto l’amore di Dio? Perché tutto concorre al bene occorre amare Dio, infatti “tutto concorre al bene per coloro che amano Dio”, per coloro cioè che hanno fatto l’esperienza di Dio. E Paolo è proprio uno di questi che hanno fatto l’esperienza di Dio, che “amano Dio”. Tutto gli è stato manifestazione d’amore perché amava.

L’amore di Dio si è manifestato a Paolo in Cristo Gesù un giorno, sulla via di Damasco: “E io gli dissi: Chi sei, o Signore? E il Signore rispose: Io sono Gesù, che tu perseguiti” (At 26, 15). È Dio Amore che si rivela nel Figlio: “...colui che mi scelse dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio” (Gal 1,15–16). Davanti a chi lo contesta, può rivendicare di averlo visto: “Non sono forse un Apostolo? Non ho veduto Gesù, il Signore nostro?” (1Cor 9, 1).

Cosa avvenne in quell’incontro di Damasco? Mentre Paolo perdeva la vista, scrive S. Massimo di Torino, “acquistava occhi nuovi per fissare meglio Cristo”. Appena fissato Cristo, questi diventa il suo Signore e la gloria di Paolo, d’ora in poi, sarà solo quella di essere “servo del nostro Signore Gesù Cristo”. Tutto il resto perde valore: Lui è la Vita. Il resto appare opaco, si eclissa lentamente all’orizzonte, appare periferico davanti alla centralità di Cristo: “Quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore…” (Fil 3, 7-11). Davanti alla conoscenza di Cristo, tutto è diventato un non senso: la sapienza di questo mondo, la propria vita passata con tutta la ricchezza e la gloria della legge e della tradizione veneranda. Davanti a sé ha solo Cristo e Cristo Crocifisso: “Non conosco che Cristo e Cristo Crocifisso” (1Cor 2, 2).

È la conoscenza biblica, cioè quel profondo rapporto di comunione che gli fa dire: “per me vivere è Cristo” (Fil 1, 21), che gli fa concepire la vita come un con–vivere, con–morire, con–risuscitare, con–sedere nei cieli in Cristo. È quell’assimilazione profonda a Cristo che gli permette di ripetere più volte: “siate miei imitatori” (1Cor 11, 1).

Paolo diventa così il “cantore di Cristo”: “Il glorioso Paolo apostolo non poteva fare a meno di aver sempre sulla bocca il nome di Gesù, perché l’aveva ben fisso nel cuore” (S. Teresa d’Avila).

Conosciuto Cristo ha ormai una sola brama, quella che anche gli altri possano conoscere e sperimentare l’amore di Cristo. Questo il fine del proprio apostolato, questo l’oggetto della sua preghiera: “Io piego le ginocchia davanti al Padre… Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio” (Ef 3, 14-19).

L’incontro con Cristo di Eugenio

Anche per Eugenio tutto è stato amore di Dio. Anche lui ha sentito su di sé la mano del Padre: “Tu sei il Padre tenero che non smette di abbracciare il suo figlio amato, neppure quando lui si irrita, nel suo delirio, contro la mano che lo protegge e lui misconosce perché ha perduto la ragione”.

Anche lui si è sentito oggetto dell’amore misericordioso del Padre: “La pazienza con la quale il Padre mi ha atteso mi pareva inconcepibile, soprattutto quando la paragonavo ai colpi che la giustizia ha dato più volte a destra e a sinistra attorno a me. Tanto che la misericordia mi pareva riservata solo per me”.

Anche per Eugenio l’amore di Dio si è manifestato in Cristo Gesù, in Cristo e in Cristo Crocifisso. La via di Damasco passava per la cattedrale di Aix: “Posso dimenticare le lacrime amare che la vista della Croce fece scendere dai miei occhi un venerdì santo?... in mezzo al dolore, l’anima si slanciò verso il suo fine ultimo, Dio, suo unico bene, di cui sentiva vivamente la perdita”.

Paolo, ricordando la propria vocazione, diceva: “...sono stato conquistato da Cristo” (Fil 3, 12). Ed Eugenio gli fa eco: “Dio mi strappò con la più dolce delle violenze” e “con un colpo da maestro”. L’iniziativa è sempre di Dio: “non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (Gv 15, 16). Non sono Paolo, Eugenio che amano per primi, è Dio che li ama per primi, anzi Dio li ama quando uno è persecutore della Chiesa e l’altro in peccato mortale, “quando, scrive Eugenio, meno pensavo a lui”.

“L’amore di Dio – racconta Paolo – è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato. Infatti mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. Ora a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rom 5, 5–8).

Per tutta la vita Paolo griderà che ha perseguitato la Chiesa – come Pietro non si stancherà di raccontare il suo rinnegamento – perché venga maggiormente in risalto la gratuità e l’immensità dell’amore di Dio. Caso mai dovesse gloriarsi di qualcosa si glorierà delle proprie debolezze (cf 2Cor 12, 5).

Anche Eugenio grida il suo peccato: “Chi sono io, peccatore miserabile, per volere amare la purezza e la stessa santità! Ah, lo so, con le mie iniquità passate ho fatto una scelta ben diversa. Mi sono votato al demonio e alle sue opere perverse. Ecco il maestro che ho servito, ecco chi ho amato...Mediterò...sul peccato, sull’orribile esecrabile peccato mortale, nel quale mi sono sprofondato tanto a lungo…”.

Cerca di calcare la mano il più possibile, di trovare le parole più infamanti sul suo conto, così da esaltare ancora di più l’amore di Dio che l’ha reso un uomo nuovo: “Vorrei che il ricordo delle mie ribellioni a Dio scomparisse. No, vorrei invece non dimenticarle mai per tutta la vita perché niente, più del pensiero della mia debolezza e della sua clemenza, può farmi aderire al mio Re”. “Non mi resta che gridare la misericordia del mio Dio. Sì, per tutti i giorni della mia vita e in ogni attimo griderò la misericordia di Dio”.

Ma è diventando sacerdote che agli occhi di Eugenio l’amore di Dio si manifesta in tutta la sua profondità: “Guarda che mostro, mio Dio...hai messo nel tuo santuario…Mio Dio non trovo le parole adatte per esprimere questa infinita, incomparabile bontà che mi fai provare… Chi ha operato questo prodigio lasciandomi in una continua sorpresa e nella confusione? È ancora l’infinita misericordia di Dio... Io, che ho vissuto nel peccato mortale!...Questo ricordo spaventoso mi sarà sempre presente così come quello dei benefici, delle misericordie, della tenerezza, della predilezione di Dio per un mostro di ingratitudine come sono io”. “È dunque in questo modo che il mio buon Dio si vendica di tutte le mie ingratitudini, facendo per me tanto che, Dio qual è, non può fare di più”.

Dio stesso mette nel cuore di Eugenio la risposta al suo amore: “C’è solo amore nel mio cuore...Sono sacerdote! Bisogna esserlo per sapere cosa sia. Il solo pensiero mi spinge a moti di amore e di riconoscenza. E se penso a che peccatore sono, l’amore aumenta”.

È ancora una volta, l’eco dell’esperienza di Paolo: “Rendo grazie a colui che mi ha dato la forza, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia chiamandomi al ministero: io che per l’innanzi ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento... così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù” (1Tim 1, 15).

Eugenio, ugualmente, si proclama il più bisognoso di redenzione: “Se qualcuno avesse bisogno di redenzione più di me, povero peccatore, creatura ingrata e tanto spesso ribelle, gli permetterei di credersi più riconoscente di me verso il Salvatore Gesù che lo ha redento. Ma, visto le grazie che mi sono state fatte e che ho profanato, e ho visto che malgrado tutte queste grazie ho peccato, mi riconosco come l’uomo a cui la redenzione è più necessaria”.

Di conseguenza Eugenio si sente la persona più amata da Dio: “Tu mi hai creato per te e io voglio essere solo per te, lavorare per te, vivere e morire per te…Tu non sei solo il mio creatore e Redentore, così come lo sei per tutti gli altri uomini, ma tu sei il mio benefattore particolare, perché mi hai applicato i tuoi meriti in un modo tutto speciale, tu sei il mio amico generoso che ha dimenticato tutte le mie ingratitudini, tu sei il mio tenero Padre che ha portato questo ribelle sulle sue spalle, riscaldandolo col tuo cuore, lavando le sue piaghe. Dio buono, Signore misericordioso, mille anni spesi al tuo servizio, sacrificati a gloria tua sono la minima ricompensa possibile che la tua gloria possa esigere da me”.

Dopo aver fatto questa esperienza profonda d’amore di Dio, dopo averlo incontrato sulla croce, tutto il resto, come già nell’esperienza di Paolo, perde valore. Tutto piomba nel buio. I suoi sogni di gloria e di prestigio, la carriera da intraprendere nonostante tutto e tutti, cedono il posto ad un altro ideale. Il palazzo di famiglia, confiscato durante la Rivoluzione, che aveva cercato di riacquistare a tutti i costi perché simbolo del proprio prestigio nobiliare, appare ora ai suoi occhi come “quel mucchio di pietre...”. Al centro rimane solo Dio: “Tu mi hai dato l’intelligenza, la volontà, la memoria, un cuore, degli occhi, delle mani, tutti i sensi del mio corpo e tutte le facoltà dell’anima. Tu mi hai dato tutto questo perché lo usi per la tua gloria, unicamente per la tua gloria, per la tua più grande gloria...Mio Dio, ormai è fatta, e lo è per tutta la vita: tu, tu solo ormai sarai l’unico oggetto a cui tenderà ogni mio affetto, ogni mia azione. Piacere a te, agire per la tua gloria sarà la mia occupazione quotidiana, l’occupazione di tutti gli istanti della mia vita. Io voglio vivere solo per te, voglio amare te solo e amare tutto il resto in te e per te”.

Come Paolo anche Eugenio vorrebbe solo poter rendere tutti gli uomini partecipi della propria esperienza: “Che lo Spirito Santo – scrive qualche giorno prima dell’ordinazione sacerdotale – riposi sopra di me in tutta la sua pienezza, riempiendomi completamente dell’amore di Gesù Cristo. Che io mi consumi nel suo amore servendolo e facendo conoscere quanto egli è amabile e quanto gli uomini sono insensati a cercare altrove il riposo del loro cuore, riposo che potranno trovare soltanto in lui”.

Per sé chiede solo una cosa, il massimo che si possa domandare: entrare nella relazione d’amore della Trinità: “Dio mio raddoppia, triplica, centuplica le mie forze, perché voglio amarti non solo quanto posso amarti, perché è niente. Voglio amarti come ti hanno amato i santi, come ti amò e ti ama la tua santissima Madre. Mio Dio questo non mi basta, perché vorrei amarti come tu ami te stesso. Lo so che è impossibile, ma desiderarlo non è impossibile perché io lo desidero con tutta la sincerità dell’anima. Sì, mio Dio, vorrei amarti come tu stesso ti ami”.

Questo è il punto di partenza di Paolo e di Eugenio. Non si può capire Paolo se non si parte dalla sua esperienza di Cristo, iniziata sulla via di Damasco, dalla sua esperienza dell’amore di Dio. Non si può capire Eugenio se non si parte dalla sua esperienza di Cristo Salvatore in cui è racchiuso e svelato tutto l’amore di Dio.

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