lunedì 4 maggio 2026

Se Dio è buono, perché il dolore?

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Parliamo di dolore nel mondo, ce n’è troppo, e spesso anche nella nostra vita personale. Ma se Qualcuno mi vuole bene, e vuole il mio bene, perché permette che io viva il dolore, sia sulla mia pelle sia guardando la sofferenza di chi amo, delle persone a cui voglio bene? Dio è buono o da questa prospettiva sembra un tantino sadico?

La prima cosa da mettere in chiaro è che Dio non vuole il male. Dio è il Dio della vita, non della morte. Ci ha creati per la pienezza della vita e della gioia.

Perché allora il male? Potrebbe sembrare la domanda più semplice di questo mondo, e ci sono infinite risposte, perché ogni pensatore, ogni filosofo, ogni teologo, si è posto questa domanda e ha dato la sua risposta. Le risposte non mancano. Il guaio è che nessuna risposta è convincente.

Tanto del dolore che c’è nel mondo è frutto della libertà umana...

È la risposta che più si avvicina alla soluzione del problema. Il male viene da noi. Chi fa le guerre, chi uccide, chi violenta, chi devasta la natura, chi si accaparra i beni generando la miseria? Non è Dio, siamo noi. Eppure spesso il dolore diventa causa di maledizione di Dio. Sembra che egli se ne stia lontano, ci abbia lasciati soli con la nostra disgrazia, con il nostro patire. Soprattutto quando a soffrire sono persone innocenti, i bambini…

Ricordo quella risposta diventata famosa che diede papa Francesco durante un’intervista in cui gli veniva chiesto addirittura il perché del dolore dei bambini. E lui rispose che ci sono domande che non hanno risposta umana, ma solo divina: «Sappiamo il “perché” nel senso del fine che Dio vuole dare alla tua sorte, e il fine è la guarigione – il Signore guarisce sempre – la guarigione e la vita. Dio, davanti a tante situazioni brutte in cui noi possiamo trovarci fin da piccoli, vuole guarirle, risanarle, vuole portare vita dove c’è morte…

Io non so rispondere alla tua domanda. Neanche il libro della Bibbia che parla del male e dell’ingiustizia, il libro di Giobbe, sa rispondere. Una cosa però so: Dio non resta indifferente al nostro dolore. La colpa è nostra, ma lui si fa colpevole con noi, ci viene accanto, patisce con noi, prende su di sé il nostro patire, al punto che è lui stesso a gridare: Perché?

Sulla croce Gesù è il Dio che si fa pienamente solidale con noi, assume le nostre fragilità e la finitezza, le sofferenze e la morte. Dio non è un sadico, come insinuavi, che se ne sta nel suo cielo e guarda con distacco questa povera umanità. È sceso dal cielo sulla terra, si è fatto uomo, e sulla croce ha raggiunge il punto più basso della sua discesa (o il più alto?). È entrato negli angoli più oscuri della nostra vita perché in ogni angoscia e dolore potessimo trovarlo presente, accanto a noi.

Sono in un letto d’ospedale? Perché questa malattia, questa solitudine? Non lo so. So però che Gesù è lì con me e condivide la mia malattia e la mia solitudine. Allora non sono più solo. Quanti dolori, piccoli o grandi, attraversano la nostra giornata: una delusione, un contrasto, la stanchezza, la depressione, il senso di fallimento, la perdita del lavoro, il tradimento, la morte di una persona cara, il peccato… Gesù è sceso in ognuno di questi dolori, l’ha fatto suo, l’ha fatto suo fino in fondo, per liberarci dal male. Ha preso il buio per darci la luce, la paura per darci la gioia, la debolezza per darci la forza.

Per questo Francesco d’Assisi aveva scoperto nel dolore la “perfetta letizia”, perché vi aveva scoperto la presenza di Gesù.

Chiara Lubich lo diceva con la stessa convinzione in una sua preghiera, parlando con Gesù:

«Ti cerco e spesso ti trovo.
Ma dove sempre ti trovo
è nel dolore.
Un dolore, un qualsiasi dolore,
è come il suono della campanella
che chiama la sposa di Dio alla preghiera. (…)
Sei tu che mi vieni a visitare.
Sono io che ti rispondo:
“Eccomi Signore, te voglio, te ho voluto”.
E in quest’incontro
l’anima mia non sente il suo dolore,
ma è come inebriata dal tuo amore:
soffusa di te, impregnata di te:
io in te, tu in me,
affinché siamo uno».

Il mio dolore non è più solo mio, Gesù l’ha fatto suo, ed è strumento d’incontro con lui. Anche la morte. Se Gesù è morto, posso morire anch’io. Se egli ha fatto propria la morte, essa non mi fa più paura: è soltanto l’incontro con lui che viene a prendermi per unirmi a sé per sempre. Gesù è salito al cielo per prepararci un posto e lì ci aspetta.

E come Giobbe anche noi diremo a Dio: ti ho fatto tante domande sul dolore e non ho trovato risposta convincente. Ma è perché ti conoscevo solo per sentito dire, ora però finalmente i miei occhi ti vedono e posso capire il tuo infinito amore per me.

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