Ho terminato la settimana di lezioni. Davanti a un gruppo
così varie per provenienze, culture e lingue, ho lasciato l’ultima parola a uno
dei nostri superiori generali, Théodore Léon Labouré, che nel 1932 scriveva in una
lettera circolare a tutta la Congregazione:
«Lo spirito oblato non si traduce soltanto all’esterno, con
l’unione delle forze e delle volontà nel campo dell’apostolato; si traduce
anche nel bisogno che sentiamo di conoscerci meglio e di restare strettamente
uniti nei vincoli di una stessa carità. (…)
Nel passato come nel presente la nostra famiglia si è composta
di uomini venuti “ex omni tribu, et lingua, et populo, et natione”; e tuttavia
il lavoro di evangelizzazione è stato compiuto con successo, perché fatto “more
Oblatorum”. Non ci si preoccupava allora di canalizzare i nostri sforzi secondo
la nazionalità: un Oblato andava ovunque lo chiamasse l’obbedienza e si donava
totalmente all’opera di Dio e della Chiesa, all’evangelizzazione dei poveri,
senza chiedersi se i suoi compagni fossero o no del suo stesso paese. Erano
Oblati: questo bastava! E l’unione dei cuori faceva l’unione delle forze. (…)
Ecco la gloriosa tradizione della nostra famiglia religiosa;
è qui, in questa dedizione di ognuno all’opera comune, che bisogna andare a
cercare il vero bene che ci unirà tutti».

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