sabato 12 novembre 2022

Di che temere?

L’anno liturgico volge al termine. Ci porta a pensare alla fine dei tempi, alla fine nostra e a quella della storia. Anche la lettura del Vangelo di Luca volge al termine e ci riporta – prima della cena pasquale – l’ultimo grande discorso di Gesù sulla fine di Gerusalemme, simbolo della fine del mondo.

La fine del mondo! Sempre descritta con immagini tragiche ed eventi disastrosi, mette spavento al solo nominarla. Quando verrà? Come verrà? E avanti con maghi e astrologi e profeti di sciagura. È così terribile che è meglio non pensarci; infatti non ci pensiamo.

Quando sarà, in effetti? Gesù, a differenza degli astrologi, evita di rispondere alle domande su quando verrà la fine, perché la cosa importante è un’altra: cos’è la fine del mondo e come noi dobbiamo prepararci.

La fine del mondo è semplicemente il ritorno di Gesù. Dobbiamo guardare a lui, non a cosa succede attorno a noi. Ci verrà incontro e ci porterà con sé, nel suo regno, e sarà gioia, pace, pienezza di vita, gaudio senza fine.

Lungo tutto il Vangelo ci ha insegnato che non importa sapere quando verrà, ma come aspettarlo. Ci invita ad attenderlo con trepidazione e con ansia, con fiducia, vigilanti nella preghiera, come si aspetta una persona cara che non si vede l’ora di incontrare dopo tanto tempo. La fine del mondo – la nostra morte ne sarà un anticipo – non sarà dunque una tragedia («Non vi terrorizzate»), ma l’incontro con Gesù, a lungo atteso e desiderato.

Prima di allora si distende il cammino della vita, il susseguirsi degli eventi storici. È questo il periodo difficile, non quello finale, che segnerà piuttosto la liberazione dal nostro patire quotidiano. Questo è il tempo delle violenze, delle guerre, degli odi, delle persecuzioni. È quello di adesso il tempo da temere, non quello della fine. Un cammino faticoso, il nostro, fatto di contraddizioni, di delusioni che possono venirci proprio dalle persone più vicine, di difficoltà che si chiamano malattie, mancanza di lavoro, insicurezza...

Gesù che sa la nostra storia, già prevede i sollevamenti di popoli contro popoli, i terremoti, le carestie, le epidemie... Ma non ci lascia soli in questo cammino verso la fine. Ci attende là, al termine della vita, ma è anche qui, lungo il nostro percorso, e ci suggerisce come comportarci, cosa dire, come fare... Soprattutto, ci protegge e mette a nostro servizio la sua onnipotenza: «Neppure un capello del vostro capo perirà»! Di che temere, dunque?

 

venerdì 11 novembre 2022

Ancora un ricordo di p. Mimmo

 

Ancora un ricordo di p. Mimmo: se lo merita!

Il motivo per cui entrai tra gli Oblati - scriveva alla vigilia dei voti perpetui - fu vedere il Fondatore redivivo in loro. Mi colpì particolarmente l’unità che essi cercavano di costruire, il loro essere unoIl Crocifisso che, se è volontà di Dio, mi sarà consegnato il giorno della professione perpetua, sarà il simbolo del mio essere crocifisso e del mio vivere solo per lui. Verso di Lui desidero avere l’atteggiamento descritto nel libro della Sapienza: “l’amai più della salute e della bellezza e la preferii alla luce del sole” (Sap 7,10). Sono convinto, infatti, che solo così potrò essere, unito ai miei fratelli, fonte di luce per quanti incontrerò nella mia vita di missionario…”.

Tre elementi strettamente legati tra di loro che lo accompagneranno lungo tutta la sua vita: l’amore a Gesù Crocifisso, il desiderio di essere costruttore di comunione in comunità, la dimensione missionaria.

Il 28 maggio 1979 riceve l’obbedienza per il Senegal, come era suo desiderio. Inizia da qui la sua avventura missionaria.

Nel 1990, dopo una buona decina di anni di attività missionaria in diversi punti del Senegal rientra in Italia per il dottorato in missiologia presso la PUG con la tesi: Unità e missione nelle lettere del beato Eugenio de Mazenod.

Il superiore generale, p. Marcello Zago scrisse: “Ho letto la tesi di p. Mimmo. L’ho trovata migliore di tutte le aspettative. Una delle migliori tesi fatte e che potrà avere un impatto benefico nella Congregazione...”.

Dopo altri anni in Senegal, nel 2004, viene trasferito in Zaire (oggi Repubblica democratica del Congo) presso lo Scolasticato di Kinshasa, per dare un contributo nell’ambito della formazione degli scolastici. “Ero contento - scrive p. Mimmo - di vivere come seme di fraternità in mezzo alle centinaia di giovani religiosi, venuti dall’Africa e dagli altri continenti a frequentare il teologato Sant’Eugenio de Mazenod… I nostri Oblati in formazione aumentavano di anno in anno e, apprendendo la teologia, raggiungevano, numerosi, la meta del sacerdozio; solo in questi ultimi 11 anni ci sono state un centinaio di ordinazioni sacerdotali a beneficio delle unità oblate del Congo, del Camerun-Nigeria, del Senegal e dello Zambia…”

P. Mimmo resterà in Congo fino al 2016, quando rientra definitivamente in Italia: a Roma nella comunità del Crocifisso, ad Albano presso il Centro dei religiosi legati al Movimento dei Focolari, e infine gli ultimi anni presso la Casa provinciale, continuando ad impegnarsi nel campo dell’insegnamento presso il Claretianum.

Ed ecco sopraggiungere un tumore allo stomaco che tocca anche altri organi interni. Comincia per p. Mimmo l’ultimo tratto della sua vita.

Chi ha vissuto con lui in questi due anni può testimoniare la serenità, il volto sempre sorridente, la fiducia in Dio, come anche il suo darsi da fare per continuare ad essere costruttore di fraternità attraverso i mezzi a disposizione, primo tra tutti il cellulare, come anche attraverso la pubblicazione dell’ultimo libro - “Perché il mondo creda”- che può essere considerato una catechesi su come costruire insieme la fraternità universale sulle vie della sinodalità.

https://fabiociardi.blogspot.com/2022/08/il-sorriso-di-p-domenico-arena.html

https://fabiociardi.blogspot.com/2022/09/la-lezione-di-mimmo-arena.html

 

giovedì 10 novembre 2022

Con passione e entusiasmo

Si chiama Lawrence Sakubita Like, ma in comunità lo chiamiamo semplicemente Like. Da oggi dovremo chiamarlo Dottor Like. Ha appena difeso la tesi di dottorato in Diritto canonico. Una bella tesi. La commissione gli ha detto che il titolo è troppo lungo… e gli suggerisce di aggiungere un riferimento agli Oblati e all’Africa!

Nel lavoro si è lasciato guidare – sono parole sue – da “tre principi costituzionali dell’uguaglianza fondamentale, varietà e gerarchia. Per stabilire rapporti giusti, si deve prima di tutto riconoscere che siamo uguali, tutti abbiamo la stessa dignità. Questo afferma il principio dell’uguaglianza. Però, uguaglianza non vuol dire che dobbiamo essere tutti gli stessi o che dobbiamo avere le stesse funzioni. Questo afferma il principio della varietà. E la diversità dei doni nella Chiesa, compreso il servizio di governo, è per il bene dei fedeli e l'edificazione della Chiesa. Secondo Papa Francesco, «La diversità fa sempre un po' paura, perché mette in discussione le nostre sicurezze e lo status quo...». In quel contesto si deve proteggere e salvaguardare questa diversità attraverso il principio della gerarchia. Dunque, il carisma di guida e direzione che si manifesta nell’autorità deve essere esercitato in modo da incoraggiare i membri a rispettare l’ordine razionale per compiere la missione”.

Al di là del testo tutti hanno sottolineato la passione e l’entusiasmo che Like mette nel lavoro, nell’insegnamento, nella ricerca. Che bello! Auguri, Like!



mercoledì 9 novembre 2022

Conoscenza e amore


 

Come posso amarti se non ti conosco?

Come posso conoscerti se non ti amo?

Fatti conoscere perché possa amarti.

Dammi d’amarti perché possa conoscerti.

(Dai detti di apa Pafnunzio)

martedì 8 novembre 2022

La croce di sant'Eugenio e di p. Louis

Qualche volta il titolo di “decano” serve. In poche parole sono il più vecchio della comunità e anche quello che da più anni vive alla casa generalizia (Paolo fa l’eccezione, ma è un caso più unico che raro). Sono arrivato poco prima di p. Louis, che oggi ci lascia per tornare negli Stati Uniti dopo aver svolto per 12 anni il servizio di superiore generale. 

Che dirti p. Louis? Siamo stati insieme 12 anni. Sono passati in un soffio.

Sei stato così discreto che tante volte la tua presenza non si è neppure avvertita. Però c’eri. La mattina non sono mai riuscito ad arrivare prima di te alla meditazione silenziosa in cappella. Quando arrivavo eri sempre già lì.

Hai guidato la Congregazione senza darti arie di leader, mantenendo l’ultimo posto, anche nel banco in cappella!

I tuoi scritti sono sobri. Invece le tue relazioni sono appassionate. Uomo di rapporti, di vicinanza, di attenzione all’altro. Ricordi i nomi di tutti (quanto ti invidio!). Sempre positivo, incoraggiante.

Anche personalmente devo testimoniare che mi hai sempre apprezzato, sostenuto. In un momento di scoraggiamento – avevo scritto addirittura una lettera di dimissioni – sei venuto nel mio ufficio e mi hai chiesto se ero felice del mio lavoro. Poi hai messo nelle mie
mani la croce che portava sant’Eugenio e hai lasciato che mi lasciassi illuminare da essa. Ancora una volta ti sei messo da parte e hai messo in primo piano Cristo Crocifisso.

L’immagine che conserveremo di te è quella nell’atto, che hai ripetuto tante volte, di benedirci con la croce del Fondatore.

https://www.facebook.com/omiworld.org/videos/535399274648819/

lunedì 7 novembre 2022

... e sono contento

 


Incontro con il Papa. Dopo quello di un mese fa con il Capitolo generale degli Oblati, eccomi di nuovo nella Sala Clementina, questa volta con il Claretianum, studenti e professori insieme, in occasione del 50° della sua fondazione, a Roma e a Madrid; una fondazione che si è moltiplicata con sedi in Africa, Asia, America Latina.

Un discorso programmatico quello del Papa, ma anche molto affettivo, sentito, personale. Tra le tante cose che ha detto due mi hanno colpito in maniera particolare:

La vita religiosa si comprende solo da ciò che lo Spirito fa in ciascuna delle persone chiamate. C’è chi si concentra troppo sull’esterno (le strutture, le attività...) e perde di vista la sovrabbondanza di grazia che c’è nelle persone e nelle comunità… Il Signore… è importante”.

La vita religiosa, l’ho sempre detto anch’io, modestamente, non esiste, esistono le persone. I Dodici sono i Dodici perché sono Pietro, Andrea, Giacomo Giovanni… ciascuno chiamato per nome, uno per uno, con un suo rapporto unico e irrepetibile con il Signore. Un rapporto condiviso, che arricchisce reciprocamente l’intera comunità, la costituisce e fa a sua bellezza: “sovrabbondanza di grazia nelle persone e nelle comunità”. Un rapporto che va coltivato e che diventa fecondo.

L’altra espressione riguarda in modo particolare l’attività accademica dell’Istituto: “Non esagero ma voi, con il vostro lavoro, avete umanizzato tanto la vita consacrata”.

È stato proprio così: il nostro lavoro è stato ed è preparare persone realizzate, gioiose…

È quanto ho detto al Papa quando l’ho salutato personalmente: “Sono il primo studente del Claretianum e l’ultimo dei professori emeriti… e sono contento!”. E lui: “Che bel percorso…”.



domenica 6 novembre 2022

Una ricca eredità di virtù da imitare e di esempi da seguire

Al termine del capitolo generale del 1873, p. Fabre in una lettera a tutta la Congregazione, ricorda che nei precedenti sei anni sono morti cinquantadue Oblati. Non potendo nominarli tutti parla di padre Tempier. “Questo è il primo Capitolo generale a cui non partecipa più questo venerato amico di moltissimi padri. Avevamo la dolce speranza di avere ancora a lungo tra noi questo fedele testimone dei primi giorni della nostra famiglia; il Signore ha deciso diversamente. A noi la consolazione di raccogliere il suo ultimo respiro. Il Signore ha voluto ricompensare il suo buon servitore e risparmiare al suo cuore, tanto cattolico e tanto francese, la straziante angoscia che avrebbe provata nel vedere il Papa prigioniero a Roma e i nostri nemici entrare a Parigi vincitori! Insieme a questo nome venerato per sempre – continua p. Fabre –, permettetemi di citare anche quello di Mons. Semeria, di così dolce e santa memoria, stappato al nostro affetto in maniera tanto subitanea quanto imprevista. Questi due nomi così cari sono seguiti da altri cinquanta; l’elenco dei defunti è lungo! Tutti i nostri padri sono morti nella pace del Signore, lasciandoci una ricca eredità di virtù da imitare e di esempi da seguire; ora sono al cospetto di Dio con il nostro amatissimo Padre. Hanno amato la famiglia religiosa sulla terra, ora l’amano in cielo dove pregano per noi rimasti nell’esilio. Le loro preghiere attirino su questo Capitolo e su tutta la famiglia abbondantissime benedizioni”.

Ho riletto queste parole di p. Fabre visitando la tomba di famiglia a Marino. Anch’io non posso nominarli tutti. Ricordo gli ultimi: Gigi Sion, Mimmo Arena, Sante Bisignano, Marino Merlo, Luciano Cupia, Angelo Dal Bello… Ci hanno lasciato “una ricca eredità di virtù da imitare e di esempi da seguire”.