Ritiro alla comunità di Marino, in un antico convento francescano del XVI secolo. Ho detto le solite cose, ma non è importante cosa si dice, ma quello che “ci” si dice. E un camino acceso fa focolare, fa famiglia.
martedì 7 febbraio 2023
lunedì 6 febbraio 2023
Sulla soglia del paradiso
Strette tra le immani tragedie delle guerre e del
terremoto in Turchia, si muovono le mie timide esperienze quotidiane. Come la visita e i colloqui con donne anziane e ammalate che vivono
in una casa qua vicino.
La prima che viene a parlarmi... il mio sguardo è
attratto dai pesanti calzini neri e dai sandali bianchi: che finezza!
le danno un tocco di eleganza. La seconda: le mani sono particolarmente curate,
bellissime. La terza: spicca la sciarpa di ciniglia blu marino che si intona e dà
colore a un volto pallido. La quarta stringe in mano un piccolo astuccio
celeste, una ricercatezza! Ma l’infermiera che la accompagna conducendo la carrozzina,
mi dice che è semplicemente uno strumento che le impedisce di farsi male quando
stringe con forza la mano… eppure denota stile, anche se la persona sembra
assente e non parla. Poi un’altra, e un’altra ancora… Mi piace costatare che
vecchiaia e debilitazione non avviliscono la persona: ognuna ha un suo contengo,
con grande dignità, tutte regine!
Quello che mi tocca è quanto mi dicono: ho lavorato
tanto, adesso posso pregare con calma e a lungo; ho servito tante persone, ora
sono a servizio del mondo intero; attendo con gioia l’incontro con il Signore; ho trovato un rapporto nuovo con il Padre, mi si è stampato dentro; quanta gratitudine per quanti si prendono cura di me; che grazia poter vivere
insieme, con Gesù tra noi…
Una piccola sorvolata sulla soglia del paradiso…
domenica 5 febbraio 2023
L'angelo di apa Pafnunzio
Quando apa Pafnunzio ascoltava o leggeva la Passione del Signore accoglieva in cuore ogni parola, ogni gesto di quel racconto, compreso di quel che accadeva a Gesù e attorno a Gesù. Tutto era prezioso, tutto aveva valore.
Spesso lo colpiva la solitudine di Gesù. Nell’orto degli
ulivi aveva supplicato i tre apostoli più amati e più fidati di non lasciarlo
solo, di stargli vicino, di pregare con lui. Presto tutti lo abbandonano.
Affronta un processo crudele e ingiusto da solo, senza nessuno accanto. Anche
Paolo si lamenta di essere stato lasciato solo durante il processo, gli era
rimasto però almeno Luca. Con Gesù nessuno. Nessuno quando è abbandonato alle
angherie dei soldati. La flagellazione, la coronazione di spine, la
crocifissione… torture crudeli, disumane, dolorosissime. Ma forse il
dolore più grande dovette essere quello di sentirsi abbandonato da tutti e
dover affrontare la passione da solo.
L’agonia era così terribile che Gesù non ce l’avrebbe
fatta da solo. Visto che tutti i discepoli disertavano, il Padre pensò bene di
mandargli un angelo a consolarlo. Apa Pafnunzio restava meravigliato ogni volta
che ci pensava: un angelo a consolare il Figlio di Dio? A questo si era ridotto
Gesù per amore nostro? Aveva bisogno di qualcuno che lo consolasse? Non aveva
già un angelo custode, come uomo avrebbe dovuto averlo. Non gli bastava? Ci
voleva un altro angelo di riserva? Chi era, come si chiamava?
Apa Pafnunzio cercava di immaginarsi la reazione di quell’angelo
quando Dio lo chiamò e gli disse che doveva scendere nell'orto degli ulivi a consolare suo Figlio. “Io a consolare tuo
Figlio?”. Fu preso da sgomento. “Come posso io consolare tuo Figlio?”. Che
missione grande, impossibile, gli era sta affidata. E come dovette compierla
bene se il risultato fu che Gesù si disse finalmente pronto a fare non la sua
volontà ma la volontà del Padre.
“Quando arrivo in Paradiso, si diceva apa Pafnunzio,
chiederò di farmi conoscere quell'angelo…”. E intanto cercava già di farselo amico... non si sa mai...
sabato 4 febbraio 2023
Sale e luce della terra: sarà possibile?
È Gesù che dà sapore alla nostra vita. Quanto vuoto, quanta
superficialità, quanta stupidità attorno. Più che vissuta, la vita della nostra
società spesso sembra scivolare via insipida. Con le sue parole e la sua vita Gesù
ha reso piena di vita la nostra vita, ha acceso in noi il gusto della vita, vi
ha sciolto il sale, simbolo della sapienza che ci insegna a leggere gli
avvenimenti come lui li vedi, a coglierne il senso recondito. Ci dà la passione
del vivere.
È Gesù che illumina la nostra vita, egli “luce del mondo”. Quante
tenebre attorno e quanta oscurità, quante vite opache, che si muovono alla
cieca. Ha dato luce ai ciechi, segno di una luce che illumina la mente e il
cuore. Egli, splendore del Padre, rifulge in noi e fa bella la nostra vita,
radiosa.
Ci dà sapore perché a nostra volta siamo sale per gli altri. Ci illumina
perché siamo luce per tutti. Ha creato la
È davvero così la nostra vita, la nostra comunità? Dice a tutti, con la sua sola presenza, che Gesù ha fatto nuove tutte le cose? Fa vedere la bellezza dell’essere figli di Dio? O anche noi a volte diamo l’impressione di vivere la vita a metà, nel grigiore? E se la Chiesa perdesse il mordente, diventasse insignificante, insipida, una delle tante istituzioni benefiche? Se il fulgore del quale Gesù ci avvolge lo rendessimo sbiadito con una vita incoerente, lontana dal suo messaggio?
L’avvertimento che oggi Gesù ci rivolge nel Vangelo ci piomba
addosso come un macigno: un popolo incapace di dare sapore alla vita a null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente;
un faro di luce che non brilla è una stoltezza. Un avvertimento che ci scuote: dobbiamo
far vedere “opere buone”. Come, quali? Di cosa siamo realmente capaci? Soltanto
Dio è buono e può compiere opere buone; noi chi siamo?
C’è un modo per compiere ciò che Gesù si attenda da
noi, ciò che forse gli altri si attendono da noi; c’è un modo per essere sale e
luce: lasciare che sia Gesù stesso a dare sapore all’esistenza e a illuminarla,
lasciarlo vivere in noi e tra noi accogliendo giorno per giorno la sua parola,
mettendola in pratica e amandoci tra di noi, perché «Chi ama suo
fratello, dimora nella luce e non v’è in lui occasione di inciampo» (1 Gv 2, 10). Sarà lui ad operare in noi, a vivere in noi, nella sua Chiesa.
venerdì 3 febbraio 2023
Racconto di Simonetta Magari
È nel suo compimento che una vita acquista senso e
valore. Ed è proprio dalla fine che Simonetta Magari narra la sua storia
vissuta in donazione gioiosa a quanti avevano bisogno di un aiuto psicologico,
ai disabili mentali, ma anche più semplicemente ai colleghi, agli studenti, agli
amici. Fino alla svolta il giorno in cui le viene diagnosticata la SLA: da
medico che si prende cura dei disabili si trova improvvisamente disabile, nella
necessità di essere lei stessa curata. Un cambiamento drammatico, non facile da
accettare.
La narrazione – che l’autore affida in prima persona alla
protagonista ormai resa dalla malattia incapace di parlare – si trasforma in
meditazione sul dolore e sulla presenza di Dio che, come un artista, lavora in
maniera inattesa per comporre un’opera d’arte.
giovedì 2 febbraio 2023
Conoscere
È la prima di tre parole che per un secolo si sono incise
indelebilmente nella mente di più generazioni di cattolici. “Per qual fine Dio
ci ha creati?”, chiedeva la tredicesima domanda del Catechismo nella
dottrina cristiana di Pio X, edito nel 1912. Si rispondeva: “Dio ci ha
creati per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita, e per goderlo poi nell’altra,
in paradiso”. Difficile ricordare tutte le 433 domande e risposte di quel
catechismo, ma questa, assieme alla seconda, “Chi è Dio?”, hanno fatto parte,
nella loro profonda essenzialità, del comune substrato culturale del XX secolo.
Conoscere Dio. Quale pretesa!
Eppure Dio ha creato proprio per farsi conoscere. Si “rivela” nella creazione,
nella storia umana, nella voce dei profeti, fino a quando manda tra noi suo
Figlio, che non a caso viene chiamato il Verbo, la Parola. L’amore desidera
sempre manifestarsi, aprirsi, per invitare alla comunione. Non c’è amore senza
conoscenza. Per amarsi occorre conoscersi e più si ama più si vuole sapere
tutto dell’oggetto amato, siano le galassie, l’atomo, il pensiero filosofico, la
biologia, le culture, la storia, la persona dell’altro… e perché no, Dio.
“Querere Deum”, mettersi
alla ricerca di Dio, è stata l’appassionato desiderio che ha mosso la storia
dell’umanità. Parlare con lui, interrogarlo, ascoltarlo, fino a scoprire il suo
amore infinito, il senso profondo della nostra vita, fino a trovarlo non fuori
di noi, ma in noi, secondo la grande scoperta di Agostino. Si vuole bandire la
conoscenza di Dio dalla scuola, dall’orizzonte culturale, credendolo un
antagonista che priva della libertà, mentre è colui che dona pienezza
all’umanità facendo l’uomo più uomo. Perché non leggere e studiare i Vangeli,
visitare i luoghi di Gesù, ripercorrere la vita di quanto sono stati
affascinati da lui, l’hanno seguito, hanno scritto di lui…? Conoscendo si ama e
amando si affina la capacità di conoscenza e di dedizione (“servirlo”). Un
cammino appassionante, che porta lontano: la promessa è “goderlo in paradiso”.
mercoledì 1 febbraio 2023
Giornata della vita consacrata: l'oblazione
Per ogni membro della Famiglia oblata questa Giornata
può essere il momento per ricordare la propria oblazione.
Questa parola – oblazione –, negli scritti di sant’Eugenio,
appare già il 2 ottobre 1815 per esprimere l’impegno preso dai membri della
prima comunità di Aix. Ricordando il voto d’obbedienza fatto tra lui e Tempier
l’11 aprile 1816, sant’Eugenio usa ugualmente il termine oblazione: “questa oblazione
di tutto se stesso, fatta a Dio” (Mémoire, Rambert, I, 187-188). La parola oblazione precede non solo il nome
Oblato, ma anche la consacrazione religiosa con i voti. I voti e la vita
religiosa sono arrivati più tardi, dopo che già si faceva l’oblazione, e furono
considerati uno strumento necessario per raggiungere gli stessi risultati che
gli Apostoli hanno ottenuto per mezzo della loro predicazione. Come sottolinea
Morabito, lentamente ma sicuramente “questa idea d’oblazione (…), dopo aver
dato il nome ai voti di padre de Mazenod e dei suoi compagni, finisce con l’invadere
tutto, dando il nome non solo ai voti, ma anche alle persone e a tutta la
Società, quasi a caratterizzare non solo un atto della loro vita, ma le loro
stesse persone, tutta la loro vita e la loro missione nella Chiesa” (L’Immaculée dans la spiritualité du Fondateur, “Études Oblates”, 14 [1955], p. 37).
Eugenio non cessò mai di sottolineare, con la sua
vita, l’essenza dell’oblazione come dono totale di sé, senza riserve, a Dio e
alla sua causa, che è quella della Chiesa: la salvezza delle anime, dei poveri
e dei più abbandonati. Così si esprime nella lettera a fratel Baret del 18
agosto 1843:
“Eccovi, con la vostra oblazione, consacrato a Dio per la vita e oltre; devo anche aggiungere, con grande umiltà ma anche con grande consolazione, che nello stesso momento sono divenuto vostro padre. (…). Abituatevi presto, mio caro figliolo, ad avere in Dio una fiducia senza limiti; bisogna essere generosissimi con un Padre così buono, che è insieme così grande e così potente. Nessuna riserva quando ci si dona a lui; egli conosce i vostri bisogni e i desideri legittimi del vostro cuore: non occorre altro. Perciò vuole a ragione che ci stimiamo tanto onorati, che ci stimiamo così felici di essere ammessi nell’intimità dei suoi discepoli privilegiati, da esigere in cambio e per riconoscenza di affidarci a lui senza riserve e condizioni. (…) Vi siete consacrato a Dio, alla Chiesa, alla congregazione: per il resto affidatevi a lui: egli saprà ispirare a chi comanda quel ch’è giusto. (“Écrits oblats”, 10, 25-26)




