sabato 22 luglio 2017

La pazienza di Dio... come un campo di grano


«Lasciate che grano e zizzania crescano insieme fino alla mietitura…» (Mt 13, 24-43).

I seminatori della parabola conoscono il loro mestiere e sanno che debbono ripulire il terreno dalle erbacce perché il grano posso crescere bene. Il padrone invece si mostra meno esperto dei suoi operai e ordina di lasciare stare, che crescano insieme.

Vorremmo una Chiesa di puri e di giusti. Così come vorremmo ogni nostra famiglia, ogni nostra comunità, ogni nostro ambiente di vita e di lavoro composti da persone a modo, brave, giudiziose.
Come saremmo contenti di purificare dal male, da elementi di disturbo, perché tutto sia armonia e gioia e pace.
Quante volte vorremmo distinguere nettamente grano e zizzania, buoni e cattivi, e operare una giusta separazione per liberarci una volta per tutte dallo scandalo del male.
Mi chi ci ha costituiti giudici dei nostri fratelli e sorelle?
Siamo poi così sicuri di sapere dove passa la demarcazione tra bene e male, tra buoni e cattivi?
E poi Gesù si è messo dalla parte dei peccatori…

Nel campo di Dio tutto può accadere, anche che la zizzania si converta in grano. Che strana agricoltura quella di Dio.
Egli dà tempo e si prende tempo, con ognuno di noi.
Gesù ha lasciato che Giuda restasse tra i Dodici, fino all’ultimo. Almeno il suo campo avrebbe potuto ripulirlo! Invece no. Ha saputo convivere con i peccatori.
Nel suo campo ha lasciato anche i due ladroni che poi lo avrebbero affiancato sulla croce. Proprio all’ultimo uno di loro, zizzania, si è convertito in grano. Prima che avvenga la mietitura possono accadere tante cose.
Il vangelo di oggi è una chiamata a convivere con tutti, con la pazienza, l’amore, la speranza stessa di Gesù.


venerdì 21 luglio 2017

Maria di Magdala: chiamata per nome!



Quest’anno santa Maria Maddalena ha ricevuto da papa Francesco una promozione! La sua “memoria” liturgica è stata elevata a ruolo di “festa”. Il Papa ha motivato questo cambiamento «per significare la rilevanza di questa donna che mostrò un grande amore a Cristo e fu da Cristo tanto amata». 
Se lo meritava. È la santa più belle di tutte.
Più bella perché l’arte non si è risparmiata nel ritrarla.
Ma soprattutto più belle perché è quella che più ha amato, con un amore appassionato e perseverante. Non si è data pace fin quanto non ha ritrovato l’amato perduto.

Non le è mancato il contraccambio. Sentirsi chiamare per nome: “Maria”! Gesù la conosce per nome, mostrando un amore tutto personale.
Il bello è che ama anche ognuno di noi personalmente, perché ci conosce per nome! Lo ricordava mesi fa papa Francesco:
«Com’è bello pensare che la prima apparizione del Risorto – secondo i vangeli – sia avvenuta in un modo così personale! Che c’è qualcuno che ci conosce, che vede la nostra sofferenza e delusione, e che si commuove per noi, e ci chiama per nome. È una legge che troviamo scolpita in molte pagine del vangelo. Intorno a Gesù ci sono tante persone che cercano Dio; ma la realtà più prodigiosa è che, molto prima, c’è anzitutto Dio che si preoccupa per la nostra vita, che la vuole risollevare, e per fare questo ci chiama per nome, riconoscendo il volto personale di ciascuno. Ogni uomo è una storia di amore che Dio scrive su questa terra. Ognuno di noi è una storia di amore di Dio. Ognuno di noi Dio chiama con il proprio nome: ci conosce per nome, ci guarda, ci aspetta, ci perdona, ha pazienza con noi. È vero o non è vero? Ognuno di noi fa questa esperienza» (17 maggio 2017).

Dopo un’esperienza così Maria di Magdala poteva dire con verità: “Ho visto il Signore!”. Il suo annuncio è una testimonianza, racconta ciò che ha vissuto.
È ancora papa Francesco a concludere: «Il Signore ci dia la grazia, a tutti noi, di poter dire con la nostra vita: “Ho visto il Signore”, non perché mi è apparso, ma perché “l’ho visto dentro al cuore”».


giovedì 20 luglio 2017

Ma in Paradiso c'è la musica?


Non ho ancora raccontato che giovedì scorso sono stato a Vaste, un minuscolo paese del Salento che vanta origini antichissime. È tutto in una piazza, che però è un capolavoro con un castello da favola.
Nel cortile del castello, come ogni giovedì d’estate, ho assistito ad un vivacissimo concerto di tre fisarmoniche che suonavano musica russa moderna.
Non l’ho potuto scrivere perché so una mia follower (si dice così, vero?) non sarebbe stata contenta. Infatti mi ha inviato un commento sul mio post "Avvolto in musica di cielo" nel quale mi dice: “Post entusiasmante e coinvolgente, p. Fabio! Ma... so di scandalizzare..., io non capisco la musica! tanto da essermi chiesta, in qualche occasione, come potrebbe essere il Paradiso per una come me... Che ne dici?”.

Mi spiace per Maria  Adele, ma in Paradiso ci sarà proprio la musica. Lo dicono le divine Scritture, come, ad esempio, l’Apocalisse, dove i 24 vegliardi cantano “un canto nuovo”. Cantarono gli angeli sui cieli di Betlemme quando nacque Gesù.
Poi ce lo dicono i santi. Ildegarga di Bingen trascrisse i canti ascoltati durante le estasi, ma anche il Curato d’Ars e Padre Pio hanno affermato di aver sentito musica celeste.
Basta guardare i bambini, i più vicini al Paradiso. Sanno disegnare, compongono poesia e quando sono concentrati in un gioco canticchiano o semplicemente mugolano. Perché quando si diventa grandi non si dipinge più, non si scrivono più poesie, non si canta più?
Dovremmo tornare ad avere la semplicità dei bambini che non si curano della critica estetica degli adulti…



mercoledì 19 luglio 2017

Bari: lascia fare a Dio


Appena scendo al treno mi trovo in una città moderna, cosmopolita, con viali perfettamente squadrati, negozi di lusso, piazze, palme, aiuole… non avrei mai immaginato che Bari fosse una tale metropoli.
Oltrepasso Corso Vittorio Emanuele II, che taglia la città da est a ovest, e immediatamente mi trovo in un’altra città, totalmente diversa: un groviglio di strade, persone sedute sulla soglia di casa, biancheria stesa alle finestre, bambini che giocano, tende di finto pizzo che sventolano davanti alle porte. L’unica cosa che accomuna le due città la lingua, per me completamente incomprensibile.



Trovo la strada dove le donne preparano le orecchiette, su tavoli disposti lungo la via, le corti con le persone a crocchio. Mi stupisce la targa con il nome di una zona: “Corte lascia fare a Dio”. Leggo a voce alta la scritta a due donne sedute nel vicolo sull’uscio di casa e domando se è proprio vero che quella corte si chiama così. Ne sono orgogliose, hanno sempre sotto gli occhi un programma di vita.  



La città vecchia custodisce importanti monumenti, dal castello normanno svevo alla cattedrale del 1100, in stile romanico pugliese, d’una purezza incomparabile.



Naturalmente il cuore della città è la basilica di san Nicola, anch’essa in sobrio elegante stile romanico pugliese. Era il 1087 quando tre navi cariche di grano salparono da Bari alla volta di Antiochia. Sulla via del ritorno, nella sosta a Myra, trafugarono le reliquie di san Nicola. La città di Bari, decaduto con l’arrivo dei Normanni nel 1071, riacquistò lustro. Anche oggi, nella cripta dove si conserva l’urna, trovo parecchi pellegrino russi, tra i più assidui frequentatori della basilica.



Corte lascia fare a Dio
Fede, arte, affari, tutto si intreccia in questa caotica città antica. Merita davvero d’essere la capitale del Sud.
… lascia fare a Dio!


martedì 18 luglio 2017

Il superparroco di Supersano e tanti altri


Ho chiesto al Vescovo Vito se mi affidava la parrocchia di Supersano. Mi ha risposto con un no secco: ha già un ottimo parroco, giovane, dinamico, creativo, artista, un parroco d’oro: don Oro-nzo! Come non essergli grato per avermi ospitato nella sua casa?





Bastano pochi giorni e si creano tanti legami belli, con famiglie, prima fra tutte la numerosa famiglia Musio (ma qua sono tutte numerose), quella di Rita e Michele, gli amici della casa famiglia “La goccia”, le suore dell’asilo e i bambini dell’asilo, la sarta, la ricamatrice, la pittrice algerina, il poeta, il panettiere, il fruttivendolo… fino a don Tonino Bello, di cui ho visitato la tomba.





La famiglia umana è una grande bella famiglia!


lunedì 17 luglio 2017

Qoelet a Punta Ristola


Chi è quel signore lassù sulle rocce di Punta Ristola? È il luogo più a sud della Penisola. È una serata ventosa, il mare è agitato, le nuvole coprono l’orizzonte facendo appena scorgere il tramonto che tanti vengono qua a contemplare.
Provo una certa invidia per quel signore delle rocce. Si è portato una sdraio e, solitario, è immerso nella lettura. Ha scelto un posto straordinariamente bello, con cielo e mare tutto per sé, immerso nell’infinito orizzonte della natura e, presumo, del pensiero. Cosa mai starà leggendo?
Lo avvicino, lo saluto. Sorpresa. Non legge Shakespeare, neppure Hemingway, o Quasimodo. Legge Qoelet. Qoelet? Qoelet! Guarda la bellezza del mondo e ripete: “Tutto è vanità di vanità. È tutto un soffio che se ne va”.
È il più bel congedo che mi dà il Salento.


domenica 16 luglio 2017

Chiese ipogee nel Salento: fede e cultura


La guerra goto-bizantina del VI secolo aveva spopolato e depauperato queste terre, facendole tornare indietro di secoli. Furono i monaci bizantini, fuggiti dalle persecuzioni iconoclaste, a riportarvi la fede, la civiltà, le tecniche agrarie, a cominciare dalla coltivazione dell’olivo, permettendo il ricostituirsi di villaggi e centri urbani.
A loro si devono anche le chiese ipogee disseminate in tutta la regione. Era più facile scavare nel tufo piuttosto che costruire. Fra l’altro si erano perdute le tecniche dell’edilizia. Costruire un’abside era un’impresa ingegneristica troppo ardua per i tempi.



Ed eccomi alla ricerca di questi luoghi di culto antichi con affreschi di rara bellezza. Visitarli richiede una buona dose di costanza perché difficilmente accessibili. Ho dovuto interpellare vari enti e mi sono trovato visitatore unico, trattato con molto riguardo.
Tra le altre ho potuto visitare le chiese ipogee di Ortelle e di Vaste. Valeva la pena perseguire con tenacia l’accesso.



Testimonianze silenziose, nascoste, in luoghi isolati.
Luoghi che domanderebbe di essere ripristinati come ambienti di preghiera.
Davanti agli affreschi della chiesa di santa Maria degli angeli, staccati dalla chiesa originale e collocati in un nuovo ambiente a Poggiardo – ignoto ai più – non ho potuto resistere, e proprio davanti alla Madonna degli angeli ho recitato l’Ave Maria: è stata dipinta per essere pregata.