venerdì 14 ottobre 2016
giovedì 13 ottobre 2016
Giovanna Calmo: il senso della morte e della vita
Il
14 settembre, la mattina nella quale iniziava il Capitolo generale, motiva d’infarto
Kennedy Katongo.
L’11
ottobre, durante la messa di chiusura del Capitolo generale, moriva d’infarto
Giovanna Calma, COMI di Catania.
Due
sigilli di valore per un grande evento.
Coscienti
oppure no, il senso della vita è proprio la morte. “Senso” nel significato di
direzione. Fin dalla nascita siamo incamminati verso quella meta. Spesso
facciamo di tutto per non ricordare dove siamo diretti, per esorcizzare la
morte, procedendo senza una meta. Ma non si intraprende un viaggio senza una
meta, sarebbe un girovagare insulso. Il “senso”, la direzione della vita – la
morte – è ciò che le dà “significato”. Non è un assurdo affermare che si vive
per morire. Lo sarebbe se la morte fosse la fine cieca della vita, l’accesso al
nulla. Essa è piuttosto una porta che si spalanca sul cielo, il luogo a cui
siamo chiamati dalla nascita.
“Per tutti la morte ha uno sguardo”, scriveva Cesare
Pavese in una celebre poesia, “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”. Per lui
erano quelli dell’amata Constance
Dowling. Al Petrarca, come scrive nei Trionfi, la morte non faceva paura
perché essa aveva toccato Laura.
I veri occhi della morte sono quelli del Signore ed essa
non fa paura perché prima ha toccato lui stesso, che è morto per raggiungerci
nel momento della morte. Se egli è morto, posso morire anch’io. Se egli ha
fatto propria la morte, essa non mi fa più paura: è soltanto l’incontro con lui
che viene a prendermi per unirmi a sé per sempre. Gesù è salito al cielo per prepararci un posto e
lì ci aspetta.
Perché
parliamo così poco della morte, dell’incontro con Gesù, del cielo, del
paradiso? Soltanto in questo vi è la risposta appagante del desiderio, capace
di inverare, nella radice più profonda, ogni altro desiderio. In ogni persona è
presente l’anelito all’incontro con Dio, ma come un fuoco sotto la cenere: va
rinfocolato. Ogni morte, attorno a noi, dovrebbe smuovere le braci e riattizzare
il fuoco, il desiderio del cielo.
Qua
siamo accampati, come profughi sotto le tende che non vedono l’ora di tornare a
casa, quella vera, il Paradiso, dove non ci sarà più né lutto né pianto, come
ci dicono le Sacre Scritture.
La
morte è una porta che si spalanca sulla realtà vera e immette al cospetto di
Dio. Anche chi ha dubitato o chi non ha mai creduto, finalmente potrà
incontrarlo. Non più la zavorra del dubbio, dell’incredulità, ma neppure degli
attaccamenti che mortificano lo slancio verso l’abbraccio. Saremo davanti a
lui, Dio “ricco di misericordia e grande nell’amore”. Dopo tanta lontananza
potremo riabbracciarci.
mercoledì 12 ottobre 2016
martedì 11 ottobre 2016
WhatsApp di apa Pafnunzio
Non gli sembrava una tecnologia adatta per lui, avrebbe
potuto distrarlo e portarlo fuori dal suo deserto. Ma da quando i nipoti, dopo
tanto insistere, gli avevano caricato WhatsApp sul cellulare s’era accorto che
poteva essere uno strumento utile per tenere viva la comunione. Non disdegnava,
di tanto in tanto, di usarlo per rendersi presente là dove riteneva più utile.
Quella mattina, dopo aver inviato uno dei soliti
brevissimi e veloci messaggi, si chiese, sorridendo: “E se dovessi inviare un messaggio via WhatsApp
a Dio, che gli scriverei?”. Non era poi una domanda tanto peregrina: da secoli,
senza tante tecnologie, i messaggi volevano celeri verso il cielo; li
chiamavano giaculatorie, lampi di luce e palpiti d’amore, dolci, appassionati e
intensi come un bacio.
Gli bastò chiudere un attimo gli occhi e il messaggio
partì immediato, senza neppure dover digitare una parola, senza neppure
formulare una parola… e la risposta arrivò più veloce della luce.
Questo “detto” di apa Pafnunzio è chiaramente un apocrifo. L’ho trascritto lo stesso.
lunedì 10 ottobre 2016
Con gli Oblati nella “Sicilia incantata”
È un esempio di realizzazione di ciò
che il papa si aspetta dagli Oblati, come ci ha detto pochi giorni fa: «È importante
lavorare per una Chiesa che sia per tutti, una Chiesa pronta ad accogliere e accompagnare!
Il lavoro da compiere per realizzare tutto ciò è vasto; e anche voi avete il vostro
specifico contributo da offrire… Il campo della missione oggi sembra allargarsi
ogni giorno, abbracciando sempre nuovi poveri, uomini e donne dal volto di Cristo
che chiedono aiuto, consolazione, speranza, nelle situazioni più disperate della
vita. Pertanto c’è bisogno di voi, della vostra audacia missionaria, della vostra
disponibilità a portare a tutti la Buona Notizia che libera e consola».
Bella di monumenti e di natura, di
storia e di genti, questa Sicilia. Ecco perché sant’Eugenio la chiamava “Sicilia
incantata” e se l’è portata in cuore tutta la vita.
domenica 9 ottobre 2016
A Palermo con i martiri Oblati

Sabato, domenica, lunedì, 8-10 ottobre, appuntamento a Palermo per celebrare i 200 anni degli Oblati.
Non ero
mai stato sui tetti della cattedrale di Palermo: uno spettacolo indimenticabile.
Le torri possenti e finemente lavorate le puoi toccare, mentre attorno l’arco
delle montagne avvolge la città, la conca d’oro, con disegno irregolare e
colori contrastanti.
Ma ho parlato
anche nella parrocchia dove risiede la comunità, nella periferia, proprio alle
falde delle montagne, in mezzo agli aranceti. E questa volta erano tutti
persone del luogo: gli immigranti si concentrano tutti nel centro storico.
Come ha scritto Maurizio Giorgianni nel suo bel libro, Il martirio “carisma” della missione, Frascati 1994, «il martirio della carità è lo spirito portante dell’oblazione. Esso confluisce nelle Regole e nella spiritualità oblata come stile del vivere la missione. Diversi Oblati hanno vissuto il martirio di sangue, o hanno avuto una coscienza martiriale nel loro modo di svolgere la missione.
La croce ed il mistero del martirio di Cristo sono
al centro della nostra missione così da vedere attraverso lo sguardo di Cristo
crocifisso sia il mondo destinatario dell’annuncio sia la nostra missione, che
è portare in noi la morte di Gesù perché la vita di Gesù si manifesti per
essere veramente corredentori.
Il martirio del missionario che condivide, patisce
ogni difficoltà, compresa quella della delusione quando non vede fiorire nulla,
è quel seme che marcisce per portare la vita, che lo rende attento in maniera
particolare alla voce dello Spirito e che rende presente il messaggio: Cristo.
Cristo parla ad ogni uomo di qualsiasi cultura e razza in maniera efficace
attraverso i “nuovi martiri” che lo rendono mistericamente presente».
sabato 8 ottobre 2016
Gratitudine e salvezza
| Gratitudine per tutto, anche e soprattutto per la vita d'ogni giorno |
Non si è trovato nessuno che
tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero? (Lc 17, 11-19)
Quando riceve un dolce o un
regalo il bambino ne è subito preso, affascinato, al punto da dimenticare il
donatore. Allora la mamma lo invita a ringraziare: «Come si dice?». «Grazie!».
È un atto di cortesia sempre gradito, a cui occorre educare.
Nel Vangelo di oggi il grazie
dello straniero per essere stato guarito è ben più di un atto di cortesia. Loda
Dio a gran voce, si getta ai piedi di Gesù, rende gloria a Dio. Riconosce che
la guarigione ricevuta non gli è dovuta, è frutto soltanto della gratuità dell’amore
di Gesù. È questo che ha scoperto lo straniero! Gli altri, quelli di casa,
abituati a ricevere, non l’hanno capito.
Capita di fermarsi al dono e di
dimenticare il Donatore.
Il samaritano ha compreso l’amore di Dio. La consapevolezza
della presenza di Gesù, apparsa improvvisa nella sua vita, ha tramutato la
guarigione dalla lebbra in salvezza eterna.
Anche gli altri sono stati
guariti, ma non hanno ricevuto la salvezza, la guarigione integrale, la vita
nuova. Gli altri, pur guariti, dopo qualche anno sono morti. Lui, il
samaritano, grazie alla salvezza ottenuta non è morto: vive per sempre, di
quella pienezza di vita di cui la guarigione fisica era segno.
Su tutti Dio fa sorgere il sole,
a tutti dona il pane quotidiano, a tutti dona la vita. Ma per avere la salvezza
occorre riconoscerlo in ogni suo dono. Solo allora comincia la vita nuova:
«alzati», ed ecco il nuovo cammino: «va’», e l’esito finale diviene sicuro:
«la tua fede ti ha salvato».
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