venerdì 14 febbraio 2020

Conosci te stesso, conosci il fratello




Dopo una feroce tempesta notturna Loppiano si è destata nel più profondo silenzio. Il sole ha dissolto le ultime foschie e ha ridipinto la campagna, i prati, le vigne, i cipressi, i casolari, le colline, in un affresco sobrio e insieme vivace.

Sono qui prima di tutto per contemplare tanta bellezza e armonia. Poi anche per guidare, per tre giorni, le meditazioni a una cinquantina di vescovi provenienti dai Paesi più lontani, dal Venezuela, al Brasile, Tailandia, Corea, Iraq, Etiopia, Madagascar, Congo…
Oggi ho parlato loro del valore e della dignità di ognuno di noi, pensati e amati da Dio, ad uno ad uno, da tutta l’eternità: il suo amore fa sì che siamo indispensabili nel suo disegno di grazia, unici e irrepetibili, insostituibili là dove Dio ci ha messi… Il nostro essere più vero e profondo è dato dallo stare davanti a Dio, come il “tu” di Dio. Non c’è proprio posto per eventuali complessi di inferiorità.


Ho poi ricordato che in questi giorni stiamo celebrando il primo anniversario del Documento sulla “Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la convivenza comune” firmato dal Papa Francesco e il Grande Imam di Al-Azhar Ahamad al-Tayyib, il 4 febbraio 2019. Quel giorno il Papa nel discorso al Founder’s Memorial di Abu Dhabi affermava: «Alla celebre massima antica “conosci te stesso” dobbiamo affiancare “conosci il fratello”: la sua storia, la sua cultura e la sua fede, perché non c’è conoscenza vera di sé senza l’altro. Da uomini, e ancor più da fratelli, ricordiamoci a vicenda che niente di ciò che è umano ci può rimanere estraneo. È importante per l’avvenire formare identità aperte, capaci di vincere la tentazione di ripiegarsi su di sé e irrigidirsi». Ecco allora la necessità del «dialogo quotidiano ed effettivo. Esso presuppone la propria identità, cui non bisogna abdicare per compiacere l’altro. Ma al tempo stesso domanda il coraggio dell’alterità, che comporta il riconoscimento pieno dell’altro e della sua libertà».

Allora è chiaro: se io valgo immensamente, sono irrepetibile… anche chi è accanto a me vale immensamente, è irrepetibile, insostituibile nel posto in cui Dio l’ha collocato: alla celebre massima antica “conosci te stesso” dobbiamo affiancare “conosci il fratello”. L’altro mi sta davanti come il “tu” di Dio e, nella comunione, mi ridona me stesso. Non è il passaggio dall’io al noi, ma il passaggio da Dio a Dio: da Dio in me a Dio nel fratello, che consente di avere Dio tra noi e mi ridona Dio in me.

E a sera il sole continua con le sue pennellate, tingendo le montagne di viola…

giovedì 13 febbraio 2020

La Giuliana era la nostra “Giulianina”


  
È stata una vita offerta fino in fondo, fino all’ultimo: la vita compiuta; una malattia molto lunga: io l’ho vista sempre immobile; una vita vissuta nello stato vegetativo: un’esistenza davanti alla quale uno si potrebbe chiedere se ha senso mangiare (o forse meglio: inghiottire quanto ti viene messo in bocca), dormire, guardare senza vedere, senza riconoscere, senza nessuna reazione, solo qualche riflesso, qualche movimento automatico... e così per lunghi anni. Una presenza che sembra più assenza. E a volte ci chiedevamo: quanto ancora? Una spogliazione totale. Pochi sapevano chi era, che era una consacrata... La sorte comune di tanti affetti da questo tipo di malattia... 

Ma nel momento della morte ho sentito molto forte che per Giuliana era come una chiamata accolta e portata fino in fondo. Come se non fosse la malattia e la forza dell’organismo a decidere “quando”.  Ho visto morire tanti anziani, è sempre un momento molto speciale, “un toccare l’Eternità”, ma questa volta percepivo qualcosa di diverso, nonostante i soliti sintomi fisici. Può darsi che fosse un po’ il mio modo di vedere, da consacrata, e perché sapevo chi era Giuliana.
Abitualmente si sente che uno lotta per ogni respiro, che vuole aggrapparsi in tutti i modi alla vita, a volte sente paura, ansia, un’insopportabile sofferenza.
Nel caso di Giuliana sofferenza sì, ma più come fatica di chi scrive l’ultima riga della storia. Anche lo sforzo per prendere aria lo sentivo come una lotta per poter dare tutto quello che il Signore le chiedeva chiesto e tutto quello che lei desiderava dargli. Come se volesse finire la corsa, arrivare alla meta. Una grande pace, una bellezza, che magari non si vedeva, ma si sentiva, che mi ha incantata.
Quando avrei voluto interrompere la recita del Rosario, senza finire l’ultimo mistero, perché mi sembrava che già si fosse spenta, Giuliana ha ripreso ancora il respiro, come se avesse voluto dire: “continua, devo arrivare fino in fondo”, ed è rimasta fino alla “Salve Regina” e poi è andata. Sentivo che la lasciavo nell’abbraccio di Gesù che ha accolto la sua sposa, da tanto attesa. E mi sono venute in mente solo le parole: “Sono giunte le nozze dell’Agnello, la sua sposa è pronta”. 

Anche la nostra Giuliana Ciampi, come sant'Eugenio, è partita per il Cielo al canto del Salve Regina. Così mi ha raccontato la suora polacca che l'ha assistito fino alla fine. 
Mi è giunta anche la testimonianza data nella parrocchia nella quale Giuliana ha lavorato per tanti anni:

“Giulianina”. Tutti la chiamavano così. Era piccola ma una grande e instancabile lavoratrice. Una dedizione e passione profonda per gli altri, una vocazione di vita. Il suo impegno per la parrocchia era totale, e si esprimeva nella bellezza delle decorazioni di cui amava occuparsi con cura meticolosa, e si vedeva nei fiori con cui
abbelliva la chiesa e le processioni.

Una catechista che ha tramandato la sua esperienza ad altri dopo di lei e una grande passione per i giovani. C’è chi ricorda la libreria
parrocchiale che curava, con i libri in prestito per i ragazzi, e poi l’impegno per le missioni, nella raccolta dei materiali e delle mostre mercato dei Missionari Oblati e che dire della mitica “Fiera di beneficienza” che coinvolgeva tutti: dagli anziani ai giovanissimi.
Una vocazione la sua con cui rendeva testimonianza ogni giorno. Era una delle “Sorelle Oblate”, una delle COMI (Cooperatrici Oblate Missionarie dell’Immacolata), e cioè una consacrata laica che seguiva il carisma di Sant’Eugenio, fondatore dei Missionari Oblati di Maria Immacolata; coloro che hanno fondato e retto la nostra parrocchia per oltre 40 anni.
I ragazzi di allora ricordano di quando la sentivano arrivare in parrocchia. Aveva il passo pesante, e sapevano che se non fossero scappati in fretta li avrebbe messi a lavorare. Tutti la amavano e la rispettavano, era decisa e andava per la sua strada e difficilmente si arrabbiava. Ma quando questo succedeva si faceva capire bene.

Nel ‘72 quando è stato finalmente inaugurato l’asilo della parrocchia lei era lì, e si è caricata di una responsabilità enorme, a cui avrebbe dedicato ogni minuto del suo tempo. Chi ha lavorato a fianco a lei per tanti anni ricorda soprattutto la sua sensibilità grande, la sua capacità di ascoltare e di comprendere le situazioni più difficili.
Per la parrocchia era una certezza, mentre i parroci passavano e cambiavano lei rimaneva, come una roccia, ad occuparsi dell’asilo fino a diventarne la storia stessa.
La Giulianina era unica e insostituibile. Era un punto di riferimento, per i parroci, per tutti i ragazzi del catechismo e della parrocchia, per le famiglie dell’asilo. Quelli che ormai sono nonni la ricordano con tanto affetto.
Giulianina, un sorriso luminoso, una grande bellezza interiore, una totale dedizione al Signore e ai fratelli, una vita vissuta come missione e dedicata alla carità. La sua forza interiore si comprende anche con la necessità, che a volte dimentichiamo, di affidarsi.
Il suo motto, quello che ripeteva nei momenti difficili, lo ricordiamo con forza in questo momento in cui noi lasciamo andare lei: “Lascia fare a Dio, Dio è grande”. Grazie Giulianina.

mercoledì 12 febbraio 2020

La mamma: un ricordo sempre vivo.



È già passato un anno dalla sua partenza.
Ho riletto i moltissimi messaggi arrivati in quella circostanza: ce la rendono ancora più viva. Eccone alcuni:

Ci lascia una bella testimonianza di santità umile ma profonda.

La ricordo con gioia, nel suo modo dolce e serena, quando veniva a trovarci allo scolasticato insieme a tuo papà.

Sono grato al Signore per aver conosciuto mamma Rosanna, che ha voluto sempre un gran bene a tutti i Missionari Oblati.

Venendo in macchina a Prato pensavo che certamente io e pochi altri in questa Messa saremmo stati tra quelli che Rosanna non l’hanno incontrata fisicamente. Dunque la pensavo come me l’hai fatta incontrare tu, nei tuoi libri e nei tuoi racconti di lei, di lei con te, di lei in famiglia, di lei con il tuo papà.
Poi è arrivato sul mio cellulare il tuo messaggio con questa foto! [la mamma il giorno del matrimonio] Che gioia! Sembra una bimba, tanto che ho creduto all’inizio fosse la foto della prima comunione … Ma no … è Sposa! Che bella foto.
Ed ecco la città. La prima volta che vengo a Prato. La chiesa… piena di luce… con questo Crocifisso senza Croce che sono andata subito a guardare…
Durante la Messa subito mi sono distratta. I tuoi pronipoti hanno fatto il girotondo e altri mille e mille giochi attorno alla Nonna. Perché, pensavo, per loro non c’è differenza, continuano ad amarla come sempre. Sono stata sempre a guardarli  E così loro mi hanno “mostrato” il volto della nonna che non avevo mai conosciuto.
Vorrei poter trasmetterti che gioia che ho avuto in questa Messa. La gioa della certezza che l’Eternità esiste e si manifesta cosi già qui. Questo funerale è stato un ora di questo.

Non so se ricordi, ma quando ci chiedesti del nostro rapporto con Maria, raccontai proprio della morte di mia madre. È stato un comprendere in modo nuovo la Desolata. L'amore di tanti non colmava quel vuoto...
Dopo i funerali un senso di vuoto fortissimo nel rientrare in quell'appartamento che dovevamo chiudere... Il vuoto in noi e attorno a noi, che la gente avvertiva per quello che lei era stata, era così grande che con le mie sorelle pensammo di cercare tra le sue cose un regalo per ognuno degli amici più cari per darglielo da parte sua.
Ma è stata lei stessa poi a darmi molta pace. Tre giorni dopo la sua morte la sognai. Era tutta avvolta da un raggio di luce (come in un dipinto dell'Annunciazione). Io stavo cucinando. Le andai incontro dicendole "Ti ho aspettato con immensa gioia". Era quello che lei diceva a me quando arrivavo a casa da lontano. E quella presenza c'è ancora oggi. Come tua mamma c'è.

Si sente oggi, si è sentito sempre, l'amore che lei, anche il tuo babbo, vi hanno dato in famiglia. Ricordo i tanti incontri avuti specialmente quando eravamo assieme a Vermicino.

martedì 11 febbraio 2020

Inutile predicare ai preti?


Ci sono tre cose inutili – almeno così mi hanno sempre detto: Confessare le suore, raddrizzare le zampe ai cani e predicare ai preti. Sull’ultima inutilità sembra che il vecchio detto oggi si sia smentito.
Ho “predicato” il ritiro al clero della diocesi di Capua e mi sembra non sia stato vano. Un ascolto e un’attenzione insoliti. Soprattutto ne è seguito un dialogo profondo, sereno, con comunione di esperienze di vita personali intense e significative.
Non è stato “inutile” soprattutto per me perché ho ricevuto molto più di quello che ho dato.

Ieri avevo davanti un altro uditorio, gli operatori pastorali e i catechisti, più di 100 laici e laiche, avvolti dalla gioia e che mi hanno dato gioia.

Il tema, come ho scritto ieri, era “L’annuncio della Parola, testimonianza di vita fino al martirio”.
Sono partito dalle ultime parole rivolte agli apostoli da Gesù, prima di salire al cielo, sono state: “Mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra” (Atti 1, 8);
e dalla risposta di Pietro e Giovanni al sinedrio che li diffida dal parlare e dall’insegnare nel nome di Gesù: “Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato» (Atti 4, 20).
L’annuncio è testimonianza: “quello che abbiamo visto e ascoltato”.
Testimoni dunque, ossia coinvolti in prima persona in quello che annunciano: occorre aver udito, visto, contemplato, toccato. Si comunica un vissuto, un’esperienza. Altrimenti è erudizione, forse catechesi, ma non si genera la vita.

E Capua? La grande Capua romana e medievale?
La vedrò un'altra volta. Questa volta mi accontento del campanile della cattedrale.

lunedì 10 febbraio 2020

L’avventura di Capua



Eccomi di nuovo in viaggio. Questa volta la meta è vicina: Capua.
Incontri con gli operatori pastorali e poi con il clero.
Tema: “L’annuncio della Parola, testimonianza di vita fino al martirio”

L’annuncio del Vangelo è infatti innanzitutto una testimonianza: occorre aver udito, visto, contemplato, toccato. Si comunica un vissuto, un’esperienza. Altrimenti è erudizione, forse catechesi, ma non si genera la vita.
Possiamo guardare ai testimoni per eccellenza: i martiri.
Màrtys in greco vuole dire proprio “testimone”, colui che annuncia, attesta e grida la gioia della Resurrezione. Da Stefano fino a Padre Jacques Hamel, ucciso nel luglio 2016 e di cui è in corso la causa di beatificazione. Il martirio mostra la bellezza e la serietà del Vangelo e della vita cristiana. Il martire dice la priorità di Cristo su ogni altro valore, vita compresa, è quindi annuncio di Cristo.
Potremmo rileggere le testimonianze di Policarpo, Ignazio di Antiochia, di Cecilia, Agnese…
Come Oblato di Maria Immacolata ricordo il martirio di alcuni dei nostri missionari che hanno annunciato il Vangelo con la testimonianza estrema della vita.
Sono 104 i Missionari Oblati uccisi in maniera tragica. 27 di loro sono già stati dichiarati beati dalla Chiesa.

Il primo è un Missionario Fratello, non sacerdote, Alexis Reynard, ucciso nel 1875.
Chi è Fr. Alexis? È un semplice, un puro, una di quelle presenze nascoste, senza le quali nessuna missione si può realizzare, una di quelle fondamenta nascoste, senza le quali nessun edificio si può costruire. Così ce l’ha descritto Ileana Chinnici in occasione del Convegno su “Oblazione e martirio” che abbiamo tenuto in Spagna nel maggio scorso.
Fin dall’infanzia, in Francia, ha il desiderio del sacerdozio, ma deve occuparsi dei suoi sei fratelli più piccoli. Dopo la morte del padre, contadino, affida la famiglia ad un fratello ed entra tra gli Oblati nel 1849, all’età di 21 anni, ma non ha istruzione sufficiente per diventare prete. 
Inviato nel Nord Canada nel 1852 diventa un pioniere delle nuove missioni. Fa di tutto: contadino, allevatore, boscaiolo, falegname, artigiano, pescatore …
Dio accolse, in modo del tutto speciale, il suo desiderio di sacerdozio, unendolo al sacrificio eucaristico di Gesù´. Durante una spedizione, fr. Alexis va in avanscoperta con una carovana. Con lui vi sono una guida locale, Louis, alcune famiglie meticce, e un’orfana quattordicenne, Genevieve: la stanno portando in un collegio che le suore in arrivo stanno aprendo. Alexis è preoccupato dalle attenzioni poco sane che la guida Louis, noto per la sua irascibilità e crudeltà, mostra verso la ragazza.
Chi è più povero di un’adolescente meticcia orfana? Non ha genitori, non ha affetti, non ha famiglia, non ha beni, non ha cultura ... Chi potrebbe proteggerla? Chi prenderebbe le sue difese?  Quanto conta la sua dignità di ragazza, di donna, la sua intimità, la sua femminilità? A chi potrebbe interessare, se diventasse oggetto di possesso, di violenza, di abuso, di disumanità? Géneviève è indifesa, di fronte alla libidine di Louis, un uomo violento e senza scrupoli. Ma i semplici difendono i semplici, i puri difendono i puri. Fr. Alexis, nella sua semplicità, avrà pensato di poterle fare scudo e proteggerla da quell’uomo violento.
Va così incontro al suo martirio, e al compimento del progetto di Dio su di sé: è ucciso e cannibalizzato, perché ostacolo ad uno stupro pianificato e infame, perpetrato contro una ragazzina inerme.
Alexis non è sacerdote, ma è vittima. Dio chiama Alexis a vivere in se stesso il sacrificio eucaristico: la sua carne è diventata cibo del suo carnefice, suo nutrimento nelle fredde distese senza selvaggina del Canada settentrionale. Il suo sacrificio è unito a quello di Géneviève.
Non è una testimonianza di amore evangelico di fronte agli abusi che oggi sono una contro testimonianza evangelica, anche all’interno della Chiesa?

Continuo con p. Maurice Lefebvre ucciso nel 1971 a La Paz, in Bolivia, mentre stava portando soccorso ai feriti della guerriglia; con Michael Paul Rodrigo, assassinato il 10 novembre 1987 nello Sri Lanka, mentre stava celebrando la messa; pochi giorni prima, il 28 settembre del 1987 aveva scritto alla sorella Hilda: «... La Croce non è qualcosa che appendiamo alla parete o che portiamo al collo. Gesù vi è stato appeso per primo... Così noi dobbiamo essere pronti a morire per la nostra gente se l’ora arriva e qualora essa arriva». Non manca, naturalmente la testimonianza beato Mario Borzaga…



domenica 9 febbraio 2020

Una Chiesa carismatica viva piena di speranza



Come ad ogni convegno che si rispetti anche questa volta abbiamo appeso al collo il pass. Qualcuno mi fa notare che sul mio cartellino ho dimenticato di scrivere il nome: “Sei senza identità!”. Già, le mie solite dimenticanze… ma subito mi riprendo: “Sì, hai ragione, non ho scritto il nome perché voglio rispecchiarmi in te ed avere da te la mia identità!”. Così per cinque giorni ho cercato di rispecchiarmi negli altri.

Ormai eravamo più di 400, di 100 Istituti diversi, laici compresi, con ortodossi e luterani, di 33 nazioni, con 10 traduzione. Ma, a parte i numeri, si è trattato di un autentico convegno ecclesiale d’alto livello, un piccolo bozzetto di Chiesa una.
Una parola ad alcuni di quanti sono intervenuti:

Maria Voce Emmaus: Il titolo del Convegno, “Carismi in comunione”, stimola a vivere nell’ascolto e nel dono reciproco, perché offrendo la ricchezza degli specifici carismi si realizzi un’autentica esperienza di condivisione. 


Card. João Braz De Aviz: Le persone consacrate, venendo a contatto con il Movimento dei Focolari, si sono sentite attratte dalla luce di questo carisma e dalla freschezza evangelica della spiritualità che ne è nata. Hanno trovato in essa una spinta e un aiuto a valorizzare la bellezza e l’originalità dei propri specifici carismi, a rinnovare i rapporti di fraternità nei loro Istituti, ad apprezzare ed amare gli altri carismi come il proprio.

Angela Maria Lupo: È necessaria l’accoglienza di Maria nella nostra vita poiché soltanto in lei possiamo leggere la trasformazione del nostro io. Maria che vive già nella realtà del “Noi”, introduce in tale realtà tutti coloro che l’accolgono come madre.


Lucia Abignente: In questo anno in cui celebriamo il centenario della nascita di Chiara e desideriamo incontrarla oggi, penso che la testimonianza dell’ardore con cui ha annunciato e tessuto, anche profeticamente, legami di comunione tra carismi interpella noi tutti e ci sollecita a vivere quella comunione piena che, libera da timori, valorizza il bello dell’altro.




Un certo Fabio Ciardi: Tutte le esperienze carismatiche sono in profondo rapporto di unità e di distinzione. Il soffio dello Spirito le unisce portandole al Vangelo e insieme le distingue guidandole a differenti esperienze evangeliche. La via indicata da Chiara per ravvivare i carismi va ancora più in profondità quando orienta verso Gesù Crocifisso e Abbandonato. Tutti i carismi sono sgorgati da quella “piaga”, da dove è sgorgato lo Spirito Santo, autore dei carismi.



Poi ci sono stati interventi di grande valore di Tiziana Merletti, Piero Coda, e tante esperienze profonde di portata universale...
Attendiamo gli Atti per continuare ad approfondire i temi. Anche la rivista Ekklesía riporterà la ricchezza di un convegno di luce, ricco di tanta speranza.

Hubertus così si è espresso: “Che bel frutto del cammino di questi anni, di Gesù fra voi religiosi e consacrate e con l'Opera. Veramente, in questi giorni si respirava profezia! Più che mai ho potuto toccare con mano che cosa vuol dire che Chiara in Paradiso ha visto tutti i religiosi, il vasto mondo dei carismi. Siamo, penso, ancora nella fase dell'incubazione ma, nella misura in cui tutto questo si traduce in co-essenzialità effettiva e quindi in cammino sinodale, ne verrà fuori un volto della Chiesa meraviglioso, fortemente dinamico, veramente all'altezza dei tempi. È l'ora di Maria, dei carismi!”



Siamo sulla strada giusta? Leggendo la lettera che papa Francesco ha appena scritto ai Vescovi amici del Movimento dei Focolari sembrerebbe proprio di sì. Infatti così scrive:

Il carisma dell’unità è una di queste grazie per il nostro tempo, che sperimenta un cambiamento di portata epocale e invoca una riforma spirituale e pastorale semplice e radicale, che riporti la Chiesa alla sorgente sempre nuova e attuale del Vangelo di Gesù.
Attraverso il carisma dell’unità, pienamente sintonizzato con il magistero del Concilio Ecumenico Vaticano II, lo Spirito Santo insegna in concreto a vivere la grazia dell’unità secondo la preghiera rivolta da Gesù al Padre nell’imminenza della sua Pasqua di morte e risurrezione (cfr Gv 17,21). Lo Spirito invita a scegliere come unico tutto della nostra sequela e come unica bussola del nostro ministero Gesù crocifisso - Chiara Lubich aggiungerebbe “abbandonato” (cfr Mc 15,34; Mt 27,46) - facendosi uno con tutti, a partire dagli ultimi, dagli esclusi, dagli scartati, per portare loro la luce, la gioia, la pace. Lo Spirito apre al dialogo della carità e della verità con ogni uomo e ogni donna, di tutte le culture, le tradizioni religiose, le convinzioni ideali, per edificare nell’incontro la civiltà nuova dell'amore. Lo Spirito mette alla scuola di Maria, dove si impara che ciò che vale e resta è l'amore. Come Maria e con lei siamo chiamati a rendere presente e quasi tangibile insieme, per l’umanità di oggi, Gesù, il Figlio di Dio che nel suo grembo si è fatto primogenito tra molti fratelli e sorelle (cfr Rm 8,29) e che vive Risorto in mezzo a quanti sono uno nel suo Nome (cfr Mt 18,20).

A loro volta i Vescovi – sono 150 – hanno scritto a noi del convegno. Così, tra l’altro, nella lettera del Card. Francesco Kriensgask:

Mi ha dato grande gioia sapere che approfondirete un argomento che mi sta particolarmente a cuore: la comunione tra i carismi. È importantissima e oserei dire che è propedeutica alla comunione tra carismi e profilo petrino nella Chiesa.
Davvero dobbiamo essere felici e ringraziare Dio che ci ha fatto intravvedere la bellezza dell’amore reciproco che, attuato tra i due profili, un giorno sarà la più grande testimonianza che potrà dare la Chiesa.
Chiediamo allora di essere all’altezza di avere la presenza di Gesù in mezzo a noi amandoci come Lui ci ha amato! È proprio questo il “segreto”, l’essenza della nostra vocazione e la strada che ci condurrà tutti alla santità attraverso il cammino del Santo Viaggio.




sabato 8 febbraio 2020

Voi siete la luce del mondo



“Voi siete la luce del mondo”, proclama Gesù rivolgendosi ai discepoli (Mt 5, 13-16).
Noi luce del mondo? Ma è Gesù la luce del mondo: «Io sono la luce del mondo», proclama nel tempio di Gerusalemme (Gv 8, 12; 9, 5). Sì, in Gesù «la luce è venuta nel mondo» (Gv 3, 19), egli è la «Luce vera, che illumina ogni uomo» (Gv 1, 9),

Eppure Gesù ci vuole luminosi come lui; non si limita a illuminarci: ci accende con la sua stessa luce e ci rende uomini e donne di luce: «Voi siete la luce del mondo».
La lettera ai Filippesi così interpreta queste parole del Signore: «siate irreprensibili e semplici, figli di Dio immacolati in mezzo a una generazione perversa e degenere, nella quale dovete splendere come astri nel mondo» (2, 15).
La luce che brillava sul volto di Gesù il giorno della sua trasfigurazione sul monte Tabor (cf. Mt 17, 2), riverbera ora sul nostro volto: siamo avvampati dal suo stesso fuoco: «E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo» (2 Cor 4, 6).

È l’esperienza dei primi cristiani, a cominciare da Paolo. Avvolto da «una luce dal cielo, più splendente del sole», è trasformato lui stesso in luce ed è mandato ad annunciare la Parola di Dio ai pagani, «ad aprire loro gli occhi, perché passino dalle tenebre alla luce» (Atti 26, 13.18).
Nel loro primo viaggio missionario Paolo e Barnaba si rendono ben presto conto di essere strumenti di luce per i pagani di Antiochia di Pisidia e quindi per tutti i popoli. Essi applicano a se stessi le parole che fino ad allora erano state applicate a Gesù: «Io ti ho posto come luce per le genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra». «Nell’udir ciò, i pagani si rallegravano e glorificavano la parola di Dio e abbracciarono la fede tutti quelli che erano destinati alla vita eterna. La parola di Dio si diffondeva per tutta la regione» (Atti 13, 47-49).
I cristiani sono “luce per le genti” come lo è Gesù, perché sono un altro Gesù e nella misura in cui gli appartengo. Essere Gesù, essere la Parola per essere luce: ecco la nostra vocazione.

E lo siamo insieme: “Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte”. La città posta sul mondo che deve illuminare richiama immediatamente l’idea di una comunità di persone. «Qual è questa città? – si domanda un anonimo scrittore patristico –. È la Chiesa dei santi (…). Chi sono coloro che accedono la lucerna? Il Padre e il Figlio. Qual è quella lucerna? La parola di Dio di cui fu detto: “Lampada per i miei passi è la tua parola” (Sal 118, 105). Affinché faccia luce, cioè si mostri e illumini quelli che sono nella casa della Chiesa o nella casa del mondo intero. Che cos’è il candelabro? La Chiesa che porta la parola di vita. (…) Perciò ogni uomo che fa parte della Chiesa, in possesso della parola di Dio, è definito candelabro».


Gesù che vive in mezzo a quanti sono uniti nel suo nome si fa luce per tutte le genti.

L’essere luce è ancora legato all’essere amore, come ricorda con chiarezza la Prima Lettera di Giovanni: «Chi ama suo fratello, dimora nella luce e non v’è in lui occasione di inciampo. Ma chi odia suo fratello è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi» (2, 10-11).
Il cammino è tracciato: essere Parola per essere luce; essere amore per essere luce; essere Chiesa per essere luce.