venerdì 7 febbraio 2020

Carismi in comunione


  
“Carismi in comunione: la profezia di Chiara Lubich”. È il titolo del convegno che inizia domani, dopo che oggi abbiamo terminato il nostro ritiro. Saremo ancora più numerosi e con ancora più traduzioni.
Ma perché questo convegno?
Penso perché vogliamo rispondere all’invito di papa Francesco ad essere “Chiesa in uscita”. Come eredi di tanti carismi siamo chiamati ad essere in prima linea in questa “uscita”. Dovremmo essere anche i più esperti e i più generosi nella costruzione degli “ospedali da campo”.
Ma i problemi e le sfide sono così grandi che non è più pensabile di “uscire” verso il mondo da soli. Oggi più che mai siamo chiamati ad uscire insieme: appunto “Chiesa in uscita”. Non possiamo più operare in ordine sparso, ma come Chiesa, in unità.
Questo convegno ha proprio di mira di rinsaldare l’unità tra tutti noi, così da compiere pienamente la nostra missione.
Vorremmo crescere nell’unità a vari livelli.

Innanzitutto la comunione e l’unità all’interno delle nostre comunità. Il Concilio Vaticano II ci ha ricordato qual è la natura più profonda delle nostre comunità: «con l’amore di Dio diffuso nei cuori per mezzo dello Spirito Santo (cfr. Rm 5, 5), la comunità come una famiglia unita nel nome del Signore gode della sua presenza (cfr. Mt 18, 20)» (Perfectae caritatis, 15). Soltanto quando la comunità diventa luogo della presenza di Gesù in mezzo, essa può operare efficacemente, perché allora è Gesù che opera in essa.

Vi è poi un’unità più ampia, quella tra gli Istituti – maschili e femminili, religiosi e secolari, laiche e laici –, che insieme condividono lo stesso carisma. In occasione dell’Anno della vita consacrata papa Francesco ha scritto: «Attorno ad ogni famiglia religiosa, come anche alle Società di vita apostolica e agli stessi Istituti secolari, è presente una famiglia più grande, la “famiglia carismatica”, che comprende più Istituti che si riconoscono nel medesimo carisma, e soprattutto cristiani laici che si sentono chiamati, proprio nella loro condizione laicale, a partecipare della stessa realtà carismatica»
È per questo motivo che nel nostro convegno sono presenti laiche e laici che sono parte interante dell’opera che è nata da un determinato carisma. Non si può essere “in uscita” senza di loro.

La Chiesa aspetta da noi una comunione e un’unità ancora più vasta: tra gli Istituti nati da differenti carismi. Così l’ha espresso papa Francesco: «Mi aspetto che cresca la comunione tra i membri dei diversi Istituti». In concreto aspetta che elaboriamo «insieme, a livello locale e globale, progetti comuni di formazione, di evangelizzazione, di interventi sociali. In questo modo potrà essere offerta più efficacemente una reale testimonianza profetica. La comunione e l’incontro fra differenti carismi e vocazioni è un cammino di speranza. Nessuno costruisce il futuro isolandosi, né solo con le proprie forze, ma riconoscendosi nella verità di una comunione che sempre si apre all’incontro, al dialogo, all’ascolto, all’aiuto reciproco e ci preserva dalla malattia dell’autoreferenzialità».
È per questo motivo che nel nostro convegno siamo di così tante Famiglie carismatiche.

Siamo stati convocati insieme dal carisma di Chiara Lubich, perché il suo è un carisma d’unità. Un’unità che, nel disegno di Dio, vuole raggiungere ogni vocazione e ogni aspetto della vita della Chiesa e delle Chiese, per dilatarsi nei rapporti con i membri delle molte religioni, con le persone che operano nei più ampi contesti sociali. La meta è “Che tutti siano uno”: tutti!
Tra questi tutti non possono certo mancare le nostre Famiglie carismatiche. Per disegno misterioso di Dio, a Chiara è stato dato proprio un carisma di comunione perché i carismi siano in comunione!
L’obiettivo di questi due giorni è dunque crescere nell’unità tra tutti noi, per essere pronti ad andare, “Chiesa in uscita”, a portare l’unità ovunque e secondo la vocazione di ciascuno.

Fatto questo avremo fatto tutto?
No, questo è soltanto l’inizio.
Dovremo fare un altro convegno, per dilatare ulteriormente l’esperienza di comunione e l’unità; un convegno con tutte le altre vocazioni ecclesiali per essere sempre più l’unico popolo di Dio mandato nel mondo, come Gesù, perché il mondo abbia la vita e l’abbia in abbondanza.
In questi giorni iniziamo il primo passo, rinsaldando l’unità tra di noi. Questo ci aiuterà a compiere altri passi, fino a quando tutti saremo “uno”.


giovedì 6 febbraio 2020

Una lettera di Igino Giordani



Giorni fa ho pubblicato sul blog un mio bigliettino a Igino Giordani.
Ecco ora una sua lettera indirizzata a Bonaventura e a me in partenza per il Canada, dove per un mese tenemmo una scuola di formazione per religiosi.
 
Centro Mariapoli, 28. VI. 1978

Carissimi Padri Bonaventura e Fabio,
so che partite per il Canada, per una impresa che a me pare angelica: quella di suscitare un nucleo di araldi del nostro Ideale: un Ideale, che, di fronte agli avvenimenti esplodenti in questa epoca, può costituire la principale resistenza della vita contro la morte, e suscitare l’aggiornamento della spiritualità capace di arginare il materialismo monetario, che invade popoli nuovi e popoli vecchi.
Potete immaginare con quali speranze e con quali auguri io segua, e partecipi spiritualmente, ai lavori della vostra scuola estiva.
Vi prego di salutare tutti i convenuti alla scuola e di congratularmi con loro per una iniziativa che dice l’intelligenza e il fervore del loro apostolato.
Essi sono dei religiosi, i quali riportano – e portano – la religiosità, e cioè il segreto della vita, in un mondo minacciato di morte dai miti monetari, nucleari e allucinogeni.
Saluti devoti a tutti nell’unità, che ravviva la Chiesa e ci elargisce l’unione con Dio. E buon lavoro!
Devotamente
Igino Giordani


Siamo nel 2020 ed eccomi ancora ad un incontro di religiosi, che ormai si svolge anche con le consacrate.
Sono passati tanti anni, ma la vita prosegue.
Siamo 180, religiosi e religiose, un po’ da tutto il mondo, con otto traduzioni.
Il tema è quello di Gaudete et exultate di papa Francesco: “La santificazione è un cammino comunitario, da fare a due a due. Ricordiamo anche la recente testimonianza dei monaci trappisti di Tibhirine (Algeria), che si sono preparati insieme al martirio. La comunità che custodisce i piccoli particolari dell’amore, dove i membri si prendono cura gli uni degli altri e costituiscono uno spazio aperto ed evangelizzatore, è luogo della presenza del Risorto che la va santificando secondo il progetto del Padre”.
Gli Oblati presenti all'incontro
È quello che Chiara ci ha insegnato tanti anni fa e che cerchiamo di vivere: Santi insieme, con il Santo in mezzo a noi.



mercoledì 5 febbraio 2020

Giuliana, missionaria feriale



Oggi si sono svolti i funerali di Giuliana Ciampi, Comi.
Era nata il 16 giugno 1930 a Prato, dove ha sempre vissuto.
Donna umile, discreta, silenziosa, accogliente, è stata sempre membro attivo della parrocchia retta dagli Oblati, collaborando con loro sia nell’animazione missionaria, sia nella conduzione della scuola materna, prima come membro dell’Ammi e poi come Cooperatrice Oblata Missionaria dell’Immacolata.
Si è sempre prodigata per sostenere i missionari Oblati e le missionarie Comi, con raccolte e invii di materiali di ogni tipo, e con l’offerta della preghiera e del sacrificio, segno del suo amore per quella che considerava la sua famiglia.

La malattia l’aveva resa bisognosa di assistenza sanitaria continua, e dal novembre 2007 viveva nella Casa di riposo delle Suore Domenicane di Iolo, a Prato, accompagnata dall’affetto dei famigliari e delle Comi.
La sua salute si era presto aggravata sino ad impedirle di riconoscere chi la visitava e ha vissuto così per tutti questi anni, come un seme che cade in terra per la vita della Chiesa e della Famiglia Oblata, sino alla conclusione del suo viaggio.

Vent’anni fa gli Oblati lasciarono la parrocchia di Gesù divin Lavoratore a Prato. Dopo la loro partenza Giuliana Ciampi rilasciò questa intervista a “Missioni OMI”

Giuliana, cosa ti ricordi degli inizi della parrocchia? Come hanno iniziato gli Oblati a costruire la comunità parrocchiale?
Il quartiere era la metà di ora, molto più malmesso, e composto per lo più da famiglie di operai artigiani. Io andavo nella parrocchia di Narnali. Nel 1958, venni a sapere di questi “padri oblati” e sentii dire che molta gente collaborava con loro. La cosa mi spinse a frequentare la nuova parrocchia.
P. Carlo, il primo parroco, si era subito fatto benvolere: attivissimo, aveva l'abitudine di rendere visita a tutte le famiglie. Gli stava molto a cuore di mantenere contatti stretti con la casa OMI di via Barbacane in Firenze e spesso, per le feste, ci portava lì a vedere il teatrino.
La parrocchia era organizzata con gruppi di azione cattolica per tutte le fasce di età dai più piccoli agli adulti ed era stato creato anche un coro. Tra l’altro tanti si davano da fare per le sottoscrizioni necessarie per pagare la chiesa e le opere parrocchiali. Io cominciai a fare il catechismo ai più piccoli, che si preparavano alla prima comunione, a seguire l’attività dell’AMMI e ad andare nelle case a distribuire Famiglia Cristiana.
Gli incontri dei vari gruppi, di Azione Cattolica e tutti gli altri incontri si facevano in casa Gelsumini. Fu praticamente questa la prima canonica, mentre fungeva da chiesa il garage di via Ponchielli.
Ad aiutare p. Carlo e p. Gennaro Pacelli arrivò, sempre nel 1958, p. Antonio Ciccone. P. Carlo nel 1962 fu trasferito. Curioso l’episodio della sua partenza: non disse nulla a nessuno; la mattina celebrò la Messa delle 6.30 e, senza neanche fare colazione, se ne andò.
Fu mandato allora come parroco p. Clemente Trombetta, il quale, appena arrivato, si propose immediatamente di costruire la Scuola Materna.
Per la verità, era già stata un’idea di p. Carlo che, alle prese con la costruzione della chiesa e della canonica, non era riuscito a realizzarla. Ora, con la donazione del terreno da parte della famiglia. Guarducci, si poteva davvero cominciare a pensarci. P. Clemente mise il riscaldamento in chiesa, le panche, e fece costruire il salone, che venne subito utilizzato per fare il cinema ai ragazzi la Domenica pomeriggio.
Intanto io nel 1963 iniziai ad essere aspirante COMI, le Cooperatrici Oblate Missionarie dell’Immacolata, che avevo conosciute a Roma nel corso degli esercizi spirituali dell’AMMI.
Nel 1965, col trasferimento di p. Clemente, divenne parroco p. Antonio e con lui il progetto della Scuola Materna ebbe l’impulso decisivo. Era un parroco molto attivo e, anche se aveva molti collaboratori, teneva quasi tutto in mano lui. Si interessava molto dei bambini e dei ragazzi, sia per la catechesi, sia per il tempo libero, organizzando squadre di calcio e tornei. Notevole incremento ebbero pure i gruppi dei chierichetti. Era molto vicino alle persone e alle famiglie; aveva anche molti contatti con gli imprenditori della parrocchia, il che gli permise di trovare lavoro in particolare agli immigrati che in quegli anni arrivarono in gran numero, in-
Anche con p. Antonio, come con p. Carlo, l’attività dei gruppi di A.C. fu molto intensa: incontri, gite, ritiri, ecc. Poi arrivò come aiutante p. Renato e, nel 1970, fu il turno di p. Paolo D'Er- rico e p. Giuseppe Lemmo.

E il progetto della Scuola materna?
La costruzione dell’asilo iniziò proprio in quell’anno e nel 1972 ci fu l’inaugurazione. Già dai primi mesi del 1972 p. Antonio sapeva del suo trasferimento e cercava, quindi, di affrettare i tempi per arrivare all’inaugurazione. Aveva già organizzato una sottoscrizione, mobilitando molte donne con questo obiettivo: 30.000 lire a famiglia per riuscire ad affrontare tutte, le spese. Anche se la parrocchia era stata messa al corrente della partenza di p. Antonio, lui, come p. Carlo, partì senza dire niente a nessuno. Poco dopo arrivò il nuovo parroco: p. Nicola Ferrara che si ritrovò ovviamente un’eredità molto pesante.
L'Asilo fu inaugurato l’8 dicembre. Ci si accorse subito del bisogno di una persona che potesse fare da supervisore, che stesse lì, dato che il parroco, pur essendo il direttore non poteva avere il tempo per questo. Lo proposero a me. Lasciai così il lavoro e iniziai questa nuova attività, pur non avendo istruzione. Mi resi allora disponibile per tutto quello che c'era da fare: pulizia, cucina, sorveglianza dei bambini, ecc. Furono assunte tre insegnanti, ma nessuno sapeva bene come fare a iniziare.
La provvidenza ci venne incontro facendo arrivare da noi una “Spigolatrice” (un istituto secolare di Prato), esperta in materia.
Il protagonista di quegli anni in parrocchia e all’asilo fu p. Giuseppe. La sua gioia esultante e la sua semplicità hanno lasciato un segno. I bambini dell’asilo erano tutti contenti quando la mattina andava a prenderli con il pulmino; alcuni addirittura, pur abitando vicino alla scuola, volevano andare con il pulmino per come lui li faceva divertire.
Era un sacerdote con grande spirito di preghiera e andava ogni giorno a trovare i malati. Nel 1975, un po' contro la sua volontà, fu nominato parroco: sentiva molto il peso della responsabilità. Se non sbaglio, fu nel 1980 che lasciò la parrocchia. Fu allora nominato parroco p. Paolo. Due anni dopo p. Giuseppe moriva in un incidente stradale.
Uno degli ultimi Oblati che è rimasto nel cuore di tutta la parrocchia è p. Michele Minadeo, che abbiamo sempre visto insieme a p. Paolo D’Errico.
P. Michele, che arrivò proprio in quegli anni da Firenze, dove la comunità era stata chiusa, venne a Prato, ma continuava a insegnare italiano e latino al liceo degli Scolopi a Firenze.
Gli anni in cui p. Paolo fu parroco furono gli anni in cui la parrocchia conobbe il suo maggiore sviluppo, sia come struttura (la piazza, il rinnovamento del circolo, della chiesa e dei locali parrocchiali, la cappellina, la pizzeria, il campo di calcetto), sia come pastorale e vita parrocchiale (gruppi del dopo cresima e giovanili, centri di ascolto nati dopo la missione del 1991, gruppo degli anziani, ecc.).
La parrocchia, grazie a Dio, si arricchì di numerosi col- laboratori, animatori, catechisti e volontari. Il laicato era così impegnato, attivo e coinvolto, che altre parrocchie ci invidiavano un po’. Il resto, poi, è storia abbastanza recente: la malattia e la morte di p. Michele, assistito e coccolato da p. Paolo e dalla parrocchia fino all’ultimo; p. Luigi Russo, che andava sempre a visitare i malati, fino alla partenza di p. Paolo (dopo 24 anni di ininterrotta presenza in parrocchia) e all’arrivo di p. Roberto Villa (come parroco) con p. Antonio Di Miceli.

Qual è stata la caratteristica più bella della presenta degli Oblati in parrocchia?
La loro disponibilità, una disponibilità esemplare e totale.

In tutti questi anni la parrocchia ti sembra cresciuta? In che cosa?
Le difficoltà in una comunità parrocchiale ci sono sempre, ma sempre c’è anche la possibilità di superarle: questo lasciarci dopo 42 anni è stato duro per noi. Però, con l’aiuto di Dio si va avanti; credo che la comunità sia molto maturata in questi anni e mi pare che tutti siano totalmente disponibili a collaborare con i nuovi padri. Questa disponibilità di chi collabora e lavora per il Signore e per la Chiesa a guardare oltre, senza lasciarsi condizionare nell’impegno in base a chi c’è come parroco, credo sia stata trasmessa proprio dagli Oblati: l’abbiamo imparata dalla loro disponibilità. Nonostante il sacrificio o le critiche che a volte ci sono state, nessuno si è mai tirato indietro. La presenza degli OMI in parrocchia credo sia servita anche a far scaturire in noi una maggiore sensibilità missionaria. Infatti, sono passati molti padri missionari dalla nostra parrocchia fin dall’inizio, provenienti dall’Asia o dall’America, e tutti sono stati aiutati.
Per concludere voglio dire una cosa che riassume un po’ tutta la mia esperienza: i padri Oblati sono stati e sono per me dei fratelli carissimi, sono la mia seconda famiglia.


martedì 4 febbraio 2020

Dalla Madonna di Caravaggio


La campagna della bassa bergamasca è soffusa d’una nebbia che lascia intuire le sagome di alberi ed edifici. Ed ecco un altro dei tanti doni inattesi: Caravaggio! Non avrei mai immaginato che un giorno sarei arrivato fin qui. Le forme mosse dell’imponente chiesa sono sfumate, la torre campanaria non lascia vedere la sua cima che sembra innalzarsi all’infinito.
Dall’antica porta della città si avvia il lungo viale alberato che porta al santuario mariano.
Chissà perché sono pervaso da tanta gioia.
Un grande porticato abbraccia l’ampia distesa che fronteggia il santuario. Sarà suggestione della nebbia, ma sembra immenso. La storia è semplice: una povera donna, maltrattata dal marito, si trova in quel campo a falciare l’erba quando le appare la Madonna. Tutto qui. Eppure nel cuore del santuario, in basso, dove è sgorgata la sorgente, si avverte una presenza.
Quante persone in preghiera! Sembra un paradiso…


Poco distante la chiesa e il convento di san Bernardino, del 1400, appena restaurato, con affreschi d’una bellezza sorprendente: un autentico gioiello d’arte.
Che dono!


Continuano intanto a giungere messaggi sull’incontro del giorno precedente a Bergamo:
Desidero ancora ringraziarti di cuore per quanto ci hai donato con appassionato convincimento sabato a Bergamo. In questi giorni ho continuato a meditare sulle quattro parole che esprimono il carisma dell’unità che hai postato sul tuo blog e le ho trovate così incisivamente efficaci che ho pensato di offrirle al gruppo “Ripensare la politica” che a cui abbiamo recentemente dato vita…

Un membro di un Movimento ecclesiale:
Innanzitutto mi ha colpito la vicinanza con un carisma (il vostro) che, proposto e vissuto a partire da un'esperienza semplice e personale, ha l'audacia e il desiderio di avere a che fare con il tutto: il tutto della persona, il tutto della Chiesa, il tutto della realtà. E mi ha colpito come questo emergesse non come pretesa o ambizione, ma come riconoscimento grato di un dono ricevuto, da parte di chi parlava, con umiltà…
Mi chiedevo perché mi sentissi così a casa. Credo di poter dire che 10 anni fa, questa condizione di immedesimazione e amicizia non sarebbe stata possibile. Il cammino fatto in questi anni, il nostro come il Vostro, ci ha sicuramente resi più umili e desiderosi di camminare insieme. Questo l'ho visto anche in Voi e mi ha molto colpito e confortato.
Buon cammino, che dopo sabato, sento più comunionale…

lunedì 3 febbraio 2020

A Bergamo con il figlio del "Venditore di accendini"


   
“Ti aspetto in cima alle scale della stazione. Tu non mi conosci, ma io sì!”
Da lontano, in cima alle scale, vedo una suora con un mezzo di fiori, pronta ad accogliere e omaggiare qualcuno: la superiora generale? In ogni caso non è Franca che scorgo poco dopo e che mi accoglie non con i fiori, ma con un sorriso tutto focolarino e con il marito accanto.
Due passi nel centro di Bergamo, un pranzo condito di tante notizie e subito in una sala magnifica, nel prestigioso palazzo dei congressi. L’evento inizia alle 15.00, ma alle 13.30 c’è già chi arriva, sistema i fiori, i microfoni e tutti che salutano con calore. Non conosco nessuno, ma c’è chi mi ringrazia, chi mi ricorda che ci siamo visti lì, là, tanti anni fa… Ho la gioia di ritrovare pochi ma carissimi amici che non vedevo da anni annorum.
La sala si riempie in fretta, quasi 500 persone. Il vescovo della città non potrà essere presente alla manifestazione, ma è venuto comunque a dare il suo caloroso saluto a tutti.

Racconto le solite cose, ma con tutta la convinzione possibile e trovo un profondissimo ascolto. La prima ora è andata, in un soffio.
Dopo l’intervallo tre altri interventi, naturalmente più brevi, ma intensi, incisivi, sulla pedagogia di Chiara Lubich, l’economia di comunione, il dialogo del Movimento dei Focolari con l’Islam. I primi due interventi sono di due professori universitari, Ivo Lizzola e Giacomo Bailetti; il terzo… 
sorpresa! È Abdoulaye Mbodj, primo avvocato africano del foro ambrosiano. La sorpresa è riconoscere in --- il musulmano figlio del “Venditore di accendini”, l’immigrato senegalese di cui avevo letto la storia nel libro intitolato appunto Venditore di accendini, che racconta di un uomo intraprendente che, vendendo accendini, riesce a far venire in Italia la sua famiglia e a far studiare il figlio… che adesso è un brillante avvocato di Milano!


Alla fine, per festeggiare, saliamo con la funicolare alla città alta.
Eccomi finalmente a passeggiare nell’antica Bergamo medievale, una città austera, silenziosa, con strade pavimentate d’un impossibile ciottolato, i monumenti solenni e contenuti, ammorbiditi dal buio della notte.
Fa da contrasto la vivacità del piccolo gruppo di persone che mi accompagna e che non può contenere la gioia esplosa poco prima in sala…



domenica 2 febbraio 2020

Yvon Beaudoin e il vecchio Simeone


“Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace”.
Questo il congedo del vecchio Simeone, come abbiamo letto oggi nel Vangelo della Presentazione di Gesù al tempio.
Una settimana fa, prima di entrare in coma, anche p. Ivo Beaudoin aveva pronunciato parole analoghe, le ultime: “Sono pronto”.
Così ieri, alla vigilia della festa della Presentazione, in sintonia con il vecchio Simeone, anche p. Yvo è stato accolto nella pace del Signore.

10 anni  fa, il 25 giugno 2010, scrivevo sul blog:
“Mi è già stata assegnata la stanza nella mia nuova casa. Dal primo luglio farò parte della comunità della casa generalizia degli Oblati a Roma. Inizia una nuova avventura. Ed inizia dalla stanza n. 203. Ha una grande finestra luminosa, a tramonto, che dà sul parco dei grandi pini. È la stanza che ha abitato fino allo scorso ottobre p. Yvon Beaudoin, un’istituzione nel nostro ambiente: ha vissuto 60 anni a Roma, pubblicando una infinità di libri e articoli, frutto di una passione straordinaria per il Fondatore e la storia degli Oblati, e di una professionalità unica nel campo della ricerca. Dovrò idealmente continuare il suo lavoro, anche se non sarò alla sua altezza e soprattutto, non per 60 anni! In ogni caso mi sembra una coincidenza non casuale che mi abbiano dato, senza averci pensato, la sua stanza: raccolgo il suo “mantello”, sperando di continuare ad operare nel suo solco, come Eliseo col mantello di Elia”.

Due anni fa ho cambiato stanza. Adesso sono verso il levante e ogni mattina vedo sorgere il sole dietro la cupola di san Pietro. Non sono più nella stanza che fu di p. Ivo. Ma mi sono portato con me, nella nuova stanza, la sua sedia a dondolo, con lo stesso cuscino un po’ logoro… Mi siedo su quella sedia per leggere, pregare, riposare…
Adesso p. Ivo mi è vicino più che mai.

È arrivato a Roma quando io non ero ancora nato. Era partito da New York il 25 settembre 1947 con la nave Nea Hellas, per giungere a Napoli il 13 ottobre. È ripartito da Roma per tornare definitivamente in Canada nel 2009: 62 anni di lavoro alla casa generalizia, negli archivi, nella postulazione; alla Congregazione per le Cause dei Santi in Vaticano; 40 anni con gli scout… Una vita regolare da far paura. Ha sempre amato lavorare solitario tra quattro mura leggendo vecchi documenti e scrivendo qualche centinaio di opere e articoli, preparando studi per altri, restando sempre dietro le quinte, con grande discrezione e umiltà. Ha catalogato tutti gli scritti di sant’Eugenio, ha imparato a conoscerlo e ad amarlo come nessun altro. Per fortuna aveva i giovani, anche se anche il lavoro con loro era molto regolamentato. Tanti, oggi professionisti affermati, lo ricordano con tanto affetto e domandano sempre di lui…

Di sé scriveva: “Per natura ho un temperamento dolce e accondiscendente, ma i miei rapporti sono sempre stati limitati all’essenziale… Le mie giornate sono sempre state piene, dalle 5.30 alle 22.00, senza fermarmi per la colazione, senza vedere la televisione se non tre o quattro volte la settimana il telegiornale, spesso senza cenare perché torno tardi dagli scout… Ho lo stesso ritmo di vita uguale di anno in anno. Col passare degli anni sono diventato più paziente e riflessivo, resto abitualmente calmo e sereno. La mia spiritualità è quella del dovere quotidiano ben fatto, puntuale. Amo ridere quando sono con gli altri e rendere la mia compagnia piacevole”.
Era consapevole che il lavoro di storico freddo, oggettivo, un po’ impersonale lo aveva segnato anche nella vita spirituale. Ciò a volte lo faceva un po’ soffrire. Per questo meditava sempre su una parola che si ripeteva come un ritornello: “In tutte le cose mi dirò: devo fare straboccare la misura della carità. Se l’amor proprio mi suggerisce: difendi i tuoi diritti, io dirò: devo fare straboccare la misura della carità. Se la pigrizia mi suggerisce: riposati, io dirò: devo fare straboccare la misura della carità. Se la prudenza mi suggerisce di risparmiare le mie energie, io dirò: devo fare straboccare la misura della carità. Se divento nervoso, irascibile, io dirò: coraggio, devo fare straboccare la misura della carità…”.
Ha accettato i suoi limiti, senza rassegnarsi. Ed è quello che suggeriva anche agli altri quando lasciò Roma:

“Agli Oblati non direi tanto «evangelizzate», «siate pieni zelo», lo sono sempre stati; direi piuttosto quello che diceva sant’Eugenio: «siate religiosi», «siate regolari», «lavorate a diventare santi». Questa insistenza sulla vita di preghiera, sulla carità fraterna, sulla tensione verso la santità l’ho messa in luce in tutte le introduzioni che ho scritto ai vari volumi dei suoi scritti! Il ruolo dei formatori è quello di fare in modo che il carisma oblato e le tradizioni della Congregazione vengano trasmesse alle nuove generazioni degli Oblati di Maria Immacolata”.  

Sì, servo buono e fedele, puoi andare in pace a ricevere la giusta ricompensa che ti è stata promessa tanti anni fa...

sabato 1 febbraio 2020

Gesù è presentato al tempio


“Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore” (Lc 2, 22-40)

Del Vangelo odierno, così ricco di eventi e di parole, con tanti attori, a cominciare dallo Spirito Santo che vi appare tre volte, mi colpisce soprattutto il fatto in sé: Gesù è presentato al tempio.
Un atto semplice, che i genitori fanno perché questa è la tradizione, in obbedienza al precetto del Signore. Un gesto non legato a parole: Giuseppe e Maria offrono a Dio il loro figlio, tutto qui.

Tutto qui? Ma è atto grandioso! Una coppia insignificante, perduta fra la folla, che presenta il proprio figlio a Dio. Giuseppe e Maria non sono più insignificanti. Sono davanti a Dio, sanno che il loro figlio è di Dio, gli appartiene, non è loro, e glielo presentano.
E Dio glielo ridona, dietro il riscatto di due colombe! Un bambino per due colombe.
Giuseppe e Maria si sentono amati, compresi da Dio, quasi soggiogati dalla sua generosità: un bambino per due colombe.

È il gesto chiesto a ciascuno di noi: presentarsi davanti a Dio: siamo suoi, gli apparteniamo. Occorre prenderne coscienza, riconoscerlo: siamo di Dio!
E Dio ci restituisce a noi stessi, con una valenza nuova: stracolmati del suo amore.