martedì 7 giugno 2016

Anche i bambini sanno contemplare?



Così mi scrive Giuseppe:

Vorrei condividere con Lei un pensiero conseguente alla lettura del Suo blog del 30 maggio 2016 e ad alcune riflessioni personali che ho fatto in questi ultimi mesi. Il tema centrale è l’Eucaristia e l’adorazione durante la Santa Messa o anche nelle visite al Santissimo Sacramento.
È molto bella la descrizione che Lei fa di quei momenti in cui, ancora bambino, accompagnato sapientemente da Suo Padre, partecipava alla Santa Messa. Già solo dalle Sue parole sembra quasi di rivivere la solennità e, soprattutto, la sacralità che Lei poteva respirare e nella quale era immerso durante la celebrazione.
Io sono un papà di due splendidi bambini, rispettivamente di 13 e 8 anni. Per loro, ma anche per me e mia moglie, mi sono posto in questi mesi alcune domande e mi sono trovato a riflettere sul modo in cui noi genitori, nella Chiesa e con la Chiesa, possiamo trasmettere la fede ai nostri figli. Ho sempre pensato (e non sono certo io a scoprirlo) che la società attuale allontana sempre più le persone dalla riflessione e dalla meditazione. In un clima del genere appare davvero improbabile che un bambino (e anche un adulto) possa giungere addirittura all’adorazione e alla contemplazione. Ma c’è sempre la Chiesa che ci guida e che custodisce integro il tesoro della Fede. La Liturgia in particolare può essere considerata, a mio avviso, uno degli ‘’antidoti’’ più efficaci contro la superficialità, il chiasso, le brutture e il relativismo tipici della nostra epoca (anche se, credo, non sia questo il suo compito specifico).

Ricordo (e spero di ricordare bene…) d’aver letto in qualche scritto del card. Ratzinger (non ricordo se era già diventato S.S. Benedetto XVI) che la Liturgia deve condurre all’adorazione. Trovo questo concetto davvero folgorante e ritengo che proprio la solennità della Liturgia possa aiutare noi genitori a vivere personalmente e quindi poter trasmettere ai figli il senso e la presenza del Sacro. Ciò vale sempre, anche quando i figli sono piccoli; anzi, direi soprattutto quando sono piccoli. Non bisogna affatto temere che i bambini si annoino a causa di una celebrazione troppo solenne; siamo noi genitori che possiamo e dobbiamo aiutarli pian piano ad entrare nel mistero. Per consentire ai bambini di comprendere e vivere pienamente la Liturgia non bisogna banalizzarla né “spettacolarizzarla” ma bisogna coinvolgere e responsabilizzare i genitori. Così come, appena nati, li abbiamo nutriti e abbiamo sminuzzato loro il cibo, allo stesso modo, insieme ai Sacerdoti e sotto la loro guida, li potremo e dovremo condurre per entrare nello spirito della Liturgia.
Io sono convinto (ed anche questo non sono io a scoprirlo ma come papà lo posso certificare) che i bambini abbiano una grandissima capacità di capire i segni prima ancora di poter capire il significato delle parole. Attraverso i segni possono capire ciò che nessuna parola potrebbe spiegare. Grazie a questa capacità hanno compreso, appena nati, che cos’è l’amore della Mamma e del Papà. Da grandi studieranno libri interi sull’amore ma, appena nati, lo hanno sperimentato senza che la loro mente potesse comprendere una sola parola.
Ciò che Lei ha descritto nel suo blog credo sia un’altra prova di tutto ciò: a soli tre/quattro anni Lei, sostenuto amorevolmente e saggiamente da suo Padre, riusciva a cogliere perfettamente il contenuto e il significato dell’Eucaristia eppure non era certo capace di comprendere un solo concetto di teologia e neppure di catechismo. Era, appunto, la Liturgia che lasciava fluire il Sacro ed elevava il Suo piccolo cuore a Dio attraverso l’adorazione!

Da ragazzino, subito dopo la Cresima, i miei genitori iniziarono a portarmi a Messa con loro al Santuario di San Francesco di Paola (io sono originario di Paola). Ed io sono cresciuto così; nella solennità di quelle celebrazioni liturgiche di cui è rimasto impresso “il profumo” nel mio cuore e nella mia mente.


lunedì 6 giugno 2016

Parola di vita di giugno

«Siate in pace gli uni con gli altri» (Mc 9, 50)
Come cade bene, in mezzo ai conflitti che feriscono l’umanità in tante parti del mondo, l’invito di Gesù alla pace. Tiene viva la speranza, sapendo che è Lui la pace e ha promesso di darci la sua pace.
Il Vangelo di Marco riporta questa parola di Gesù al termine di una serie di detti rivolti ai discepoli, riuniti in casa a Cafarnao, nei quali spiega come avrebbe dovuto vivere la sua comunità. La conclusione è chiara: tutto deve condurre alla pace, nella quale è racchiuso ogni bene.
Una pace che siamo chiamati a sperimentare nella vita quotidiana: in famiglia, al lavoro, con chi pensa diversamente in politica. Una pace che non ha paura di affrontare le opinioni discordanti, di cui occorre parlare apertamente, se vogliamo un’unità sempre più vera e profonda. Una pace che, nello stesso tempo, domanda di essere attenti a che il rapporto d’amore non venga mai meno, perché l’altro vale più delle diversità che possono esserci tra noi.
«Dovunque arriva l’unità e l’amore reciproco – affermava Chiara Lubich –, arriva la pace, anzi, la pace vera. Perché dove c’è l’amore reciproco, c’è una certa presenza di Gesù in mezzo a noi, e lui è proprio la pace, la pace per eccellenza».
Il suo ideale di unità era nato durante la Seconda Guerra mondiale e subito apparve come l’antidoto a odi e lacerazioni. Da allora, davanti a ogni nuovo conflitto, Chiara ha continuato a proporre con tenacia la logica evangelica dell’amore. Quando, ad esempio, esplose la guerra in Iraq nel 1990, espresse l’amara sorpresa di sentire «parole che pensavamo sepolte, come: “il nemico”, “i nemici”, “cominciano le ostilità”, e poi i bollettini di guerra, i prigionieri, le sconfitte (…). Ci siamo resi conto con sgomento che veniva ferito nel cuore il principio fondamentale del cristianesimo, il “comando” per eccellenza di Gesù, quello “nuovo”. (…) Invece di amarsi a vicenda, invece di essere pronti a morire l’uno per l’altro», ecco l’umanità di nuovo «nel baratro dell’odio»: disprezzo, torture, uccisioni. Come uscirne? si domandava. «Dobbiamo tessere, dove è possibile, rapporti nuovi, o un approfondimento di quelli già esistenti, fra noi cristiani ed i fedeli delle religioni monoteiste: i Musulmani e gli Ebrei», ossia tra quanti allora erano in conflitto.
Lo stesso vale davanti a ogni tipo di conflitto: tessere tra persone e popoli rapporti di ascolto, di aiuto reciproco, di amore, direbbe ancora Chiara, fino ad “essere pronti a morire l’uno per l’altro”. Occorre spostare le proprie ragioni per capire quelle dell’altro, pur sapendo che non sempre arriveremo a comprenderlo fino in fondo. Anche l’altro probabilmente fa lo stesso con me e neppure lui, forse, a volte capisce me e le mie ragioni. Vogliamo tuttavia rimanere aperti all’altro, pur nella diversità e nell’incomprensione, salvando prima di tutto la relazione con lui.
Il Vangelo lo pone come un imperativo: “Siate in pace”, segno che richiede un impegno serio ed esigente. È una delle più essenziali espressioni dell’amore e della misericordia che siamo chiamati ad avere gli uni verso gli altri.

domenica 5 giugno 2016

C’è ancora gente brava



Era da un po’ di tempo che non tornavo ad Assisi. Continua a parlare ed ha sempre qualcosa di nuovo da dire. È un riposo.




Oggi mi ha colpito la gente, a partire dall’accoglienza cordiale e generosa dei frati. Domenica, le chiese piene per la messa. Persone di tutte le età, persone comuni, persone semplici, senza pretese, che pregano, che credono. C’è dunque gente ancora buona, quella di tutti i giorni, che non compare mai in televisione. Le statistiche dicono che sono un minoranza. Ma sono belle. Riempiono il cuore di gioia.


sabato 4 giugno 2016

A Nain il funerale si muta in danza di gioia



Il Vangelo ci narra tre risurrezioni operate da Gesù.
Quella della figlia di Giairo: come poteva non compiere il miracolo, vista l’insistenza del padre, la sua fede?
Quella di Lazzaro: come poteva non ridargli vita, lui che era suo amico e che tanto amava? E come poteva resistere alle insistenze di Marta?
Ma del figlio della vedova di Nain? Non sappiamo nulla né di lui né di sua madre. Gesù passa di lì per caso, in quel piccolo villaggio a 10 chilometri da Nazaret.
Nessuno gli chiede la guarigione, nessuno lo prega, nessuno gli manifesta la fede intensa necessaria al miracolo.

Gesù non passa di lì per caso. Come esclama la gente a cose fatte, «Dio ha visitato il suo popolo». Gesù è il Dio che, di sua iniziativa, viene incontro a questa nostra umanità sofferente simboleggiata da un funerale in pianto. È mosso a compassione di una donna sola e disperata. Compatisce, avverte in sé stesso la sua sofferenza, il suo dolore, fino a sentirli come sofferenza propria e proprio dolore.
Gesù sa capire, come scrive la Lettera agli Ebrei; non è uno che «non sappia prendere parte alle nostre debolezze»; egli stesso è «stato messo alla prova in ogni cosa», fino a conoscere «forti grida e lacrime». Per questo possiamo accorrere a lui «per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno» (4, 15-16).
La donna non l’ha supplicato, ma il suo pianto è la più straziante delle suppliche e arriva dritto al cuore di Dio.


Anche noi spesso non sappiamo pregare, trovare le parole giuste con cui rivolgerci a Dio. Anche attorno a noi tanti non sanno pregare, anzi la disperazione può portare a bestemmiare e a maledire Dio. Eppure egli non sei sordo al grido dei poveri, dei senza tetto, di chi subisce soprusi o è solo, disperato...
Gesù continua a passare per le nostre strade, incontra i nostri funerali, e ancora si commuove. Non se ne sta discosto, non guarda da lontano. La sua è una prossimità concreta e tangibile, come quando toccò fisicamente la bara del ragazzo.
Inverte il cammino di chi sta andando al cimitero portando verso la vita, la luce, la gioia.

Passa ancora lungo le nostre strade,
intercetta il nostro patire e il nostro pianto
e inverti il cammino di morte
verso la tua risurrezione e la gioia,
tu che vinci la morte
e doni la gioia,
Signore della vita.
Rendi anche noi attenti alla sofferenza
di chi cammina con noi
per condividere la speranza
che semini nel nostro cuore
e giungere insieme nel tuo regno di vita e di pace.

venerdì 3 giugno 2016

Il vescovo santo di Marsiglia


Basta che l’autobus mi scarichi alla stazione di san Carlo che subito i ricordi di sant’Eugenio si affollano alla mente. Fu lui a benedire la stazione dei treni in occasione della sua inaugurazione. Non c’erano formulati a quel tempo perché le ferrovie nascevano appena. Si inventò dunque un bel rituale. Le tre locomotive, nuove fiammanti, erano agghindate con ghirlande e fiori. Avevano ricevuto anche un nome. Benedì la prima, la seconda, ma quando arrivò alla terza si rifiutò: l’avevano chiamata Lucifero.
Fuori della stazione la statua dell’Immacolata, la vergine dorata, come viene chiamata. La fece erigere subito dopo la proclamazione del dogma, come ricorda una bella famosa stampa dell’epoca. Da lassù si vede il santuario di Nostra Signora della Guardia, che domina la città. L’ha costruito lui su una antichissima piccola cappella. Gli Oblati vi hanno prestato servizio per più di 70 anni, rendendolo famoso e frequentatissimo. Poi furono espulsi nel 1903. 
Dalla terrazza della stazione si vede anche il campanile del quartiere dei pescatori. Anche lì, dopo aver costruito la chiesa, sant’Eugenio portò la direzione centrale degli Oblati, che sono rimasti a servizio del quartiere dal 1820 al 1982. Ad ogni passo Marsiglia mi parla di sant’Eugenio e degli Oblati.

Anche se la città lo ha ripudiato rimane sempre il suo più grande vescovo, l’unico proclamato santo. La gente lo adorava, ma i preti gli mossero guerra perché era troppo esigente… un po’ come succede con papa Francesco. Così fecero in modo che la sua memoria fosse eliminata. Non importa, rimane sempre il più grande vescovo di Marsiglia.
Oggi siamo stati sulla sua tomba, ricordando le parole rivolti agli Oblati: «Ciascuno di voi non può essere amato più di quanto lo ami io, ed amo ciascuno pienamente come se fosse il solo ad essere amato; e un tal sentimento così squisito lo sento per ciascuno. È meraviglioso».


giovedì 2 giugno 2016

Da 2000 anni la Madonna della sede ad Aix


“Quattordici anni dopo l’Ascensione di Gesù al cielo san Massimino venne ad Aix e costruì la prima chiesa della città, nostra Signora della Sede, o della Cattedra episcopale. Alla fine dell’Undicesimo secolo, la chiesa cessò di essere sede episcopale, ma la Madonna de la Seds continua ad essere la custode della città”.
Così recita una lapide all’interno della chiesa. Questa sarebbe dunque la prima chiesa in Europa! Va bene, non ne discutiamo, alla tradizione occorre tributare rispetto.

Siamo stati qui, con tutto il gruppo dei rettori delle università oblate, per celebrare la messa ai piedi della statua della Madonna venerata da secoli, anzi da millenni! Non è bello il fatto che ognuno rivendica un suo primato nella predilezione da parte di Maria e nella dimostrazione di affetto verso di lei?
Qui da secoli è radicata la fede nell’Immacolata concezione, almeno dal 1300, al punto che gli uomini facevano un giuramento di sangue, con il quale si obbligavano a difendere tale verità con la loro vita.
Qui sant’Eugenio veniva spesso a pregare. Il santuario si trova infatti a pochi passi dalla casa di campagna (allora era campagna) della famiglia materna, dove passava le vacanze e dove, una volta diventato sacerdote, portava i giovani della sua associazione.

Il pavimento è interamente lastricato di marmi con incisi gli ex voto, compreso quello degli Oblati che per alcuni anni si rifugiarono in questa chiesa dopo essere stati cacciati dalla città per le leggi anticlericali. Si erano portati con sé la statua della Madonna del sorriso e l’altare dei primi voti, attualmente alla casa generalizia. Un luogo di tanti bei ricordi…

mercoledì 1 giugno 2016

Gli Oblati, ecco gli specialisti delle Missioni difficili



Pio XI, ricevendo i membri del Capitolo generale del 1926, non nascose la sua ammirazione per il difficile lavoro dei missionari: «Lo sappiamo, lo sappiano bene quanto gli Oblati hanno fatto nelle Missioni nell’estremo Nord del Canada, nel Sud Africa, e ala di sotto l’Equatore. Insomma, sono dappertutto! Ovunque c’è qualcosa che ha a che fare con il pericolo, la fatica, l’inclemenza del clima, il sacrificio, essi sono là, sempre i primi. Sappiamo che gli Oblati hanno questa specialità gloriosa e difficile». Nel capitolo del 1938 il papa tornò sullo stesso argomento in maniera ancora più esplicita: «Abbiamo sempre detto e pensato, non perché la frase suoni bene, non perché sia nostra, ma perché risponde a verità e lo ripeteremo sempre: Gli Oblati, ecco gli specialisti delle Missioni difficili!».
Quanto ci piace questa definizione: specialisti nelle missioni difficili. Nel suo entusiasmo padre Leo Deschâtelet l’ha arricchita con un “più”, facendo dire al papa che gli Oblati sono «gli specialisti delle missioni più difficili». Forse non aveva torto.

Per Pio XI gli Oblati erano gli specialisti delle Missioni difficili perché la loro azione rispondeva alla sua idea di missione. Egli è stato definito “il papa delle missioni”.
Oggi tuttavia l’idea di missione è molto diversa da quella che aveva Pio XI.
Qual è l’idea di missione di papa Francesco? L’ha esposta chiaramente nell’Evangelii gaudium, la fa vedere nei gesti che compie ogni giorno. Non parla più di missione, sono altre le sue parole. Come vorrebbe che fossero oggi gli Oblati? Come potrebbe definirli? Forse come “testimoni della gioia evangelica”, oppure “esperti della cultura dell’incontro, mistici dell’incontro”, “uomini delle periferie esistenziali, con addosso l’odore delle pecore”, “profeti del dialogo”, “specialisti della misericordia e della tenerezza”…?

Le facoltà delle scienze della missione si stanno svuotando, le riviste di missiologia scompaiono… segno che i tempi cambiano. Sapranno cambiare anche gli Oblati?