sabato 14 giugno 2014

Il desiderio di Dio / 1



“Per un desiderio, che venga appagato, ne rimangono almeno dieci insoddisfatti”. Non occorre essere filosofi, come Schopenauer a cui si deve questa massima (“Il mondo come volontà e rappresentazione”), per sapere che non c’è misura per l’incontenibile desiderio umano, infinito, capace di protendersi oltre le stelle, secondo una possibile etimologia del desiderio: de-sideribus, al di là delle stelle o che viene dalle stelle. Cosa c'è, oltre le stelle, se non Dio? Così il desiderio primordiale dell’uomo è diventare come Dio. Si intuisce che in Dio è l’appagamento di ogni umano desiderio.
Ma non ci si può impadronire di Dio, non si può possedere autonomamente il principio della vita e della sovranità propri di Dio, simbolizzati nell’albero del bene e del male (Gen 3, 5), così come non si può rubare impunemente il fuoco degli dei. Adamo ed Eva sono cacciati dal paradiso e la morte invade la terra. Prometeo è incatenato alla roccia e sprofondato nel mare, mentre dal vaso di Pandora si sprigionano tutti i mali dell’umanità.
Fuori dal paradiso l’umanità si ritrova esule ed errante. Le rimane una infinita nostalgia e il desiderio di ritrovare il Dio che l’ha plasmata e le ha infuso il soffio della vita. Inizia la ricerca del paradiso perduto e del Dio che vi inabita.
Anche Dio ha perduto la sua creatura e prova la stessa nostalgia di quando, alla brezza del giorno, scendeva nel giardino per incontrare l’uomo e la donna. La sera che non si trovò perché nascosti (il primo moto di chi tradisce l’amore è quello di evitare l’incontro con l’amato tradito, di scappare da lui), lanciò un grido d’angoscia: “Dove sei?” Fu un grido di dolore, non una domanda inquisitoria. Da allora non ha smesso di chiedersi: “Dove sei?”, e si è messo in cammino alla ricerca dell’uomo e della donna.
È una lunga, sofferta, appassionata ricerca l’uno dell’altro. Ognuno – Dio e l’umanità – ha intrapreso il suo viaggio in un itinerario dall’esodo incognito. Avverrà mai l’incontro?


Dio alla ricerca di noi

Il desiderio di Dio: il genitivo è soggettivo, esprime il desiderio che Dio, dai primordi della storia, lo protende verso di noi. Più ancora, da tutta l’eternità. Il desiderio dell’incontro è più forte in lui che in noi. Non si dà pace del fatto che la sua creatura gli sia sfuggito di mano. “Dove sei?”, continua a ripetersi. Il primo a mettersi in cammino è proprio lui, Dio. È una ricerca costante che percorre l’intera storia dell’umanità, testimoniata dalla prima pagina della Bibbia fino all’ultima, dove appare alla porta e bussa, in attesa trepida e fiduciosa che gli si apra. Vuol tornare a vivere la comunione sognata alle origini: entrare e cenare insieme con noi (Ap 3, 20).
L’attesa si fa appello, in un ritornello che ritorna costante: “Io ti ho formato… Ritorna a me” (Is 44, 21); “Cercate il Signore” (Is 55, 6); “Cercate il Signore…, cercate sempre il suo volto” (Sal 105, 4); “Cercate me e vivrete!” (Am 5, 4). Invito e attesa speso disattesi: “Mi feci ricercare da chi non mi interrogava, mi feci trovare da chi non mi cercava. Dissi: «Eccomi, eccomi» a gente che non invocava il mio nome. Ho teso la mano ogni giorno a un popolo ribelle; essi andavano per una strada non buona, seguendo i loro capricci” (Is 65, 1-2). Per questo la decisione di un intervento risolutivo: “Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura. Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Oracolo del Signore Dio. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all'ovile quella smarrita (Ez 34, 11.15-16)
Il desiderio di Dio non si limita a ripetiti inviti, all’attesa di un ritorno. Si muove per primo e viene incontro alla nostra umanità. Va a visitare Abramo nella sua tenda, attende Giacobbe al guado dello Yabboq, va in Egitto a prendere il suo popolo, scende sul monte Sinai per rivelare la sua legge, segnando le tappe della storia della salvezza.
Fino a quando appare di persona: “quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna” (Gal 4, 4; cf. Gv 3, 17); “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi (Gv 1, 14).
Il desiderio struggente che gli era nato in cuore da quando l’uomo a la donna si erano nascosti ed erano fuggiti da lui, può finalmente esprimersi: “Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi” (Lc 22, 15).
È venuto di persona a cercare la sua creatura, che s’era perduta come fa un pastore con la pecora smarrita, come fa una donna che “accende la lucerna e spazza la casa e cerca attentamente” la monetina perduta (Lc 15, 7-8). Era insoddisfatto come un mercante in cerca di perle preziosa, finché non trova quella di più grande valore.
È per questo che troviamo Gesù, seduto al posso di Giacobbe, che spiega alla donna di Samaria che il Dio dei padre è un Dio in ricerca: “il Padre cerca” chi lo adori “in spirito e verità”. Quando giungono i discepoli non gli chiedono: “Che cosa cerchi?” o “Di che cosa parli con lei?” (Gv 4, 42.15). Se glielo avessero domandato, probabilmente avrebbe risposto che anche lui, come il Padre, cerca veri adoratori che adorino in Spirito e Verità. Egli condivide il desiderio del Padre, è come lui in ricerca: “il Figlio dell'uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto” (Lc 19, 10). Una venuta che continua nel Risorto e nella presenza del suo Spirito. Una venuta che si protende fino alla fine dei tempi: “Ecco, io verrò presto… Sì, verrò presto” (Ap 22, 12.20).

È comprensibile che noi siamo insoddisfatti, non c’è niente che ci appaghi fino in fondo. Ne è un esempio proprio la donna di Samaria che Gesù incontra al pozzo. Aveva cinque mariti e non le bastano, era dissetata ed ogni giorno doveva venire ad attingere al pozzo perché aveva ancora sete… Il nostro cuore è fatto per Dio ed è inquieto finché non riposa in lui, direbbe sant’Agostino. Niente che non sia Dio può colmarlo. Ma che Dio abbia sete (e lo ripeterai anche all’ultimo istante, sulla croce), che anche Dio, che è Dio, fosse in ricerca, è una vera sorpresa. Dio alla ricerca dell’uomo! La sua ricerca di noi precede la nostra ricerca di lui, la suscita, la motiva, la alimenta.

Può andare come inizio del mio ritiro a Bari su "I Luoghi di Dio"?

venerdì 13 giugno 2014

Vitorchiano, favola etrusca


A Vitorchiano la trappa è da appena sessant’anni. Il paese c’è invece dal tempo degli Etruschi, issato su una rupe di peperino, a strapiombo su burroni profondi e circondato da boschi di castagni e querce. Visto da sotto, dove si snoda un sentiero che lo costeggia, sembra la continuazione naturale delle rocche che salgono su verso il cielo.
Si accede al piccolo borgo medievale, cinto da mura, e particolarmente curato, da un'unica porta che un tempo aveva il suo ponte di legno che la legava all’esterno e insieme la preservava inaccessibile.


Le case di pietra, dislocate lungo un intrigo di stradine e piazzette disegnati in maniera fantasiosa, sono ornate di fiori. Molte sono costruite direttamente sui macigni scoscesi. Lungo la strada perimetrale, tra una casa e l’altra si affacciano terrazzi e ringhiere, quasi finestre spalancate sul verde panorama d’intorno. Sono scenari etruschi fermati nel tempo. Sembra di entrare in una fiaba.

giovedì 12 giugno 2014

Festa in cielo: Józef Cebula, Martire

Un uomo buono, semplice, fedele al suo ministero sacerdotale. Questa l’immagine di padre Giuseppe Cebula, l’Oblato polacco beatificato insieme a 107 compagni, vittime come lui della furia nazista. Oggi è la sua festa.
Questo il ricordo di uno dei testimoni:
La vita di Padre Cebula, durante gli arresti domiciliari, è dolorosa; diventa ancora più difficile dopo che gli altri Oblati vengono deportati in campo di concentramento. Vive con due fratelli oblati laici in una stanza e condivide con essi la triste sorte. Quante precauzioni da prendere, quante attenzioni per non pregiudicare né se stesso né gli altri, mentre adempie il suo ministero sacerdotale. Durante il giorno lavora come semplice operaio e durante la notte celebra la Messa, e segretamente, porta conforto ai moribondi, benedice matrimoni e battezza i neonati. Nel febbraio del 1941,  gli viene categoricamente proibito di esercitare qualsiasi ministero sacerdotale. Nonostante questo, celebra il Santo Sacrificio ogni giorno a mezzanotte, nelle rimesse agricoli o spesso anche in cantina, accompagnato solo da un fratello.
Sente che presto sarebbe arrivato il momento nel quale non avrebbe più potuto portare Gesù sulla terra martoriata di Kujawy. Il 2 aprile, dopo la messa, celebrata a mezzanotte, dice al suo fratello, che gli era rimasto sempre fedele: "Fratello, oggi è stata l'ultima volta che ho festeggiato l’offerta a Dio. Vi consiglio di confessarvi da me per l'ultima volta".
Tutto avviene come predetto. Il giorno dopo, durante il pranzo, la polizia fa irruzione e porta padre Cebula al campo di concentramento di Inowroclaw. Lì trova altri sacerdoti e subisce dure torture, insieme al vescovo Kozal, futuro martire di Dachau. Poi vengono separati in Poznai e il 7 aprile 1948, è portato nel campo di concentramento di Mauthausen.
Qui doveva spaccare grosse pietre e portarle sulle spalle salendo una scala di 144 gradini sconnessi, sotto i colpi delle guardie che pretendevano che intonasse inni sacri. Non si lamentava mai, anzi il suo atteggiamento ispirava venerazione ai compagni, che cercava di consolare e coi quali spartiva il poco cibo. Le SS si divertivano a fare con lui giochi perversi. Il 9 maggio 1941 lo colpirono con otto pallottole e poi lo trascinarono, ancora vivo, al forno crematorio.


Da una sua lettera alla famiglia, scritta il venerdì santo, 15 aprile 1938, mentre suo padre Adrian è gravemente malato:
Mia cara sorella, mio amato Wilhelm!
Le feste di Pasqua si avvicinano e ci scambiamo gli auguri di "Liete feste di Pasqua". Saranno liete per voi? È difficile gioire quando nostro padre è malato senza speranza di guarigione. Durante la Settimana Santa, la Chiesa ci ricorda che anche il Signore ha dovuto soffrire. Com’erano dolorose per sua Madre queste sue sofferenze! Eppure tutto ha avuto un termine. Anche i nostri dolori durano solo poco tempo. Ciò che conta è trarne profitto. Dobbiamo sottometterci alla volontà di Dio, convinti che è Dio che permette la malattia e la morte. Egli è il Signore e lui fa ciò che vuole e come vuole.
Nostro Signore disse: "Quello che avete fatto ad uno dei miei piccoli, l'avete fatto a me". Più un ammalato rimane a letto, più ha bisogno di cure adeguate. Ma coloro che se ne preoccupano guadagnano più meriti; avranno una maggiore ricompensa in cielo e la benedizione di Dio su questa terra. (...) Vi auguro molte grazie e benedizioni dal Cristo Risorto. Vi saluto cordialmente, Józef.




mercoledì 11 giugno 2014

Un unico calice per Ortodossi e Cattolici


Gabriella dell’Unità mi ha preparato un bel programma per oggi: un incontro con tre professori dell’Università Babes-Bolyai di Cluj in Romania: il preside del senato accademico, il decano e un professore della Facoltà di teologia ortodossa della Facoltà di teologia ortodossa. Nell’università, con venticinque facoltà, dove si insegna in tre lingue, ci sono quattro facoltà di teologia: oltre quella ortodossa, l’evangelica, la cattolica, la greco cattolica. Volevano conoscere la Scuola Abbà. Li abbiano così introdotti nell’aula dove si tengono le riunioni della Scuola Abbà e abbiamo passato due ore di intenso dialogo. Eravamo soltanto in quattro, ma sufficienti per condividere con i nostri colleghi Rumeni l’esperienza di questi ormai vent’anni della nostra vita.
Al termine, nella cappella del Centro dell’Opera, liturgia di suffragio davanti alla tomba di Chiara Lubich e Igino Giordani; un rito bello e solenne, che si è concluso con la condivisione del pane e del vino benedetti.
Quando siamo insieme in maniera così fraterna, attorno a una teologia tutta vita, la disunità tra le Chiese sembra – come di fatto lo è – una assurdità. L’unità sembra a portata di mano. L’abbraccio storico tra Athenagoras e Paolo VI, continua nell’abbraccio tra Bartolomeo e Benedetto XVI e papa Francesco.
Anche noi dobbiamo profetare, come Athenagoras: “Giorno verrà…, il sole salirà alto, gli angeli canteranno e danzeranno e noi tutti, Vescovi e Patriarchi, attorno al Papa, a celebrare nell'unico calice”.


martedì 10 giugno 2014

Sono stato a trovare Gabriella dell'Unità

Arrivò il 30 settembre – 21 anni – fine e fresca, coi grandi occhi profondi e luminosi. L’anima traspariva pura e piena di stupefazione dinanzi al mistero della Casa del Signore, della vita religiosa… Umile, bambina nell’anima, beveva la prima acqua e se ne impregnava. La vita della Trappa, con il suo mistero di silenzio, la sua preghiera di lode, le sue cerimonie di corte, le sue penitenze col Cristo vittima, era vita tutta d’amore, era conversazione con Quei di Lassù, era prezzo di anime, era vita di Paradiso, ma morte di sé; la morte, condizione assoluta per questa vita angelica nell’invisibile e nell’attività. Afferrò subito e, con la sua forte volontà, abbracciò silenzio e rinunzia di sé per seguirlo, Lui il suo Signore, che l’avrebbe poi trovata degna di portare la sua croce.
Così la prima biografia di Maria Gabriella dell’unità, nel 1940, a un anno dalla sua morte, quando aveva appena 25 anni.
Sempre in quel libro la descrizione offerta dalla sua superiora:
Era bella, ma la sua modestia la nascondeva come un velo anche prima di entrare. Fronte larga, occhi bellissimi, luminosi, profondi nello sguardo, ma di una trasparenza tale che, quando veniva a trovarmi, si aveva l’impressione di vedervi l’anima… 
La bocca era piuttosto larga, ma il suo sorriso aveva una dolcezza, una bellezza sorprendente e scopriva una dentatura regolare, bianca e sana che manifestava giovinezza e salute. Il mento era largo e molto volitivo. Il suo profilo di tre quarti era classico e talvolta il mio occhio, un po’ d’artista, ne restava ammirato. Mi sembrava di rivedere i gessi di cui dovevo rifare il disegno durate gli anni di studio quando ero giovane.
È lei, con l’offerta della sua vita per l’unità dei cristiani, subito accettata dal Signore, il segreto, la radice della grande fecondità spirituale e numerica della Trappa di Vitorchiano.
Sono stato a pregare sulla sua tomba.
Tutta la sua esistenza, ha scritto Giovanni Paolo II, è stata dedicata “alla meditazione e alla preghiera incentrate sul capitolo 17 del vangelo di san Giovanni”, ed è stata una “offerta per l’unità dei cristiani”.

Può essere anche la nostra vocazione.

lunedì 9 giugno 2014

Vitorchiano, un luogo di Dio




“Questo è un luogo dove si trova Dio?”
Alla mia domanda le due monache se guardano l’un l’altra, un attimo di sospensione, un sorriso e un simultaneo convinto “Sì”.
Ho passato una giornata nella Trappa di Vitorchiano, dove ho conversato a lungo con le due trappiste. Al termine del nostro incontro, la mia domanda del mattino è ormai lontana, dimenticata, ma ho una conferma della risposta che ni hanno dato in un ultimo episodio che una delle due racconta.

Era alla vigilia della professione perpetua. Come avviene a tante trappiste e trappisti in formazione, la paura più grande è quella di essere rimandati a casa perché non idonei a una vita così austera e impegnativa.
La superiora elenca tutti i punti deboli che mettono in dubbio la vocazione della giovane. Al termine del colloquio questa esclama: “Anche se mi rimandate a casa per me va bene lo stesso. La Trappa in questi cinque anni mi ha dato Dio; ovunque vado nessuno me lo potrà mai più togliere, lo porterò sempre con me”.
Allora Vitorchiano è veramente un luogo di Dio!
Infatti continua ad attrarre giovani. Attualmente sono dieci le ragazze in prenoviziato e noviziato, provenienti da tutta Italia. Da quando il monastero si è trasferito da Grottaferrata, 60 anni fa, ha mandato suore in tutto il mondo, fondando altri otto monasteri: il primo a Valserena vicino a Cecina, poi in Argentina, Cile, Venezuela, Indonesia, Filippine, Congo, Repubblica Ceca. A Vitorchiano vivono ancora 75 monache.


domenica 8 giugno 2014

Vieni agli esercizi spirituali?




Il 7-12 luglio 2014, a Bari, terrò un corso di esercizi spirituali aperto a tutti.
Chissà come andrà… Sarà un’avventura. Vieni?

Il costo per la partecipazione è 220.00 euro