martedì 7 settembre 2021

Un nome, un ideale


L’8 settembre tanti Oblati hanno fatto la loro oblazione. Nella comunità di via Aurelia 290 sono in venti a celebrare l’anniversario…

Missionari Oblati di Maria Immacolata. Il papa approva la Congregazione con questo nuovo nome, inatteso eppure da sempre preparato per questa famiglia che Maria, nel silenzio, era venuta formandosi. […]

Gli Oblati sono offerti come lei, sul modello di lei. Offerti da lei e in lei, a lei uniti nella sua stessa adesione a Cristo. Maria insegna come si vive la morte di Gesù, come ci si unisce a lui nel suo mistero pasquale, come si diventa suoi cooperatori, come solo passando per questo mistero di croce si possa diventare padri e madri di anime e generare la Chiesa. Solo «ispirandosi all’esempio di Maria», leggiamo nella Regola, ci si potrà mettere «totalmente a servizio della Chiesa e del Regno».

Maria esprime Dio. È la creatura per la quale Dio è il tutto della vita. Essa riflette perfettamente Dio. Avendo spento in sé tutto l’umano e tutto il creato, vive nella grande solitudine con Dio, senza appoggio umano. Ma proprio per questa solitudine, per questa pienezza di unione con Dio, diventa Madre. Sola e Madre della Chiesa. La solitudine più alta, la massima fecondità.

Gli Oblati vivranno la loro missione con lei. Da lei parte la loro cooperazione con Cristo, e a lei deve tornare il frutto del lavoro apostolico, come afferma Leone XI nel breve di approvazione della Regola: voi Oblati dovete «portare nel suo seno di Madre di Misericordia i figli che Cristo dalla croce volle darle». Ecco perché Eugenio quando contempla Maria, la chiama «Madre della Missione», «Madre di Misericordia», «Scala di Misericordia», «Nuova Eva», «Corredentrice», «Madre delle anime», «Madre spirituale di una moltitudine di figli di Dio», «grande nemica dell’impero del demonio», «Dispensatrice di grazie»...

(e la foto che c’entra? C’entra, centra…)

lunedì 6 settembre 2021

Remo: “Ma è mia moglie!”.


Chissà perché è invalsa questa enfasi ormai pervasiva sulla propria realizzazione. Ci si può realizzare senza tenere conto di chi si ha attorno? A costo di piantare tutto e tutti e farsi la propria vita? Mandando all’aria gli impegni presi, con gli elettori, con i soci, con il coniuge, con la comunità religiosa? Basta che io mi realizzi.

E sempre mi torna alla mente Remo, che per anni ha accudito la moglie inferma, senza più conoscenza, in stato vegetativo, bisognosa di tutto. “Perché lo fai? Lasciala morire”, gli suggerivano gli amici. “Ma è mia moglie”, rispondeva con semplicità. Era l’unica motivazione: bastava! Non esercitava un atto eroico, continuava semplicemente ad amare, come aveva sempre fatto, “fino alla fine”. Ha trovato la propria realizzazione nella costanza dell’amore.

Quante testimonianze di fedeltà nascosta! Quella di un padre o di una madre che per una vita intera ogni giorno va al lavoro per sostenere la famiglia. Si alza presto, affronta il viaggio, col bello e cattivo tempo, fatica… Quanta monotonia, quante poche soddisfazioni, eppure quella regolarità, che si ripete di giorno in giorno, per anni e anni, “fino alla fine”, è espressione di fedeltà e di sincero amore.

In risposta al post che ho inviato qualche giorno fa sulle coppie sante una lettrice mi ha scritto: «Vedo questa “santità di coppia” in molti genitori di bambini con disabilità. Molte volte avrei voluto proporli come santi!».

Ogni mattina ripeto la mia consacrazione con parole desuete, ma che amo ridire, nelle quali tra l’altro affermo ostinatamente: “Faccio voto di perseverare fino alla morte nel santo Istituto e nella Società dei Missionari Oblati della Santissima e Immacolata vergine Maria. Così Dio mi aiuti”. Certo che senza il suo aiuto… Ma quanta gioia in questa professione di appartenenza.

domenica 5 settembre 2021

Ospedale da campo


 

“Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia”. Destò meraviglia questa definizione di Chiesa data da papa Francesco all’indomani della sua elezione. Corpo di Cristo, casa di Dio, tempio dello Spirito…, ma “ospedale da campo” è davvero nuova! Riporta alla mente edifici che recentemente si trasformano in luoghi di accoglienza: la basilica di santa Maria in Trastevere a Roma dove i banchi lasciano il posto alle tavole per la mensa dei poveri, la cattedrale di san Paolo del Brasile che nelle inusuali rigide notti d’inverno ospita i senza tetto… Le chiese in muratura, prima di essere la “casa di Dio” – che non ha bisogno di una casa – sono la “casa del popolo di Dio”, a cominciare da chi non ha casa o è comunque provato dalla solitudine, dalla violenza, dal fallimento, dall’abbandono.

Chi, se non la comunità cristiana, è chiamata a far casa a tutti? Quante piaghe, fisiche e morali, feriscono la nostra povera società. Accogliere chi è ferito, ecco la missione della Chiesa, che mostra la sua vera identità “nella capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, nella vicinanza, nella prossimità... E bisogna cominciare dal basso”.

La prima “riforma” della Chiesa “deve essere quella dell’atteggiamento… riscaldare il cuore delle persone, camminare nella notte con loro, saper dialogare e anche scendere nella loro notte, nel loro buio senza perdersi”. Siamo ben al di là del ritualismo, dell’attestarsi puntigliosamente sui principi morali. Siamo davanti alla persona concreta, che domanda di essere accolta così com’è, nella sua particolare situazione. “Tutto – direbbe ancora papa Francesco – dipende dall’amore che muove il cuore di chi fa le cose”.


sabato 4 settembre 2021

Effatà... sporcandosi le mani

 

Isaia l’aveva sognato: Dio avrebbe ridato la vista ai ciechi e l’udito ai sordi.

Cecità e sordità, segno della barriera che impedisce la comunicazione, la condivisione, la comunione, e rinserra nella solitudine.

La sordità impediva l’ascolto della parola di Dio, la cecità la contemplazione delle sue opere. Ragliati fuori dagli uomini e da Dio: è dello smarrimento del cuore.

Ed ecco l’annuncio del profeta: “Coraggio. Non temete!”, perché Dio interverrà e riaprirà le vie della comunicazione.

Gesù compie la profezia: fa vedere i ciechi, fa udire i sordi, fa parlare i muti. Basterebbe la parola “Effatà”, “apriti”, e invece usa le mani, la saliva, tocca…

Non è bello questo Gesù pienamente umano? Potrebbe guarire da lontano e invece si immischia e condivide, entra in contatto, si sporca…

Quante infermità fisiche e morali ci portano allo “smarrimento del cuore”, all’angoscia, al senso di impotenza! Gesù è lì che ripete: “Coraggio! Non temete!”. E si fa uno con noi, assumendo la nostra povera carne con tutte le sue debolezze, ridandoci vita.

venerdì 3 settembre 2021

Santità di coppia / Esempi illustri

 

Luigi Martin e Maria Zelia Guérin si sposarono il 13 luglio 1858, a mezzanotte! Dal loro matrimonio nacquero nove figli, di cui solo cinque femmine sopravvissero. Tutte divennero religiose. Zelia morì per un cancro al seno nel 1877, mentre Luigi, affetto da arteriosclerosi e da paralisi, si spense nel 1894. È significativo che le loro cause di beatificazione, avviate separatamente, finalmente furono congiunte. Beatificati insieme sotto papa Benedetto XVI il 19 ottobre 2008 a Lisieux, sono stati canonizzati da papa Francesco il 18 ottobre 2015, durante il Sinodo della famiglia.

«Quando abbiamo avuto i nostri figlioli – scrive Zelia nel 1877, ormai alla fine della sua vita – le nostre idee sono un po’ cambiate: vivevamo ormai solo per loro, questa era la nostra felicità. Insomma tutto ci riusciva facilissimo, il mondo non ci era più di peso». Eppure le circostanze si rivelarono durissime, ma tutto era trasfigurato dall’amore tra loro due.

«Il Signore – diceva la figlia, santa Teresa di Lisieux – mi ha dato due genitori più degni del cielo che della terra», e confessava di aver imparato la spiritualità della “piccola via” sulle ginocchia di mamma. «Pensando a papà penso naturalmente al buon Dio», sussurrava, mentre alle consorelle confidava: «Non avevo che da guardare mio papà per sapere come pregano i santi».

Sintetizzando il loro cammino, papa Francesco, nel giorno della canonizzazione, ha detto: «I santi coniugi Ludovico Martin e Maria Azelia Guérin hanno vissuto il servizio cristiano nella famiglia, costruendo giorno per giorno un ambiente pieno di fede e di amore».



Luigi Beltrame Quattrocchi e Maria Corsini sono stati ugualmente beatificati insieme, come coppia, il 21 ottobre 2001 da San Giovanni Paolo II, nel 20o anniversario dell’Esortazione apostolica Familiaris Consortio. Catanese lui, fiorentina lei, si erano conosciuti a Roma nel 1902, all’età rispettivamente di 22 e 18 anni. Lui studente di legge, lei di lingue. Una fitta corrispondenza epistolare caratterizza i circa 7 mesi di fidanzamento: lettere e bigliettini dai quali traspare la stima, il rispetto, e il pudore tra i due giovani, ma anche capaci di esprimersi con parole appassionate come “kiss you”. Il 25 novembre 1905 nella Basilica romana di Santa Maria Maggiore si celebra il matrimonio.

La quarta gravidanza, particolarmente travagliata, mette a rischio la vita del feto e della madre. Gli sposi rifiutano di abortire e nel 1914 nasce Enrichetta (di cui è in corso la causa di beatificazione). Ogni giorno partecipano alla Messa, recitano il Rosario, praticano l’adorazione notturna. Ugualmente intenso l’impegno sociale: volontari dell’Unitalsi, cura e assistenza di soldati e civili feriti durante i due conflitti mondiali, aiuto  oltre 150 persone salvate dalla persecuzione nazista, assistenza a terremotati, sostegno all’Università Cattolica, avvio di corsi per fidanzati…

Il rapporto tra loro è semplice e profondo. «Usciti di chiesa – scrive Maria – mi dava il buongiorno, come se la giornata allora avesse il ragionevole inizio». Mezzo secolo di vita insieme, fino all’infarto di Luigi, nel 1951. Quattordici anni dopo parte anche Maria. La testimonianza dei coniugi Beltrame Quattrocchi, ha affermato San Giovanni Paolo II, è «una singolare conferma che il cammino di santità compiuto insieme, come coppia, è possibile, è bello, è straordinariamente fecondo ed è fondamentale per il bene della famiglia, della Chiesa e della società».

giovedì 2 settembre 2021

Santità di coppia

 

Nonostante l’esempio di Priscilla e Aquila e l’insegnamento dei Padri, lentamente l’ideale di santità si sposta dalla coppia al singolo coniuge. La scelta di Dio e della radicalità evangelica sono certamente personali, ma dovrebbe essere normale viverla insieme, e certamente è così, siamo circondati da una “moltitudine di testimoni” (cf. Eb 12, 1). Ma le coppie di testimoni, riconosciute come tali, nella santità “canonizzata”, sono veramente poche, anche se alcuni notissime. Vi sono copie famose più per la santità dei figli, che per la loro, come ad esempio Gregorio e Nonna, genitori di Macrina, Basilio e Gregorio di Nissa; Salvina e Gordanio, genitori di Gregorio Magno. Ma vi sono anche Isidoro l’Agricoltore e Maria de Cabeza, o Lucchese e Buonadonna da Poggibonsi, che da san Francesco ottennero l’abito di penitenza dando origine al Terz’ordine francescano. Abbondano soprattutto coppie di re e regina.

Ma sono santi lontani nel tempo, poco conosciuti e che difficilmente possono ancora ispirare il cammino delle coppie di oggi. Per le più le sante sposate sono state canonizzate in quanto vedove, o perché si sono chiuse in monastero divenendo monache, non tanto per il loro stato matrimoniale. Anche quando entrambi i coniugi sono dichiarati santi, lo sono separatamente l’uno dall’altro. Eppure tanti si sono fatti santi non nonostante fossero sposati, ma proprio perché sposati. Non è il matrimonio un sacramento, una via di santità?

Per fortuna oggi vengono proposti nuovi modelli di santità familiare. A cominciare da due coppie famose: Zelia e Luigi Martin, che hanno dato vita ad una straordinaria famiglia di cui fa parte Teresa di Gesù Bambino, e Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi, anche loro con quattro figli di cui tre abbracciarono la vita religiosa. I coniugi di entrambe le coppie sono stati finalmente canonizzati proprio in quanto coppia, perché hanno percorso insieme il cammino di santità!

mercoledì 1 settembre 2021

La sera ha tinto il cielo

 


Il 1° settembre, inizio dell’anno liturgico ortodosso, si  celebra la “Giornata per la custodia del Creato”, su proposta nel 1989 dell’allora patriarca di Costantinopoli Dimitrios I° che, rivolgendosi a tutti i fedeli, sottolineava il pericolo del deteriorarsi dell’ambiente e avvertiva tutta la responsabilità della Chiesa nei confronti del Creato.

Dopo la Laudato sii di papa Francesco, da questa Giornata prende avvio “Il Tempo del Creato” che ci accompagnerà per tutto il mese di settembre.

Anche la nostra comunità ha indetto una piccola celebrazione, invitando alcune comunità vicine, e si è trasformata in una grande festa.

In tema di creato, mentre sto disperatamente cercando di scrivere la biografia di Giovanni Santolini, mi sono ritrovato con lui in Congo, a Kinshasa, il 19 febbraio 1994, quando scrivevo:

La sera
ha tinto il cielo.
Ha scelto
i suoi colori
più belli.