mercoledì 7 novembre 2018

Il dono della Regola




In questi giorni ogni comunità oblata, in tutti i continenti, celebra i 200 anni delle prime Regole.
Anche la nostra comunità si è ritrovata insieme, attorno a Gesù Eucaristia, per meditare sul valore di questo dono che Dio ci ha fatto tramite sant’Eugenio.
La Regola è la foto – o meglio un video! – della vocazione alla quale siamo chiamati: ce la fa vedere in tutta la sua bellezza e di indica la via per realizzarla.

Alcuni anni dopo averle scritte, meditando su di esse, sant’Eugenio annotò:
Stimiamola questa preziosa Regola, abbiamola incessantemente sotto gli occhi e, ancora di più, nel cuore; nutriamoci abitualmente con i principi che essa afferma; agiamo, parliamo, pensiamo solo in conformità al suo spirito: Solo così saremo ciò che Dio vuole che siamo e solo così ci renderemo degni della nostra sublime vocazione… Bisogna lasciarci penetrare dallo spirito delle nostre Regole… (Note di ritiro del 1831).


martedì 6 novembre 2018

Incontri con i santi “romani”



Tramonto sul Tevere
Sabato prossimo riprenderanno gli incontri iniziati alla chiesa di san Nicola dei Prefetti e poi continuati a Trinità dei Monti.
Lo scopo è approfondire la conoscenza e la comunione reciproca tra persone che vivono carismi diversi.
Quest’anno incontreremo alcuni santi “romani” nel loro ambiente, introdotti da alcuni membri delle comunità che continuano il loro cammino carismatico (i “santi” di oggi).

Siamo tutti invitati!

Primo appuntamento: 10 novembre 2018, ore 16.00-18.00
San Giuseppe Benedetto Labre e l’Istituto Pro Sanctitatae
Via Dei Serpenti, 2 - Rione Monti.
Nato in Francia il 26 marzo 1748, Giuseppe Benedetto Labre nel 1777 si fermò stabilmente a Roma fino alla morte, il 16 aprile 1789. Come mendicante, “senza fissa dimora”, visitava ogni giorno le chiese della città, soprattutto nel quartiere Monti, vivendo nella più alta contemplazione.
Non visiteremo la sua “casa”, il quarantatreesimo arco del Colosseo, ma il luogo dove è morto, ora piccolo Santuario che conserva la “memoria” del suo Transito e alcune reliquie a lui appartenute.
Ci accoglie il Movimento Pro Sancitatae (i “santi” di oggi), fondato a Roma nel 1947 dal Servo di Dio Giacomo Giaquinta.

Secondo appuntamento: 15 dicembre, ore 15.30-17.30
San Filippo Neri e il gruppo Flammae Cordis
Via di Monserrato, 54-84.
L’incontro si svolge a san Girolamo alla carità, dove è nato l’Oratorio e dove ha vissuto san Filippo Neri.
Conosceremo le sorelle di ispirazione filippina, Flammae Cordis (“santi” di oggi) di fondazione recentissima.

Ulteriori appuntamenti:

Da gennaio a maggio 2019 visiteremo altri luoghi di santi e incontreremo altri “santi” di oggi:
Santa Francesca Romana – Monastero delle Oblate di Santa Francesca Romana; incontro con la comunità
Sant’Ignazio di Loyola – Stanze di sant’Ignazio; incontro con Paolo Monaco
Santa Brigida di Svezia – Casa di santa Brigida a piazza Farnese; incontro con la comunità delle Brigidine
San Paolo della Croce – Casa del Celio; incontro con la comunità dei Passionisti
San Gregorio Magno – monastero al Celio; incontro con Innocenzo Gargano

Il Giovedì santo, dopo cena, Visita alle 7 chiese.


lunedì 5 novembre 2018

Una nuova via spirituale - Viaggiando il Paradiso / 11



Il confronto con altre esperienze mistiche e lo studio della dottrina spirituale della Chiesa, portano Chiara Lubich a prendere sempre più coscienza della novità del suo «viaggiare il Paradiso»: Dio sta aprendo una nuova via spirituale.
La stessa espressione, “viaggiare il Paradiso”, così originale, lascia intuire che si tratta di una autentica esperienza, parola che nella radice, ex-pèrior, rimanda al recarsi sul posto per conoscere, al viaggiare inteso come immergersi, penetrare. Non è viaggiare “nel” Paradiso, ma “il” Paradiso, ossia vivere ogni realtà in esso presente, così da esserne trasformati.

Leggendo gli scritti del ’49 ritroviamo il linguaggio dei “sensi spirituali” proprio della Scrittura e della tradizione cristiana. Chiara afferma con semplicità: «Ho sentito distinta, all’udito dell’anima, una voce»; «La sua voce sottile mi diceva…»; «Chiaramente sentii la voce dello Spirito che mi parlava all’Anima»; «Sento questo gaudio che m’invade tutta»; «E lo vidi e sentii [il Padre] come non mai»; «Allora mi sentii proprio Lui [Gesù nell’Eucaristia]»; «Si sente (quasi che l’anima avesse i sensi)…». La sua è un’autentica esperienza mistica, intesa come “adeguamento” al Mistero, a Dio, come “trasformazione” in esso. Quando si parla di mistica si parla anche di gratuità. Molte volte Chiara, durante gli incontri con la Scuola Abbà (iniziati nel 1990 e continuati fino a poco prima della morte), leggendo il suo testo si meravigliava di tanta bellezza, arditezza, esattezza, profezia, chiedendosi: «Come ho potuto scrivere queste pagine?». E rispondeva che è stato lo Spirito Santo a far capire, dire, scrivere quelle pagine: «È stata una grazia».

Il carisma che Chiara riceve la porta a condividere la sua esperienza, a non tenerla solo per sé. Per questo, fin dal primo giorno, comunica a Igino Giordani quanto vive. Lo stesso con le compagne. Non cerca tanto di svelare la propria esperienza, quanto di introdurre, coinvolgere, rendere partecipi. Scriverà anni dopo: «Questi misteri avvenivano in me, Chiara, ma, non appena comunicati al resto dell’Anima, li avvertivamo comuni». L’esperienza diventa quindi proposta di cammino insieme, una nuova spiritualità.

Da quando è a Roma Chiara inizia a guardare con un certo distanziamento quanto ha vissuto e continua a vivere. Si rende conto che la sua è una «via nuova… benché antica». Inizia a parlare di “una mistica nuova”: «La nostra mistica è mistica di Gesù e di Maria: la mistica del Testamento nuovo, del comandamento nuovo, la mistica della Chiesa, con la quale la Chiesa è veramente Chiesa, perché Unità, Corpo Mistico, Amore, perché in essa circola lo Spirito Santo che la fa Sposa di Cristo. È mistica di Gesù, di Gesù completo […]. E Gesù è “dove due o più”. Quindi la mistica di coloro che si amano a vicenda come Egli ci ha amato; di un’unità di anime che rispecchia, stando in terra, la Trinità di Lassù: stando in terra, perché quaggiù va testimoniato l’Uomo Dio e quaggiù è la Chiesa. Quindi la nostra mistica suppone almeno due anime fatte Dio, fra le quali circoli veramente lo Spirito Santo intero, fatto Persona, cioè un terzo, Dio, che li consuma in uno, in un solo Dio: “Come io e te”, dice Gesù al Padre. Allora e solo allora i due sono Gesù. Ecco la mistica nostra».
Che la vita mistica sia vita in Cristo è un dato tradizionale (“Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me”). La novità sta nell’aver intuito che si è «veramente» Gesù, «Gesù completo» – come scrive Chiara –, quando si è il suo Corpo, la Chiesa, quando cioè si è nell’unità. Gesù è nel “dove due o più”, è Gesù fra noi. È un’esperienza che non riguarda solo la singola persona, ma la comunità. Nella spiritualità dell’unità il soggetto dell’esperienza torna a essere la Chiesa (l’Anima), come nell’esperienza dei due di Emmaus: «Non sentivamo (plurale) come un fuoco nel cuore, quando egli lungo la via (“Gesù in mezzo”) ci parlava e ci spiegava la Scrittura?». La stessa Pentecoste fu un’esperienza dello Spirito fatta in comune.

L’8 novembre 1950, Chiara parla di questa nuova spiritualità come di un «Castello esteriore in cui Dio è fra noi». Un castello che ricorda il tempio dello Spirito di cui parla la prima lettera di Pietro, dove ognuno è una pietra viva. L’immagine deve esserle venuta in mente leggendo il Castello interiore di Teresa d’Avila. Quando il 2 dicembre 2002 Chiara visita il convento dell’Incarnazione ad Avila, nel libro d’oro lascia scritto: «Grazie S. Teresa, di tutto quanto hai fatto per noi durante la nostra storia. Grazie!… Continua a vegliare su tutti noi, sul nostro Castello esteriore che lo Sposo ha suscitato sulla terra a complemento del tuo Ca-stello interiore, per la Chiesa bella come la desideravi». Una spiritualità, quella di Chiara, che è insieme continuità e novità nella vita della Chiesa.

Gustare il Paradiso

«Dio che è in me, che ha plasmato la mia anima, che vi riposa in Trinità (con i santi e con gli Angeli), è anche nel cuore dei fratelli. Non è ragionevole che io Lo ami solo in me… Dunque la mia cella… il mio Cielo, è in me e come in me nell’anima dei fratelli. E come Lo amo in me, raccogliendomi in esso – quando sono sola –, così Lo amo nel fratello quando egli è presso di me».

Amare l’altro, perché anche nell’altro vive lo stesso Dio che vive in me. È la via per “dilatare” l’interiorità, per costruire il Ca-stello esteriore, per promuovere la fraternità universale, per giungere all’unità.


domenica 4 novembre 2018

Il servizio della cultura, la cultura del servizio




Alla conclusione della settimana di studio che si è tenuta a Castelgandolfo con oltre 250 rappresentanti di diversi mondi culturali del Movimento dei Focolari, mi sembra di sintetizzare in tre parole la mia comprensione del compito culturale a cui siamo chiamati:

1. Unità. Il nostro lavoro culturale non è fine a se stesso, non è pura speculazione; ha una finalità ben precisa: vuole contribuire all’unità. Siamo in un mondo diviso, che ha sete d’unità. Vogliamo fare nostro il sogno di Dio e la preghiera che Gesù ha rivolto al Padre: “Che tutti siano uno”. Ogni nostra iniziativa culturale è a servizio di questo grande disegno di Dio sull’umanità, inconscio anelito della stessa umanità.

2. Luce. Come costruiamo l’unità?Come rispondere alle interpellanze che ci giungono dalle innumerevoli e immani situazioni del mondo nel quale siamo immersi e di cui vogliamo farci voce? C’è un nostro contributo specifico per l’unità? 
Sì, portare la Luce! Il Movimento si è costituito attorno ad una fondatrice che racconta così la sua ispirazione: “Un giorno (indefinito giorno) ho visto una luce. Mi parve più bella delle alte cose belle e la seguii. Mi accorsi che era la Verità”. Non è un caso che Silvia Lubich abbia scelto come nome nuovo “Chiara” = luce.
Abbiamo la fortuna di possedere la cosa più bella delle altre cose belle, Verità, la Luce vera, quella che splende nelle tenebre e che illumina ogni uomo (cf. Gv 1). 
Forse il nostro apporto specifico di uomini di cultura illuminati dalla Claritas, dall’Ideale è proprio quello di portare luce.
C’è anche un altro che ha lo stesso nome di Chiara: Lucifero. La sua è una luce fredda. Quella di Chiara è invece una luce “calda”, che si identifica con la Vita, con l’Amore: una Luce che si fa vita, che porta ad amare. Il nostro mondo intellettuale non è e non può mai essere disgiunto dalla vita e dell'amore, luce “calda” capace di penetrare nella società e trasformarla.


Dobbiamo saper valorizzare al massimo i nostri ambiti nei quali elaboriamo cultura, nella ricerca e nello studio, quali la Scuola Abbà, l’Istituto Universitario Sophia, le cosiddette “Inondazioni”, che raggruppano operatori culturali in ben 12 gruppi disciplinari, che vanno dal diritto all’architettura, dall’economia all’educazione, dallo sport all’arte. Non mancano altre agenzie culturali a cui il Movimento ha saputo dar vita.
Questa grande varietà di proposte culturali riflettono la complessità del reale e aprono concrete vie di risposta, nella misura in cui non costituiscono dispersione di energie, ma piuttosto arricchente risposta unitaria.

Non si tratta tanto di elaborare una “nostra” cultura, autonoma e autosufficiente; sarebbe un’altra cultura accanto alle altre, una in più. Mi sembra che siamo piuttosto chiamati a coinvolgere i colleghi e le persone di cultura, con cui siamo in contatto, in un dialogo sincero, entrando nei più diversi mondi culturali con sincera "simpatia" e valorizzando ogni barlume di verità.
E questo non soltanto in ambito accademico. La cultura oggi non si fa solo nelle università. Tanti altri ambiti elaborano cultura e vanno presi il rilievo e lievitati.
Il nostro compito è offrire una luce “calda”, che è amore e vita, capace di coinvolgere, di mettere in rapporto, di creare sinergie e comunione.

3. Maria. Credo che questa operazione non possa essere compiuta senza “essere Maria”. Solo lei, la Madre, è capace di tenere insieme tutte le componenti culturali e di offrire una luce particolare, senza imposizioni. Se ci presentassimo con la volontà di imporre un nostro pensiero, una nostra cultura, diventeremmo un particolare. Più che un pensiero unico, un’unica cultura, abbiamo da donare uno stile che sa entrare nei particolari, nella molteplicità, anche nella frammentazione e porre tutti in connessione reciproca.
Occorre possedere il “nulla” di Maria, quella sua forte identità che si esprime nel servizio, nello stare sotto, nel creare rapporti. 
Solo così potremo aiutare l’umanità nel suo cammino verso l’unità, verso la realizzazione del progetto di Dio, l’ut omnes.
Questo penso la missione a cui siamo chiamati: essere Maria, che dà vita al Verbo, la Luce, e porta all’unità. 


sabato 3 novembre 2018

L’orizzonte dell’amore


In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più grande di questi» (Mc 12, 28-34).

613 i precetti che gli scribi avevano accuratamente seleziona­to scrutando la Sacra Scrittura. 365 negativi, corrispondenti ai giorni dell’anno. 248 positivi, tanti quante si credeva fossero le ossa del corpo umano. Le dispute al riguardo raggiungevano sottigliezze maniacali.
Gesù non si lascia imprigionare in giochi di scuola, ma va immediatamente, come suo solito, al cuore del problema. Sotto ogni norma, siano 613 o una o centomila, deve essere pre­sente l’amore.

L’amore non è una legge in più: è l’atteggiamento costante che guida, anima, dà senso a ogni agire umano; è la radice da cui fiorisce ogni atteggiamento e ogni scelta. Senza l’amore si vive una morale da schiavi o da libertini, si piega la legge al proprio arbitrio, la si deforma in corruzione e in sopruso. Senza l’amore non c’è legge che tenga, prolifera l’ingiustizia, si scatenano le guerre. L’amore non è una legge tra le leggi, ma un atteggiamento co­stante, che coinvolge la persona in tutta la sua interezza, cuore, mente, forza, interiorità e azione, fino a implicare tutto “se stes­so”. Un amore che, senza limite nel suo esercizio, abbraccia un orizzonte infinito: Dio e l’intera umanità, con lo stesso creato.

Hanno posto a Gesù la domanda sul primo comandamento, perché ne enuncia due? Perché da quando Dio ha creato egli non può più separarsi dalla sua creatura. Più ancora, perché, da quando Gesù si è fatto uomo, Dio e l’umanità in lui sono talmente uniti che quanto è fatto a ogni persona è fatto a Dio. Amare Dio e amare l’altro non sono più scindibili, come non lo sono il rifiuto e l’of­fesa. Ciò che facciamo alla persona più piccola, Gesù lo ritiene fatto a sé; ogni omicidio è un deicidio; ogni bicchiere d’acqua fresca offerto all’assetato è un atto d’amore fatto a Dio. Amare il pros­simo come se stessi è la modalità concreta per amare Dio con tutto il cuore, l’anima, la forza. Gesù non poteva enunciare il primo comandamento senza dirci come attuarlo, senza enunciarne un secondo.

Nello stesso tempo ha dato una gerarchia all’unico amore. L’a­more di Dio è come la radice dalla quale nasce la pianta dell’a­more del prossimo. Come la radice alimenta costantemente la pianta, così l’amore di Dio motiva, sostiene e costantemente ali­menta l’amore al prossimo. Ma come la pianta contribuisce alla vitalità della radice, così l’amore del prossimo dà consistenza e profondità all’amore di Dio, in un circolo virtuoso.
La vita cristiana inizia da questa conversione all’amore, dal por­lo alla base di ogni scelta e di ogni azione.


venerdì 2 novembre 2018

Scuola Abbà: Tutto Cielo, tutta Terra



Il convegno della Scuola Abbà continua. Il programma che ci siamo proposti è il percorso compiuto da ogni mistico: prima il distacco da tutto (la “violenza iniziale”). Provenendo dai cinque continenti ognuno ha lasciato il suo “mondo” con drammi, situazioni tragiche di povertà e ingiustizie, guerre, polarizzazioni politiche ed ecclesiali, tensioni…
In questi giorni la penetrazione nel “Paradiso” e la trasformazione in Dio. Una vera contemplazione che speriamo sia tutta vita.
Domenica, infine, la “discesa” nel mondo, precedentemente lasciato, per portarvi la luce e la vita del Cielo. Troveremo i problemi di prima e non vorremmo guardarli. Poi li guarderemo con la luce che ci si è accesa dentro. In mezzo alle situazioni drammatiche continuerà il Paradiso.
Questo vuole essere il nostro programma: Lasciarci rapire da Dio, entrare nel seno del Padre, fare l’esperienza del Paradiso, e poi tornare con nuova luce e nuova forza nei nostri mondi per continuare lì a contemplare il Paradiso e a operare per trasformare tutto in Paradiso.
Chissà se vi riusciremo.


Intanto vediamo già attorno a noi un piccolo miracolo. Contemporaneamente al nostro, nella sala A del Centro Mariapoli, è iniziato un altro convegno: Prophetic Economy, una visione nuova dell’economia e dello sviluppo. 600 i partecipanti. Accanto ai grandi nomi ci sono anche 100 ragazzi: il futuro è loro; e un bel gruppo di poveri e persone senza fissa dimora: la nuova economia è anche per loro.


giovedì 1 novembre 2018

Beatitudini e santità



Perché nella festa di Tutti i Santi la liturgia ha scelto di leggere il vangelo delle beatitudini?
Forse per indicare che la santità è un dono.
Essa – espressa come regno dei cieli, consolazione, sazietà, visione di Dio – è donata a persone che sono nella penuria, nella sofferenza, nell’ingiustizia, nella persecuzione; che non sono violente e che non hanno pretese; che non vanno alla conquista con presunzione; persone miti, povere, pure di cuore…

Nel giorno della commemorazione dei defunti il volto dei beati acquista il volto mite del mio babbo.
Mite perché sapeva stare al gioco di noi piccolini che ogni sera ci nascondevamo sotto la tavola al suo rientro a casa dal lavoro. Ci piaceva sentirlo allarmato dalla nostra scomparsa, forse mangiati dal lupo, e ci piaceva soprattutto saltargli alle gambe per farci sentire vivi e gioire della sua gioia nell’averci ritrovati.
Mite perché ha affrontato le traversie della vita senza mai un lamento, anzi con fede profonda e senso di gratitudine. La prima grande prova, che rimane nella memoria della nostra famiglia come un evento epico, sono state quelle interminabili ore in mare a seguito dell’affondamento della nave su cui viaggiava.
Mite nel modo con cui ha saputo affrontare la prova estrema, quella della morte, come mite agnello, senza un lamento.

Una mitezza evangelica la sua, che non aveva il sapore né della rassegnazione né della codardia, e che non lo ha esonerato dall’impegno civile, politico ed ecclesiale.
“Fatti e non parole” potrebbe essere il suo motto.

Beati, beati, beati…
Solo i piccoli sono grandi.
Solo gli ultimi sono i primi.
Solo i peccatori sono santi.