domenica 7 ottobre 2018

Per sempre o finché dura… o da sempre




Prima di ieri non ero mai stato nella biblioteca del monastero cistercense di Santa Croce in Gerusalemme. I monaci non ci sono più, come non sono più alla certosa di Firenze. Hanno comunque lasciato memorie indelebili. La sala è avvolta da un’infinità di documenti ben classificati negli scaffali, mentre il soffitto è affrescato con il trionfo della croce.
In questa ricca scenografia si è tenuta la presentazione del libro di Chiara D’Urbano, Per sempre o finché dura, davanti a un pubblico nutrito e motivato; o meglio non “davanti”, ma “con”, vista la sentita partecipazione e il dialogo innescato tra tutti.

Che titolo efficace! Mi è venuta in mente la pubblicità di una nuova società telefonica appena sbarcata in Italia che promette una tariffa di 5,99 euro, per sempre. Una proposta del genere attira: Per sempre… Magari fra sei mesi la compagnia cambia tariffa: appunto, finché dura. “Per sempre” è comunque una grande lusinga, basterebbe ricordare il film “Quo Vado?”, con Checco Zalone che cerca in maniera ossessiva e ostinata il “posto fisso”.

Il tema del libro è il “per sempre” della scelta della vocazione religiosa, ma potrebbe valore anche per quella matrimoniale e per tante altre.
Ogni volta che penso al mio “Per sempre” non riesco a immaginarlo disgiunto dal “Da sempre” di Dio. Lui mi ha pensato, amato, scelto da sempre. Il mio per sempre sarà tale soltanto nella misura in cui comprendo il suo da sempre e da esso mi lascio trascinare. Potrei argomentare e sviluppare, ma l’idea mi pare già chiara e risolutiva.


Quando poi si parla di vocazione è naturale pensare ai giovani. E ieri era presente un bel gruppo di giovani consacrati e consacrate che hanno condiviso le loro esperienze. Fa bene, a chi ha “una certa età” (è un bell’eufemismo) sentire i giovani: può rispecchiarsi in essi, ricordare il proprio entusiasmo degli inizi, la freschezza della scelta, la gioia di una vita che si apre davanti con tante promesse. Dà tono stare con i giovani.
Ma forse anche ai giovani farebbe bene ascoltare le esperienze degli anziani.
Proprio nello stesso momento in cui ieri eravamo nella biblioteca alla presentazione del libro, il Papa, in sala Paolo VI, rivolgendosi ai giovani, diceva:
“Parlate con i vecchi [niente eufemismi!], parlate con i nonni: loro sono le radici, le radici della vostra concretezza, le radici del vostro crescere, fiorire e portare frutto. Ricordate: se l’albero è solo, non darà frutto. Tutto quello che l’albero ha di fiorito, viene da quello che è sotterrato. Questa espressione è di un poeta, non è mia [si riferiva, ancora una volta al pioppo di Rebora!]. Ma è la verità. Attaccatevi alle radici, ma non rimanete lì. Prendete le radici e portatele avanti per dare frutto, e anche voi diventerete radici per gli altri”.

La vocazione e il cammino vocazionale non è esclusivo dei giovani: è il cammino di tutta la vita. Anche quando si parla di formazione si divide in maniera un po’ eccessiva la prima formazione dalla formazione continua. Una vita è una vita, un continuum.
Se è bello sentire i giovani che raccontano delle loro scelte e del loro futuro, è bello anche sentire raccontare cammini di lungo corso, fatti di conquiste ma anche di fallimenti, di momenti di luce e di buio, di gioia e di tristezza, di fedeltà eroiche e di infedeltà. E perché siamo ancora qui? Questo è il segreto da scoprire: la bellezza della continuità nella discontinuità. Anche di questo si potrebbe scrivere un libro. Tutto è possibile perché prima del per sempre c’è un da sempre!


sabato 6 ottobre 2018

Com'era all'Inizio?


«Dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due di­venteranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto» (Mc 10, 2-16).

È questo il criterio di valutazione: tornare a vedere come stava­no le cose all’inizio.
Nel matrimonio ci siamo lasciati andare a tanti compromessi, a cominciare dal divorzio. Davanti a debo­lezze, fragilità, come anche a cattiverie e perversità, si corre ai ri­pari, a soluzioni di ripiego, cercando di salvare il salvabile: «Mosè ha permesso…». Ne conosciamo le conseguenze, con i drammi spesso nascosti.
Tu non ti soffermi in analisi teoriche, in disquisizioni scientifiche, in giudizi elaborati. Prendi atto della situazione dolorosa e ap­profondisci la riflessione, portandoci su un altro piano: «Dall’ini­zio della creazione…». Già, come stavano le cose all’inizio, quale era il tuo progetto quando plasmavi l’uomo e la donna? Creando hai immesso una legge in ogni cosa e a ogni cosa hai dato una fi­nalità, un perché. A noi scoprire il tuo disegno d’amore nascosto in ogni essere, il senso della nostra esistenza, e lasciarci guidare da quell’idea iniziale, dal principio della creazione.

Nel matrimonio quell’idea è chiara, o almeno la chiarisci, perché il mirabile iniziale rapporto uomo-donna si è spesso offuscato: dominio dell’uno sull’altra, vite parallele, infedeltà, violenze… Quando i farisei ti interrogarono, il problema si limitava al di­vorzio, ora siamo davanti allo stravolgimento completo del ma­trimonio. C’è proprio bisogno che tu ridica a tutti com’era al principio, come deve continuare a essere: due in uno, nella co­munione di vita e di ideale, nella reciprocità dell’amore, riflesso di quello che circola tra te, il Padre e lo Spirito Santo, cellula d’unità che genera l’unità della grande famiglia umana, armonia divina fatta storia.

Quello che oggi tu dici vale soltanto per il matrimonio? Non è un principio più ampio per comprendere ogni altra realtà creaturale e il nostro stesso agire? Com’era all’inizio? Ecco la domanda da porsi. Come mi hai pensato? Io a tua immagine e somiglianza, come te, amore… Io custode del cosmo, non pa­drone e despota… Io amico di mio fratello, non suo uccisore…
Quante distorsioni lungo la storia dell’umanità, quante devia­zioni nella mia storia personale. Debbo tornare a chiedermi: come ci hai plasmati, quale l’intento originale, come hai sogna­to i nostri rapporti, verso dove hai orientato il nostro cammino?

Tu, che hai creato per amore,
e tutto hai posto in armonia e unità,
perché sulla terra si vivesse
la comunione del cielo,
donaci di scoprire, giorno per giorno,
il tuo disegno di verità e di luce.
Riportaci alla santità delle prime origini,
e guidaci ad attuare i tuoi desideri di pace
perché nessuno distrugga ciò che Dio ha costruito,
ma siamo docili al tuo volere
così che si compia la tua volontà
come in cielo così in terra.

venerdì 5 ottobre 2018

Paradiso '49: Luce carismi Chiesa



Decima puntata, apparsa su "Città Nuova" (ottobre 2018)
Un Cristo dispiegato nei secoli, un magnifico giardino in cui fioriscono le Parole di Dio

Il silenzio, la pace, l’incanto della natura delle Dolomiti sono un ricordo lontano. Chiara è a Roma ormai da alcuni mesi, tra il rumore della città, i cantieri della ricostruzione postbellica, l’afflusso di nuovi immigrati. Ma la rivelazione, la contemplazione, l’esperienza di realtà sempre nuove del Cielo non sono legate a luoghi o situazioni, sono dono di Dio, un dono presente ovunque. Anche a Roma la Sua luce continua a illuminare la mente e la vita di Chiara.

Nelle sue note di metà dicembre vediamo apparire nomi di maestri di teologia mistica, come Jean Jacques Olier (1608-1657) e Adolphe Tanquerey (1854-1932), di cui sta leggendo le opere. Fino a quel momento, invece, l’unico Maestro sembrava essere stato Gesù, lo Sposo, e il suo Santo Spirito. Come mai adesso appaiono questi autori? In quel periodo attorno a lei troviamo anche professori e studiosi di spiritualità suoi contemporanei, come Gabriele Roschini (1900-1977), Giovanni Battista Tomasi (1866-1954), Leone Veuthey (1896-1974). Forse sono loro a mettere nelle sue mani i manuali di teologia mistica. È come se Chiara sentisse il bisogno di confrontare l’esperienza che sta vivendo con la tradizione della Chiesa, per coglierne sia la continuità sia la novità. Vuole iniziare lei stessa una riflessione sulla luce che ormai da mesi la illumina, consapevole della rilevanza dottrinale in essa presente e della sua destinazione ecclesiale: capisce che quello che vive è per tutta la Chiesa.
Gli strumenti che ha in mano le sembrano però inadatti. Chiara si rende conto dell’inadeguatezza di quei manuali di scuola di fronte a un’esperienza così profonda e nuova, per cui punta altrove. Pur con i limiti dovuti alla mancanza di accesso alle fonti e agli studi critici, cerca un rapporto diretto con i grandi mistici. Inizia a dialogare con Angela da Foligno, Teresa d’Avila, Giovanni della Croce. Francesco e Chiara d’Assisi, assieme a Caterina da Siena, le sono familiari da tempo, ma adesso li scopre sotto nuove prospettive.

L’anno successivo, 1950, scrive una pagina di grande respiro, frutto della sua ricerca e del rapporto con i santi approfondito nei mesi precedenti. In maniera significativa la pagina porta come titolo: La Chiesa. È un inno alla Chiesa colta nella sua dimensione carismatica, dimensione che i manuali di ecclesiologia del tempo ignorano, limitandosi a trattare del Magistero e dei sacramenti.
In questo scritto Chiara ravvisa la Chiesa come un succedersi di carismi, quasi un Cristo dispiegato nei secoli, un Vangelo vivo, incarnato, che si attualizza soprattutto nel fiorire di Ordini religiosi. «Ogni Ordine o Famiglia religiosa è l’incarnazione di una “espressione” di Gesù, di una sua Parola, di un suo atteggia-mento, di un fatto della sua vita, di un suo dolore, di una parte di Lui».
Passa dunque in rassegna le diverse parole evangeliche, vis-sute in maniera carismatica da Francesco e Chiara d’Assisi, da Caterina da Siena, da Margherita M. Alacoque, da Teresa di Gesù Bambino. La Chiesa le si presenta come «un magnifico giardino in cui fioriscono tutte le Parole di Dio». In maniera poetica, come si addice ai mistici, si affida a una metafora: «Come l’acqua si cristallizza in stelline di tutte le forme quando cade come neve sulla terra, così (…) l’Amore assume nella Chiesa diverse forme e sono gli Ordini e le Famiglie religiose». In ogni Ordini scorge «un raggio dell’Ordine che è Dio… una luce della luce che è Gesù». Grazie a questa dimensione evangelica, carismatica, di santità, ella coglie la Chiesa nella sua realtà più profonda e per-manente: il Verbo incarnato, il Vangelo vissuto, «un altro Cristo o un Cristo continuato, la Sposa di Cristo. È la Nuova Gerusalemme ammantata di tutte le virtù».

La centralità della Parola nella comprensione della Chiesa include anche la sua dimensione gerarchica e sacramentale, in quanto espressione del Vangelo. Chiara stessa, commentando il testo appena citato, annota: «La Chiesa carismatica descritta in queste pagine, non è una parte della Chiesa con accanto quella gerarchica, è piuttosto tutta la Chiesa, nel senso che ne esprime tutta la realtà. Del resto, anche la Chiesa istituzionale è nata dal Vangelo, da una parola di Gesù: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa […]. A te darò le chiavi del regno dei cieli” (Mt 16, 19-19). Dunque anch’essa è depositaria di un carisma».

Rimane il fatto che questa visione della Chiesa tutta carismatica, in quel periodo storico risulta nuova. Occorrerà attendere ancora qualche anno per vedere apparire opere innovative come Meditazioni sulla Chiesa di Henri de Lubac, o L’elemento dinamico nella Chiesa di Karl Rahner.
Rileggendo la propria esperienza del Paradiso ’49, Chiara si scopre nella grande corrente carismatica che fa “bella” la Chiesa, e comprende la propria missione: «Noi dobbiamo soltanto far circolare fra i diversi Ordini l’Amore». È la continuazione di Ma-ria che, nel cenacolo, diventa Madre della Chiesa in tutte le sue espressioni.

Gustare il Paradiso

«E come basta un’Ostia Santa, dei miliardi d’Ostie sulla terra, per cibarsi di Dio, basta un fratello (quello che la volontà di Dio ci pone accanto) per comunicarci con l’umanità che è Gesù mistico».

La Chiesa nasce e cresce grazie all’amore concreto verso ogni persona, «quella che la volontà di Dio ci pone accanto». È così che si generano cellule vive di fraternità.


giovedì 4 ottobre 2018

Il diavolo e san Michele



«Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a Lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza!». Così nel 2005 il cardinal Ratzinger commentava la nona stazione della via Crucis, la terza caduta di Gesù. Divenuto papa ha fatto di tutto per “rialzare” Gesù che soffre «nella sua stessa Chiesa», come scriveva allora.
Quella croce l’ha caricata sulle proprie spalle papa Francesco. Anche lui è ben consapevole del male presente nella Chiesa, santa perché Corpo di Cristo, ma fatta da uomini peccatori. Una Chiesa screditata agli occhi dell’opinione pubblica per i gravi scandali che emergono ogni giorno.
Ancora più inquietanti altri mali più sottili e insidiosi, primo fra tutti la forte polarizzazione. È un fenomeno sempre più presente in ogni ambito sociale, politico, economico, fomentato dai social media, e ora entrato nella vita ecclesiale. Neanche il rapporto con il papa ne è più esente: ci si schiera con lui o ancora più apertamente contro di lui, fino a ritenerlo un impostore e a chiederne le dimissioni. È il male più grande, quello della divisione. È cominciato da quando il serpente, nel giardino dell’Eden, ha messo l’uomo e la donna l’uno contro l’altra. Già! Il diavolo, che nella sua etimologia significa colui che separa, che si frapporre, che crea barriere e fratture. Il contrario di Dio che è Unità.
Paolo VI suscitò grande clamore e scandalo quando, il 15 novembre 1972, osò ricordare che c’è anche il diavolo. Era consapevole che l’Avversario stava attaccando la Chiesa: «Quali sono oggi i bisogni maggiori della Chiesa? – chiedeva il papa –. Non vi stupisca come semplicista, o addirittura come superstiziosa e irreale la nostra risposta: uno dei bisogni maggiori è la difesa da quel male che chiamiamo il Demonio… È il nemico numero uno, il tentatore per eccellenza. Sappiamo così che questo Essere oscuro e conturbante esiste davvero, e che con proditoria astuzia agisce ancora; è il nemico occulto che semina errori e sventure nella storia umana». Non diversamente Giovanni Paolo II che, nel santuario di san Michele sul monte Gargano, disse: «Il Demonio è tuttora vivo e operante nel mondo».

Anche papa Francesco legge in profondità il momento che la Chiesa sta vivendo, con il rischio della divisione, di nuovi scismi, quasi non bastassero i tanti avvenuti lungo la sua storia. Al di sotto dei fenomeni di cronaca egli scorge l’azione del colui che divide, e che in questo momento vuol portare la divisione nel cuore stesso del collegio apostolico. «In questi tempi – ha detto l’11 settembre durante un’omelia a Santa Marta –, sembra che il Grande Accusatore si sia sciolto e ce l’abbia con i vescovi».
Di qui una semplice, ma significativa iniziativa. Il 29 settembre, festa degli Arcangeli, ha invitato a pregare il grande antagonista di Satana, l’arcangelo Michele.
Papa Francesco contrasta il male con uno stile evangelico, con la ricerca della verità, con gesti d’amore sinceri verso gli ultimi… e con la preghiera, convinto che «solo la preghiera lo [il diavolo] può sconfiggere». Invita tutti i cristiani a fare altrettanto, in particolare nel mese di ottobre, con il Rosario, chiedendo di concluderlo con la preghiera all’arcangelo Michele, colui che l’Apocalisse mostra nell’atto di combattere e vincere Satana: «Allora avvenne una guerra nel Cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il Dragone. Il Dragone combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu posto per essi nel cielo».
Il papa riprende la preghiera scritta da Leone XIII nel 1884, che fino alla riforma liturgica di Paolo VI si recitava alla fine di ogni Messa: «San Michele Arcangelo, difendici nella lotta, sii nostro presidio contro le malvagità e le insidie del demonio. Capo supremo delle milizie celesti, fa’ sprofondare nell’inferno, con la forza di Dio, Satana e gli altri spiriti maligni che vagano per il mondo per la perdizione delle anime. Amen».
In questo mese di ottobre il papa invita a pregare anche con la più antica preghiera rivolta a Maria, che risale al III secolo: «Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, santa Madre di Dio: non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, e liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta». Una preghiera «perché la santa Madre di Dio ponga la Chiesa sotto il suo manto protettivo: per preservarla dagli attacchi del maligno, il grande accusatore, e renderla allo stesso tempo sempre più consapevole delle colpe, degli errori, degli abusi commessi nel presente e nel passato, e impegnata a combattere senza nessuna esitazione affinché il male non prevalga».
In questo intervento del papa possiamo cogliere la consapevolezza del momento difficile che la Chiesa sta attraversando, l’anelito ad una maggiore unità, la fiducia nella preghiera e nell’intercessione di Maria e degli angeli.

(E' una piccola nota che ho scritto per il sito di Città Nuova)


mercoledì 3 ottobre 2018

Tre Oblati al Sinodo sui giovani



A destra il nostro giovane davanti al Papa
Co Mark Stuart Edwards e il giovane australiano
È iniziato il Sinodo dei Vescovi sui giovani.
Papa Francesco ha chiesto ai Padri sinodali qualcosa che penso faccia bene a tutti noi di “una certa età”.

Ci invita a «risvegliare e rinnovare in noi la capacità di sognare e sperare. Perché sappiamo che i nostri giovani saranno capaci di profezia e di visione nella misura in cui noi, ormai adulti o anziani, siamo capaci di sognare e così contagiare e condividere i sogni e le speranze che portiamo nel cuore…
Ciò che abbiamo ascoltato da giovani ci farà bene ripassarlo di nuovo con il cuore ricordando le parole del poeta: “L’uomo mantenga quello che da bambino ha promesso” (F. Hölderlin)».

Valentine Kalumba
Joseph Mopeli Sephamola,
Tre i vescovi oblati che partecipano al Sinodo:

Lesotho: Joseph Mopeli Sephamola, Vescovo di Qacha's Nek

Zambia: Valentine Kalumba, Vescovo di Livingstone

Australia: Mark Stuart Edwards, Vescovo titolare di Garba, Ausiliare di Melbourne

Abbiamo con noi in casa anche un giovane australiano che partecipa al Sinodo.
Oggi, alla messa di apertura, ha portato un dono all'offertorio e ha potuto salutare il Papa: felicissimo!

Auguri!

martedì 2 ottobre 2018

Autunno in III B



Il pioppo di Rebora

A Stresa sono stato sulla tomba del poeta Clemente Rebora (1885-1957), uno dei Rosminiani più famosi, che i confratelli considerano un santo. Ho incontrato anche fr. Ezio Viola, 96 anni, ancora pieno di ricordi del poeta, che assistette durante l'ultimo anno di vita. Scriveva i versi o le lettere che gli dettava. Ha lasciato volentieri che lo fotografassi volentieri davanti alla tomba del poeta. 

Una sera, poco prima di morire, gli chiese: “Perché non scrive una poesia su quel pioppo che c’è lì fuori davanti alla finestra?” “Ma guarda, rispose Rebora, pensavo fosse un frassino!” Il giorno dopo aveva composto la poesia: 
Il pioppo

Vibra nel vento con tutte le sue foglie
il pioppo severo;
spasima l’aria in tutte le sue doglie
nell’ansia del pensiero:
dal tronco in rami per fronde si esprime
tutte al ciel tese con raccolte cime:
fermo rimane il tronco del mistero,
e il tronco s’inabissa ov’è più vero.
Papa Francesco ha ripreso questa poesia parlando al Consiglio d’Europa:
… Clemente Rebora, in una delle sue poesie descrive un pioppo, con i suoi rami protesi al cielo e mossi dal vento, il suo tronco solido e fermo e le profonde radici che s’inabissano nella terra. In un certo senso possiamo pensare all’Europa alla luce di questa immagine.
[…] «il tronco s’inabissa ov’è più vero» . Le radici si alimentano della verità, che costituisce il nutrimento, la linfa vitale di qualunque società che voglia essere davvero libera, umana e solidale. […]
D’altra parte un tronco senza radici può continuare ad avere un’apparenza vitale, ma al suo interno si svuota e muore. L’Europa deve riflettere se il suo immenso patrimonio umano, artistico, tecnico, sociale, politico, economico e religioso è un semplice retaggio museale del passato, oppure se è ancora capace di ispirare la cultura e di dischiudere i suoi tesori all’umanità intera.


Ho cercato quel pioppo... ma non c'è più.