lunedì 13 gennaio 2014

Raddoppiato il numero dei cardinali oblati


Il Vescovo Quevedo è il secondo da sinistra

Sì, perché ne avevamo uno, Francis George di Chicago, ed ora eccone nominato un altro, Orlando B. Quevedo, Arcivescovo di Cotabato nelle Filippine. Ci sono stati altri tre cardinali oblati nella nostra storia: Guibert (Parigi), Villeneuve (Québec), Cooray (Colombo).

Ho incontrato mons. Quevedo nel sud delle Filippine, dove ha avviato un dialogo a tutto campo con i musulmani, ha lavorato molto per la pace, ha creato le comunità ecclesiali di base sull’esempio dell’America Latina. Quando è a Roma passa da casa nostra e sta con noi con la sua consueta semplicità. Insomma, un po’ alla papa Francesco.

domenica 12 gennaio 2014

Il raccoglimento di apa Pafnunzio


Ad apa Pafnunzio piaceva la parola raccoglimento. Non aveva niente di intimista, di ripiegamento su se stesso, anche se nella sua etimologia significava portare di nuovo a sé in unità. Portare a sé, ma non per essere lui al centro, quando piuttosto per permettere a pensieri, affetti, cose di trovare l’unità tra di loro. Gli piaceva soprattutto questo richiamo all’unità insito nel termine. Tutto il contrario della dispersione, dove le cose vanno ognuna per conto proprio, perdendo il legame tra di loro.
A volte, durante la preghiera o il lavoro, si accorgeva di essere distratto. At-tratto da pensieri, ricordi, preoccupazioni si lasciava attirare di qua e di là e si smarriva. Andava dietro le cose diventandone schiavo. Non era più padrone di se stesso e si sentiva diviso, perdendo l’unità interiore. Il contrario del raccoglimento era infatti la dissipazione, parola che significa gettare via. Se il raccoglimento “raccoglie” le realtà con le quali si è in contatto e le porta all’unità, la dissipazione le “disperde” ponendole in contrasto tra di loro, alla disunità.
Aveva allora escogitato una tecnica particolare. Quando durante la preghiera gli tornava alla mente una persona conosciuta, non si lasciava attrarre da lei, e quindi distrarre, ma la attirava a sé e la introduceva nella sua preghiera, la raccoglieva nell'unità. Così quando sentiva l’ululato della volpe del deserto non si turava le orecchie per non sentire, ma raccoglieva anche lei nella sua preghiera, la introduceva nell’unità.

La sua interiorità si arricchiva di giorno in giorno e si dilatava, introducendovi sempre nuovi volti, nuove espressioni della natura, il mondo intero con i suoi problemi. Tutti voleva riportare all’unità, nell’Uno, dal quale anche lui si lasciava attrarre.

sabato 11 gennaio 2014

Il suo il nostro battesimo

Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

Il Vangelo di Matteo, a differenza di Marco e Luca, riporta le parole del Padre in terza persona. 
Non si rivolge a Gesù, ma a noi.
Ci invita a riconoscere Gesù come Figlio di Dio,
ad accoglierlo, a lasciarlo penetrare nella nostra vita, 
così che egli possa annegare nelle acque del battesimo il nostro “uomo vecchio” 
e farci rinascere a vita nuova, creazione nuova.
Grazie al suo battesimo anche nel nostro battesimo si aprono i cieli,
scende lo Spirito,
il Padre ci rende figli suoi,
figli di Dio con Gesù. 

venerdì 10 gennaio 2014

Fratel Vito col Passaporto in mano


“La disciplina! Il silenzio! Ai tempi di padre Labouré…”. Era il ritornello di fratel Vito, che si lamentava perché in casa c’era troppo chiasso (qualche bisbiglio nei lunghi silenziosi corridoi!), che non c’era più il rigore dei bei tempi di quanto padre Labouré era superiore generale (negli anni Trenta!).
“Erano migliori quei tempi, vero?”, gli dicevo quando passava dal mio ufficio e si fermava a conversare. E lui subito: “No no, sono meglio questi, anche senza il silenzio e la disciplina. Adesso ci si vuole più bene”.
I suoi tempi erano stati sofferti anche perché sussisteva la mentalità antica (non proprio cristiana ma piuttosto retaggio di usanze feudali) della rigida divisione tra i Padri e i Fratelli.
Ormai anziano e ammalato passava la giornata recitando rosari e annaffiando i fiori sui davanzali. Del passato conservava le buone tradizioni della puntualità, della fedeltà regolare alla preghiera comunitaria, del senso del sacrificio.

Quando ieri sono stato a trovarlo a Santa Maria a Vico, nel Casertano, dove da un anno si era ritirato in infermeria, mi ha accolto con il solito sorriso degli occhi. Ci ha lasciato per il Cielo 24 ore dopo. Come ogni Oblato si è presentato alle porte del Paradiso con il Passaporto: “Sono un Oblato di Maria Immacolata”. Sant’Eugenio diceva che bastava quello per entrare.

giovedì 9 gennaio 2014

Scripta manent



Nel salone del Capitolo del Convento degli Oblati a Santa Maria a Vico è stata allestita una mostra dal titolo: Verba volant, che vuol far venire alla mente la realtà opposta: Scripta manent. Gli scritti rimasti e che continuano ad essere raccolti nella biblioteca della comunità costituiscono un patrimonio inestimabile: manoscritti, stampe del 1500, libri con disegni preziosissimi, dalla letteratura alle scienze, dalla teologia al diritto. Secoli di storia, di persone, di fatti, di idee rimangono fissati per sempre e raccontano di vite vissute, di studi, di scoperte, di eventi memorabili e comuni. Tutto un mondo è racchiuso sugli scaffali, desideroso di darsi a conoscere.


Che vite povere quelle che si appiattiscono sul presente e non hanno il gusto, la curiosità, il desiderio di conoscere il vissuto delle generazioni passate. Quanto c’è da imparare e da arricchirsi anche solo a prendere in mano quei libri, a sfogliarli… parlano con la loro stessa presenza, con le rilegature, le illustrazioni, i titoli, i nomi degli autori, aprendo a mondi ignoti o riaccendendo la memoria di cose già note, ma che sprizzano di sempre nuova luce.
Vi sono anche libri appartenuti a sant’Eugenio de Mazenod. Oggi, aprendoli, mi hanno mostrato quello che lui ha visto, quello che lui ha letto, e mi sono sentito trasportato nel suo universo interiore.

Tenere di conto del passato: rende più bello e sicuro il presente.

mercoledì 8 gennaio 2014

La mano di san Giuseppe Moscati


Nella chiesa del Gesù Nuovo a Napoli, mi sono soffermato davanti alla tomba di san Giuseppe Moscati. Mi ha colpito vedere le persone andare a toccare la mano della sua statua, diventata lucida e consunta, in segno di devozione e per impetrare una grazia.
Originario di Benevento ha trascorso tutta la sua vita a Napoli, dove è morto il 12 aprile 1927. 
È diventato il santo di Napoli.

Paolo VI lo ha definito:
- Un Laico, che ha fatto della vita una missione...
- Un Medico, che ha fatto della professione una palestra di apostolato, una missione di carità…
- Un Professore d’Università, che ha lasciato tra i suoi alunni una scia di profonda ammirazione non solo per l’altissima dottrina, ma anche e specialmente per l’esempio di dirittura morale, di limpidezza interiore, di dedizione assoluta data dalla Cattedra!
- Un Scienziato d’alta scuola, noto per i suoi contributi scientifici di livello internazionale

Due tra i suoi aforismi:
- Bellezza, ogni incanto della vita passa... Resta solo eterno l'amore, causa di ogni opera buona, che sopravvive a noi, che è speranza e religione, perché l'amore è Dio.
- Esercitiamoci quotidianamente nella carità. Dio è carità. Chi sta nella carità sta in Dio e Dio sta in lui. Non dimentichiamoci di fare ogni giorno, anzi in ogni momento, offerta delle nostre azioni a Dio compiendo tutto per amore.

martedì 7 gennaio 2014

Con Papa Francesco ancora novità


La rivista Time riconosce Francesco “Personaggio dell’anno” 2013. La banca vaticana è regolata da nuove norme per una maggiore trasparenza e pubblica, per la prima volta in 125 anni di storia, i numeri della sua attività, incassando l’apprezzamento della Banca centrale europea. Due segnali positivi, tra i molti, che mostrano la crescente fiducia verso i “vertici” della Chiesa. Indubbiamente il “fenomeno Bergoglio” continuerà anche quest’anno a raccogliere consensi.
La prospettiva per il futuro della Chiesa, aperta da papa Francesco, non va tuttavia nella direzione di ricerca di attenzione o di convergenza verso il centro, ma in direzione della periferia; non un’azione centripeta, autoreferenziale, ma centrifuga, di “missione”. L’Evangelii gaudium appare programmatica al riguardo: «Avverto la necessità – scrive il papa –  di procedere in una salutare “decentralizzazione”» (16), nella convinzione che «un’eccessiva centralizzazione, anziché aiutare, complica la vita della Chiesa e la sua dinamica missionaria» (32). Concretamente chiede una maggiore assunzione da parte delle Conferenze episcopali delle dovute autonomie e della piena responsabilità. La plenaria della CEI in gennaio è chiamata a scelte precise in questa direzione.

La decentralizzazione auspicata da papa Francesco va ben al di là del mondo ecclesiastico: investe l’intero popolo di Dio, a cominciare dalla «carne sofferente di Cristo nel popolo» (24). La Chiesa è ormai irreversibilmente in cammino verso un cambiamento di paradigma che la porta sempre più «in uscita» tra la gente comune, a «mescolarsi» con essa, a «partecipare» alla «marea un po’ caotica», fino a trasformarla «in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio» (87). Riportare la gente ad essere «autore principale, soggetto storico»  di un processo di cambiamento della società e non più «una classe, una frazione, un gruppo, un’élite. Non abbiamo bisogno di un pro­getto di pochi indirizzato a pochi, o di una mino­ranza illuminata o testimoniale che si appropri di un sentimento collettivo» (239). Non è populismo, è la riscoperta e la piena valorizzazione del popolo di Dio.