“La politica è una via alla santità”. Così affermava Domenico Mangano. Ancora una parola su di lui.
Mi piaceva la rubrica che curava su “Città Nuova”: “La
giusta mercede”. Rispondeva in maniera tecnica a domande che i lettori gli ponevano
su questioni fiscali, contrattuali, pensionistiche… Niente di mistico! O forse
sì! Sono l’attestazione di un amore concreto verso le persone che si dibattevano
nelle più complesse situazioni burocratiche. Era il frutto del suo lavoro competente e
paziente vissuto negli uffici pensionistici e nell’amministrazione del comune
di Viterbo, e nello stesso tempo frutto di uno sguardo di fede che sapeva
riconoscere Gesù in ogni persona bisognosa di un consiglio…
I brevi articoli che apparivano sui giornali locali presentavano
una visione evangelica della politica. “L’essenza del fare politica è servire
la società” e chiede di “restituire all’elettorato la dignità di essere
protagonista”, di “riscoprire la dignità di ogni singolo cittadino”, il “ripudio
a gestire il potere per il potere, ripudio alle lotte personali, ripudio agli
arrivismi, ripudio ad usare il bene comune come un bene proprio”. Costante è
l’invito ai partiti a ritrovare la propria idealità e a lavorare insieme per i
progetti comuni, invocando uno “spirito di unità”, che non è spartizione di
potere ma “un ricominciare a far politica insieme, maggioranza e minoranza,
tentando di far prevalere i contenuti sulla tattica”.
Nel suo ultimo articolo su “Città Nuova” (1996, n. 6),
scriveva: «Una schiera di donne e uomini “del dialogo”: di questo oggi c’è
bisogno (…) Di politici “del dialogo”, certamente. Ma anche e soprattutto di
comuni cittadini, giovani, adulti e anziani che smessi i panni dei guelfi e
ghibellini, sappiano indossare l’abito della tolleranza per riuscire ad
ascoltare le ragioni dell’altro pur nella convinzione delle proprie idee. In
questa schiera di cittadini anonimi, i cristiani dovrebbero essere in prima
fila. (…) Credere nella democrazia, e lavorare, tutti insieme, perché essa
diventi più compiuta; adoperarsi per favorire il bene comune, gli interessi
generali, il senso dello stato; avere nel governo della cosa pubblica, a
livello locale, nazionale e internazionale un occhio “preferenziale” per i
poveri, i meno abbienti…: questi valori non sono né di destra né di sinistra,
sono valori e basta e sono valori profondamente cristiani e profondamente
laici. Richiedono di essere ricompresi e rivissuti da tutti i cittadini con più
forte volontà e, forse, con un supplemento d’anima. Prima ancor di far valere
le ragioni delle proprie scelte partitiche, c’è bisogno oggi di una numerosa
schiera di semplici cittadini, comuni, proiettati verso un’autentica, lunga
stagione di dialogo, nel proprio e nell’opposto schieramento, per immettervi
germi di tolleranza: ne siamo sicuri, anche i “politici” saranno contagiati”».


Grazie
RispondiEliminaGrazie. Domenico era proprio così
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