Domenico Mangano, un uomo per il quale non esisteva dicotomia tra lavoro, famiglia, politica e rapporto con Dio. Oggi si è conclusa la fase diocesana del suo processo di beatificazione. Presente la moglie e una figlia.
Un uomo concreto, calato nella vita di famiglia,
nell’amministrazione pubblica, nella politica, con amore e dedizione. Dirigente
dell’Inps (Istituto nazionale della previdenza sociale), in 37 anni di lavoro
ha aiutato a risolvere i mille problemi pensionistici e fiscali di quanti si
presentavano con piena fiducia al suo “ufficio delle cause impossibili”.
«Davanti alla sua stanza – scrive Renzo Salvatori – c’era sempre la fila,
perché lui si faceva realmente carico dei problemi di ogni pensionato. Andava
alla ricerca di tutti i cavilli utili per trovare una soluzione. A lui si
rivolgevano anche da altre sedi dell’Inps». La moglie Maria Pia lo definisce un
malato di “altrite”: un innamorato dell’altro. È Domenico Mangano, per
il quale l’11 novembre 2017 si è aperta la causa di beatificazione. Sì, perché
egli non accusa alcuna dicotomia tra lavoro, famiglia, politica e rapporto con
Dio, convinto, come scrive lui stesso, che «la politica è una via alla
santità».
Carica utopica e schietto realismo
Nato ad Anzi (PZ) nel 1938, nel 1949 si trasferisce a
Viterbo, che diviene la sua città di adozione. Dal matrimonio con Maria Pia,
nel 1966, nascono tre figli. Vive tempi difficili, gli anni del “compromesso
storico”, gli “anni di piombo”, del trasformismo, di “tangentopoli”, dello
sfascio della Democrazia cristiana, del passaggio alla “seconda repubblica”,
delle alchimie dei governi. Nell’agitarsi di questa situazione caotica Domenico
appare saldo e sereno, compreso dei drammi del tempo che condivide con la sua
gente, e insieme fermo nelle convinzioni senza essere rigido.
La sua attività sociale e politica, specialmente agli inizi,
appare piuttosto modesta e limitata a livello locale, ma sta proprio in questo
la sua forza, perché fatta di impegno concreto, puntuale, di contatto diretto
con le persone, di servizio umile e tangibile.
Uno specchio significativo della sua idealità e del suo
vissuto sono i brevi articoli che, a partire dal 1970, appaiono sui giornali
locali: possiedono una forte carica utopica e insieme uno schietto realismo
evangelico, nella convinzione che «l’essenza del fare politica» è «servire la
società», «restituire all’elettorato la dignità di essere protagonista»,
«riscoprire la dignità di ogni singolo cittadino», «ripudio a gestire del
potere per il potere, ripudio alle lotte personali, ripudio agli arrivismi, ripudio
ad usare il bene comune come un bene proprio». L’ambito della sua proposta è
estremamente concreto: si rivolge alle piccole entità locali, come i quartieri,
perché diventino attivi centri di dialogo, di confronto, per una partecipazione
più diretta alla gestione della cosa pubblica.
Santità laicale in una rete ampia di rapporti umani
Presto, nel 1974, conosce il Movimento dei Focolari, e
insieme alla moglie vi aderisce con slancio, impegnandosi attivamente tra i
“Volontari di Dio” e nel movimento “Umanità Nuova”, una delle espressioni dei
Focolari. Questo lo apre gradatamente a una visione politica più ampia, a
livello nazionale e internazionale, come testimoniano gli articoli che scrive
in una sua rubrica, “Italia oggi”, sulla rivista Città Nuova. L’esperienza nel proprio ambiente locale lo fa
comunque restare ancorato agli interessi del territorio come quando, in un
articolo intitolato in modo significativo “Cominciamo dal comune”, afferma la
necessità di mettere in condizione ogni cittadino a «portare un contributo
originale e insostituibile per migliorare la vita della propria città… per
esempio nelle tante forme di volontariato socio-assistenziale, culturale,
ecologico, sportivo, ricreativo… Forse è la politica sommersa, quella che parte
dall’uomo e va all’uomo, in una rete infinita di rapporti che tinge di umano
(e, se si vuole, di divino) la fretta giornaliera di ognuno».
Anche il lavoro nell’Inps lo mantiene nella concretezza dei
rapporti personali. Significative le rubriche che cura regolarmente sulla
rivista Città Nuova: “La giusta
mercede”, nella quale risponde ai quesiti di carattere fiscale, contrattuale,
pensionistico dei lettori; “A tu per tu”; “Opinioni”. Non sono trattati di
spiritualità o meditazioni, eppure questi articoli costituiscono una preziosa
testimonianza di attenzione e amore concreti verso le persone che si dibattono
nelle più complesse situazioni economiche, legali, sindacali. Forse la santità
laicale di Domenico sta proprio in questo esercizio quotidiano di carità.
Nel 1990, alla delusione di un giovane che si domanda: «In
fondo, cosa posso fare io?», risponde lasciando intravedere le motivazioni che
lo animano: «Dobbiamo arrenderci? Nemmeno per sogno! Di fronte alla stanchezza
e alla delusione verso una politica che si fa sempre più avara di idealità,
dobbiamo reagire con una rifondazione quotidiana del rapporto politico». E
invita prima di tutto a una «personale nuova e rinnovata sensibilità al
sociale, al senso civico, alla solidarietà», così da aprirsi ai problemi degli
altri e aumentare la «capacità di donare». Suggerisce poi di unirsi a «persone
di buona volontà che già lavorano nei diversi campi del sociale», così da
scoprire insieme «la bellezza del servizio». Infine chiede di coinvolgere i
politici locali. «L’importante è non arrendersi di fronte alle difficoltà, non
scoraggiarsi, ma ricominciare sempre, convinti che pure cominciando dalla base
si può cambiare il costume politico».
La politica come il campo più vasto della carità
Domenico è dunque mosso da un anelito profondo di giustizia,
di verità… di santità. In alcuni articoli di carattere più riflessivo si
leggono domande del tipo: «È possibile rimanere coerente con la propria fede
religiosa immergendosi nell’impegno politico?». La risposta parte dalla
citazione di un’affermazione di Pio XII secondo il quale «La politica è il
campo della più vasta carità, la carità politica, a cui si potrebbe dire
null’altro essere superiore al di fuori della religione». Domenico coglie così
l’occasione per proporre «un mondo politico guidato dall’amore», nel quale non
ci si giudica tra membri di partiti diversi, ma si è capaci di ascoltarsi
vicendevolmente, di rimanere aperti all’altro, di capirsi.
Del 1994 la sua visione dei cristiani in politica: «Non si
tratta di elaborare una strategia che porti i cattolici a ritrovarsi in
un’associazione politica trasversale, né di annacquare le loro scelte
partitiche; si tratta piuttosto di dar vita ad una vera e propria azione
politica “costante”, dentro ciascun partito, e tra i diversi partiti […],
influendo su contenuti e metodi. Un dialogo fra i cristiani eletti nei diversi
partiti, che inglobi anche altri politici sensibili a questi valori, appare
oggi difficile per le reciproche differenze, per i “blocchi” mentali,
culturali, politici che si son voluti costruire. Ma diventa essenziale e
prioritario […]».
Nell’ultimo articolo dal titolo “La scelta del dialogo”,
Domenico Mangano, che muore a Viterbo il 22 dicembre 2001, sembra consegnare un
testamento: «Una schiera di donne e uomini “del dialogo”: di questo oggi c’è
bisogno […] Di politici “del dialogo”, certamente. Ma anche e soprattutto di
comuni cittadini, giovani, adulti e anziani che smessi i panni dei guelfi e
ghibellini, sappiano indossare l’abito della tolleranza per riuscire ad
ascoltare le ragioni dell’altro pur nella convinzione delle proprie idee. In
questa schiera di cittadini anonimi, i cristiani dovrebbero essere in prima
fila. […] Credere nella democrazia e lavorare, tutti insieme, perché essa
diventi più compiuta; adoperarsi per favorire il bene comune, gli interessi
generali, il senso dello Stato; avere nel governo della cosa pubblica, a
livello locale, nazionale e internazionale un occhio “preferenziale” per i
poveri, i meno abbienti…: questi valori non sono né di destra né di sinistra,
sono valori e basta e sono valori profondamente cristiani e profondamente
laici. Richiedono di essere ricompresi e rivissuti da tutti i cittadini con più
forte volontà e, forse, con un supplemento d’anima».






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