mercoledì 21 gennaio 2026

La “perfetta letizia” di Maria Chiara Damato

«Perché una ragazza bella, alta, occhi azzurri, con i suoi capelli lunghi annodati con le trecce, vivace, simpatica così la ricordano a Barletta dove era nata l'11 novembre 1909, che sa conquistarsi le amiche e i bambini, decide un giorno di andare a chiudersi in un monastero? Sarà stata la lettura della Storia di un'anima, l'autobiografia di Teresa di Gesù Bambino appena canonizzata da Pio XI? Sarà stato il clima di fervore della Barletta di inizio secolo, da cui partirono una quarantina di giovani e ragazze per consacrarsi a Dio? Saranno stati i colloqui silenziosi e prolungati con Gesù eucaristia nella chiesa della parrocchia? Forse tutto questo, ma ogni vocazione rimane sempre un mistero della grazia di Dio, che sceglie come vuole e indirizza dove vuole».

Inizia così un libriccino che ho scritto anni fa, nel 1999: La “perfetta letizia” di Maria Chiara Damato. Ho dovuto rileggerlo perché stanno provvedendo a una ristampa. 

Precedentemente avevo scritto la biografia di questa “serva di Dio Maria”: Il fascino del chiostro. Maria Chiara Damato, Città Nuova, Roma 1998.

https://fabiociardi.blogspot.com/2018/04/santita-nascosta-maria-chiara-damato.html

Rileggere questo opuscolo - La “perfetta letizia” di Maria Chiara Damato - è stato un sobbalzo di gioia: che testimonianza bella, quella di suor Maria Chiara! Ma anche che testimonianza bella quella delle Clarisse di Albano. Il libretto si conclude infatti con il racconto che scrivono della loro vocazione: «Oggi noi sperimentiamo la vita in clausura, come un modo privilegiato dell'incontro e dell'ascolto della Parola di Dio. La clausura esprime infatti il bisogno di ritirarsi in disparte per parlare con il Padre, rispondendo all'invito di Gesù: “Quando vuoi pregare, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo che sta nel segreto...”. Essa è anche il ricordo vivo di Gesù che di notte si ritirava in disparte in preghiera. Nello stesso tempo la vita in clausura spalanca la nostra vita su orizzonti impensati perché ci consente di leggere e di interpretare con maggiore oggettività, proprio alla luce della preghiera, la realtà dell'umanità e della vita contemporanea. Questo ci aiuta a far diventare l'intera nostra esistenza un'intercessione per il mondo presso il Padre. «La vostra vocazione è l'Amore – ci ha detto Giovanni Paolo II una volta che è venuto a trovarci nel nostro monastero di Albano –; non un amore che imprigiona nelle strette mura della clausura, ma che allarga il cuore sino ai confini del mondo...».

martedì 20 gennaio 2026

È una agiografia sì o no?

Dalla rivista “Città Nuova” mi è stata girata la domanda di un lettore riguardo al libro Lacrime e stelle: «Sono rimasto perplesso leggendo “la confessione” di Ciardi in CN 10. Di solito le agiografie si fanno per i santi definiti tali dalla Chiesa… o no?. Gino». Ed ecco la mia risposta:

“Confesso il peccato: ho scritto un’agiografia”. Così iniziava la mia pagina su “Città Nuova” di ottobre 2025. Spero si sia colto il taglio ironico. È stata una battura in reazione a un profilo di Chiara Lubich ad opera di una grande scrittrice, bellissimo, ma che inizia poco felicemente con: “di Chiara si scrivono soltanto agiografie”. Non ho scritto una “agiografia”. Volevo solo dire che forse il mio libro lo chiameranno così quanti dicono che di lei si scrivono solo agiografie. Da parte mia ho voluto fosse una “autobiografia” e tale definisco il libro. In esso non le do mai il titolo di santa, anche se credo che lo sia. Non sono andato contro il decreto del 1642 di Urbano VIII. Anche alla fine del breve articolo, quando ho affermato che “scrivere col cuore” può essere una risorsa in più per giungere al cuore del santo (non della “santa”!) mi riferivo semplicemente al noto “canone della consonanza ermeneutica”, secondo il quale per capire qualcosa fino in fondo, occorre entrare in sintonia con essa.

È un modello di vita? Non occorre essere proclamati ufficialmente santi per esserlo. Lo sono già tanti, fino all’ambasciatore Luca Attanasio… Non può esserlo Chiara Lubich? Benedetto XVI l’ha definita: «generosa testimone di Cristo, che si è spesa senza riserve per la diffusione del messaggio evangelico in ogni ambito della società contemporanea, sempre attenta ai “segni dei tempi”… donna di intrepida fede, mite messaggera di speranza e di pace». Una persona così può essere di modello, almeno per alcuni. 

lunedì 19 gennaio 2026

Maria Maddalena Frescobaldi Capponi: chi era costei?


Sono stato alla presentazione del libro su Maria Maddalena Frescobaldi Capponi che si è tenuta nella sede dell'editore, a Roma. Maria Maddalena Frescobaldi Capponi: chi era costei? Mai sentita nominare, vero?.

Adesso, grazie alla biografia scritta da Sr. Daniela Merlo - Maria Maddalena Frescobaldi Capponi. Alle origini delle Suore Passioniste di San Paolo della Croce (1771-1839). Presentazioni di Fabio Ciardi OMI e Massimo Borghesi, Marcianum Press, Roma 2026 -  si scopre una donna di una completezza straordinaria: una perfetta donna di casa, attiva, che sa muoversi con destrezza anche nelle situazioni più difficili e complesse, con uno spiccato senso dell’humor, di temperamento gioioso, attratta dal bello e dal vero... Ma anche una donna di profonda interiorità, che si lascia guidare dallo Spirito Santo, sa scoprire le piaghe della società del suo tempo e sa soccorrerle con generosità e creatività. Una donna a tutto tondo: sposa, madre, nonna, bisnonna… 

Il libro innanzitutto ci guida in un periodo storico e in un ambiente geografico di grande interesse, ricostruiti con accuratezza, mettendo a frutto una ricca bibliografia e fonti inedite, senza perdersi in erudizione pedante. La Firenze e la Toscana dei Lorena rivivono attraverso pagine brillanti che introducono in un mondo affascinante, fatto di glorie e di miserie, nel quale la famiglia Capponi si muove con disinvoltura. È il ritratto di un’epoca che fa da cornica alla vicenda della nostra protagonista. È più di una cornice, è la realtà che ha forgiato il suo carattere, le scelte, la sua stessa santità. Dai salotti brillanti e dalle corti imperiali di Firenze e di Vienna, si passa alle povertà croniche, al degrado morale, alla mendicità impensabili in una Toscana di appena ieri. Non soltanto i primi capitoli, ma tutto il libro tiene conto accuratamente dell’ambiente di vita di Maddalena Capponi. Ed è essenziale perché ogni carisma per esprimersi ha bisogno di una storia e di una geografia, se ne fa interprete e ad è capace di offrire proposte di vita nuova.

Particolarmente vivace – perché rilevatrice del carattere di questa donna – la descrizione dell’occupazione del palazzo Cappone da parte degli ufficiali e soldati napoleonici, rozzi, vandalici, ladri. Bastonano il cuoco, fanno violenza ai domestici, sciupano i mobili, ordinano e non pagano, rompono i cristalli, stracciano le tende e le coperte, rubarono candelieri, la raccolta di armi antiche e ogni sorta di beni, impongono il prestito forzato e la contribuzione di guerra. Maddalena, giovane donna, sola perché il marito è in esilio a Vienna, mostra la sua forza d’animo. Accogli i soldati con generosità e gentilezza, signorilità; silenziosa, fa preparare i letti perché tutti dormano comodamente… “Ci sono stati 20 giorni - scrive al marito - e vi giuro che avevano ridotto la casa che pareva quella del diavolo, sempre grida, bestemmie, urli che nessuno ne poteva più”. Nonostante tutto, essa non ha perduto il sorriso e il suo humour. Hanno razziato i cavalli? Nessun problema: “Ho fatto ripulire bene la stalla - scrive sempre al marito lontano - e penso di andarci a pranzo una mattina”. Affronta con lo stesso coraggio e determinazione le rivolte contadine del ”Viva Maria”. Con serenità e fede afferma: “Siamo alla crisi: Dio è misericordioso”.

Le testimonianza dell’epoca la ritraggono “amabile compagna” del marito Pier Roberto, sempre vicina nella buona e nella cattiva sorte, capace di rendere il suo matrimonio un ambito di comunione e di fede, “una reale e reciproca felicità”. Quando la giovane sposa del figlio Gino (sì, proprio Gino Capponi, quello di “Voi sonerete le vostre trombe, noi soneremo le nostre campane!”) muore di parto, fa da mamma alle sue due figlioline. 

Lo studio, naturalmente, si incentra sulla protagonista, ricostruendo l’ambiente familiare di Maddalena, delineandone il carattere e seguendola nel suo percorso, che si muove tra la famiglia, le opere di carità, la fondazione. Colpisce l’armonia con la quale sa mantenere unite queste componenti della sua vita, senza trascurarne alcuna. Dimostra un cuore grande, capace di contenere marito, figli, nipoti, giovani donne violate e abbandonate, amiche che condividono la sua opera di servizio.

Nel 1806 – Maddalena ha 35 anni – la frequentazione del gruppo delle Amicizie cristiane, le aveva aperto un mondo di dolore immaginabile, che diventerà il luogo dove donarsi interamente. (Lo studio di Sr. Daniela Merlo ha anche il merito di aver ricostruito l’affascinante esperienza di questa importante associazione, le Amicizie cristiane). L’inizio – c’è sempre un inizio semplice all’origine di ogni carisma – è il servizio di volontariato alla donne malate nell’Ospedale Bonifazio, detto degli Incurabili, in via San Gallo. Tante altre Amiche di quella associazione andavano a prestare lo stesso servizio, ma Maddalena si muove in risposta a un’ispirazione, a un’attrazione che coinvolge gradatamente tutta la sua vita e farà nascere le Suore Passioniste di San Paolo della Croce. È l’inizio di un carisma... Nascono le “Ancille della Passione del nostro Signor Gesù Cristo e di Maria SS. Addolorata per il Ritiro sotto il titolo di Santa Maria Maddalena”. 

Negli ultimi anni, libera da impegni e doveri familiari, può dedicarsi a tempo pieno alla sua opera di carità, alle sue giovani “convertite”. La gran parte del libro dedicata alla vita di Maddalena in famiglia, aiuta a capire la vicinanza, l’approccio umano fermo e dolce, la capacità di empatia, la fine pedagogia, le attenzioni materne verso tante donne sole e abbandonate, che forse non avevano mai conosciuto il tepore e il calore di una vera madre.

Autentico esempio per ogni sposa, ogni mamma, ogni persona consacrata che intende vivere con pienezza la propria vocazione nel rapporto con Dio e nel servizio degli altri, in piena donazione.

domenica 18 gennaio 2026

“La politica è una via alla santità”

 

“La politica è una via alla santità”. Così affermava Domenico Mangano. Ancora una parola su di lui.

Mi piaceva la rubrica che curava su “Città Nuova”: “La giusta mercede”. Rispondeva in maniera tecnica a domande che i lettori gli ponevano su questioni fiscali, contrattuali, pensionistiche… Niente di mistico! O forse sì! Sono l’attestazione di un amore concreto verso le persone che si dibattevano nelle più complesse situazioni burocratiche. Era il frutto del suo lavoro competente e paziente vissuto negli uffici pensionistici e nell’amministrazione del comune di Viterbo, e nello stesso tempo frutto di uno sguardo di fede che sapeva riconoscere Gesù in ogni persona bisognosa di un consiglio…

I brevi articoli che apparivano sui giornali locali presentavano una visione evangelica della politica. “L’essenza del fare politica è servire la società” e chiede di “restituire all’elettorato la dignità di essere protagonista”, di “riscoprire la dignità di ogni singolo cittadino”, il “ripudio a gestire il potere per il potere, ripudio alle lotte personali, ripudio agli arrivismi, ripudio ad usare il bene comune come un bene proprio”. Costante è l’invito ai partiti a ritrovare la propria idealità e a lavorare insieme per i progetti comuni, invocando uno “spirito di unità”, che non è spartizione di potere ma “un ricominciare a far politica insieme, maggioranza e minoranza, tentando di far prevalere i contenuti sulla tattica”.

Nel suo ultimo articolo su “Città Nuova” (1996, n. 6), scriveva: «Una schiera di donne e uomini “del dialogo”: di questo oggi c’è bisogno (…) Di politici “del dialogo”, certamente. Ma anche e soprattutto di comuni cittadini, giovani, adulti e anziani che smessi i panni dei guelfi e ghibellini, sappiano indossare l’abito della tolleranza per riuscire ad ascoltare le ragioni dell’altro pur nella convinzione delle proprie idee. In questa schiera di cittadini anonimi, i cristiani dovrebbero essere in prima fila. (…) Credere nella democrazia, e lavorare, tutti insieme, perché essa diventi più compiuta; adoperarsi per favorire il bene comune, gli interessi generali, il senso dello stato; avere nel governo della cosa pubblica, a livello locale, nazionale e internazionale un occhio “preferenziale” per i poveri, i meno abbienti…: questi valori non sono né di destra né di sinistra, sono valori e basta e sono valori profondamente cristiani e profondamente laici. Richiedono di essere ricompresi e rivissuti da tutti i cittadini con più forte volontà e, forse, con un supplemento d’anima. Prima ancor di far valere le ragioni delle proprie scelte partitiche, c’è bisogno oggi di una numerosa schiera di semplici cittadini, comuni, proiettati verso un’autentica, lunga stagione di dialogo, nel proprio e nell’opposto schieramento, per immettervi germi di tolleranza: ne siamo sicuri, anche i “politici” saranno contagiati”».

sabato 17 gennaio 2026

Domenico Mangano: La politica una via alla santità

Domenico Mangano, un uomo per il quale non esisteva dicotomia tra lavoro, famiglia, politica e rapporto con Dio. Oggi si è conclusa la fase diocesana del suo processo di beatificazione. Presente la moglie, i tre figli e il fratello.

Un uomo concreto, calato nella vita di famiglia, nell’amministrazione pubblica, nella politica, con amore e dedizione. Dirigente dell’Inps (Istituto nazionale della previdenza sociale), in 37 anni di lavoro ha aiutato a risolvere i mille problemi pensionistici e fiscali di quanti si presentavano con piena fiducia al suo “ufficio delle cause impossibili”. «Davanti alla sua stanza – scrive Renzo Salvatori – c’era sempre la fila, perché lui si faceva realmente carico dei problemi di ogni pensionato. Andava alla ricerca di tutti i cavilli utili per trovare una soluzione. A lui si rivolgevano anche da altre sedi dell’Inps». La moglie Maria Pia lo definisce un malato di “altrite”: un innamorato dell’altro. È Domenico Mangano, per il quale l’11 novembre 2017 si è aperta la causa di beatificazione. Sì, perché egli non accusa alcuna dicotomia tra lavoro, famiglia, politica e rapporto con Dio, convinto, come scrive lui stesso, che «la politica è una via alla santità».

Carica utopica e schietto realismo

Nato ad Anzi (PZ) nel 1938, nel 1949 si trasferisce a Viterbo, che diviene la sua città di adozione. Dal matrimonio con Maria Pia, nel 1966, nascono tre figli. Vive tempi difficili, gli anni del “compromesso storico”, gli “anni di piombo”, del trasformismo, di “tangentopoli”, dello sfascio della Democrazia cristiana, del passaggio alla “seconda repubblica”, delle alchimie dei governi. Nell’agitarsi di questa situazione caotica Domenico appare saldo e sereno, compreso dei drammi del tempo che condivide con la sua gente, e insieme fermo nelle convinzioni senza essere rigido.

La sua attività sociale e politica, specialmente agli inizi, appare piuttosto modesta e limitata a livello locale, ma sta proprio in questo la sua forza, perché fatta di impegno concreto, puntuale, di contatto diretto con le persone, di servizio umile e tangibile.

Uno specchio significativo della sua idealità e del suo vissuto sono i brevi articoli che, a partire dal 1970, appaiono sui giornali locali: possiedono una forte carica utopica e insieme uno schietto realismo evangelico, nella convinzione che «l’essenza del fare politica» è «servire la società», «restituire all’elettorato la dignità di essere protagonista», «riscoprire la dignità di ogni singolo cittadino», «ripudio a gestire del potere per il potere, ripudio alle lotte personali, ripudio agli arrivismi, ripudio ad usare il bene comune come un bene proprio». L’ambito della sua proposta è estremamente concreto: si rivolge alle piccole entità locali, come i quartieri, perché diventino attivi centri di dialogo, di confronto, per una partecipazione più diretta alla gestione della cosa pubblica.

Santità laicale in una rete ampia di rapporti umani

Presto, nel 1974, conosce il Movimento dei Focolari, e insieme alla moglie vi aderisce con slancio, impegnandosi attivamente tra i “Volontari di Dio” e nel movimento “Umanità Nuova”, una delle espressioni dei Focolari. Questo lo apre gradatamente a una visione politica più ampia, a livello nazionale e internazionale, come testimoniano gli articoli che scrive in una sua rubrica, “Italia oggi”, sulla rivista Città Nuova. L’esperienza nel proprio ambiente locale lo fa comunque restare ancorato agli interessi del territorio come quando, in un articolo intitolato in modo significativo “Cominciamo dal comune”, afferma la necessità di mettere in condizione ogni cittadino a «portare un contributo originale e insostituibile per migliorare la vita della propria città… per esempio nelle tante forme di volontariato socio-assistenziale, culturale, ecologico, sportivo, ricreativo… Forse è la politica sommersa, quella che parte dall’uomo e va all’uomo, in una rete infinita di rapporti che tinge di umano (e, se si vuole, di divino) la fretta giornaliera di ognuno».

Anche il lavoro nell’Inps lo mantiene nella concretezza dei rapporti personali. Significative le rubriche che cura regolarmente sulla rivista Città Nuova: “La giusta mercede”, nella quale risponde ai quesiti di carattere fiscale, contrattuale, pensionistico dei lettori; “A tu per tu”; “Opinioni”. Non sono trattati di spiritualità o meditazioni, eppure questi articoli costituiscono una preziosa testimonianza di attenzione e amore concreti verso le persone che si dibattono nelle più complesse situazioni economiche, legali, sindacali. Forse la santità laicale di Domenico sta proprio in questo esercizio quotidiano di carità.

Nel 1990, alla delusione di un giovane che si domanda: «In fondo, cosa posso fare io?», risponde lasciando intravedere le motivazioni che lo animano: «Dobbiamo arrenderci? Nemmeno per sogno! Di fronte alla stanchezza e alla delusione verso una politica che si fa sempre più avara di idealità, dobbiamo reagire con una rifondazione quotidiana del rapporto politico». E invita prima di tutto a una «personale nuova e rinnovata sensibilità al sociale, al senso civico, alla solidarietà», così da aprirsi ai problemi degli altri e aumentare la «capacità di donare». Suggerisce poi di unirsi a «persone di buona volontà che già lavorano nei diversi campi del sociale», così da scoprire insieme «la bellezza del servizio». Infine chiede di coinvolgere i politici locali. «L’importante è non arrendersi di fronte alle difficoltà, non scoraggiarsi, ma ricominciare sempre, convinti che pure cominciando dalla base si può cambiare il costume politico».

La politica come il campo più vasto della carità

Domenico è dunque mosso da un anelito profondo di giustizia, di verità… di santità. In alcuni articoli di carattere più riflessivo si leggono domande del tipo: «È possibile rimanere coerente con la propria fede religiosa immergendosi nell’impegno politico?». La risposta parte dalla citazione di un’affermazione di Pio XII secondo il quale «La politica è il campo della più vasta carità, la carità politica, a cui si potrebbe dire null’altro essere superiore al di fuori della religione». Domenico coglie così l’occasione per proporre «un mondo politico guidato dall’amore», nel quale non ci si giudica tra membri di partiti diversi, ma si è capaci di ascoltarsi vicendevolmente, di rimanere aperti all’altro, di capirsi.

Del 1994 la sua visione dei cristiani in politica: «Non si tratta di elaborare una strategia che porti i cattolici a ritrovarsi in un’associazione politica trasversale, né di annacquare le loro scelte partitiche; si tratta piuttosto di dar vita ad una vera e propria azione politica “costante”, dentro ciascun partito, e tra i diversi partiti […], influendo su contenuti e metodi. Un dialogo fra i cristiani eletti nei diversi partiti, che inglobi anche altri politici sensibili a questi valori, appare oggi difficile per le reciproche differenze, per i “blocchi” mentali, culturali, politici che si son voluti costruire. Ma diventa essenziale e prioritario […]».

Nell’ultimo articolo dal titolo “La scelta del dialogo”, Domenico Mangano, che muore a Viterbo il 22 dicembre 2001, sembra consegnare un testamento: «Una schiera di donne e uomini “del dialogo”: di questo oggi c’è bisogno […] Di politici “del dialogo”, certamente. Ma anche e soprattutto di comuni cittadini, giovani, adulti e anziani che smessi i panni dei guelfi e ghibellini, sappiano indossare l’abito della tolleranza per riuscire ad ascoltare le ragioni dell’altro pur nella convinzione delle proprie idee. In questa schiera di cittadini anonimi, i cristiani dovrebbero essere in prima fila. […] Credere nella democrazia e lavorare, tutti insieme, perché essa diventi più compiuta; adoperarsi per favorire il bene comune, gli interessi generali, il senso dello Stato; avere nel governo della cosa pubblica, a livello locale, nazionale e internazionale un occhio “preferenziale” per i poveri, i meno abbienti…: questi valori non sono né di destra né di sinistra, sono valori e basta e sono valori profondamente cristiani e profondamente laici. Richiedono di essere ricompresi e rivissuti da tutti i cittadini con più forte volontà e, forse, con un supplemento d’anima».

venerdì 16 gennaio 2026

Una preghiera semplice e affettuosa

«Nella preghiera silenziosa e prolungata di ogni giorno, si lasciano plasmare dal Signore e trovano in lui l’ispirazione per il loro comportamento. Secondo la loro tradizione, consacrano un’ora al giorno all’orazione e vivono insieme una parte di questo tempo alla presenza del SS. Sacramento».

Così la Regola degli Oblati. Oggi ho trovato un manoscritto del 1859, ancora del tempo del Fondatore, che spiega come vivere questo tempo di preghiera silenziosa davanti all’Eucaristia. Eccone qualche passaggio soltanto:

«Durante questa mezz’ora che trascorriamo davanti al SS. Sacramento, è bene conversare familiarmente con N.S., stabilire tra Lui e noi un colloquio affettuoso… con grande semplicità di linguaggio: “Ecco davanti a voi, mio Dio, la vostra piccola creatura…, il vostro povero vermiciattolo… a cui volete dare comunque il titolo di bambino… che voi amate… nel quale provate le vostre delizie… io, mio Dio, mi sembra di desiderare di vivere le virtù che contemplo in voi… ma ho così tanta difficoltà…”

Non abbiamo paura di entrare nei dettagli delle nostre piccole miserie, diciamo tutto a nostro Signore, che si fa così piccolo in questo sacramento perché vuole che ci avvicinavamo a lui senza paura, con cuore libero, ci vuole aiutare, ci vuole confortare, ma vuole la nostra fiducia, esige che gli diciamo tutto ciò che accade dentro di noi. Senza dubbio è Dio, e sa tutto; ma dobbiamo dirgli ciò che diremmo a un amico, cioè tutta la nostra gioia, la nostra contentezza, le nostre paure, i nostri insuccessi, le nostre preoccupazioni. Se non facciamo così, anche se sa tutto, è come se non le conoscesse… Questo è sufficiente per farti capire cosa fare nell’orazione; andiamoci con questa semplicità e questa franchezza, e senza dubbio trarremo immenso beneficio da questo santo esercizio, ne usciremo sempre sollevati e rafforzati, perché il Signore si è impegnato: “venite a me tutti voi che siete stanchi, voi tutti che siete oppressi, e io vi ristorerò”».

giovedì 15 gennaio 2026

Il guerriero e la crocerossina

Il guerriero, affilato, elmo in testa e lancia in resta, si appresta a dar battaglia.

La crocerossina, mite, rotondetta quando basta per infondere sicurezza, è pronta a soccorrere.

In realtà il dentista ha soltanto una cuffia chirurgica e un trapano, ma la grinta è quella del guerriero.

In realtà lei è soltanto l’assistente… ma rassicurante: “Ci siamo quasi… Fra poco è tutto terminato” e intanto accarezza delicatamente la guancia del paziente, mentre il guerriero prosegue impavido la battaglia.

A pugna terminata ecco la pace. Sorridiamo e ci salutiamo lealmente… tutti vincitori!

... il colpo mortale mi è stato inferto all’uscita: il conto!

mercoledì 14 gennaio 2026

Le litanie dei santi di Papa Leone

Riprendendo il desiderio di Papa Francesco, Papa Leone ha scritto l’Esortazione apostolica Dilexi te “perché tutti i cristiani possano percepire il forte nesso che esiste tra l’amore di Cristo e la sua chiamata a farci vicini ai poveri”.

Quando sono arrivato al capitolo terzo, “Una Chiesa per i poveri”, sono rimasto sorpreso: la storia della carità coincide con quella dei santi e in particolare della vita religiosa. Il Papa ha scritto una storia della Chiesa che in pratica è una storia della vita religiosa. Ne risulta una sorta di litania dei santi, con la distinzione delle vare opere di carità.

La vera ricchezza della Chiesa:
San Lorenzo.

I Padri della Chiesa e i poveri:
Sant’Ignazio di Antiochia
San Giustino
San Giovanni Crisostomo
Sant’Agostino
San Cipriano

Cura dei malati:
San Giovanni di Dio,
San Camillo de Lellis
San Vincenzo de’ Paoli
Santa Luisa de Marillac

La cura dei poveri nella vita monastica:
San Basilio Magno
San Benedetto da Norcia
San Bernardo di Chiaravalle

Liberare i prigionieri:
San Giovanni de Matha
San Felice di Valois
San Pietro Nolasco
San Raimondo di Peñafort

Testimoni della povertà evangelica:
San Francesco d’Assisi
Santa Chiara d’Assisi
San Domenico di Guzmán

La Chiesa e l’educazione dei poveri:
San Giuseppe Calasanzio
San Giovanni Battista de La Salle
San Marcellino Champagnat
San Giovanni Bosco
Beato Antonio Rosmini

Accompagnare i migranti:
San Giovanni Battista Scalabrini
Santa Francesca Saverio Cabrini

Accanto agli ultimi:
Santa Teresa di Calcutta
Santa Dulce dei Poveri
San Benedetto Menni
San Charles de Foucauld
Santa Katharine Drexel 


martedì 13 gennaio 2026

Che bello! l'ultima parola...

Ho guidato il rosario accanto al defunto. Attorno un bel gruppo di donne. Soltanto donne, come nella migliore tradizione. Ai piedi della croce c’erano le donne. Alla tomba c’erano le donne. Hanno il dono della compassione e della solidarietà.

La vorrei per me una morte così. Quando l’ho confessato, il mio vicino di casa, ha aperto la mano destra e mi ha mostrato tutti i doni ricevuti da Dio: una bella carriera, una bella famiglia, una bella casa… Poi ha aperto la mano sinistra e con una pace profonda mi ha mostrato che non c’era più niente: “Dio ha dato, Dio ha tolto, sia ringraziato e benedetto il nome del Signore”. Ho poi raccontato a lungo il vangelo del Natale. “Mi sono commosso”, mi ha detto.

L’altro ieri sera aveva ormai perduto conoscenza. C’era attorno tutta la famiglia. Ancora una volta ho raccontato il vangelo del giorno, il Battesimo di Gesù. Parlando del Padre che dice: “Questo è il mio figlio…”, sono giunto fino all’ultima parola di Gesù: “Padre, nelle tue mai consegno il mio spirito”. Ho spiegato come quella fosse la preghiera che le mamme ebree insegnavano a ripetere ai bambini prima di addormentarsi. Gesù si addormenta con la preghiera che la mamma gli aveva insegnato. Anch’io mi addormento così. Vorremmo tutti addormentarci così, ho detto riferendomi alla morte.

A quel momento Gianni ha mormorato: “Che bello!” e ha aperto gli occhi… è stata una festa generale. Ed è stata la sua ultima parola: la gioia di poter morire abbandonato nelle mani del Padre con la preghiera di Gesù.

lunedì 12 gennaio 2026

Gruppo carismi

 

È un gruppo che non ha nome, perché è un gruppo informale, nato da contatti personali. Possiamo chiamarlo “gruppo carismi”? L’importante è che ci ritroviamo ogni tanto per mettere in comune esperienze, sogni, progetti, pubblicazioni… Siamo più di una ventina, anche se non sempre possiamo essere tutti presenti, accomunati dallo studio e dal lavoro di animazione e di diffusione della conoscenza dei fondatori e della storia dei nostri Istituti: postulatori, professori, dottorandi... Ogni volta siamo accolti a casa di uno dei diversi membri, così da conoscere archivi, luoghi “carismatici”, biblioteche... È bello vedere la passione da cui ognuno è animato.

Oggi siamo stati accolti al Focolare Point di Roma così che al termine del nostro incontro di lavoro abbiamo potuto visitare la mostra “Se guardo questa Roma” su Chiara Lubich.

Nel giugno 1949 ella, arrivando nella capitale, scriveva: «Roma non è come altre città. […] Se accanto alle bellissime chiese, ai monumenti gloriosi, ai palazzi, agli alberghi, i pellegrini trovassero sparsi qua e là come fiamme, i veri cristiani, distinti dagli altri soltanto perché si amano ed amano, cuori aperti come quello di Gesù, […] se ognuno vivrà questo fuoco incendierà a sua volta molti e molti altri. […] Quando è Dio che lavora (e lavora se Lo lasciamo lavorare) opera miracoli».



domenica 11 gennaio 2026

L'identità dell'Oblato

In occasione dei 200 anni dall’approvazione delle nostre regole ho terminato un commento ai primi 10 articoli. Credo sia un buon sussidio… Termino con le parole del nostro grande p. Fernand Jetté, che si domanda quale profilo dell’Oblato emerge da questi primi fondamentali articoli:

L’Oblato è un uomo semplice e flessibile, che ama la gente, che sa riconoscere tutto il bene presente in essa e che è pronto a collaborare con tutti gli uomini di buona volontà per stabilire il Regno di Dio.

L’Oblato è un uomo di comunità, che è solidale con i propri fratelli e che ha il senso della missione ricevuta.

L’Oblato è un uomo profondamente radicato nella Chiesa e aperto a tutta la terra.

L’Oblato è un apostolo e un testimone, sull’esempio dei Dodici.

L’Oblato è un profeta dell’assoluto di Dio e del mondo nuovo nato dalla risurrezione di Gesù.

L’Oblato è, alla radice di tutto, un appassionato di Cristo e dei poveri e, in più, un vero figlio di Maria. Vive in intimità con Lei e da Lei riceve il suo sostegno e la sua ispirazione.

Nell’Oblato si trovano tutti questi tratti, in gradi diversi, secondo il temperamento di ognuno, la grazia di Dio e le circostanze concrete in cui il Signore l’ha posto.

sabato 10 gennaio 2026

Il vero attestato di battesimo

La disobbedienza di Adamo aveva chiuso i cieli. Ora Gesù nel battesimo, con la sua obbedienza – “conviene che adempiamo ogni giustizia” –li apre di nuovo: lo Spirito torna sulla terra e la voce del Padre risuona in mezzo a noi.

Lo Spirito che all’inizio dei tempi si librava sulle acque per ordinare il caos primordiale in cosmo, ora scende nuovamente per dare inizio ad una nuova creazione. Gesù è la nuova creazione: col suo battesimo inizia la storia del mondo nuovo.

Il simbolo della colomba rimanda al racconto del diluvio, quando essa annunciava la pace e la salvezza. Col battesimo di Gesù splende un nuovo arcobaleno a segnare la nuova alleanza messianica, da cui nasce la nuova umanità.

Ed ecco la voce del Padre. Il Vangelo di Matteo, a differenza di Marco e Luca, riporta le parole del Padre in terza persona: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”. Non si rivolge direttamente a Gesù, ma a noi. È l’invito a riconoscerlo come Figlio di Dio, ad accoglierlo, a lasciarlo penetrare nella nostra vita, così che possa annegare nelle acque del battesimo il nostro “uomo vecchio” e farci rinascere a vita nuova, creazione nuova.

Grazie al battesimo di Gesù anche nel nostro battesimo si aprono i cieli, anche su di noi scende lo Spirito e il Padre ci proclama figli suoi.

Oggi è il giorno del battesimo di Gesù e anche del nostro battesimo. Riprendo in mano con gioia la copia dell’atto del mio battesimo, così dettagliato, con l’ora della nascita, i nomi dei genitori, dei nonni, dei padrini… È un attestato veritiero. Ma il vero attestato ce lo dà lo Spirito Santo: «Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l'adozione a figli. E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: “Abbà! Padre!”. Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio» (Gal 4, 4-7).

È dunque vero che Gesù ci dà il suo Dio e il suo Padre: “Dio mio e Dio vostro, Padre mio e Padre vostro”. Allora anche di me il Padre oggi dice: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”. E posso lasciare che lo Spirito gridi in me: “Abbà”.

venerdì 9 gennaio 2026

Sulle orme degli apostoli

Il noviziato segnò la sco­perta di Eugenio de Mazenod, allora non ancora proclamato beato. Leg­gere la sua vita e i suoi scritti fu una autentica rivelazione. Trovavo con lui una partico­lare consonanza, mi sentivo espresso da lui. A mano a mano che leggevo i suoi testi li tra­scrivevo e traducevo i passi che più mi colpivano, fino a comporre una piccola antologia. Quando questa raccolta cadde sotto gli occhi del provinciale la fece subito pubblicare. Fu così che, ancora novizio, curai il mio primo scritto su Eugenio: "Sulle orme degli apostoli".

Sto vedendo se è possibile mettere su internet tutti i miei libri… dovrei cominciare da questo! Nella presentazione si legge:

«Fin dall'inizio del noviziato abbiamo sentito il desiderio di penetrare in profondità nel pensiero e nell'anima del nostro Fondatore. Accanto allo studio della sua vita vedevamo necessario un contatto diretto con i suoi scritti: è nata così questa piccola antologia! Abbiamo poi pensato che potesse essere utile anche a tutti gli Oblati aver tra mano una raccolta di scritti del Fondatore che aiuti a tener sempre vivo lo spirito della nostra vocazione, a far capire più a fondo le nuove regole, e ad avere una base sicura per il rinnovamento necessario. La presentiamo come spunti di meditazione. Crediamo possa essere utile anche ai nostri amici, a tutti quelli che ci aiutano, perché sempre più ci unisca l'amore alla Chiesa e lo zelo per le anime. (…)».


giovedì 8 gennaio 2026

Il contributo degli Oblati alla Missiologia

Gli Oblati, “Close to the people”. È una delle più belle definizioni, assieme ad altre altrettanto famose: “Audacieux pour l’Évangile”, “Nihil linquendum inausum”, “Usque ad internecionem”, “Specialisti delle missioni più difficili”… Tutti titoli che rimandano al nostro lavoro missionario, sul campo.

«Gli Oblati di Maria Immacolata - scriveva M. Bernad nell'introduzione alla raccolta bibliografica dei primi centro anni della Congregazione - hanno ricevuto, come gli apostoli, la missione di non scrivere, ma di predicare: Evangelizare pauperibus misit me. Sono rimasti fedeli ad essa. Il numero di missioni e ritiri che hanno predicato supera di gran lunga il numero di libri pubblicati».

L’Oblato per sant’Eugenio de Mazenod è prima di tutto un missionario, un predicatore. Ma non si può confondere il missionario del popolo con una persona senza cultura. Occorre parlare la lingua del popolo ed essere comprensibili anche dagli ultimi, ma questo richiede grande preparazione. Per essere un missionario lo studio è fondamentale. Fin dall’inizio, faceva parte integrante del progetto missionario.

Per questo, accanto ai grandi missionari che hanno fatto la storia, e a quelli più umili e nascosti che ugualmente hanno fatto la storia, fin dalle origini ne ve sono stati altri che si sono distinti per un loro contributo nel campo della ricerca e degli studi, dalla teologia all’etnologia, dall’archeologia alla filosofia, dalla psicologia alla paleontologia.

Non basta infatti “fare missione”, occorre “pensare la missione”, riflettere sull’operato: valutare i risultati, i fallimenti, le sfide; ritrovare le motivazioni profonde; ripensare costantemente la missione nei nuovi contesti culturali e geografici. Non basta ripetere contenuti e metodi del passato anche perché essi rischiano di avere poca incidenza. Un’evangelizzazione che non è pensata e pianificata non ha futuro, è destinata al fallimento. Lo studio permette di rinnovarsi. È un autentico servizio al Vangelo e alla missione.

Uno dei campi nel quale gli Oblati si sono maggiormente distinti è quello della missiologia… Ed è su questo argomento - Il contributo degli Oblati
alla Missiologia
– che ho preparato il mio ultimo libretto…

mercoledì 7 gennaio 2026

Cosa rimane d'una vita?

Casualmente mi trovo tra le mani una copia dell’ultima edizione della Regola edita da sant’Eugenio nel 1853. Nel risvolto di copertina con una scritta a mano Eugenio Baffie annota:

“Oggi (19 febbraio 1877) ho ricevuto questo libro, in uso del mio amatissimo fratello [Julius-Marcelin] Tourel, deceduto il 30 [31] dicembre 1876, quattordici mesi dopo la sua professione. Lo ricevo assieme alla croce di quel carissimo fratello che, con la sua modestia, profonda umiltà, mitezza e pazienza, si è posto come esempio e, sebbene sia stato strappato alla vita nel fiore degli anni, ha compiuto un’esistenza pienissima, per cui speriamo che, sebbene sia stato chiamato improvvisamente alla morte, la sua morte sia stata comunque preziosa agli occhi del Signore. Possa il benignissimo Gesù concedermi questa stessa grazia, attraverso le preghiere di questo carissimo fratello”.

Eugène Baffie testimonia un’antica usanza, quella di prendere, al momento dei voti, la croce di un Oblato defunto, quasi per continuarne la memoria. Non sempre è possibile, ma avviene sovente anche oggi. Eugène Baffie prende in eredità anche il libro delle Regole.

Eugène Baffie (1855-1920), un grande Oblato, professore, rettore del seminario di Fréjus, vicario generale… tra l’altro ha scritto il primo libro sulla nostra spiritualità: Esprit et vertus de mons. Eugène de Mazenod.

Ma Julius-Marcelin Tourel? Cosa rimane di questo giovane Oblato morto a 23 anni? Solo il foglio dei suoi voti… e la bella testimonianza di Baffie: “modestia, profonda umiltà, mitezza e pazienza… ha compiuto un’esistenza pienissima”.

martedì 6 gennaio 2026

Il dono dei tre Magi

 

Oggi, in casa nostra, tre “magi” si sono presentati davanti a Gesù Bambino, ma non avevano in dono né oro né incenso né mirra…

I nostri tre giovani studenti si sono semplicemente donati, con i loro voti.



Intanto mi giungono riscontri dell’audio con il racconto dei Magi, quelli veri!

Un’astronoma mi scrive: “Grazie per questa 'intervista' ai miei colleghi Magi!!”.

 Una mamma: “L’abbiamo ascoltato in famiglia durante la colazione! Un momento sacro!!!”.

"Che bella storia!!! Quella di Artaban non la conoscevo ed è il dono più grande. Liberarsi dai propri peccati e scegliere una nuova strada da percorrere: la strada che ci porta alla santità".

“Bellissima questa storia dei 4 Magi! Gesù non a paura di noi, i nostri limiti, peccati ! Ma che bello che sempre saremo gradevoli per Lui ! Un anno ci aspetta…"

“Nel cuore gioia e Speranza, dopo la lettura della leggenda”.

“Bellissimo questo racconto, che è diventato meditazione! Che la Stella illumini sempre il mio cammino e non mi faccia scoraggiare dal proseguire e uscire dal mio "buio", quello che spesso sembra farmi smarrire. E non importa il tempo che ci metterò e se per dono a Gesù avrò anche tanti peccati. Lui è venuto proprio per me”.



domenica 4 gennaio 2026

La ricerca appassionata dei Magi

I Magi: persone in ricerca, che scrutano i segni nel cielo (“i segni dei tempi” diremmo oggi), pronti a tutto, anche a intraprendere lunghi viaggi, per giungere alla verità, alla pienezza della luce. Sono aperti alle indicazioni che vengono loro offerte, anche quando provengono da un uomo malvagio come Erode. Sono sinceri. Non si lasciano fermare neppure quando la piccola luce che li guida si eclissa.

Sono la personificazione di tanti uomini e donne di “buona volontà”, di ieri e di oggi, che cercano la verità: cercano Gesù, forse senza saperlo. Come stella, l’annuncio del Vangelo brilla tra i popoli, di secolo in secolo, e attira a Gesù uomini e donne d’ogni nazione. Il desiderio di incontrarlo si accende in maniera misteriosa nel cuore di sempre nuovi credenti, come si accese in maniera misteriosa nei Magi d’Oriente

Alla fine i Magi vengono appagati: dopo incertezze e momenti di buio, rividero la stella e «provarono una grandissima gioia». Trovarono quello che cercavano, certamente molto di più di quello che si sarebbero immaginati, se finirono per adorare il bambino.

È una parabola che ci insegna a cercare sempre, anche quando le certezze che ci guidano - la stella - si eclissano, a non esitare a chiedere aiuto quando siamo in difficoltà, a non desistere anche quando si è circondati da persone cattive come Erode. Nessuno è “arrivato”, siamo sempre in pellegrinaggio, come loro, verso la pienezza della luce. Anche se siamo già nella luce, dovremmo continuare a “camminare” nella luce, sperimentando con sempre maggiore intensità l’amore rivelato e comunicato.

sabato 3 gennaio 2026

Il panettone

Una volta il panettone si mangiava soltanto a Natale, mentre il panforte era asserbato per l’Epifania. Il pandoro ancora non si conosceva. Per il restante periodo natalizio avevamo i cavallucci, dolci poveri all’anice, che ora sono rari. Non c’era il problema di dover reciclare, con elaborate ricette, i panettoni avanzati.

Finché non arrivava il fatidico 3 febbraio, quando il babbo tornava a casa con due panettoni! Il giorno di san Biagio negozi di alimentari e pasticcerie li vendevano al prezzo di uno. Quel giorno il panettone era più buono che a Natale, forse perché non veniva dopo un pranzo solenne, oppure perché semplicemente aveva il gusto del quotidiano.

Chissà se nel tempo dell’abbondanza e dello spreco alimentare si potranno ritrovare i gusti genuini della sobrietà e del mangiare una fetta di panettone al solo scopo di fare festa insieme. 

venerdì 2 gennaio 2026

Rimani con noi

Nella chiesa di Gesù Divin Lavoratore mi sono fermato davanti al tabernacolo. Bello nella sua maestà.

Bella soprattutto la preghiera dei due discepoli di Emmaus: “Mane nobiscum”. 

Una preghiera per tutto il nuovo anno.

giovedì 1 gennaio 2026

Pagina bianca

Volto pagina al mio diario. Cosa scriverò quest’anno? Che è scoppiata la pace in Medio Oriente e in Ucraina? Che è scoppiata la guerra totale? Scriverò del programma a cui Papa Leone darò il via con il prossimo concistoro? Noi Oblati celebreremo i 200 anni dall’approvazione delle nostre Regole: porterà frutti? Dovrei partecipare all’Assemblea dell’Opera di Maria: sarà un soffio nuovo dello Spirito? Riceverò una nuova destinazione: per dove? Il calendario comincia già ad essere pieno di appuntamenti…

Intanto volto pagina… e trovo una pagina bianca. Cosa scriverò? Perché non lasciare che sia Dio a scriverla, dando a lui piena libertà? Potrei scrivere sotto dettatura, o semplicemente fare da cronista, annotando giorno dopo giorno quello che va compiendo…