Una mosca bianca. Così mi sono sentito quando a
Bruxelles mi sono messo in fila per salire sull’aereo diretto in Camerun, sì, nell’Africa
nera. In aereo salgono anche i cinesi ma loro, si sa, sono dovunque.
Partenza presto da Roma, scalo a Bruxelles, Douala
e infine Yaoundé. Più di 12 ore di viaggio, niente in confronto ai viaggi dei
nostri primi missionari. Mentre scendo dall’aereo una delle assistenti di volo mi
dice: “Preghi per me, padre, perché sono una peccatrice”. “Anch’io lo sono” le ho risposto.
Fuori mi attende il giovane superiore dello
scolasticato degli Oblati. Saluto di rito: testata a destra, a sinistra e in
alto sulla fronte…
Pensavo d’essere arrivato, invece il viaggio più lungo è proprio quello dall’aeroporto allo scolasticato degli Oblati, anche se sono tre ore soltanto. Pochi chilometri, ma occorre attraversare la città ed è sabato sera.
È notte fonda, giunta senza preavviso, come accade
spesso all’equatore. Le strade sono scarsamente illuminate, in compenso sono
smisuratamente affollate: bancarelle, negozietti, punti ristoro, pentole al
fuoco… tutto all’aperto, lungo la strada appunto, sul marciapiede si direbbe se
ci fossero i marciapiedi. Una festa, un via vai disinvolto, con musiche a tutto
volume… Il traffico è congestionato, meglio dire creativo, carismatico: taxi
che si fermano in mezzo alla strada per un lungo contrattare con i clienti,
assenza assoluta di semafori, auto in panne, piccoli incidenti, tutto
contribuisce a una lentezza esasperante. Gli ultimi 500 metri che ci separano
dall’incrocio che ci porterà finalmente a casa lo percorriamo a tempi di record,
45 minuti. A differenza dell’India dove tutti suonano il clacson anche se non
hanno nessuno davanti, qui tutto si muove con calma rassegnata, si suona solo
quando qualcuno sta proprio per venirti addosso. Mondi diversi.
Questa mattina, domenica, mi avvio verso la cappella della facoltà di teologia all’università cattolica, poco lontano. Le nuvole sono basse, sulle cime delle colline una nebbiolina leggera. Scendo per i sentieri di terra rossa che serpeggiano in mezzo al verde, le casupole nascoste tra la boscaglia. Sono subito immerso nel mondo africano come lo abbiamo sempre immaginato e come l’ho visto da tante altre parti. Bambini che portano secchi sulla testa, giovani donne intente a preparare il fuoco sotto la pentola o a zappettare attorno casa. Già allestiti i mercatini con le cipolle e i pomodori allineati in perfetto ordine.
Ed ecco la distesa delle costruzioni della facoltà,
tutte a pian terreno, adagiate su un interminabile tappeto verde. Il viale d’entrata,
affiancato dalle palme, porta dritto alla chiesa.
La messa africana, incanta sempre, soprattutto per
il canto che fa ondeggiare tutta l’assemblea. Sgargianti i colori della festa
negli abiti fantasiosi.
Al ritorno, passando vicino al cosiddetto bar dell’università, un gruppo di giovani mi chiama e mi invita a bere con loro. Inizia una rumorosa conversazione. Mentre risalgo dall’altra parte della collina mi sento nuovamente chiamare e intravedo altri quattro uomini seduti sotto la tettoia di casa. “Come, mi dicono, passi di qua e non ci saluti neppure?”. Poi mi chiedono una benedizione per il nuovo anno scolastico che inizia domani.
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