sabato 14 luglio 2018

Forti della tua presenza


In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due… (Mc 6, 7-13)

Non sei più solo, Gesù, hai altri con cui condividere la tua missione. Li hai chiamati perché stessero stabilmente con te e, nello stesso tempo, per mandarli.
Quando creasti i Dodici quello stare e quell’andare sembravano una contraddizione.
Come potevano rimanere con te e insieme allontanarsi da te per annunciare la buona novella? Oggi è chiaro, li mandi a due a due perché bastano due persone perché tu sia con loro: «Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (cf. Mt 18, 20). Quando i due partono non si allontanano da te, ma ti portano con loro e hanno il tuo stesso potere. La tua presenza li rende sicuri e forti.

Per questo non hanno bisogno di niente per il compimento della loro missione. Se hanno te e la tua forza, di cosa altro hanno bisogno? Non debbono riporre la fiducia in strumenti potenti, in apparati organizzativi, ma soltanto in te. David, prima di andare contro Golia, si tolse l’armatura pesante che Saul gli aveva messo indosso, e incontrando il Filisteo proclamò: «Io vengo a te nel nome del Signore degli eserciti» (1 Sam 17, 45). Gedeone dovette sbarazzarsi del forte esercito di più di 20.000 uomini fino a ridurli a 300, altrimenti si poteva pensare che la vittoria sarebbe stata dell’esercito numeroso e non di Dio.

La missione dei Dodici continua la tua, e tu non sei venuto con schiere di angeli, ma nell’umiltà e nella povertà della condizione umana. Anche per i Dodici nessuna attrezzatura sofisticata o potenti supporti finanziari. «Il nostro aiuto è nel nome del Signore che ha fatto cielo e terra», potevano ripetere con il Salmo 124. Erano uniti nel tuo nome, ti avevano tra di loro.
Erano necessari il bastone e i sandali, perché avrebbero dovuto percorrere tanta strada, andare a tutte le genti e continuare a camminare lungo i secoli, per preparare la tua ultima venuta alla fine dei tempi.

Quel mandato adesso lo rimetti nelle nostre mani. Ci chiami e ci invii tutti, senza distinzione, come tuoi missionari, rendendoci partecipi della missione che il Padre ti ha affidato. Anche noi dobbiamo sconfiggere il male, prenderci cura degli ammalati, dei poveri, degli ultimi, invitare alla conversione, indirizzare verso di te, convergere verso il Regno dei cieli. Anche a noi “comandi” – il tuo non è un semplice invito, un suggerimento, ma un ordine – di non affidarci a strutture operative potenti come fanno le imprese e le grandi organizzazioni per imporre il proprio mercato.
Per compiere la “tua” missione, abbiamo bisogno di te, che sia tu a compierla. Per questo mandi anche noi «a due a due», perché solo così sarai in mezzo a noi e, ovunque andremo, ti porteremo con noi e lasceremo che sia tu a parlare e a operare. Da questo sapranno che siamo tuoi discepoli, se avremo amore tra di noi (cf. Gv 13, 35).

venerdì 13 luglio 2018

Africa in tavola


Non si può lasciare l’Africa senza la festa!
Qui, come ovunque, la tavola è il momento di festa per eccellenza.







Un grazie a tutti e a tutte!

giovedì 12 luglio 2018

Gli Oblati in Kenya


Nel 1995 il vescovo di Meru incontrò p. Marcello Zago, superiore generale, e gli chiese Oblati per la sua diocesi. P. Marcello si rivolse agli Oblati canadesi: i primi tre arrivarono nel 1997 e iniziarono la missione di Kionyo, alle pendici del monte Kenya, tra le coltivazioni di tè. Vi erano pochi cattolici raccolti attorno a una decina di chiesette sparse sulla montagna. Non c’erano strade. Per 5 anni hanno lavorato sodo per costruire la comunità cristiana: visita alle famiglie, formazione dei catechisti, creazione di gruppi parrocchiali… 


Costruirono la prima scuola media totale del Kenya consentendo a tanti ragazzi poveri dei villaggi l’accesso allo studio, seguita da altre tre scuole e dalla prosecuzione degli studi superiori. Naturalmente costruirono cappelle, forni per le donne, una falegnameria, mulini, un centro di formazione per i giovani, sistemi idraulici per portare acqua potabile a 3.300 famiglie, cura dell’AIDS… Insomma tutto quello che ci si aspetta dai missionari. Lavoravano anche in unità con le altre Chiese cristiane.



Nel 1991, con l’arrivo di un secondo gruppo di missionari dal Canada iniziò una seconda missione a Igandene, fu aperta anche la casa di formazione a Meru. Nel 2004 i primi cinque giovani iniziarono il noviziato a Johannesburg in Sud Africa.
Nel 2013 la parrocchia di Kisaju, nella diocesi di Ngong, una cinquantina di chilometri a sud di Nairobi.
Oggi gli Oblati in Kenya sono una quindicina, più i giovani in formazione. Lavorano anche nella pastorale universitaria e come cappellani delle carceri e nella baraccopoli di Meru e di Nairobi.


mercoledì 11 luglio 2018

Mariapoli Piero



Una volta a Nairobi non poteva mancare una visita alla Mariapoli Piero. Iniziata una ventina d’anni fa oggi è uno splendido centro di formazione, inculturazione, irradiazione di vita per l’Africa dell’Est.
Rivedo vecchi amici incontrati in varie parti dell’Africa, che hanno dato la vita per questa gente, e anche volti nuovi di giovani con lo stesso entusiasmo.


Arrivo proprio mentre i membri della cittadella si incontrano per condividere notizie ed esperienze. Posso così cogliere di prima mano quello che lo Spirito Santo continua a operare, e anch’io sono invitato a donare qualcosa della mia esperienza: siamo la stessa famiglia e viviamo la stessa vita.


Mentre cammino per i vialetti, visito i laboratori, contemplo la natura in tutta la sua bellezza, colgo l’armonia tra costruzioni e l’ambiente, quel senso di unità che regna tra tutte le cose. È così in ogni altra cittadella dell’Opera di Maria che ho visitato nel mondo. Anche questa ben inculturata e incastonata nel mondo circostante. Ma è soprattutto l’armonia tra le persone che infonde un profondo senso di pace e di gioia.
Una piccola città sul mondo…




martedì 10 luglio 2018

Nella terra dei Masai



Uno dei postulanti oblati
Partiamo molto presto. È ancora notte. Percorriamo l’autostrada che circonda Nairobi e proseguiamo per la strada nazionale verso sud. Mi impressionano sempre le fiumane di persone che nelle grandi città dell’Africa, ai margini delle strade, percorrono chilometri e chilometri per recarsi al lavoro. Anche questa mattina sono già in cammino, a passo svelto, spesso avvolte nelle coperte.


Ho chiesto di visitare la nostra parrocchia a Kitengela, 50 chilometri da Nairobi. Mi immaginavo un grande quartiere con una grande chiesa. Invece non riesco a vedere la città: Kitengela è un insieme di case tirate su a casaccio e parse qua e là, mescolate a piccole fabbriche. Anche la parrocchia è costituita da 7 cappelle sperdute lungo una quarantina di chilometri, in mezzo alla savana, in villaggi collegati da impossibili solitarie strade sterrate.


Iniziamo dalla casa degli Oblati. Con la comunità, che serve i vari villaggi attorno, abitano alcuni giovani che studiano la loro vocazione. Tirano l’acqua dal pozzo per ogni necessità, pascolano un gregge di pecore, curano il pollaio e coltivano un minuscolo orto.
Mi conduce l’unico Oblato non africano presente in Kenya, p. Jerry, un australiano simpatico e pieno di energie. Dopo aver lavorato per 15 anni come ingegnere minerario è entrato tra i missionari ed eccolo ora con la sua auto-camioncino a macinare chilometri.
Visitiamo due missioni soltanto inoltrandoci nella terra dei Masai. Siamo a oltre 1600 metri, su un altopiano appena ondulato, dove pascolano mandrie di buoi e greggi di capre, la ricchezza di questo popolo fiero. Sono affascinato dalla fierezza di alcuni mandriani vestiti con il costume tradizionale a scacchi rosso e nero, con in mano il bastone. Alcuni sono appena dei ragazzi.

L’entrata del villaggio della missione più lontana è sbarrata da un grande cancello e uomini che controllano l’accesso. Occorre firmare un apposito registro, un modo per garantire un po’ di sicurezza.
La chiesa, in lamiera, è stata costruita dalla gente in poco più di un mese. Manca ancora il pavimento, ma la settimana prossima il vescovo la consacrerà comunque. Alcuni parrocchiani ci accolgono con grande festa.
  
Lungo la strada ci fermiamo ad una delle scuole elementari costruire dagli Oblati. Entro in una prima e sono letteralmente sopraffatto dai ragazzini che sprizzano una incredibile gioiosa vitalità.
Mi ricordo che in questo Paese la metà della popolazione ha meno di 30 anni…

L’altra missione è costituita da una chiesetta ormai antica. Vi vive il catechista, che regolarmente raccoglie i cristiani del villaggio per la scuola di canto, il catechismo, la preghiera…
Fuori del recinto stazionano, tranquilli, tre asinelli che si strusciano al nostro mini furgone.
Ho computo davvero uno splendido safari, anche senza grandi fuoristrada e incontrando animali così umili, e soprattutto gente così bella.


lunedì 9 luglio 2018

Safari a piedi


Nel mio discorso sul carisma oblato, dopo aver parlato dell’albero e delle sue radici, sono passato alla linfa che lo permea interamente e lo alimenta costantemente: la spiritualità; è il segreto nascosto che garantisce la vita e i frutti.
I formatori d’Africa si mostrano molto interessati, soprattutto al metodo che suggerisco loro di utilizzare per presentare il carisma. Anch’io ne sono contento.




Stamani presto sono rientrati dalla vacanza della domenica gli studenti che seguono i corsi alberghieri nella nostra casa. C’è anche un gruppetto simpatico di ragazzi. Oggi sono particolarmente su di giri.





Subito dopo pranzo sono stato un’oretta e mezza a passeggio all’inizio del Parco Nazionale di Nairobi, poco distante dalla casa del nostro seminario, dove scorrazzano i grandi fuoristrada dei safari. Mi sono contentato del “safari a piedi”, come lo chiamano, percorrendo il parco per sentieri protetti e luoghi di osservazione degli animali, un piccolo tocco della bellezza della natura che fa del Kenya uno dei più bei Paesi al mondo.


Sulla strada del ritorno abbiamo costeggiato l’Università cattolica dell’Africa dell’Est, che ha anche una facoltà di teologia, e l’Istituto di teologia tenuto dai religiosi. Tutto intorno decine e decine di case di tutte le congregazioni possibile immaginabili, che hanno giovani proveniente da tutta l’Africa anglofona. Gli Oblati sono proprio all’ultimo posto e gli ultimi arrivati, e hanno la casa degli studenti piccola e fuori mano.
La facilità di entrata nel Paese, le dimensioni dell’aeroporto, la mancanza di conflitti militari fanno del Kenya il luogo ideale per l’accesso agli studi, per i convegni, i seminari… non a caso anche il nostro si tiene qui e oggi, nella nostra stessa casa, è iniziato un convegno dei Redentoristi provenienti anch’essi da tutta l’Africa.



domenica 8 luglio 2018

Coltivare la memoria



In un momento di pausa dei lavori, breve visita al prenoviziato, poco distante da dove si tiene il nostro incontro di studio.
Mi guida p. Fildel, del Congo, responsabile della missione del Kenya; un uomo semplice e buono.
Usciamo dalla strada asfaltata (affiancata dei mille negozietti e ristori improvvisati e da un via vai di umanità colorata) e ci inoltriamo in una strada sterrata come lo sono tutte quelle al di fuori delle grandi arterie (non possiamo lamentarci delle buche di Roma).
Un insieme di casette adagiate su prati e terra rossa, circondate da una vegetazione folta, costituiscono il cuore della missione oblata in Kenya: uffici, comunità, cappella, locali degli studenti. Attualmente sono nove gli studenti di filosofia che si preparano al noviziato. Purtroppo non trovo nessuno perché luglio è mese di vacanza; le lezioni ricominciano il primo agosto.
La missione del Kenya ha anche nove novizi, ma stanno facendo il noviziato in altri Paesi dell’Africa e nelle Filippine.


Continua intanto il lavoro con i formatori.
In Africa vi sono 233 Oblati studenti di teologia con voti su un totale di 843 Oblati, un bel patrimonio umano.
Il mio discorso di oggi è un po’ “arido”, perché tratto delle fonti per lo studio del carisma e della storia della nostra famiglia religiosa.
Ma le fonti sono essenziali, come lo sono le radici per l’albero. Se ieri ho mostrato la chioma dell’albero, oggi ne ho mostrato il segreto, le radici, appunto: al di là della metafora, le fonti. Senza conoscere le proprie radici ci si inaridisce presto.

Le fonti sono importanti anche dal punto di vista affettivo. Mi piace toccare i documenti antichi, hanno un fascino, così come le foto d’epoca, gli oggetti appartenuti ai nostri padri. Non è puro sentimentalismo. Anche questo aiuta a fare “memoria” e a sentire accanto a noi chi ci ha preceduto e che continua ad accompagnarci.