martedì 8 febbraio 2011

Che cosa conta?

“Ogni uomo è limitato, nonostante il passato e le responsabilità…
Che cosa conta allora, se non amare il Signore nell’attimo presente?”
Dal diario di Marcello Zago, 21 gennaio 1986.

lunedì 7 febbraio 2011

La mani forti di Dio, tra Crociate e Jihad


Un anno dopo aver alloggiato Francesco d’Assisi nel suo ospizio per pellegrini, Giovanni de Matha fece adornare il portale dell’ospedale con un mosaico ispirato alla visione che aveva avuto il giorno della sua prima messa: un angelo che posava le mani sul capo di due schiavi, un cristiano e un musulmano, a indicargli che avrebbe dovuto dedicarsi al riscatto dei prigionieri. Nel mosaico non è più raffigurato un angelo, ma lo stesso Signore, maestoso della gloria (lo sfondo oro del cielo e il trono regale), ma nello stesso tempo con le mani sulla terra.
Sono le sue mani che mi hanno colpito. Con esse afferra i due schiavi per i polsi, con una forza tale che sembra stritolarli. Gesù nel Vangelo aveva parlato di sé come di un uomo forte, capace di vincere l’avversario e di spogliarlo della sua armatura. E qui nel mosaico si mostra forte, energico nel rompere ogni catena e nel liberare da ogni prigionia e schiavitù. Non è di questo Gesù forte che abbiamo bisogno? Almeno io ne ho bisogno.
E poi non ti sembra sbalorditivo che tratti alla pari il cristiano e il musulmano, il bianco e il nero? Eravamo al tempo delle Crociate, la guerra santa dei cristiani. Dall’altra parte c’era la Jihad, la guerra santa dei musulmani. E c’erano cristiani fatti prigionieri e schiavi dei mori e musulmani fatti prigionieri e schiavi dei cristiani. Gesù avrebbe dovuto stare dalla parte dei cristiani. Invece per lui sono tutti figli suoi. Ecumenismo, dialogo interreligioso e integrazione etnica ante litteram. Per lui non c’è distinzione  tra cristiani e musulmani, bianchi e neri… Perché non ci prendiamo questo mosaico come programma per il nostro tempo?



domenica 6 febbraio 2011

Giovanni di Matha sulla porta Celimontana


In piazza san Giovanni in Laterano Giovanni di Matha incontrò un pellegrino povero che attendeva di essere ricevuto del Papa. Lo invitò a riposare e rifocillarsi nel suo ospedale presso l'Arco di Dolabella sul Celio: una lunghissima corsia illuminata da ventisei finestre. Correva l’anno 1209. Questa mattina, in 10 minuti a piedi, ho ripercorso il tragitto che fecero assieme san Giovanni di Matha e san Francesco d’Assisi. Dell’antico ospedale, dove venivano ospitati e curati i poveri, i pellegrini e gli schiavi riscattati, rimane soltanto il grande portale marmoreo con la famosa edicola che racchiude l'emblema a mosaico dell'Ordine dei Trinitari sormontato da una croce: Cristo in trono con ai lati due schiavi liberati, uno bianco e uno nero.
Accanto, l'Arco di Dolabella, che probabilmente costituiva la porta Celimontana delle mura Repubblicane del IV secolo a.C., poi utilizzato, in epoca neroniana, come sostegno per farvi passare sopra l'acquedotto dell'acqua Claudia.
In un pilone dell'acquedotto, proprio sopra l’arco, fu ricavata la cella, oggi trasformata in oratorio, dove s. Giovanni de Matha, abitò e nella quale si spense il 17 dicembre 1213.
Sono salito fin lassù. Ho ricordato i miei amici Trinitari di Roma, di Vienna, del Madagascar… e ho pregato san Giovanni, che liberava gli schiavi, di liberarci dalle nuove schiavitù di oggi: droga, prostituzione, bambini soldati, a volte internet, il potere, i soldi…
Com’è bella la Roma “carismatica”, quella dei santi. Guardata con i loro occhi ha un altro sapore.
Sono rimasto particolarmente colpito dal mosaico con Cristo in trono. Ma di questo, domani.

sabato 5 febbraio 2011

In Santa Maria Maggiore in buona compagnia

Tornando al mio convento, non ho potuto resistere al desiderio di entrare nella basilica di S. Maria Maggiore. L’ho percorsa per una mezz’ora senza fermarmi precisamente a nessuna cosa in particolare: ho gustato la bellezza di questo edificio…
Ripassando davanti a S. Maria Maggiore vi sono entrato per la quarta volta e mi ci sono fermato per più di mezz’ora. Non inizierò a fare la descrizione di tutto ciò che si vede in questa grande basilica: sarebbe troppo lungo e incompleto… Non ho mai visto dei marmi così belli come quelli che ornano la cappella della Santa Vergine: l’occhio non si sazia mai di guardarli…

È quello che avrei potuto scrivere oggi. Primo sabato del mese sono stato una mezza mattinata in S. Maria Maggiore, a pregare, a celebrare all’altare della Madre, cantando, il cuore mio, tutto l’Akatistos.
Sono parole che ha scritto Sant’Eugenio de Mazenod nel suo diario del 1825!

venerdì 4 febbraio 2011

Un nuovo libro sulla dimensione carismatica della Chiesa



Quando è nata la Chiesa?
Presente nel piano di Dio, essa esiste da tutta l’eternità. Se i suoi membri, come voleva sant’Agostino, vanno da Abele fino all’ultimo dei giusti, essa inizia nel tempo con l’inizio stesso dell’umanità. «Non credere – aveva già scritto Origene nel suo Commento al Cantico dei Cantici – che io parli della sposa e della Chiesa soltanto a partire dalla venuta del Salvatore nella carne, bensì ne parlo dall’inizio del genere umano e dalla stessa creazione del mondo, anzi per risalire più in alto all’origine del mistero sotto la guida di Paolo, addirittura prima della creazione del mondo». Essa è parte del Mistero, nascosto nei secoli, di ricapitolare tutto in Cristo (cf. Ef 1, 10).
Il Primo Testamento la annuncia e la profetizza attraverso tipologie di persone e avvenimenti, come pure attraverso molteplici immagini. È prefigurata nell’arca di Noè quale luogo di salvezza del genere umano; nell’esodo dall’Egitto e nel cammino verso la Terra promessa come popolo proteso alla Pasqua eterna; al Sinai come popolo dell’Alleanza; a Gerusalemme come Regno di Dio, comunità cultuale e santa. Nell’annuncio dei Profeti appare come fidanzata, vergine sposa, madre, Gerusalemme celeste, gregge, vigna…
Sapendo che è stata prefigurata nel Mistero, potremmo procedere nel domandarci: quando “storicamente” è nata la Chiesa?

Così inizia il mio nuovo libro... Buona lettura!

giovedì 3 febbraio 2011

I panettoni di san Biagio


Una volta il panettone si mangiava soltanto a Natale, mentre il panforte era asserbato per l’Epifania. Il pandoro ancora non si conosceva. Per il restante periodo natalizio avevamo i cavallucci, dolci poveri all’anice, che ora non si fanno più. Non c’era il problema di dover reciclare, con elaborate ricette, i panettoni avanzati.
Finché non arrivava il fatidico 3 febbraio, quando il babbo tornava a casa con due panettoni! Il giorno di san Biagio negozi di alimentari e pasticcerie li vendevano al prezzo di uno. Quel giorno il panettone era più buono che a Natale, forse perché non veniva dopo un pranzo solenne, oppure perché semplicemente aveva il gusto del quotidiano.
Chissà se nel tempo dell’abbondanza e dello spreco alimentare si potranno ritrovare i gusti genuini della sobrietà e del mangiare una fetta di panettone al solo scopo di fare festa insieme.

martedì 1 febbraio 2011

L'Essere come Amore

L’ambiente è uno dei più suggestivi di Roma. In questa sala, incastonata nell’Archivio di Stato e nel Senato della Repubblica, il giovane Montini si incontrava con i Padri della Costituente. Sant’Ivo alla Sapienza, con ardita cupola del Borromini e l’antica università, ha fatto da degna cornice alla presentazione del libro “L’Essere come Amore”, coordinato da Anna Pelli, frutto del seminario del gruppo dei filosofi della Scuola Abbà. La Sapienza è tornata in cattedra.

Attraversando piazza Navona per andare all’incontro mi domandavo: Cosa abbiamo scoperto prima, che l’Essere è Amore o che Dio è Amore? Poi ho ricordato il titolo del seminario da cui è nato il libro: “Soltanto l’Amore è”. Il primato è sempre e soltanto dell’Amore, comunque lo si pensi.