Il vecchio buon P. Espedito Astarita amava i fiori. Erano la
sua passione e la sua vita e li amava perché lo conducevano a Dio. Amava la
natura. Erano proverbiali le tasche della sua talare, profonde e capaci: c’era
la noce per il bambino, la caramella per l’ospite improvviso, la crosticina di
pane per gli animali…
Un giorno mi disse: “Fabio, i tuoi fratelli ti vogliono
bene. Qualsiasi sbaglio tu faccia non temere, ti perdoneranno sempre… Però
attento: una cosa non ti perdoneranno mai, che tu sia migliore di loro o a loro superiore”.
Come possiamo rendere i nostri talenti un dono per gli
altri? Come possiamo essere amati per i nostri talenti anziché odiati per essi?
Una risposta a questa domanda mi è arrivata a seguito del blog
di ieri https://fabiociardi.blogspot.com/2026/09/malgrado-o-attraverso-il-limite.html
«Saremo amati e ammirati per i nostri doni quando i nostri
doni saranno “colorati dalle nostre ferite”, come dice Henri Nouwen nella sua
visione del “guaritore ferito”, in modo che gli altri non li vedano come una
minaccia o come qualcosa che ci distingue, ma piuttosto come qualcosa che ci
accomuna nei nostri limiti e difetti. Se condivisi in un certo modo, i nostri
talenti possono diventare doni per tutti gli altri. In breve, il dono se non è “colorato
dalla ferita” non è evangelico, non è per gli altri, non riesce a generare vita».
Mai dall’alto in basso, come saputi, ma alla pari, forse
anche dal di sotto, perché quello è il nostro posto.

Da P. Luigi Vitulano
RispondiEliminaE alla fine, credo che non sia necessario fare nulla per essere amati. Passiamo la vita cercando di sembrare più belli, più intelligenti. Ma ho capito due cose. Coloro che ci amano ci vedono con il loro cuore e ci attribuiscono qualità al di là di quelle che abbiamo davvero. E coloro che non vogliono amarci non saranno mai soddisfatti di tutti i nostri sforzi. Sì, dav-vero. Credo che sia importante lasciare in pace le nostre imperfezioni. Sono preziose per comprendere coloro che ci vedono con il cuore.
— Frida Kahlo