Tra
gli alberi tramonta
e
illumina la città.
Sto
in mezzo
folgorato
di bellezza.
Addirittura 40
pagine di commento alle caratteristiche della carità che Paolo enumera in 1 Corinti
13. Non sono 40 pagine di uno studio qualsiasi, ma della Regola scritta da
Madre Maria Oliva Bonaldo per le Figlio della Chiesa. Una donna che poteva affermare:
“Io non ho che amore”.
Invitava anche Igino
Giordani a essere solo amore. Dopo aver letto i primi capitoli del libro che egli
stava scrivendo – Christus Patiens, sulle persecuzioni cristiane – gli confida
di essere rimasta un po’ perplessa della sua durezza: “Spero che negli ultimi
capitoli il suo libro dipinga i persecutori come le creature più malate e
infelici dell’umanità… Se noi non li condanniamo, forse Gesù non li condannerà…
Io ti sento mia voce solo quando parli dell’Amore”.
Quindici giorni fa
siamo stati sulla sua tomba, nella stanza dove ha vissuto ed è morta, nella
casa di fronte ai Musei Vaticani.
Ci ha portato lì il
consueto incontro tra gli amici che lavorano sui fondatori, i carismi,
accomunati dalla passione per lo studio delle fonti… Questa volta siamo stati
accolti proprio dalle Figlie della Chiesa, alla scoperta di nuove espressioni
dello Spirito sempre nuovo, sempre creativo.
Il grande John
Henry Newman, ormai dottore della Chiesa, ci ricorda che non possiamo smettere
di dire il nostro “sì” a Gesù per il semplice fatto che egli continua a
chiamarci:
«Non veniamo
chiamati una sola volta, ma tante volte; per tutta la nostra vita, Cristo ci
chiama. Ci ha chiamati dapprima nel battesimo, ma anche dopo; sia che ubbidiamo
alla sua voce oppure no, ci chiama ancora nella sua misericordia. Se veniamo
meno alle promesse battesimali, ci chiama al pentimento. Se ci sforziamo di
rispondere alla nostra vocazione, ci chiama ad andare sempre più avanti, di
grazia in grazia, di santità in santità finché avremo vita.
Abramo è stato
chiamato a lasciare la sua casa e il suo paese (Gen 12,1), Pietro le sue reti
(Mt 4,18), Matteo il suo lavoro (Mt 9,9), Eliseo la sua fattoria (1 Re 19,19),
Natanaele il suo luogo in disparte (Gv 1,47). Senza sosta tutti siamo chiamati,
da una cosa ad un'alta, sempre più avanti, senza avere nessun luogo per
riposarci, ma salendo verso il nostro riposo eterno, e ubbidendo ad una
chiamata interiore con l'unico scopo di essere pronti a sentirne un'altra
Cristo ci chiama senza sosta… cammina,
in certo senso, in mezzo a noi, e con la mano, gli occhi, la voce, ci fa cenno
di seguirlo. Non comprendiamo che la sua chiamata accade proprio in questo
momento. Pensiamo che è accaduta al tempo degli apostoli; ma non ci crediamo,
non l'aspettiamo veramente rivolta a noi».
A Marino un centinaio di amici per ricordare p. Messuri, morto proprio il giorno del Corpus Domini. Parlo loro dei "sì" di p. Armando e insieme ci confrontiamo sui nostri "sì"...
Il risveglio al mattino segna una cesura netta tra notte e
giorno. È come si chiudesse una porta, che lascia dietro di sé un mondo –
spesso quello dei sogni – che sparisce irrimediabilmente, e ne apre uno tutto
nuovo, ricco di incognite e di promesse.
Da un po’ di tempo mi torna l’immagine di un fiore che al
mattino si apre alla luce del giorno e a sera si chiude con il sopraggiungere
del buio.
Mi sveglio e mi sento rinascere. La prima parola che mi
fiorisce sulle labbra è un “sì” alla vita. Un sì rivolto al Padre, che tutto ha
creato e tutto ricrea ogni mattina: anch’io mi sento ricreato. Un sì rivolto al
Padre origine della vita, che ogni mattina fa rivivere, e mi fa rivivere. Che
dono la vita! Ogni giorno mi è data nuova. La vita è un appello, è Dio che mi
chiama e io che gli rispondo: “Sì”.
Fiorisce poi un altro “sì”, rivolto a Gesù che mi chiama a seguirlo. Mi ha chiamato tanti anni fa, ma ogni mattina è una nuova chiamata: “Tu, seguimi!”. “Sì, Maestro, Signore mio, Dio mio. Eccomi!”. Dove, come mi guiderai oggi? Non lo so, ma mi fido di te, ti seguirò ovunque andrai.
Ed ecco un terzo “sì”, allo Spirito Santo che, silenzioso,
abita dentro e si risveglia con me e di nuovo fa sentire la sua voce. Cosa mi
suggerirà durante il giorno? Non lo so ancora, gli dico comunque il mio “sì”
preventivo.
Un unico “sì” ripetuto tre volte, che umanizza la mia vita,
che è tale veramente solo se si pone in risposta alla chiamata ed avvia il
dialogo. Un “sì” forgiato su quello di Maria: mai da creatura fu pronunciato un
“sì” come il suo; un “sì” d’una densità unica, capace di dar vita alla Vita.
Ed eccomi avvolto dall’Amen di Gesù, che ricapitola,
raccoglie in sé, dà consistenza ad ogni “sì”, per offrire tutto al Padre, così
che Dio sia tutto in tutti.
Il “sì” alla vita
Ho subito immaginato che anche lui dicesse “sì” alla vita e
si sentisse parte del creato quale dono di Dio.
Lo immagino nel suo paese natale, Camigliano, circondato dalle colline, dagli ulivi secolari, in visita alla grotta di S. Michele, ricca di stalattiti e stalagmiti … Oppure in Valle d’Aosta, da dove scrive a casa: «Noi dal l° novembre abbiamo molto più di un palmo di neve e ancora è niente. Le montagne ne son piene». Forse era la prima volta che vedeva la neve. A San Giorgio Canavese poteva contemplare lontano il Monte Rosa. A Oné di Fonte andava con i ragazzi in gita per ville venete, camminava per i campi con i contadini...
Non ce l’ha mai detto, ma sono sicuro che sapeva godere del
dono che Dio gli faceva ogni giorno con il creato. È anche questo un modo per
dire di “sì” a Dio. Concretamente un “sì” al dono della vita.
Ha una salute cagionevole, che a volte lo scoraggia
portandolo quasi alla depressione. Scrive: «sono non solo stanco, ma stanco,
stanco, stanco, tanto da farmi dubitare dell’avvenire». A Oné di Fonte: «Sono
debole ed ho paura».
Il “sì” dell’accettazione di sé diventa difficile, eppure
egli vede fiorire la sua umanità, fino ad un grado di maturità che nessuno dei
suoi superiori avrebbe immaginato raggiungesse. Quando guarisce dalla grave
polmonite che lo compisce a Marino, scrive: «posso ringraziare veramente il
Signore, e sarà certo un principio di nuova vita… quei giorni di sofferenza
fisica hanno fatto del bene alla mia anima. Nel morale ho guadagnato
infinitamente di più». Quando un suo compagno di scolasticato va a trovarlo resta
meravigliato: «Lo trovai molto cambiato: allegro, loquace…»,
Il “sì” alla chiamata
Non possiamo accompagnare padre Armando nel suo cammino
vocazionale. Sappiamo che voleva seguire suo fratello più grande in seminario e
che ripeteva spesso: “Debbo andare in Cina!”.
Quando il 26 luglio 1924 fa la sua oblazione perpetua, conferma il suo “sì” annotando: «Ti ho dato tutto. Tu cosa mi darai?». L’altra tappa è il sacerdozio. Alla vigilia dell’ordinazione scrive: «Sarò anch’io sacerdote e sacerdote‑missionario, pronto a tutto» (10 aprile 1927). Dopo l’ordinazione: «Sono veramente lieto… di essere finalmente Sacerdote Missionario Oblato… Vorrei avere tutte le più belle qualità che rendono perfetto un missionario, per moltiplicarmi nel far del bene... Ma di tutto ciò credo di aver solo la buona volontà, che, spero, supplirà alla mia pochezza» (15 giugno 1929). È solo l’inizio della sua missione.
Quanti altri “sì” alla chiamata che Gesù gli rivolgerà perché lo segua, nonostante la sua povera umanità? Un esempio è la risposta all’obbedienza ai superiori che lo mandano a Marino: «Credevo di metter radici a Oné dove la popolazione tutta mi amava… Siamo missionari e dobbiamo essere pronti a tutto».
Il “sì” alla voce interiore
E alla voce dello Spirito che parla in maniera tanto
silenziosa, come risponde? Come entrare nel cuore di una persona tanto
riservata come p. Armando, che parla così poco di sé?
Per fortuna ci sono gli altri che parlano di lui, come
quando dicono: «Ascoltava con molta pazienza, sapeva consigliare ed essere
fermo, infondeva fiducia e sicurezza».
«Delicato di coscienza e soprannaturalmente prudente nel
consiglio. La sua figura semplice ed austera rivelava l'uomo di Dio. Attivo,
caritatevole e puntualissimo, valutava il tempo come dono prezioso da
utilizzare per l'eternità».
«Sa ascoltare con pazienza e bontà, senza dilungarsi in
ammonimenti; con poche parole dà il consiglio giusto, con un semplice: “Faccia
così!”».
Non sono questi i segni di una persona guidata dallo Spirito
Santo e docile alla sua voce?
Il “sì” agli altri
Il “sì” che maggiormente caratterizza la persona di p. Armando nasce dalla sua capacità di empatia, di entrare nel mondo dell’altro, di rispondere ai bisogni della gente. È questo il suo “sì” più generoso, rivolto a quanti avvicina.
A Oné di Fonte, testimoniano, «Stava notti intere al
capezzale degli infermi. Non li abbandonava finché non avessero esalato
l’ultimo respiro. E spesso, dopo una tal notte, anziché tornare in paese per
celebrare, celebrava la messa in qualche chiesetta campestre per esser più
vicino al malato. Appena terminata la Messa vi tornava subito, forse digiuno, e
riprendeva la sua vigile attesa. Anche agli ammalati non in pericolo egli
dedicava tempo e cure che si possono definire materne; e forse anche
questa stessa parola non è adeguata».
Entra nel cuore dei ragazzi, dei giovani, dei contadini, delle famiglie… A Marino entra nel cuore delle tante suore di più congregazioni e sa capirle, accompagnarle…
Ma il grande “sì”, p. Armando lo pronuncia al momento della guerra. Come ricorda Suor Maria Concetta Canfora, «la vera personalità di P. Messuri si è rivelata durante la guerra, mostrandosi instancabile ed infaticabile. Allora anche le Suore si sono accorte della sua santità non tanto del suo valore sotto tutti gli aspetti, ma della sua santità, della sua generosità e della sua dedizione portata sino all’estremo limite. Cercava e voleva anime: Dio e anime!».
Non ha più tempo di guardarsi, come una volta quando si
sentiva malaticcio e aveva paura della sua ombra. Ora guarda fuori, attorno a
sé, e si fa in quattro per aiutare, soccorrere, consolare, dare fiducia…
Nelle sue rare lettere leggiamo: «No, non abbandonerò Marino
ora che in quella zona l’opera del Sacerdote è tanto necessaria!»; «Preghiamo
insieme Dio che ci dia la grazia di cominciare a vivere più santamente,
quest’anno, il poco tempo che ci resta... Si può morire da un momento
all’altro; perciò affrettiamoci a fare quello, che in punto di. morte vorremo,
aver fatto»; «Non possiamo santificarci senza soffrire: è necessario seguire il
Divin Maestro».
La maniera di seguire Gesù, di dirgli il suo “sì”, ora si
concretizza nel dare la vita per la sua gente, proprio come aveva fatto Gesù:
“Non c’è amore più grande di chi dà la vita per la propria gente”.
«Nel tempo dei bombardamenti che hanno martoriato Marino
mettendo in pericolo la vita di tutti - testimonia il parroco Mons. Grassi -,
p. Messuri non conosceva precauzioni e celebrava in luoghi chiusi, all'aperto,
in città, in campagna, ovunque si manifestasse il bene delle anime. Gli altri
sgomenti, lui sempre ilare, come se si reputasse invulnerabile e forse era come
preparato alla morte».
«Eravamo prive di tutto – racconta la superiora delle
Clarisse di Albano ‑ prive di pane, di vesti e persino di fazzoletti per
asciugar le lagrime. Che cosa non fece per render meno dure le nostre
sofferenze! Veniva spesso a trovarci, carico come un facchino, a volte tutto
bagnato per la pioggia, portandoci cibarie: forse se ne privava lui stesso per
noi. Una volta non sapendo come farci sfamare, ci portò una valigia piena di
ciliege... L’aspettavamo come l’Angelo consolatore. Verso di noi, la sua solita
espressione di rigida delicatezza si era tramutata in dolce paterna affabilità».
In ospedale, poco prima di morire, lo sentono dire: “Povero
me! Mi sono tanto affannato per gli altri e a me, all’anima mia, ho pensato
così poco!”. È così che si fa, p. Armando! Il modo migliore per pensare alla
propria anima è pensare a quella degli altri…
L’ultimo “sì”
L’8 giugno 1944, festa del Corpus Domini, p. Armando è
ricoverato in ospedale a Roma, dopo quattordici giorni di dolori fortissimi, in
seguito ai colpi di pistola che lo hanno ferito mortalmente.
A sera sussurra: “Datemi il Crocifisso. Non il mio crocifisso d’Oblato, quello grande che è al muro”. Lo staccano dalla parete e glielo poggiano sul petto. Il braccio destro è paralizzato. Con il sinistro prende il Crocifisso, lo abbraccia, lo bacia.
Così muore p. Armando, abbracciato al Crocifisso. È l’ultimo grande “sì” che lo conforma pienamente a Cristo.
Anche quest’anno l’Associazione dei rettori delle università e degli istituti di studi superiori degli Oblati sta tenendo il consueto incontro. Questa volta a Roma, in occasione dei 200 anni dell’approvazione della Regola.
L’occasione per incontrarsi con il superiore generale, per confrontarsi su temi cruciali della cultura e dell’insegnamento, ma anche per consolidare rapporti di amicizia e condividere il vissuto.
Oggi ho accompagnato il gruppo in visita all’Università Salesiana dove ho insegnato per 10 anni: incontro col Rettore,
il Vice Rettore, il bibliotecario, il Direttore della facoltà per la comunicazione…
Quanto arricchimento nella conoscenza reciproca!
Ho iniziato a far parte di questo gruppo, in quanto responsabile degli studi oblati, nel 2011, quando ci incontrammo in Sud Africa. Da allora sono stato con loro in Canada, Stati Uniti, Filippine, India, Polonia, Indonesia... Questo è il mio ultimo incontro. Ormai non sono più membro dell'Associazione. La vita va avanti! Con gioia.
Nella grande lotta contro la distruzione dei libri, ho salvato un’opera del gesuita spagnuolo Alfonso Rodriguez, vissuto tra il 1500 e il 1600. La prima pubblicazione è del 1609, in tre volumi, col titolo Ejercicio de perfección y virtudes cristianas. È un trattato di spiritualità – tradotto in molte lingue – che ha avuto una grande diffusione e influenza sulla formazione religiosa dei gesuiti ma anche degli Oblati, come di molti altri religiosi.
L’opera che ho salvato dal macero è un “Abregé”, una sintesi
in due volumi, in francese, stampata nel 1744. Si tratta, come leggiamo nel
frontespizio, “un’opera utile non soltanto a quanti hanno abbracciato la vita
religiosa, ma anche a tutti i fedeli”.
Sorpresa! Eugenio de Mazenod pensò che fosse utile anche a
sua sorella Carlotta Eugenia Antonietta Emilia Cesaria de Mazenod (è una sola persona). Le
raccomandava spesso di coltivare la cultura umanistica con libri di
letteratura e di storia: «ci vorrebbe un'ora ogni giorno per la letteratura e
un'ora per la storia, e ogni giorno, ogni giorno». Ma, come le scriveva il
12 luglio 1809 in una lunghissima lettera, «dobbiamo dare senza esitazione la
preferenza ai libri che accendono il cuore d'amore per Dio, che ci ispirano il desiderio e ci suggeriscono i mezzi per praticare le virtù più adatte al nostro
stato, ecc., rispetto ad altri che soddisfano una mente ben formata in verità,
ma che nella loro composizione secca e scientifica non sono mai riusciti a
toccare il cuore di nessuno». Le raccomanda prima di tutto ogni giorno un
capitolo del Nuovo Testamento, un capitolo dell'Imitazione di Gesù Cristo, in
particolare del quarto libro, e poi San Francesco di Sales. Tra gli altri
libri le suggerisce la lettura di Rodriguez! Ce la farai a leggere tanto? le domanda.
E la invita a «rinunciare alla passione per il lavoro a maglia, rinunciarvi
assolutamente», per dare tempo alla lettura.
Di Rodriguez gliene aveva parlato anche il 4 dicembre 1808, appena dopo che si era sposata.
La
copia che ho salvato dalla distruzione vandalica è proprio quella che Eugenio aveva
regalato a sua sorella, come è scritto della dedica all’inizio di ambedue i
volumi. Gliel’aveva regalata prima che si sposasse, la dedica è infatti alla
signorina de Mazenod.
Successivamente
i due volumi sono passati nelle mani di un certo Roussillon, presbitero… che non saprei
identificare.
Dal fuoco distruttore iconoclastico di qualche anno fa, ho
salvato anche la prima biografia di de Mazenod, scritta da
Hippolyte Barbier e pubblicata nel 1842, quando era ancora vivente. È un
piccolo gioiello, un’opera ben informata. L’ho regalata al mio successore nell’atto
del passaggio.
Verso la fine del libretto si legge:
Mons. de Mazenod è un uomo secondo il cuore di Dio, che si
impegna nel mondo solo per la conversione dei peccatori o per il soccorso
materiale dei poveri. Il lusso e le sfarzose formalità dei salotti lo annoiano;
predilige naturalmente la semplicità e una solitudine attiva. È il padre e il fratello
dei suoi sacerdoti, mite e indulgente nella dignità, severo nella moderazione e
nella clemenza; raramente fa sentire la superiorità della sua posizione, se non
attraverso la squisita affabilità dei suoi modi e la sua profonda saggezza nel
consiglio. Quando la necessità lo conduce dalle persone più in vista della sua
diocesi, fa sì che apprezzino il suo spirito di persuasione e la sua esigente
carità; coloro che hanno fame e sete lo notano subito, egli si avvicina a loro
come ai suoi figli prediletti e porta loro con entusiasmo la gioia
dell'elemosina e della felicità. Vi è un aiuto distribuito in giorni
prestabiliti: quattrocento poveri, a lui lasciati in eredità dallo zio,
ricevono piccole pensioni mensili dalla segreteria.
Amministra la cresima ogni anno in tutte le parrocchie della diocesi e predica! Predica, questo vescovo!!! Se si trova in campagna, predica in provenzale, e lo parla magnificamente. Nelle città come in campagna, in provenzale come in francese, improvvisa e, senza perdere nulla di quella nobile semplicità che tanto apprezza e che è l'epitome della bellezza, talvolta si eleva alle più pure espressioni di eloquenza cristiana.
Questo vale anche per le sue Lettere pastorali: lo stile è
elegante e disinvolto, il metodo eccellente; il più delle volte, è la grazia e l’unzione
a distinguerle. (…) Mons. de Mazenod si dedica a studi rigorosi e lavora con
tutte le sue forze per promuovere opere di bene in ambito teologico. Fu uno dei
primi a introdurre la teologia di Liguori in Francia; in precedenza, l’aveva
fatta adottare dai suoi missionari, che a un certo punto pubblicarono una vita
di questo santo vescovo. Fu anche, insieme a suo zio, uno dei primi a istituire
la sua festa in Francia, quando ancora deteneva solo il titolo di Beato.
Ho letto le sue Lettere pastorali con desiderio di leggerle
ancora. Là si vede un uomo eccellente, un missionario eccellente e coraggioso,
un abile scrittore, un modello di vescovo…
Il 29 ottobre 2009 mi veniva comunicato che nella sessione
plenaria del Consiglio generale di Aprile-Maggio 2009, il Padre Generale in
Consiglio avevano creato l'ufficio di Direttore delle Ricerche e degli Studi
Oblati. Mi si ricordava che «un'intera
generazione di Oblati ha contribuito intensamente a creare un ricco patrimonio
di conoscenze del nostro Fondatore e degli Oblati delle prime origini della
nostra storia ed ha iniziato una nuova serie di scritti su temi legati alla
vita della nostra Congregazione, non solo alla sua storia, ma specialmente al
suo carisma e alla spiritualità oblata, alla sua missione e alla formazione dei
giovani oblati. (…) Una nuova epoca sta arrivando nella Congregazione e ci sarà
bisogno di una nuova generazione di studiosi e di ricercatori per creare nuove
e rinnovate espressioni della Missione oblata in una Chiesa post-Vaticano II,
in dialogo con le nostre origini, il nostro carisma e il nostro Fondatore”. Di
qui l’esigenza di creare un Centro “che coordini le diverse iniziative di
studio e di ricerca che abbiamo oggi nella Congregazione, promuovendo la
collaborazione e l'interscambio nel mondo globalizzato degli Oblati…».
In una successiva sessione plenaria del Consiglio generale (Settembre-Ottobre 2009), «il Padre Generale e il suo Consiglio hanno preso in esame alcuni nomi di candidati tra i quali sceglierne e nominarne uno come Direttore. La prima preferenza è stata per il tuo nome. Non è necessario essere esaustivi nel dare le molteplici ragioni per una tale scelta, l'evidenza ce lo impone: il tuo amore per S. Eugenio, i tuoi scritti in ambito della Teologia spirituale, della Teologia della Vita consacrata, della spiritualità di S. Eugenio e del Carisma, il tuo lavoro sulla Storia della Congregazione, le tue qualifiche accademiche e la tua attività di insegnamento e di ricerca, il tuo passato come formatore e la tua ampia esperienza in tema di vita religiosa e di laicato, anche al di là del mondo oblato. (…) Noi sentiamo che, nel passaggio storico molto delicato che la nostra Congregazione sta attualmente attraversando, questo servizio ricopre un ruolo-chiave nel promuovere una riflessione critica sulla vita e sulla missione per il bene della formazione, prima e continua, per le nuove sfide che stanno emergendo in Asia e Africa, senza parlare delle difficili problematiche che ci vengono dal mondo della povertà e della secolarizzazione. Per questo servizio, abbiamo bisogno di un una persona solida, "stagionata" e creativa. Sarebbe difficile oggi pensare ad un bisogno più essenziale e urgente di questo. Per questo, vorremmo domandarti di riflettere su questa iniziativa del Padre Generale e del suo Consiglio per discernere se accettare questo nuovo impegno».
Risposi il 6 novembre 2009. Tra l’altro scrivevo: «La prima
reazione (…) è stata di una profonda gioia. Come sai sono tra i fondatori
dell’Associazione di ricerche e studi oblati e sono stato membro del primo
comitato esecutivo. Puoi quindi immaginare quanto anche a me stia a cuore la
nascita di un organismo come quello da voi progettato. Mi sembra una vera
ispirazione, rispondente ad una reale esigenza della Congregazione. (…)
Nello stesso tempo mi sento in dovere di fare presente che mi è stato affidato un importante compito all’interno del Movimento dei focolari dove, da diciotto anni, lavoro nel Centro internazionale del Movimento dei religiosi e nel Centro studi “Scuola Abbà”. Da un anno sono stato nominato Responsabile di questo Centro internazionale dei religiosi, una delle espressioni del Movimento dei focolari. (…)
Credo fermamente nell’unità di vocazione tra il mio essere Oblato e il
mio essere membro del Movimento. La mia adesione alla spiritualità e alla vita
del Movimento dei focolari l’avverto come una “vocazione nella vocazione”.
Mi sento pienamente espresso da quanto scritto nel “Regolamento della branca
dei religiosi”, quando descrive i religiosi aderenti al Movimento come persone
che “hanno accolto la spiritualità dell’unità propria dell’Opera di Maria e si
sentono chiamate a cooperare alla realizzazione del testamento di Gesù «che
tutti siano uno» (cf. Gv 17, 21). In
questa spiritualità sperimentano una particolare luce per vivere con rinnovato
impegno le Regole e le Costituzioni loro proprie, secondo il carisma del
fondatore. Trovano inoltre una possibilità d’apertura ai nuovi orizzonti a cui
lo Spirito Santo chiama oggi tutta
Finalmente nelle Comunicazioni
ufficiali del 19 aprile – 14 Maggio 2010, rivolte a tutta la Congregazione, si leggeva:
«Padre Fabio Ciardi
è stato nominato direttore del nuovo ufficio degli Studi e della Ricerca sugli
Oblati. Fabio è membro della Provincia d'Italia e da molti anni collabora con
il Movimento dei Focolari con sede a Rocca di Papa. Il suo mandato inizierà
ufficialmente il 1° gennaio 2011 ed entrerà a far parte della comunità della casa
generalizia il 1° luglio 2010. L'esperienza e la formazione di Padre Fabio sono
particolarmente adatte a questo nuovo incarico. È stato membro dell'Association
of Oblate Studies and Research fin dai suoi inizi; curatore del Dizionario dei
Valori Oblati; con molte pubblicazioni nell'ambito della spiritualità, della
vita religiosa e della missione; insegna vita religiosa e spiritualità presso l’Istituto
Claretianum di Roma…».
Sono
passati 16 anni. Adesso è tempo di trasmettere il testimone.
Il
passaggio è avvenuto questa sera.
Sta per iniziare una nuova avventura… Comunque mi fregio ormai del bel titolo di "Former Director"!