venerdì 14 agosto 2026
Lascia parlare il cuore
giovedì 13 agosto 2026
Una casa in cielo... accanto all'Assunta
La nostra bella “banda”
di religiosi, qui a Verona, continua imperterrita il suo incontro, e anch’io ripeto con disinvoltura
le solite cose…
C’è comunque sempre
qualcosa di nuovo, ad esempio l’antico affresco di Maria che campeggia nella
cappella dove ogni giorno ci troviamo a pregare. Chissà da quale chiesa o palazzo
è stato staccato. Lo vedo la mattina alle lodi, a mezzogiorno alla messa, a
sera al vespro… ed è sempre nuovo.
È la “Mater
Misericordiae”, nell’atteggiamento classico di raccogliere a protezione sotto
il suo manto uomini e donne. Il volto, dolce, è rassicurante: sotto quel manto
siamo protetti. Va di pari passo con l’altra invocazione: “Refugium peccatorum”;
gli uomini le donne che accoglie sotto il suo manto sono tutti peccatori e
pieni di fiducia.
Ne era convinto anche sant’Eugenio de Mazenod che afferma con sicurezza di avere aperto una sua nuova comunità per gli Oblati in cielo, dicendo di averla collocata proprio vicina alla Madonna. Quando la fondò, nel 1828, era composta da appena quattro Oblati, oggi sono migliaia... Speriamo nel trasferimento!
Comunque come Oblati siamo accoglienti. Ad esempio, è appena partito per il cielo Romano Bisignano, il fratello di P. Santino che tante volte lo accoglieva a Vermicino. Vuoi che adesso non lo accolga con sé il cielo?
La Madre di Misericordia è salita lassù prima
di tutti (siamo ormai alla vigilia dell’Assunta) per farci casa… a tutti!
mercoledì 12 agosto 2026
Kala Acharya ci accompagna
Anche Kala Acharya ci ha lasciato. C’era una profonda stima
reciproca e posso dire che ci volevamo bene. All’università Somaiya di Mumbai aveva
fondato e diretto la facoltà di sanscrito e di cultura indiana. Fedele
all’insegnamento di Krishna diceva che ormai vedeva tutti gli esseri, senza
esclusione, nello spirito, e dunque in Dio.
Ci eravamo conosciuti a Roma durante un colloquio
interreligioso indù-cristiano. Successivamente, nel 2006, in una lettera
inviata a Chiara nel giugno 2006, chiedeva la partecipazione di due membri
della Scuola Abbà al Seminario internazionale che il Somaiya College di Mumbai
organizza annualmente. Ricordando la collaborazione che Chiara aveva iniziato
con questo Istituto, dove, durante le sue storiche visite del gennaio 2001 e
del gennaio 2003, era stata accolta non solo come ospite onorata, ma come
“sorella amatissima”, Kala le scriveva: “Tu sei rimasta fonte di ispirazione
per il nostro Istituto ed è sempre vivo in noi il ricordo della tua persona
così piena di luce e del tuo carisma spirituale.” Da qui il desiderio di
continuare la collaborazione. Così, dal 2 al 12 dicembre, sono stato a Mumbai
assieme ad Anna Pelli per condividere la visione della mistica indù e
cristiana. È in quella circostanza che Kala definì Chiara “una mistica
vivente”.
Un incontro ancora più
profondo avvenne a dicembre 2011, durante un simposio sulle Scritture indù e
cristiane. La dottoressa Kala Acharia mi chiese di parlare della “lectio
divina”. Ricordai i vari momenti, dalla lectio alla meditatio, dalla oratio
alla contemplatio, fino alla traduzione in vita, fino alla condivisione con gli
altri il cammino della lectio. Quest’ultimo punto fu colto come un’autentica
novità, suscitando un grandissimo interesse: comunicare, donare… Kala Acharya,
rispose dicendo che Vangelo l’aiutava a comprendere in maniera più profonda le
proprie Scritture e a farle diventare vita. Tra l’altro “traduceva” per gli
indù la “parola di vita” del mese, scoprendo le analogie delle Scritture indù
con il Vangelo. Poi, in italiano, disse a tutti: “Sono innamorata di Chiara”.
Indimenticabile il simposio del 2016, a cui partecipai con Judith Povilus. Kala ci accolse con l’amabilità di sempre, ci introdusse nel suo ufficio, sfogliammo insieme gli album con le foto dei tanti incontri interreligiosi, quelle in cui era ritratta con Giovanni Paolo II, Benedetto XVI… Fu in quella occasione che ricevetti il mio nuovo nome hindu: Fabio Tyaga!
Quanta strada abbiamo fatto in questi anni nel dialogo con gli Indù! "All’inizio - dicevano - avevamo un po’ di paura reciproca, ognuno attento a cosa dire e come dire, nel timore di offendere l’altro o di non essere capiti. In questo incontro (Mumbai 2016) c’è stato uno scatto, un rapporto fraterno profondo, un rispetto sincero, che ci ha resi capaci di godere il bello dell’altro e di lasciarci arricchire reciprocamente. “Nessun tentativo di conversione, ma un amore sincero, che ci porterà dove Dio vuole”.
A Mumbai 2016 non eravamo seduti davanti a una cattedra dalla quale si tenevano conferenze su diversi aspetti dell’induismo e del cristianesimo messi a confronto. Neppure si condividevano esperienze di vita. Questa volta eravamo seduti in cerchio. Nessuna conferenza. Leggevamo assieme i testi mistici di Chiara, il Paradiso ’49, e ci lasciavamo ispirare da essi in una comunione profonda tra tutti, a partire dalla propria visione religiosa e culturale. In questo modo quei testi acquistavano una risonanza nuova: letti con differente sensibilità, dicevano cose che altrimenti non avrebbero detto.
Quante volte ci siamo
trovati insieme, in Italia, in India, in Tailandia… L’ultima volta Kala faceva
difficoltà a camminare e si appoggiava al mio braccio. Adesso spero che sia
lei, dal Cielo, ad accompagnarmi e sostenermi nel santo viaggio.
martedì 11 agosto 2026
Soltanto un rapporto d'amore
Festeggiare santa Chiara d’Assisi dalle Clarisse non è di
tutti i giorni, e con il vescovo di Verona! Tra noi abbiamo festeggiato anche
l’altra Chiara, quella di Trento. Il suo onomastico sarebbe stato il 3
novembre, santa Silvia, la madre di san Gregorio Magno, ma ha sempre
festeggiato il suo nome di elezione. Perché Chiara? Perché si racconta che alla
domanda di Francesco che se la vide davanti dopo che era scappata da casa: “Cosa
cerchi?”, lei avrebbe risposto: “Dio”? Anche per Chiara di Trento l’ideale era
Dio. Ma la scelta del nome Chiara è legata soprattutto alla parola evangelica “Claritas”,
la luce che Gesù ha ricevuto dal Padre e che egli dà a noi… Adesso è anche il
nostro nome: “Claritas”, Luce, Chiara…
Così ai religiosi di qui ho cercando di fare da specchio,
per riflettere un po’ di quella luce. Un raggio di quella luce: “Tutta la mia
vita deve essere soltanto un rapporto d’amore con lo Sposo mio… per cui non mi
debbo preoccupare d’altro che di amarlo”.
lunedì 10 agosto 2026
Ripartiamo da Cristo
Tutto è iniziato dall’incontro personale con Cristo. Da lì dobbiamo sempre ripartire. «Sì, bisogna ripartire da Cristo, perché da Lui sono partiti i primi discepoli in Galilea; da Lui, lungo la storia della Chiesa, sono partiti uomini e donne di ogni condizione e cultura che, consacrati dallo Spirito in forza della chiamata, per Lui hanno lasciato famiglia e patria e Lo hanno seguito incondizionatamente, rendendosi disponibili per l’annuncio del Regno e per fare del bene a tutti (cfr. At 10, 38)» Così l’Istruzione Ripartire da Cristo.
Siamo qui a San Fidenzio, appena sopra Verona, per
ripartire. Siamo una quarantina, con un’età media molto elevata, segno che la
nostra Galilea è lontana: siamo stati chiamati tanti anni fa. Ci ritroviamo,
amici di vecchia data, fedeli nel cammino dietro a Gesù.
Gli inizi sono stati luminosi, generosi, radicali. Ci siamo
incontrati agli inizi degli anni Settanta nel Trentino a Susà di Pergine, a
Enego, poi in Svizzera a St-Maurice… Quanti momenti di gioia da allora, in
intimità con Gesù, di unità tra di noi, di donazione generosa, di edificazione
della Chiesa in Italia, in Germania, in Angola, in Camerun, in Paraguay… C’è
stata forse tanta ingenuità all’inizio, ma anche tanta sincerità… Lungo il
cammino forse sono subentrati i distinguo, gli adattamenti, i compromessi,
assieme alle delusioni. Non saranno mancate le difficoltà, le prove, la presa
di coscienza della propria debolezza e fragilità, i fallimenti… e siamo ancora
insieme!
«Tornare in Galilea – spiega papa Francesco nell’omelia
della Veglia pasquale del 2014 – significa custodire nel cuore la memoria viva
di questa chiamata, quando Gesù è passato sulla mia strada, mi ha guardato con
misericordia, mi ha chiesto di seguirlo; tornare in Galilea significa
recuperare la memoria di quel momento in cui i suoi occhi si sono incrociati
con i miei, il momento in cui mi ha fatto sentire che mi amava. (…) Si tratta
di fare memoria, andare indietro col ricordo. Dov’è la mia Galilea? La
ricordo? L’ho dimenticata? Cercala e la troverai! Lì ti aspetta il Signore.
Sono andato per strade e sentieri che me l’hanno fatta dimenticare. Signore,
aiutami: dimmi qual è la mia Galilea; sai, io voglio ritornare là per
incontrarti e lasciarmi abbracciare dalla tua misericordia. Non abbiate paura,
non temete, tornate in Galilea! (…). Non è un ritorno indietro, non è una
nostalgia. È ritornare al primo amore, per ricevere il fuoco che Gesù ha
acceso nel mondo, e portarlo a tutti, sino ai confini della terra. Tornare in
Galilea senza paura».
domenica 9 agosto 2026
Sulle colline veronesi
Cambio di scena. Eccomi nella casa diocesana degli esercizi spirituali sul colle di “San Fidenzio” a Verona. La casa è stata voluta e inaugurata nel 1962 dal vescovo Giuseppe Carraro per rilanciare l’opera diocesana di esercizi spirituali. Da allora ha mantenuto le finalità precisate dal Vescovo il giorno dell’inaugurazione: «La casa “San Fidenzio” è dono del Signore offerto a tutte le anime assetate di luce e di pace, bramose di riordino o di orientamento alla propria vita. Aperta ai richiami più generosi di Dio e alle vette della cristiana perfezione… È cenacolo santo per sacerdoti e laici, dove lo spirito del Signore effonderà con larghezza i doni più preziosi…».
Accanto alla casa, il monastero delle Clarisse Sacramentine, un altro luogo
di preghiera, meditazione, silenzio...
sabato 8 agosto 2026
Armonia per un concerto di mezz’estate
Flauto e chitarra, impegnati in pezzi classici e contemporanei, nella cornice di Villa Doria Pamphili, a due passi da casa.
Mentre ascolto la musica ammiro il geco che si muove rapido, a scatti, in caccia perpetua sul muro rustico alle spalle dei due musicisti. Non
una distrazione, un accompagnamento. Così come è piacevole la compagnia degli
amici…
Per comporre un’armonia occorrono tanti elementi: le note
degli strumenti musicali, la natura, l’amicizia…
venerdì 7 agosto 2026
Un nuovo emeritato
Ieri il Santo Padre ha provveduto alla nomina di nuovi Consultori del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica. La nomina principale è naturalmente quella di p. Maurizio Bevilacqua, il nostro Preside del Claretianum. Auguri p. Maurizio, ti meritavi questo compito (e altro... ma c'è tempo)!
Ci sono altre persone che conosco, come il Rettore dell’Università
del Laterano e il Vice Rettore dell’Università Salesiana.
Personalmente, con data 18 giugno, mi era giunta dal
Vaticano la lettera del Segretario di Stato che, a nome del Santo Padre, mi ha comunicato
il termine del mio mandato come Consultore presso questo Dicastero: un altro
emeritato! L’età avanza...
Ero stato nominato Consultore più di 30 anni fa! Forse sono
il più vecchio per nomina e per età (dopo Ghirlanda, naturalmente! Ma lui
adesso è cardinale…)
Nella lettera il Cardinal Parolin mi trasmette la
benedizione apostolica del Papa, “a lei e ai suoi cari”. Siccome di “cari” ne
ho tanti e non posso raggiungerli ognuno personalmente, lo dico a tutti qui sul
blog. Ed ecco la lettera:
Reverendo Padre,
in conformità alle norme stabilite dalla Costituzione
Apostolica Praedicate Evangelium (cfr. n. 17 § 1), il mandato a lei affidato
presso la Curia Romana, in qualità di Consultore per gli Istituti di Vita
Consacrata e le Società di Vita Apostolica, sta giungendo al termine. Il Beatissimo
Padre non può che rivolgere il Suo animo affettuoso e riconoscente a lei, che
ha condiviso la Sua sollecitudine per la Chiesa universale.
Mosso quindi da un grato ricordo nei suoi confronti, il
Romano Pontefice, per mio tramite, le porge sinceramente i Suoi più sentiti
ringraziamenti per il ministero da lei svolto, e le impartisce volentieri la
Sua Benedizione Apostolica, a lei e ai suoi cari.
Nel comunicarLe queste cose, è con il dovuto rispetto che mi
compiaccio di dichiararmi suo devotissimo servitore.
Pietro Card. Parolini, Segretario di Stato
giovedì 6 agosto 2026
Il Cantico dei Cantici di san Bonaventrura
Casualmente questi giorni ho conosciuto p. Vincenzo
Battaglia, gran professore di cristologia, ora emerito. Mi ha regalato un suo
libro recente: Il Cantico dei Cantico nella interpretazione di Bonaventura
da Bagnoregio.
Bonaventura non ha mai scritto un commento al Cantico, ma il
prof. Battaglia va alla ricerca delle citazioni che il dottore della Chiesa
sparge in tutte le sue opere. Questa profusione di riferimenti dà ad ogni
scritto un timbro di affetto, sapienziale, contemplativo. Gesù appare sempre
come lo Sposo e quindi il rapporto con lui, anche quello dello studio più
speculativo, è sempre un rapporto amoroso, di grande intimità, proprio come
quello che descrive il Cantico dei Cantici tra sposo e sposa: “Il mio diletto è
mio e io sono sua”.
Tra i luoghi nei quali il Cantico appare nei commenti
evangelici mi hanno colpito soprattutto la scena del vecchio Simeone e la
perdita di Gesù nel tempio.
«Ecco, la devozione del vecchio che prende in braccio il
bambino, con essa ha esposto tutto sé stesso a Cristo, per poter dire come la
sposa nel Cantico dei Cantici capitolo primo: “Sacchetto di mirra è il mio
diletto, si riposerà sul mio seno”. Voleva infatti adempiere ciò che si legge
nel Cantico ultimo capitolo: “Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo
sopra il tuo braccio”; anzi sulle due braccia: due, per mostrare che deve
essere tenuto in braccio fortemente; Cantico dei Cantici capitolo terzo: “Trovai
colui che l'anima mia ama e non lo lascerò” ecc.
Maria e Giuseppe, dopo lo smarrimento di Gesù «Ritornarono,
dice, a cercarlo; secondo il passo del Cantico dei Cantici capitolo terzo: “Mi
alzerò, girerò per la città e cercherò colui che l'anima mia ama”, così diceva
la vergine Maria, e inoltre Cantico dei Cantici capitolo quinto: “Lo cercai, ma
non lo trovai, lo chiamai, ma non mi rispose”. “Io vi scongiuro, figlie di
Gerusalemme, se incontrerete il mio diletto, ditegli ch'io languisco d'amore”».
Vorrei essere come Simeone, come Maria e Giuseppe…
mercoledì 5 agosto 2026
Le lettere di santa Gemma
Dopo aver letto la prima biografia e il diario, ecco che ho
terminato di leggere le 131 lettere che santa Gemma Galgani ha scritto al suo
direttore spirituale, p. Germano Ruoppolo. Lettura monotona, perché ripete
sempre le stesse cose. Lettura seducente, perché nell’estrema semplicità e
sincerità, svela un rapporto straordinario con Gesù.
Ha una intimità tutta sua con Gabriele dell’Addolorata, con
gli angeli, con Maria. Ma con Gesù è unica. «Ma possibile che Gesù voglia me,
me, la più indegna di tutte le creature?... Padre, Padre – scrive al direttore –,
non posso più reggere… a pensare che Gesù si fa sentire all’ultima sua creatura,
che gli si manifesti con tutti gli splendori del suo Cuore, nella prodigiosa espansione
del suo amore paterno… chi sono io?... E Gesù buono, troppo buono, vuole che
vada con Lui e gli parli con tutta confidenza, e mi dice: “Figlia, tra me e te
ci sarà tutto comune: non più né tu né io...”. A queste parole, babbo mio, mi
venne subito in mente Lei e dissi: “Ο Gesù, se io faccio come mi dite, il Padre
mi grida forte, perché non vuole che vi dia tanta confidenza”. E Gesù: “Digli,
figlia, che la confidenza la creo da me in coloro che amo”. Così arriva a dire:
“Io sono te, tu sei me”. Fino alla piena trasformazione in Cristo crocifisso…
Sono contento che le monache passioniste di Lucca mi abbiano
fatto avere, di loro iniziativa, una reliquia del corpo di santa Gemma…
martedì 4 agosto 2026
O bella mia Speranza
Festa della Madonna della neve: con questo caldo si addice!
Nella notte tra il 4 e il 5 agosto 352 nevicò sul colle a segnare il luogo dove
edificare a Roma la prima chiesa dedicata a Maria.
Ho appena letto uno studio sulle canzoni popolari di sant’Alfonso
Maria de Liguori. Tra queste una che non conoscevo e che mi sembra vale la pena ascoltare e recitare:
https://www.youtube.com/watch?v=w2RCSfVfwNI
O bella mia Speranza,
Dolce Amor mio, Maria,
Tu sei la Vita mia,
La Pace mia sei Tu.
Quando ti chiamo, o penso
A Te, Maria, mi sento
Tal gaudio e tal contento,
Che mi rapisce il cor.
Se mai pensier molesto
Viene a turbar la mente,
Sen fugge allor che sente
Il Nome tuo chiamar.
In questo mar del mondo
Tu sei l'amica Stella,
Che puoi la navicella
Dell'alma mia salvar.
Sotto del tuo bel manto,
Amata mia Signora,
Vivere voglio, e ancora
Spero morire un di.
Che se mi tocca in sorte
Finir la vita mia
Amando Te, Maria,
Mi tocca il Cielo ancor.
Stendi le tue catene
E m'incatena il core,
Che prigionier d'amore
Fedele a Te sarò.
Sicché il mio cor, Maria,
È tuo, non è più mio;
Prendilo e dallo a Dio,
Ch'io non lo voglio più.
lunedì 3 agosto 2026
Piccola famiglia
È terminata l’Assemblea delle COMI che ha eletto la nuova presidente e il nuovo consiglio. È una famiglia piccola, ma sprizza gioia. Una famiglia piccola, ma unita, bella. E cosa vogliamo di più?
Un degno virgulto dell’albero piantato da sant’Eugenio.
domenica 2 agosto 2026
Perdon di Assisi
2 agosto, il perdono di Assisi. Dove andare per l’indulgenza? Casualmente mi trovo nel luogo adatto, Santa Maria in Navicella. Una chiesa dedicata alla Madonna, che campeggia nel bellissimo mosaico della prima metà del IX secolo, il primo ad essere dedicato alla Madonna. Anche il perdono di Assisi è legato a una chiesa dedicata alla Madonna, la Porziuncola.
La chiesa è attigua all’ospizio nel quale san Giovanni di Matha accoglieva ammalati e pellegrini. Sembra che qui sia stato ospitato anche san Francesco, pellegrino giunto da Assisi… Poteva non essere stato, san Francesco, a far visita alla Madonna della chiesa accanto? Chissà che non si possa ritenere luogo francescano anche Santa Maria in Navicella.Sì, il luogo più adatto (anche perché oggi per me non ce n’erano altri!) per il perdon di Assisi, un dono dal cielo, a prescindere dal luogo.sabato 1 agosto 2026
Alla sua presenza
Apa Pafnunzio avrebbe voluto stare in silenzio, ad ascoltare
l’anziano ammalato, perché se avesse saputo ascoltarlo e accoglierlo
in sé, l’altro avrebbe trovato da solo quello che cercava. Restò a lungo in
silenzio, ma l’altro era ancora nel buio. Apa Pafnunzio avrebbe voluto…, ma era
incapace di quel vuoto profondo che fa rinascere l’altro. Non sapeva accompagnare le persone. Allora si affidò alla
sua povera parola, nella speranza che fosse quella che l’altro attendeva:
“Forse basta stare alla presenza di Dio. Stare alla presenza
di Dio vuol dire essere consapevoli che noi siamo presenti a lui. Si pensa a
lui perché lui pensa a noi. Sono pensato da Dio, da lui amato. E lui mi pensa anche
quando io non penso a lui. Lui c’è, è lì, con me, in me, attorno a me, e io
sono in lui.
Stare alla sua presenza è saperlo riconoscere nelle persone,
nelle cose, negli avvenimenti attorno a noi.
Stare alla sua presenza è parlare con lui, confidarsi,
ascoltarlo, stare con lui in silenzio, senza parlare, stare soltanto.
Quando sparisce, non lo sentiamo, ci sentiamo soli, allora
possiamo lamentarci, arrabbiarci con lui, gridare… è sempre un modo per essere
in rapporto con lui.
Forse basta questo per continuare a sperare”.
Non era quello che l’altro attendeva. Ripartì senza risposta.
Ne fu triste apa Pafnunzio. Scoprì che erano le parole che il Signore aveva detto a lui. Riprese a parlare con lui.
venerdì 31 luglio 2026
Perseveranza
Alla perseveranza è legata una promessa: “Chi avrà perseverato fino alla fine, sarà salvo”.
Ma c’è modo e modo di perseverare. C’è chi va avanti a densi
stretti perché bisogna andare avanti e magari non è contento, ma va avanti
comunque, per la forza dell’impegno preso. Tante volte è così. Avanti anche
quando non si sente niente… L’importante è rimanere fedele, costi quello che
costi… e saremo salvi!
La perseveranza mi ha comunque fatto venire in mente un’altra
parola evangelica: “Avendo amato i suoi, li amò fino alla fine”. Perseveranti
per amore, perseveranti nell’amore, come Gesù… fino all’ultimo! Non si va mai
in pensione nell’amore.
giovedì 30 luglio 2026
Misticismo. Perché le visioni?
Un nuovo podcast: https://www.cittanuova.it/podcast-la-chiesa-e-i-miei-perche-6-mistica-e-visioni/
Caro padre Fabio, affrontiamo un tema importante e
profondo perché va al cuore del linguaggio di Dio. Quello della mistica, o se
vogliamo tradurlo in termini più popolari, parliamo delle famose “visioni”:
sono una forma di comunicazione tra Dio e l’uomo che esiste da sempre, o
comunque da quando Dio ha scelto di rivelarsi. La Bibbia, l’Antico Testamento è
tutta rivelazione e visione, quelle dei profeti in particolare. Ma poi pensiamo
ai più famosi mistici come san Giovanni della Croce, santa Teresa D’Avila,
Ildegarda di Bingen, o per restare ai nostri giorni le visioni mariane a
Fatima, Lourdes… Due domande ti vorrei fare su questo: cosa hanno in comune
questi mistici, e in base a che cosa la Chiesa ne certifica l’autenticità?
Cioè, come facciamo a capire che non sono “visionari” nel senso dispregiativo
del termine?
Entriamo in un mondo complesso che tocca la profondità
dell’animo umano. Prima o poi si accende in tutti un anelito a qualcosa che
vada al di là dell’effimero nel quale siamo immersi. C’è come una molla che ci
chiama a una interiorità profonda che risveglia come una nostalgia per ciò che
è bello, che non passa e che non troviamo attorno a noi. È la nostalgia per
l’infinito, per quel Dio che ci ha creati e nel quale siamo e ci muoviamo,
anche quando non ce ne rendiamo conto o lo neghiamo.
La mistica è lasciarci avvolgere e penetrare dal Mistero, ossia da questa reale presenza di Dio. Possiamo chiamarlo anche Assoluto, Trascendente… ma in realtà è quel Dio Amore che Gesù ci ha fatto conoscere. Tutti siamo chiamati a una vita mistica. Già col battesimo veniamo immersi in Dio Trinità e l’Eucarestia ci trasforma sempre più in Gesù.
Diversa è l’esperienza mistica. Grazie alla fede il cristiano sa di essere in Dio. L’esperienza mistica è invece la percezione sensibile, la visione di quello che siamo. Il mistico, vede, sente, con una evidenza tutta interiore, oppure grazie ad autentiche visioni. Questo avviene grazie all’azione dello Spirito Santo che Gesù ha promesso proprio perché ci porti alla piena comprensione delle realtà del Cielo. Se egli dà a una persona il dono di una comprensione più profonda della rivelazione lo fa perché tutta la Chiesa possa progredire, i carismi sono sempre doni datio a qualcuno per il bene di tutti.
Ci sono poi i cosiddetti fenomeni mistici: lievitazioni, ossia la persona sale in alto; estasi con perdita di coscienza; stimmate; visioni; locuzioni interiori… Ma questi sono fenomeni secondari, che aggiungono poco o niente a quella che è la verità della trasformazione di sé in Dio e della comprensione profonda del mistero di Dio. Possono essere eventualmente segni esteriori che confermano le realtà interiori. Sono questi segni esteriori che generalmente colpiscono di più l’immaginazione, che attirano la curiosità. E sono questi fenomeni che cercano le persone che si ingannano o che vogliono ingannare per i più vari motivi come la notorietà, la ricerca di guadagno…
Come si riconosce il mistico vero?
Innanzitutto se quanto comprende, vive e insegna è in
continuità con la dottrina della Chiesa. Egli porta ad una comprensione sempre
più profonda della Parola di Dio, perché essa cresce con il crescere della
Chiesa.
Il vero mistico inoltre è tale se si lascia adeguare a
quanto gli è dato di comprendere, ossia se vive il Vangelo.
È inoltre umile, ossia non si esalta per i doni ricevuti,
non si mette in mostra.
Infine è docile a chi ha il dono di discernere i carismi e
si sottomette con obbedienza al giudizio della Chiesa.
Ti faccio solo un’altra domanda perché vorrei che ci soffermassimo su un’esperienza mistica particolare, quella di Chiara Lubich, la fondatrice dei Focolari, di cui sono stati pubblicati da poco gli scritti per Città Nuova. Ne sto sentendo parlare molto anche se non conosco da vicino tutte le pagine che fanno parte di questa raccolta intitolata Paradiso 49. Purtroppo il tempo a disposizione è poco, ma tu che conosci bene i dettagli di questa esperienza avendo lavorato con Chiara Lubich allo studio di questi scritti, ce ne saprai dare qualche dettaglio più prezioso…
Chiara Lubich? Ha avuto delle visioni? Lei, scherzando,
diceva che nel suo Paradiso non ha visto neppure un angioletto.
Nella sua vita ci sono stati momenti di intensa esperienza
di Dio. Un periodo del tutto particolare, per durata e comprensione, è stato
quello iniziato il 16 luglio 1949, che si è protratto per un paio di anni. È
quello che viene chiamato “Paradiso ’49”, dall’anno in cui è iniziato. Da poco,
nella collana delle sue opere, è stato pubblicato il libro che racconta questa
esperienza che al momento comprende 6 volumi.
Al pari di altre mistiche e mistici la sua è stata una contemplazione
- che l’ha completamente coinvolta - delle realtà del Cielo, dei misteri della
fede cristiana, ma anche della creazione e della storia nel suo disegno divino
e nel suo destino ultimo.
Se c’è qualcosa che la caratterizza in maniera particolare è
la dimensione ecclesiale, nel senso che è stata un’esperienza che ha coinvolto
non soltanto la sua persona, ma tante altre le persone attorno a lei. Era lei
ad avere una comprensione sempre nuova delle realtà del cielo, ma subito le
comunicava a chi aveva accanto e così diventava esperienza di tutti.
L’inizio stesso di questa esperienza mistica è significativo
e unico. Essa inizia grazie a un patto d’unità tra lei e Igino Giordani.
Insieme chiedono a Gesù Eucarestia che scenda sul loro niente, ponendosi
davanti a lui come due calici vuoti. E Gesù Eucarestia fa dei due un’anima sola
che egli apre alla realtà del Cielo. Gesù li porta, insieme, là dove egli è,
nel seno del Padre. Lei ha la visione del Paradiso e si vede in Paradiso
insieme a Giordani. Giordani è in questa realtà divina, ma non lo sa. È lei
che, avendo il dono della visione contemplativa, rende consapevole lui, e poi
gli altri che a loro si uniscono, di vivere le diverse realtà del Cielo, a mano
a mano che le è dato di comprendere.
Una pagina di questo Paradiso’49 sulla quale ti sei maggiormente soffermato?
Una frase soltanto, del 1950, nella quale Chiara esprime la
sua visione dell’universo, nel quale ogni essere creato interagisce con
l’altro. Ognuno conserva la sua identità e nello stesso si pone a servizio
dell’altro per crescere insieme e trascendersi in una realtà superiore, fino
alla piena divinizzazione. Negli stessi anni anche Teilhard de Chardin aveva un
pensiero simile quando vedeva tutto il creato orientato verso quello che lui
chiamava il Punto Omega.
Ecco le parole di Chiara: «Tutte le cose sono l'una distinta
dall'altra e destinate alla comunione, all'unità… Le creature dell'universo
sono in marcia verso l'Unità, verso Dio, per indiarsi…».
Mi sembra una visione di speranza in un momento in cui il
mondo in guerra sembra precipitare nella più totale divisione. Noi continuiamo
a credere che siamo in marcia verso l'Unità, verso Dio, per indiarci. Ma
dobbiamo metterci a servizio gli uni degli altri…
mercoledì 29 luglio 2026
Vi ho generati in Cristo
All’inizio di ogni Istituto religioso c’è una persona che
Dio sceglie e che lo Spirito Santo forma ad essere strumento idoneo dell’opera
di salvezza che, Cristo realizza nel mondo mediante la Chiesa…
Il Fondatore diventa così «padre» della nuova famiglia nata
nella Universale Famiglia, la Chiesa... La famiglia
religiosa è veramente frutto della sua vita di santità. «Padre» per grazia, in
quanto mediatore dell’unico Padre, Dio, «dal quale ogni paternità prende nome»
(Ef 3, 15).
Il Fondatore diventa quindi «forma vitae» dei suoi
discepoli, maestro di dottrina e di santità. Per questo ogni Istituto ricorre
in maniera particolare all’intercessione del proprio Fondatore, «perché egli
che ne è il padre ne abbia sempre cura e continui in altra forma quella
generazione della quale ha sofferto in terra le doglie del parto».
La nostra modesta ricerca vorrebbe mettere in risalto la
co-scienza che Eugenio de Mazenod ha avuto di essere Fondatore e Padre degli
Oblati di Maria Immacolata…
Inizia così lo studio di Giovanni Soddu e Tonino Camelo.
Risale a 46 anni fa ed è sempre fresco. A chi lo desidera posso mandare il pdf.
martedì 28 luglio 2026
lunedì 27 luglio 2026
P. Giovanni Soddu: Sono contento di essere Oblato
Josè Damián Gaitán mi scrive: «Padre Giovanni Soddu... L'ho
conosciuto a Marino, quando era al Centro Giovanile e poi al Noviziato. Sempre
accogliente. Nonostante le sue limitazioni fisiche. Ringraziamo il Signore per
la sua vita».
Antonietta: «Ricordo Giovanni al tempo che stava allo
scolasticato, una persona gentile, sempre sorridente ed accogliente».
Rosaria: «Mi ricordo di quando il babbo e la mamma andarono
a casa sua in Sardegna di come tornarono contenti. Oggi in cielo anche loro lo
avranno accolto con festa». Si riferisce agli anni nei quali facevamo in modo
che le famiglie dei giovani Oblati si conoscessero per formare davvero un’unica
famiglia.
E Giovanni, cosa dice di sé?
«Sono contento di essere Oblato di Maria Immacolata, dopo
che fin da piccolo ho sentito la vocazione a diventare sacerdote. Infatti
all'età di 11 anni sono entrato nel seminario di Oristano, mia Diocesi di
origine, in Sardegna. Quando avevo 18 anni, tramite la Comunità di Marino, ho
incontrato gli Oblati e il carisma della vita consacrata e missionaria di
Sant'Eugenio. Ho svolto il ministero sempre in Parrocchia, ma il carisma del
Fondatore mi fa essere missionario nel contesto locale, con un animo
universale, sentendomi profondamente partecipe dell'ansia missionaria della
Congregazione. Esprimo al Signore la volontà di continuare a vivere da
sacerdote in Cristo Sacerdote, nella comunione della Congregazione e in
particolare nella Provincia OMI». Così nel 2005, nel 25° della sua ordinazione
sacerdotale.
Missionario e sacerdote "nella comunione della Congregazione". Sì, perché come ha scritto: «Uno degli aspetti più belli che io trovo nella nostra Congregazione è che siamo tutti una grande famiglia e che ci impegniamo perché i rapporti tra noi manifestino il nostro essere. Così ci ha fatti il nostro Padre, il Beato Eugenio. Penso che questa sia la più grande testimonianza che noi possiamo dare nella Chiesa al mondo. Ed io voglio impegnare tutte le mie forze perché non manchi mai alla Chiesa e al mondo la nostra vita di unità».
P. Giovanni aveva appreso da sant’Eugenio e dagli Oblati questo stretto legame tra missione e vita di unità all’interno della comunità, lo testimonia il libretto che ha scritto sulla paternità del Fondatore.Esso è stato approfondito anche grazie al suo rapporto con
il Movimento dei Focolari, che ha segnato tanti della nostra generazione. Alla
fondatrice, Chiara Lubich, aveva chiesto una “parola di vita” che lo guidasse
nel suo cammino missionario. E lei l’aveva scelta dal Vangelo di Giovanni, là
dove Gesù afferma: “Le parole che vi ho detto sono spirito e vita” (Gv 6, 63).
È così che p. Giovanni è stato un autentico missionario e – come gli scriveva p. Zago – ha «irradiato positivamente tra i confratelli e tra la gente». Le parole del Vangelo che annunciava erano diventate in lui spirito e vita.
Il funerale si è concluso con alcuni dei parenti che cantano l’Ave Maria in sardo...
domenica 26 luglio 2026
Padre Giovanni Soddu
Sabato Santo sono andato a trovarlo a Vermicino, nella nuova struttura per anziani e ammalati. Mi è dispiaciuto che, inchiodato sul letto, non potesse celebrare la Messa. “Domani è Pasqua - gli ho detto - Vengo a celebriamo insieme”. Così abbiamo fatto, io al tavolino della stanza, lui immobile nel letto sul quale avevo adagiato la stola sacerdotale… È stato il momento più bello, anche se poi sono tornato altre volte a trovarlo.
Adesso è partito, silenzioso, secondo il suo stile. Padre Giovanni Soddu, un altro Oblato che mi precede sulla via del Cielo.
Una vita da Oblato semplice: Vice parroco a
Oné di Fonte, (1980-1982), vice parroco, parroco e superiore a Villalba
(1982-1997), parroco a Tivoli (1997-2002), parroco e superiore a Bologna fino
al 20011, parroco a Maddaloni (2011), a Cagliari dal 2015, fino a quando, nel
2020 giunge a S. Maria a Vico, dove inizia il suo calvario…
Quando nel 1993 il superiore generale, p. Marcello Zago, andò
in visita alla comunità di Villalba, gli scrisse, delineando appieno il suo
ritratto: «Carissimo p. Giovanni Soddu, sono stato contento di incontrarti
e di ascoltarti, di vedere come eserciti la tua paternità nella parrocchia e
nella comunità. Ti ho trovato sereno e sicuro della tua identità, impegnato e
attento agli altri, generoso e fattivo. Irradi positivamente tra i confratelli
e tra la gente. Voglio ringraziarti per la tua fedeltà e generosità, per il tuo
amore per la Congregazione e il tuo zelo per le anime».
Qua e là, sui giornali, troviamo qualche traccia del suo
ministero. In occasione del 50° di fondazione della parrocchia di Bologna
scriveva nell’inserto dell’Avvenire dedicato alla diocesi: «Dall’Eucaristia
nasce la missione. La ricorrenza della fondazione ci spinge a fare memoria
della nostra storia, non per uno sterile guardare al passato, ma proprio per
prendere coscienza del cammino della Chiesa viva, sorta intorno all’Eucaristia,
nel nostro territorio, e impegnarci con ancora più decisione
nell’evangelizzazione e nella nostra personale conversione» (3 giugno 2007).
Da Tonara, nel suo paese di origine, quando era parroco a Cagliari, sul quotidiano “La Nuova Sardegna” racconta dei campi estivi che organizzava per i giovani: «Un campo di formazione e animazione. Formativo umano e spirituale, legato ad eventi di gioia e condivisone. Da un lato gli aspetti legati alla figura di Cristo, al suo esempio e dall’altro la derivazione concreta e nella vita quotidiana dei suoi principi, quali amicizia, uguaglianza, solidarietà e la vita di gruppo…
«Non sono mancati i momenti ricreativi e le attività pratiche. La sera si concludeva con la preghiera e poi animazione, con tanto di serata danzante, denominata Cristoteca, poi caccia al tesoro, caccia al vampiro... Entusiasti i ragazzi e i loro genitori. Mi auguro – conclude Padre Giovanni – che i ragazzi abbiano tratto un esempio di gioia e esperienza in questi momenti in cui è importante lavorare assieme a capire. Portiamo l’esempio di Cristo, che è gioia. Ma anche piccole esperienze che spero siano utilizzate come bagaglio di vita. Speriamo di proseguire su questa strada» (14 settembre 2017).
Quando uno dei nostri parte per il cielo mi piace leggere le
lettere ufficiali con le quale chiede l’ammissione ai voti perpetui o la
prima ”obbedienza”. Lettere formali, ma che una volta si scrivevano col cuore
in mano, in sincerità.
P. Giovanni il 22 settembre 1978 scrive al Provinciale
per chiedere di fare i voti perpetui. Un’occasione per «entrare in
comunione personale anche con lei e dirle che cosa significhi per me questo
fatto e come lo vivo.
«L'oblazione perpetua per me è un esplicitare davanti alla Chiesa ciò che da
anni ho sentito e maturato: donarmi totalmente e per sempre a Dio, mio unico
amore, unico scopo della mia vita. Prima di conoscere gli Oblati io volevo
semplicemente essere sacerdote. Il sacerdozio era per me la maniera più grande
per amare Dio e i fratelli. Incontrati gli Oblati, dalla loro testimonianza ho
capito che il modo di vivere il sacerdozio che Dio aveva posto in me non era
altro che la vita religiosa e missionaria. Così ho detto "sì" a Dio
che mi svelava pienamente la mia vocazione. Ed ora voglio dirglielo per sempre,
di fronte a voi che me lo rappresentate. Sono cosciente dell'amore di Dio per
me. Ed è sulla sua fedeltà che io "getto le reti" (Lc 5,5). Se
guardo me, mi accorgo di quanta strada devo ancora percorrere per rispondere un
po’ meglio al suo amore. Ma il suo amore in me è più forte del mio peccato e
della mia infedeltà. Io voglio guardare a Lui e non a me.
«E Lui mi chiama a guardare la Chiesa e il mondo e a consacrare la mia vita per
questo. Come non dare tutto me stesso alla Chiesa che, come il Fondatore, sento
chiamare a gran voce persone a cui affidare il suo ministero di salvezza, di un
mondo in sfacelo, chiuso in se stesso, vuoto di Dio e di valori autenticamente
umani? È il grido di Cristo Crocifisso che risuona nei tempi di oggi. Io che
sento questo grido, raccolgo l'invito della Madre Chiesa e rispondo
sacrificando tutto me stesso. E voglio rispondere come ha fatto il Fondatore,
che mi comunica il suo spirito.
«La forza per essere come devo essere, oltre che da Dio e dal Fondatore, mi
viene dall'unità con tutti i membri della Congregazione, che sento viva ed
impegnata ad annunciare con audacia il Vangelo. Sono contento di unire la mia
vita e il mio lavoro apostolico a quello di tanti altri uomini che credono e
vivono il mio stesso ideale. Sento la Congregazione come mia famiglia, e la amo
con le sue gioie e i suoi dolori, nei successi e nelle difficoltà, con le sue
conquiste e nelle sue contraddizioni.
«Con l'anima di Maria, mia madre e modello, e col suo aiuto mi metto a
disposizione di Dio, perché si compia in me la Sua Parola...»
Il 28 aprile 1980 la lettera al superiore generale per chiedere la prima
destinazione:
Rev.mo Padre Generale, … lo scopo della mia vita: annunciare al mondo, ai
poveri, chi è il Cristo. Quel Cristo che in questi anni mi ha fatto scuola e mi
ha formato un altro Se stesso, secondo il carisma del Beato Eugenio. Questo per
me è un atto di fede, perché mi accorgo anche dei passi che avrei dovuto fare e
che non ho fatto. Ma Lui è più forte dei miei limiti e mi chiama ora a
"entrer dans la lice et combattre jusqu'à l’extintion pour la plus grande
gloire de son très saint et très adorable Nom", come ci indica il Fondatore
nella Prefazione alle Regole. Voglio essere ogni giorno, per ogni fratello che
incontro, la presenza vivente del Beato Eugenio che per me è divenuto via di
Dio.
«… io ho nel cuore solamente di fare la volontà di Dio che mi è espressa da Lei
e dagli altri Superiori. Ho parlato diverse volte con il superiore e con il
padre spirituale sul mio orientamento futuro. Ho sempre detto loro che sento
piena in me la vocazione oblata come sacerdote. Quindi sarei felicissimo di
poter andare in missione fuori Italia. Ma ugualmente sarei contentissimo di
restare in Italia, se è qui che il Signore mi chiama ad annunciare la Sua
Parola di salvezza. Ciò che mi interessa di più è nel luogo e nella comunità
dove sarò ci aiutiamo insieme a svolgere il ministero da veri Oblati di Maria
Immacolata.
«… La mia salute non è della più robuste, a causa di una poliomielite avuta da
bambino, e forse questo può essere un impedimento perché io possa prendere
certi impegni nelle missioni estere. Questo fatto per me è un aspetto della
croce che cerco di abbracciare ogni giorno con gioia, sicuro che da essa
sgorgherà anche la vita per il mio ministero.
«… Io sono pronto a svolgere, secondo le mie possibilità, il ministero di cui e
dove la Congregazione ne ha più bisogno. Padre, gliel'ho comunicato altre
volte, ma ora lo scrivo ancora: uno degli aspetti più belli che io trovo nella
nostra Congregazione è che siamo tutti una grande famiglia e che ci impegniamo
perché i rapporti tra noi manifestino il nostro essere. Così ci ha fatti il
nostro Padre, il Beato Eugenio. Penso che questa sia la più grande testimonianza
che noi possiamo dare nella Chiesa al mondo. Ed io voglio impegnare tutte le
mie forze perché non manchi mai alla Chiesa e al mondo la nostra vita di unità.
Sento che mi appartiene il lavoro missionario che ogni Oblato svolge, in
qualunque parte del mondo. Ora unisco anche il mio, perché i poveri siano
evangelizzati, perché il Regno di Dio avanzi e venga presto in pienezza su
tutta la terra…»
Padre Giovanni ci ha lasciato un bel libretto, scritto insieme a Antonio
Camelo, sulla paternità di sant’Eugenio de Mazenod, che merita di essere
ripreso in mano e letto. La conclusione rispecchia p. Giovanni: «Amare col
cuore. Amare Dio sopra ogni cosa è, per ogni Oblato, ripercorrere le orme di
Eugenio ed esclamare con lui: “Felice, mille volte felice perché questo buon
Padre, malgrado la mia indegnità, ha spiegato su di me tutta la ricchezza delle
sue misericordie. Ce almeno recuperi il tempo perduto raddoppiando l’amore per
Lui. Tutte le mie azioni, i pensieri siamo dunque dirette a questo fine”».
sabato 25 luglio 2026
I vostri nomi sono scritti nei cieli
Settimana particolarmente intensa: Loppiano, Cutigliano, Roma, Trento, Tonadico, Padova… L’ho raccontata brevemente a Gesù… e mi ha detto: «piuttosto… rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».
venerdì 24 luglio 2026
Maria tutta rivestita della Parola di Dio
Nella cappella dedicata al vescovo De Ferrari domina la statua lignea di Maria tutta rivestita della Parola di Dio. L'idea, come il bozzetto iniziale, è stato ideato da Benedetto.
Le labbra socchiuse rafforzate dal gesto della mano sinistra, la mostrano nell'atto di parlare con convinzione: tipico atteggiamento materno di chi ha a cuore il bene dei suoi figli e sa rivolgersi loro per consigliarli e accompagnarli con sollecitudine. La mano destra posata sul cuore, ricorda allo stesso tempo la sua dimensione interiore, di Colei che custodisce e medita la Parola di Dio dentro di sé.
Maria rivestita della Parola. Sul manto e sullo svolazzo in basso, sono incise in sequenza con colpi decisi a scalpello, i principali episodi della sua vita assieme a Gesù: l'Annunciazione, la Visita alla cugina Elisabetta, la nascita di Gesù e la sua presentazione al Tempio, la fuga in Egitto, con Gesù nel Tempio a 12 anni, la vita insieme nella casa di Nazareth e poi con Lui nella vita pubblica, fino al Golgota.
Maria Condottiera. Le profonde linee traverse del drappeggio e del manto, evidenziano la postura della figura protesa in avanti in movimento, con i capelli mossi dallo spostamento: Maria appare qui come Colei che cammina avanti a noi facendoci da guida verso Gesù.
giovedì 23 luglio 2026
Lucia di Trento... anzi di Crotone!
Quant’anni ha Lucia? Non si contano più. “Eppure, anche se
bisnonna, continuo a fare la catechista e i bambini sono lì tutti incantati…”.
Non è bisnonna, Lucia, perché da giovane si è consacrata al Signore, ma per i
bambini è proprio come una bisnonna… “Ho sbagliato mestiere, avrei dovuto fare la
catechista”. “Ma che mestiere hai fatto?”, le domando. “Sono stata la prima
donna a lavorare in un Dicastero del Vaticano…”. E mi racconta della grande
novità di una donna in Vaticano. “Ma gli anni più belli li ho vissuto in
Calabria…”.
Ogni volta che sono stato a trovare Lucia, nella casa di famiglia
a Trento, mi ha sempre parlato di suo fratello, il beato Mario Borzaga. Oggi
però, per la prima volta, mi ha parlato di sé, a lungo. Dobbiamo scrivere la
sua biografia, è troppo bella!
Dovremmo partire dai genitori, dall’ambiente della città di Trento in quella metà del Novecento, dalle lettere che il fratello le scriveva, raccolte per fortuna in un bel libro. Poi seguirla a Parigi e a Lione, sconcertata, lei che veniva dalla cristianissima Trento, dalle periferie di città ormai completamente scristianizzate. Poi in Sicilia, e finalmente a Bucchi. Bucchi? Sì un paesetto in provincia di Crotone, in Calabria. “Sarei voluta rimane lì tutta la vita”. Tre ragazze ventenni. Il vescovo, preoccupato, che mandava spesso i carabinieri a controllare che tutto andasse bene. “Eppure tutti ci rispettavano: la signorina Lucia… si sono sposate con Gesù…”. Tanti non avevano mai visto un prete. E lei faceva il catechismo ai bambini, aveva avviato una scuola materna, presto era diventata l’anima del paese. Povere in canna, vivevano di quanto davano loro le donne del paese.
Vennero i suoi genitori a trovarla. Il papà si trovò subito bene con gli uomini del posto: parlano della prima guerra mondiale alla quale tutti avevano preso parte, gustavano i vini locali… Ma mamma non riuscì a legare con le donne dalle quale la divideva tra l'altro una lingua del tutto incomprensibile. In compenso si mise a cucire e rammendare…
“Non sarei mai venuta via, il periodo
più bello della mia vita…”. Invece la chiamano in Vaticano, anche grazie alla
conoscenza delle lingue. E qui comincia un’altra storia, quella di una presenza
femminile che sa smussare gli angoli, essere accoglienza, gentile… Alla prossima
puntata.
E padre Mario? Questa volta non è stato lui il protagonista
della mia visita alla sua casa in via Gorizia a Trento, e sarà stato contento anche
lui di ascoltare la sorella, anche perché tutte queste cose non le ha mai sapute: è
morto prima...
Nell’ultima lettera che le scrisse prima di essere ucciso le
diceva:
«Sono contento di
constatare il tuo buon spirito e il tuo accanimento nella vita spirituale.
Certo sei un pochino complicata, ma è normale che sia così, quando si comincia
la vita spirituale, se non si è complicati si ha l’impressione di non combinare
nulla». Quindi continuava – quasi una profezia –: «Vedrai come procedendo nella
vita spirituale, quando soprattutto sarai incaricata di qualche cosa e avrai
delle preoccupazioni e ci sarà molto lavoro da fare, sarà necessario unificare
tutto sotto una sola idea… Continua pure, cara Lucia, a progredire nella via
della santità e a migliorarti per migliorare gli altri. Fai sempre con gioia
tutta la volontà di Dio… Che il Signore e la Vergine Santa ti amino e ti
proteggano sempre. Tuo Mario».











































