giovedì 2 settembre 2021

Santità di coppia

 

Nonostante l’esempio di Priscilla e Aquila e l’insegnamento dei Padri, lentamente l’ideale di santità si sposta dalla coppia al singolo coniuge. La scelta di Dio e della radicalità evangelica sono certamente personali, ma dovrebbe essere normale viverla insieme, e certamente è così, siamo circondati da una “moltitudine di testimoni” (cf. Eb 12, 1). Ma le coppie di testimoni, riconosciute come tali, nella santità “canonizzata”, sono veramente poche, anche se alcuni notissime. Vi sono copie famose più per la santità dei figli, che per la loro, come ad esempio Gregorio e Nonna, genitori di Macrina, Basilio e Gregorio di Nissa; Salvina e Gordanio, genitori di Gregorio Magno. Ma vi sono anche Isidoro l’Agricoltore e Maria de Cabeza, o Lucchese e Buonadonna da Poggibonsi, che da san Francesco ottennero l’abito di penitenza dando origine al Terz’ordine francescano. Abbondano soprattutto coppie di re e regina.

Ma sono santi lontani nel tempo, poco conosciuti e che difficilmente possono ancora ispirare il cammino delle coppie di oggi. Per le più le sante sposate sono state canonizzate in quanto vedove, o perché si sono chiuse in monastero divenendo monache, non tanto per il loro stato matrimoniale. Anche quando entrambi i coniugi sono dichiarati santi, lo sono separatamente l’uno dall’altro. Eppure tanti si sono fatti santi non nonostante fossero sposati, ma proprio perché sposati. Non è il matrimonio un sacramento, una via di santità?

Per fortuna oggi vengono proposti nuovi modelli di santità familiare. A cominciare da due coppie famose: Zelia e Luigi Martin, che hanno dato vita ad una straordinaria famiglia di cui fa parte Teresa di Gesù Bambino, e Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi, anche loro con quattro figli di cui tre abbracciarono la vita religiosa. I coniugi di entrambe le coppie sono stati finalmente canonizzati proprio in quanto coppia, perché hanno percorso insieme il cammino di santità!

mercoledì 1 settembre 2021

La sera ha tinto il cielo

 


Il 1° settembre, inizio dell’anno liturgico ortodosso, si  celebra la “Giornata per la custodia del Creato”, su proposta nel 1989 dell’allora patriarca di Costantinopoli Dimitrios I° che, rivolgendosi a tutti i fedeli, sottolineava il pericolo del deteriorarsi dell’ambiente e avvertiva tutta la responsabilità della Chiesa nei confronti del Creato.

Dopo la Laudato sii di papa Francesco, da questa Giornata prende avvio “Il Tempo del Creato” che ci accompagnerà per tutto il mese di settembre.

Anche la nostra comunità ha indetto una piccola celebrazione, invitando alcune comunità vicine, e si è trasformata in una grande festa.

In tema di creato, mentre sto disperatamente cercando di scrivere la biografia di Giovanni Santolini, mi sono ritrovato con lui in Congo, a Kinshasa, il 19 febbraio 1994, quando scrivevo:

La sera
ha tinto il cielo.
Ha scelto
i suoi colori
più belli.

martedì 31 agosto 2021

Aquila e Priscilla: un'eccezione?

 


Aquila e Priscilla: questa coppia cristiana costituisce un’eccezione? Piuttosto è l’esempio della novità che il cristianesimo ha portato nella vita coniugale. In una società che ammetteva il divorzio e tollerava le relazioni extraconiugali, il matrimonio cristiano esige l’indissolubilità e la fedeltà. Non solo, ma come scriveva Aristide nella sua Apologia, «i cristiani si astengono da ogni unione illegittima e da ogni azione impura» (15, 6). La santità coniugale perseguita nei primi secoli non si limita comunque alla fedeltà reciproca. I Padri della Chiesa propongono mete alte ai coniugi. Da loro si richiede una autentica comunione spirituale, quale espressione e compimento dell’amore reciproco. Il loro stato di vita viene dichiarato santo e la loro unione garantita dalla presenza di Gesù in mezzo a loro: «Chi sono i due o i tre riuniti in nome di Cristo, in mezzo ai quali sta il Signore? - si domanda Tertulliano - Non sono forse l’uomo, la donna e il figlio dal momento che l’uomo e la donna sono uniti da Dio?». Il matrimonio cristiano raggiunge così una dignità incomparabile: «Là dove vi è una sola carne, vi è un unico spirito».

Sempre Tertulliano, nella lettera alla moglie, descrive il rapporto tra i coniugi cristiani: «Essi sono fratelli l’uno per l’altro e si servono reciprocamente; nessuna distinzione fra carne e spirito. Anzi sono veramente due in una carne sola e dove la carne è una è uno anche lo spirito. Insieme pregano, insieme s’inginocchiano ed insieme digiunano; l’uno insegna all’altro, l’uno esorta l’altro, l’uno sostiene l’altro. Sono uguali nella chiesa di Dio, uguali al banchetto di Dio, uguali nelle angustie, nelle persecuzioni e nelle consolazioni. Nessuno ha segreti per l’altro, nessuno evita l’altro, nessuno è per l’altro di peso. Con libertà visitano i bisognosi e sostengono i poveri. Le elemosine sono senza tormento e i sacrifici senza scrupoli, la diligenza quotidiana non ha impedimento. Il segno di croce non si fa di nascosto; la lode non è timorosa, la benedizione non è silenziosa; i salmi e gli inni cantano a due cori e fanno a gara per cantare meglio al loro Dio. Cristo vede questo e nell’ascoltare gioisce. A loro manda la sua pace».

Allo schema tradizionale della famiglia in cui l’uomo è capo e padrone indiscusso, si sostituisce l’immagine della chiesa domestica, dove regna la carità, la concordia, il camminare insieme verso Dio. Basterà ricordare alcuni insegnamenti di Giovanni Crisostomo: «la casa diventi una chiesa (…). Vi riposi la grazia dello Spirito Santo e ogni pace e concordia difenda gli abitanti». «Gli sposi facciano qualsiasi cosa come se avessero una sola anima e fossero un solo corpo. Questo è il vero matrimonio, quando così grande è la concordia tra di loro, quando così sono concatenati tra di loro dal vincolo della carità».

Assistiamo al passaggio dal concetto di patria potestas a quello di paterna pietas: non è più lecito l’aborto, l’esposizione dei neonati, la vendita dei bambini. «Ogni padre di famiglia - scrive Agostino - si senta impegnato, a questo titolo, ad amare i suoi con affetto veramente paterno. Per amore di Cristo e della vita eterna, educhi tutti quelli di casa sua, li consigli, li esorti, li corregga, con benevolenza e con autorità». E Giovanni Crisostomo: «Io non cesso di esortarvi di pregare, di supplicarvi che prima di ogni altra cosa voi curiate per tempo l’educazione dei vostri figli. (…) Alleva un atleta per Cristo. (…) Ciascuno di noi, padri e madri, come i piccoli che noi vediamo lavorare ai loro quadri, alle loro opere con grande attenzione, presti tutte le sue cure a queste ammirabili opere d’arte».

lunedì 30 agosto 2021

La missione delle coppie cristiane


Dopo aver scritto ieri sul blog di Aquila e Priscilla, mi sono imbattuto nel discorso di papa Francesco all’inaugurazione dell’anno giudiziario del Tribunale della Rota Romana il 25 gennaio dello scorso anno. In quella occasione il Papa ha offerto una riflessione “sul ruolo primario della coppia di sposi Aquila e Priscilla come modelli di vita coniugale”. Giustamente si domanda come mai questo modello di sposi itineranti non abbia avuto, nella pastorale della Chiesa, una propria identità di sposi evangelizzatori per molti secoli. “Gli sposi cristiani dovrebbero apprendere da Aquila e Priscilla come innamorarsi di Cristo e farsi prossimi alle famiglie, prive spesso della luce della fede, non per la loro colpa soggettiva, ma perché lasciate al margine della nostra pastorale: pastorale d’élite che dimentica il popolo”.

Il Papa li descrive “carichi di coraggio fino al punto di svegliare dal torpore e dal sonno i pastori”, “mai fermi, sempre in movimento, certamente con prole”.

La conseguenza è lampante: “i Pastori si lascino illuminare dallo Spirito anche oggi, affinché si avveri questo annuncio salvifico da parte di coppie spesso già pronte, ma non chiamate. Ci sono… sposi entusiasti e innamorati della loro fede nel Risorto, capaci di una nuova rivoluzione della tenerezza dell’amore, come Aquila e Priscilla, mai appagati o ripiegati su sé stessi…”

Davvero dobbiamo lasciare il posto alla famiglie, che compiano la missione che il battesimo ha affidato loro.

domenica 29 agosto 2021

Aquila e Priscilla: che coppia!

Cripta della chiesa di santa Priscilla (Prisca)

 

Nell’anno 52 l'imperatore romano Claudio, che si opponeva all'introduzione di nuovi culti in Roma, ordinò di espellere gli Ebrei dalla città, come spiega lo storico Svetonio: "Scacciò da Roma gli Ebrei che tumultuavano per incitamento di Cresto". È un chiaro riferimento alla divisione sorta ormai all’interno del giudaismo, e non soltanto nella capitale, tra i rappresentanti dell’antica religione e quelli che nel suo seno seguivano l’insegnamento di Cristo, quel “Cresto” di cui i pagani avevano poche e confuse notizie. È difficile pensare che tutti gli Ebrei fossero espulsi: erano a Roma da almeno 200 anni, ne avevano ricevuto la cittadinanza, ed avevano raggiunto il ragguardevole numero di 40.000 persone. In ogni caso Aquila e Priscilla, una delle tante coppie di giudeo-cristiani, dovette abbandonare la loro bella casa sull’Aventino e trovare rifugio a Corinto, in Grecia.

Fu lì che li trovò l’apostolo Paolo, proveniente da Atene, come ricordano gli Atti degli Apostoli: «Qui trovò un ebreo, di nome Aquila, oriundo del Ponto, giunto di recente dall'Italia insieme con sua moglie Priscilla, perché Claudio aveva ordinato a tutti i Giudei di lasciare Roma». I due lo accolsero nella loro casa e gli offrirono un lavoro, infatti «erano del medesimo mestiere… fabbricanti di tende» (18, 1-3). Quando l’apostolo poté dedicarsi a tempo pieno “alla Parola” (18, 5), provvidero lo stessi alle sue necessità materiali e Paolo rimase con loro per 18 mesi. Il legame che si instauro tra loro deve essere stato molto profondo se, dovendo lasciare Corinto, Paolo chiese ai due di chiudere il laboratorio e di seguirlo. Così «Paolo... navigò verso la Siria, con Priscilla e Aquila... giunsero a Efeso» (18, 18-19). Lì lasciò in città perché continuassero il suo lavoro apostolico mentre egli proseguiva per Gerusalemme. La coppia di sposi romana compì la missione che Paolo le aveva affidato e la loro casa divenne luogo di incontro della nascente comunità cristiana. Lo testimonia la prima Lettera ai Corinzi, scritta da Efeso in quel periodo: «Le Chiese di Asia vi salutano. Aquila e Priscilla, con la Chiesa che si trova nella loro casa, vi salutano molto nel Signore» (16, 19). Nella loro opera di evangelizzazione aiutarono anche un grande teologo come Apollo a conoscere «più esattezza la via di Dio» (Atti, 18, 26).

Dopo uno o due anni, con la morte dell’imperatore Claudio, poterono tornare a Roma, dove continuarono l’annuncio della Parola di Dio, aprendo ancora una volta la loro casa alla comunità cristiana. Quando Paolo nell'anno 58 scrive una lettera ai cristiani della città chiede infatti: «Salutate Priscilla ed Aquila, miei collaboratori in Gesù Cristo, che hanno rischiato la loro vita per me; a loro non io soltanto sono grato, ma anche tutte le chiese delle nazioni. Salutate anche la chiesa che si riunisce in casa loro» (16, 3-5). Può esserci testimonianza più bella? Paolo li considera autentici “collaboratori” suoi e del Vangelo, al punto da rischiare la vita. Nella seconda Lettera a Timoteo li troviamo ancora una volta: adesso sono tornati a Efeso per rafforzare la fede dei cristiani di quella città (4, 19), quali autentici missionari, capaci di lasciare casa e lavoro per porsi totalmente a servizio del Vangelo.

A Roma si può visitare la chiesa di santa Prisca sull'Aventino, sorta sulla casa di Aquila e Priscilla...

sabato 28 agosto 2021

Coerenza o conversione del cuore?


“Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me”. È quindi ipocrita.

Ipocrita: “Così appellarono i greci un Attore, il quale colla voce e col gesto imitava e rappresentava un qualche estraneo personaggio…”. È quanto leggiamo nel leggendario Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani.

Quando pensiamo all’ipocrita difficilmente viene alla mente l’attore, colui che, letteralmente "interpreta un personaggio sotto la maschera": ypo-krites! Eppure questa immagine è efficace. Si gioca una parte che non è la nostra. Gesù denuncia la schizofrenia di chi di chi si comporta in maniera diversa da quello che è. Cosa che ci capita spesso. Chissà cosa c’è davvero nel cuore, dietro la maschera. E Dio guarda il cuore, non l’apparenza.

Verrebbe da pensare che il centro del discorso di Gesù sia la coerenza, ma la cosa non funziona sempre: se fossimo coerente col cuore chissà che disastro il nostro
comportamento! L’elenco dei sentimenti che albergano il cuore umano è deludente:
“impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza”.

Mi sembra che il messaggio di Gesù punti direttamente al cuore, prima ancora che alla coerenza di vita: alla conversione del cuore. A quell’elenco negativo, Paolo può così proporre l’immagine di un cuore rinnovato dallo Spirito Santo:  amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; (Gal 5, 22).

venerdì 27 agosto 2021

Sono il sogno di Dio

 


“Ciò che solo pienamente ci soddisfa è sempre rivederci là dove Dio ad aeterno ci ha sognati”.

A fine settembre dovrò tenere un breve corso sulla spiritualità e la teologia spirituale. Questa mattina, leggendo il brevissimo testo “Passeranno i cieli e la terra” nel libro Meditazioni di Chiara Lubich, di cui quella che ho appena riportato e che tanto mi ha colpito è la seconda di appena tre frasi, ho pensato che inizierò il corso proprio da qui: “Ciò che solo pienamente ci soddisfa è sempre rivederci là dove Dio ad aeterno ci ha sognati”.

La spiritualità nasce infatti da un anelito alla pienezza di vita, al pieno compimento del proprio essere. È questo che accomuna tutte le spiritualità, sia religiose che atee. La spiritualità cristiana ha, in particolare, la caratteristica di rispecchiare la propria persona nel Verbo – che poi è il Gesù fatto uomo, nel quale siamo stati “sognati” da Dio, per poter diventare, in lui, quello che siamo e che siamo chiamati ad essere.

Spesso spiego che ognuno di noi è stato pensato da Dio da sempre, nel momento stesso in cui egli pensa il Figlio suo: “dice” la nostra parola, il nostro verbo, in nostro essere, nell’atto di pronunciare la Parola, il Verbo, il Figlio suo e in lui siamo suoi figli, chiamati all’esistenza con la vocazione ad essere in lui dio come lui è Dio. E spesso avverto una reazione da parte di chi mi ascolta, urtato dal fatto che Dio, agendo così, avrebbe così già fatto tutto, condizionandoci, privandoci della libertà di diventare quello che vogliamo. Questo mi meraviglia, perché a me sembra così bello – oltre che così vero – sapere che Dio mi ha da sempre pensato e amato, come un bambino che, prima ancora di nascere, è già pensato e amato dalla mamma la quale, così facendo, non lo condiziona, o meglio, lo pone in maniera più adeguata nella condizione di diventare veramente se stesso.



Oggi il testo mi è venuto incontro e mi aiuterà a spiegarmi meglio, perché non dice che “Dio ad aeterno ci ha pensati”, ma che “ci ha sognati”.

Leggendo l’edizione critica del libro Meditazioni, che riporta il testo, Maria Caterina Atzori, la curatrice, fa notare che si tratta di una lettera scritta a Igino Giordani, che nello scritto viene chiamato familiarmente “Focherello”, parola omessa, per cui adesso si legge: «Ed io […] m’accorgo sempre più che “passeranno i Cieli e la terra…” ma il disegno di Dio non passa», dove quel […] sta per la parola “Focherello”. Che rapporto amichevole e dolce traspare da questo vezzeggiativo! Eppure, nonostante o proprio grazia a questa intimità, Chiara guarda a Igino Giordani nella sua realtà più vera, in quel disegno che Dio ha su di lui e che non passerà mai, perché lo costituisce in tutta la sua dignità e, se egli è fedele nell’attualo, lo soddisferà, lo appagherà pienamente; è ed la “sola cosa” che può appagarlo, mentre tutto il resto lascia dei vuoti, non porta alla pienezza.

Ciò che più mi ha sorpreso, nell’apparato critico, è vedere come in tutte le edizioni a stampa del testo, a cominciare dalla prima volta che appare nel ciclostilato “48 ore di Unità”, sempre è stato scritto che “Dio ad aeterno ci ha pensati”, mentre l’originale – ora riportato nella nuova versione critica – è “Dio ad aeterno ci ha sognati”. A me sembra una grande bella differenza! D’ora in poi, ogni volta che parlerò del disegno di Dio su di noi non dirò più che è stato “pensato” da lui, ma che è stato “sognato”: sono oggetto di un desiderio piuttosto che di una determinazione inappellabile. Sono il sogno di Dio! Allora la spiritualità sarà esaudire il sogno di Dio…