giovedì 12 agosto 2021

Il programma dell'apostolo


Qualche anno fa pubblicai un articolo su uno dei più bei testi di Chiara Lubich: “È così bella la Mamma”. Lo scrissi perché fui sorpreso nel costatare le diverse redazioni, con molte varianti, di quel testo.

Oggi l’ho riletto (nell'edizione Meditazioni, 2020) con ben altri intendimenti e, in questo scritto, che come tutti i classici ha sempre cose nuove da comunicare, mi hanno colpito tre passaggi che evidenzio semplicemente, senza chiose.

Il primo: "Anche la Mamma ha parlato. Ha detto Gesù. Ha dato Gesù”. È una costante del pensiero della Lubich: il dire è dare.

Il secondo. Nello stesso capoverso si afferma il contrario: “Nessu­no ebbe mai parole come Lei che diede e disse il Verbo”. Qui il pensiero è capovolto: il fare è dire.

Il terzo. Il più alto parlare è tacere: Maria “tacque perché creatura. Perché il nulla non parla. Ma su quel nulla parlò Gesù e disse: Se stesso. Iddio, Creatore e Tutto, parlò sul nulla della creatura”. Il dire e il dare di Maria vengono meno per lasciar posto al dire e al dare di Gesù.

Il silenzio fa da inclusione dell’intero testo, che inizia con: “È così bella la Mamma nel suo perenne raccoglimen­to…”, e termina con il nulla della creatura. Con un balzo di qualità, perché un conto è il silenzio del raccoglimento, un conto quello del nulla pienamente aperto all’azione del Tutto.

È il programma di ogni apostolo.

mercoledì 11 agosto 2021

La grande bellezza


In questa calda estate è bello passeggiare lungo il Tevere. Gli alberi ombrosi danno un tocco di fresco e le auto meno numerose del solito lasciando sentire la brezza tra le foglie.

Lo sguardo, ovunque si volga, si posa su monumenti belli di civiltà, come Castel sant’Angelo in questa foto. Ma si posa anche su bruttezze di inciviltà come queste due bottiglie vuole di birra abbandonate da persone che non hanno consapevolezza del bene comune.

Con senso di compassione per la povertà di chi non sa custodire il patrimonio di tutti continuiamo a guardare la grande bellezza… 

martedì 10 agosto 2021

Chiara d'Assisi e Chiara di Trento


«A noi, quando eravamo giovani… ha fatto sempre una grande impressione una frase che santa Chiara ha detto a san Francesco quando san Francesco l'ha praticamente trascinata nella sua strada e san Francesco le ha detto: "Figliola, che cosa desideri?"… e lei ha detto: "Dio". Desiderava Dio perché sceglieva Dio perché Dio l'aveva scelta. Questo ci ricorda ancora oggi santa Chiara».

Così 27 anni fa, 11 agosto 1987, Chiara Lubich.

Ogni anno eravamo abituati a festeggiare con lei santa Chiara d’Assisi. Lo faceva anche Giovanni Paolo II che in quel giorno telefonava a Chiara di Trento per farle gli auguri d’onomastico.

Chiara Lubich e Chiara d’Assisi, due donne sante che si guardano l’un l’altra: il carisma dell’una si rispecchia in quello dell’altra e si illuminano a vicenda. È una delle tante espressioni dell’amore reciproco. Tra i due carismi – meglio dire tra le due donne che lo esprimono e lo incarnano – si rende presente il Signore, datore dei carismi, e getta luce su entrambi. Più cresce la comunione più si staglia la peculiarità di ciascuno di essi.

Chiara di Trento non c’è più, eppure noi continuiamo a festeggiare il suo onomastico e, con lei, Chiara d’Assisi; continuiamo a contemplare i due carismi – le due donne – che si guardano l’una con l’altra. Nel loro cielo, come nella notte di san Lorenzo appena trascorsa, brillano sempre nuove scintille di luce.

Non è per pigrizia che ricopio qui quanto scrissi l’11 agosto 2014, ma perché leggendolo vi ritrovo gli stessi sentimenti di adesso. Allora trascorsi quel giorno con la comunità di Prato, nel giardino di casa, con mia mamma presente… Rinnovammo la nostra comunione con le due donne, come avevamo fatto tante volte in Svizzera, per lasciarci illuminare dalle scintille di luce che emanano da quell’incontro, per lasciarci coinvolgere nella stessa scelta di Dio…

Anche oggi la stessa luce! 

lunedì 9 agosto 2021

La luce della Trasfigurazione

 

“Leggendo il Vangelo mi sono chiesta come mai non sia stato Giovanni a raccontare la Trasfigurazione dal momento che ne è stato un testimone”. Buttala via una domanda del genere! Non me l’ero mai posta. E mi arriva così…

Già, perché? Bisognerebbe domandarlo a Giovanni. In ogni caso mi pare che nel suo Vangelo la Trasfigurazione ci sia eccome. Anche se nascosta. O meglio, non viene raccontato l’episodio, ma la luce sfolgorante che avvolse ed emanava dal Signore trasfigurato brilla in ogni pagina, senza che possa venire nascosta, sfolgora incontenibile e rende luminoso l'intero Vangelo di Giovanni. A cominciare dalle prime righe, quando si dice che “la luce splende” (1, 5), “veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (1, 9), fino alla rivelazione da parte di Gesù stesso: “Io sono la luce del mondo” (8, 12), fino alla prima lettera che dichiara “Dio è luce” (1, 5; 2, 8).

Sarebbe facile passare al commento e contrapporre, come fa Gesù stesso, la luce alla tenebra, la verità alla menzogna; vedere il nostro cammino illuminato dalla Parola di Dio; pensare alla sapienza… Ma la domanda era un’altra e la risposta vuole essere semplice come la domanda: sì, Giovanni racconta di quella luce che ha visto sfolgorare sul monte e lungo tutto il suo Vangelo si lascia illuminare da essa. Possiamo farlo anche noi, scrivendo ogni giorno il nostro vangelo…

domenica 8 agosto 2021

Testimoni di gioia

 

Nella festa della Trasfigurazione mi è giunto, per una valutazione, un articolo riguardante l’esortazione apostolica Evangelica testificatio di Paolo VI, proprio nel giorno nel quale ricordiamo la sua morte. La lettura dell’articolo è stato un modo per vivere in comunione con quel grande Papa.

Lo scritto di Paolo VI mette in evidenza il valore della testimonianza cristiana, a partire da quella che devono rendere le persone consacrate. Il mondo – si legge nell’esortazione – ha bisogno di vedere «uomini e donne, che hanno creduto alla parola del Signore, alla sua risurrezione ed alla vita eterna, fino al punto di impegnare la loro vita terrena per testimoniare la realtà di questo amore, che si offre a tutti gli uomini». Il sigillo di tale testimonianza dovrebbe essere la gioia: «La gioia di appartenergli per sempre è un incomparabile frutto dello Spirito santo, che voi avete già assaporato». «Nella misura in cui si irradierà dalle vostre comunità, questa gioia sarà per tutti la prova che lo stato di vita, da voi scelto, vi aiuta (…) a realizzare la massima espansione della vostra vita nel Cristo». Sì, la gioia sincera di chi dà testimonianza è la garanzia migliore del messaggio che porta, una vita felice è attrattiva.

L’articolo che ho letto asserisce: «Pensando alla situazione odierna, almeno in Occidente, appare con evidenza che il mondo giovanile non è in genere attratto dalla vita consacrata. Non è, invece, facile dire se i religiosi vivano nella gioia la propria vita, perché questo in gran parte riguarda esperienze molto personali. Certamente, però, possiamo affermare che se sono felici lo sanno dissimulare molto bene».

Mi è venuto alla mente l’articolo di Jesús Castellano, pubblicato volta nel trigesimo della morte da L’Osservatore Romano (luglio 2006):

«Sono rimasto sorpreso per l’insistenza con cui ricorre nei vangeli dell’ultima cena l’invito alla gioia (Gv 15,11; 16,20-21; 22.24; 17,13). È uno dei temi che più ricorrono nei discorsi di addio dell’ultimo incontro conviviale di Gesù con i discepoli (…). A pensarci bene dobbiamo ammettere che la gioia è una parola chiave del lessico cristiano. Dall’Antico Testamento, con la gioia di Dio e dell’uomo nella creazione, all’Apocalisse, con la promessa della gioia senza ombre, un fiume pieno di letizia percorre tutta la Bibbia (…) Oggi si parla della riscoperta della bellezza come espressione di una necessaria integrazione con la verità e la bontà, le due colonne o i due trascendentali classici. Io mi batto per introdurre la quarta colonna, quella della gioia, della felicità, della beatitudine. (…) Alla parola recente della teologia: «Dio è bellezza», occorre aggiungere: «Dio è gioia». (…) Se poi si guarda a questo nostro mondo dove c’è tanta tristezza e tanta gioia superficiale, viene da invitare i cristiani, persone della gioia, del sorriso e del buon umore, a diventare apostoli di un nuovo ministero umanistico, quello del buon umore e dell’ottimismo cristiano. La Chiesa ha bisogno di diventare casa e scuola di comunione nella gioia vera, tanto più umana quanto divina».

sabato 7 agosto 2021

Un gioco tra Padre e Figlio

 


Un ragazzo mi ha detto che non crede all’amore di Dio perché suo padre ha abbandonato la famiglia per farsene un’altra. Ogni volta che sente dire che Dio è Padre si ribella: “Se Dio è Padre non lo voglio!”. Ma Dio è anche Madre, gli ho detto. Puoi pensarlo anche come un amico. In Gesù si è mostrato fratello. Si è paragonato a un pastore che ha cura del suo gregge, pronto a dare la vita per le sue pecore, a un contadino che cura viti e alberi… “E se anche una madre abbandonasse suo figlio – ha detto Dio – io non ti abbandonerà mai”. Quante cose ci ha insegnato Gesù sul Dio del cielo.

Giovanni all’inizio del suo Vangelo ha scritto che Dio ha tanto amato il mondo da dare a noi il suo Figlio. Nel vangelo di oggi scrive, al contrario, che il Padre ama talmente il Figlio che dà noi a lui: “Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato”. Dio manda il Figlio da noi e manda noi dal Figlio, in un gioco d’amore reciproco.

Strano, il Padre non attira a sé, ma orienta verso il Figlio. Gesù ci parla del Padre, ci orienta a lui, e il Padre, di rimando, ci orienta al Figlio. Sembra che Dio voglia formare una famiglia attorno al fratello maggiore. Vuole che andiamo da lui insieme.

Gesù ci lega stretti a sé, si fa pane per nutrirci, ci riunisce a tavola, ci fa scoprire fratelli e sorelle… Solo così può portarci con sé verso il Padre e può farci scoprire e ritrovare il Padre.

Quel ragazzo ritroverà il padre – il Padre – passando attraverso la nostra fraternità, quando avremo Gesù tra noi, quando saremo una cosa sola con lui e tra noi. Ci troveremo insieme nel Padre senza neppure accorgercene.

giovedì 5 agosto 2021

Trasfigurazione = contemplazione


La festa della Trasfigurazione ricorda la dimensione contemplativa dell’Oblato, richiamata anche da questo testo della Regola di sant’Eugenio:

Art. 1. Tutta la vita dei membri della Società deve essere un continuo raccoglimento. Art. 2. Per raggiungere questo obiettivo, avranno a cuore, in primo luogo, l’esercizio della presenza di Dio, con brevi ma ferventi giaculatorie. Art. 3. Ameranno infinitamente anche il ritiro e non usciranno dalla stanza senza motivo. Art. 4. Il silenzio prescritto che in tutti gli istituti offre preziosi vantaggi per portare alla perfezione, sarà da noi sempre privilegiato [...].

Come al solito sant’Eugenio a questo punto si ferma e scrive un “Nota bene”:

N.B. Chi fosse tentato di considerare queste Regole e quelle che seguono come troppo esigenti per la natura, lo scongiuriamo di ricordare: 1. Che il nostro ministero sarebbe definitivamente vano se non tendessimo alla perfezione; 2. Che essendo chiamati alla perfezione, non potremmo mai avvicinarci ad essa senza l’aiuto di questa santa regolarità considerata essenziale da tutti i Padri della vita spirituale e soprattutto dai santi fondatori; 3. Che le missioni e i ritiri che le seguono, ci lanciano necessariamente per tre quarti dell’anno nel mondo, ci impegnano principalmente e quasi esclusivamente nella conversione dei peccatori, e così corriamo il rischio di dimenticare i nostri propri bisogni, se non ci sottoponiamo alle Regole di una rigida disciplina, almeno nei brevi intervalli di questo rischioso ministero [per il grande successo delle missioni, i missionari correvano il rischio di attribuire a sé stessi il frutto della grazia; vedere la Parte I, capitolo III, § 1, punto 5]. Quindi, se ci è cara la salvezza, se non vogliamo rischiare di predicare agli altri ed essere noi stessi riprovati, ben lungi dal provare la benché minima riluttanza a osservare questa regolarità, custode della virtù nell’anima, ci deve dispiacere sinceramente che i doveri imposti dalla carità ci costringano a una lunga e frequente separazione dalle comunità in cui essa regna e ci privino nostro malgrado, per gran parte della vita, del beneficio della sua benefica influenza. (La Règle de saint Eugène de Mazenod, ed. Woestmann, p. 55-57)