mercoledì 7 novembre 2012

Facciamo festa con il Vangelo di Luca



Fra poco più di 20 giorni inizia l’Avvento con il nuovo anno liturgico, anno C.
Perché non comprare i miei “commenti” (che poi tali non sono) dei vangeli domenicali?

Non è un libro di omelie. No, quelle che trovate nel libro non sono omelie. Le omelie si preparano, ma non si scrivono: si creano grazie all’unità con chi ascolta, scoprendo sempre nuovi significati della Scrittura che si commenta.
Queste pagine sono, molto più modestamente, il frutto di una semplice preghiera festiva, di un dialogo familiare con il Signore, nell’ascolto della sua Parola.
Che senso avrebbe la festa se in essa non vi fosse spazio per l’incontro silenzioso e personale con Dio? Non sarebbe più festa! Il giorno del Signore… è il giorno del Signore.

martedì 6 novembre 2012

Cronache Oblate dal Vaticano II / 4 – Conservatori o progressisti?

André Seumois, esperto conciliare

Al Concilio i conservatori si consideravano gli eredi della tradizione. I progressisti invece reclamavano di essere loro i veri “conservatori”, perché i primi si rifacevano a tradizioni recenti, del 1500, del 1700, mentre loro andavano alla tradizione vera, quella che rimonta alla Sacra Scrittura e ai Padri della Chiesa… dall'acqua viva delle origini il Concilio avrebbe ritrovato lo slancio  per proporre e vivere oggi il messaggio cristiano.

Ma torniamo alle cronache di allora dell’Agenzia Romana Oblati di Maria Immacolata (A.R.O.M.I.):

Ottobre 1962, Casa generalizia: Quatto Oblati esperti al Concilio
“L’Osservatore Romano del 28 settembre pubblica la lista di quelli che Sua Santità Giovanni XXIII si è degnato chiamare come “Periti” al Concilio Ecumenico. Abbiamo notato con soddisfazione i nomi dei RR.PP. [Oblati] Marcel Belanger, vice Rettore dell’Università di Ottawa, Armand Reuter, Joseph Rousseau e André Seumois, gli ultime tre della Casa generalizia”.

Così gli Oblati entrarono nel cuore dell’elaborazione delle idee e degli scritti conciliari…

lunedì 5 novembre 2012

La fede, incontro con Gesù

Benedetto XVI, nell’udienza generale del 17 ottobre 2012, ha iniziato un nuovo ciclo di catechesi per vivere l’Anno della fede. Mi è piaciuto la concretezza che subito ha dato al tema. La fede sembra sempre una realtà un po’ astratta, invece è l’incontro “con una Persona viva che trasforma in profondità noi stessi, rivelandoci la nostra vera identità di figli di Dio. L’incontro con Cristo rinnova i nostri rapporti umani, orientandoli, di giorno in giorno, a maggiore solidarietà e fraternità, nella logica dell’amore”.
È una realtà che “coinvolge la vita, tutto noi stessi: sentimento, cuore, intelligenza, volontà, corporeità, emozioni, relazioni umane”. Nello stesso tempo “rivela con chiarezza il nostro destino futuro, la verità della nostra vocazione dentro la storia, il senso della vita, il gusto di essere pellegrini verso la Patria celeste”.
Il compito che si poniamo in questo anno è dunque “scoprire il legame profondo tra le verità che professiamo nel Credo e la nostra esistenza quotidiana, perché queste verità siano veramente e concretamente - come sempre sono state - luce per i passi del nostro vivere, acqua che irrora le arsure del nostro cammino, vita che vince certi deserti della vita contemporanea”.

domenica 4 novembre 2012

San Carlo Borromeo e san Carlo de Mazenod


San Carlo Borromeo e san Carlo Giuseppe Eugenio de Mazenod: tutti e due nobili, conti, titolo che Eugenio rivendicò presso la corte di Napoli e Palermo; tutti e due vi rinunciarono per un titolo ben più nobiliare: servo di Cristo; tutti e due vescovi di due grandi città, Milano e Marsiglia; tutti e due santi.
San Carlo Borromeo era il suo patrono personale, come di tutta la famiglia de Mazenod nella quale il primo nome di ogni maschio era Carlo (ma anche la sorella, Eugenio, si chiamava Carlotta). Celebrava con particolare gioia l’onomastico ed era contento quando, diventato fondatore, gli Oblati gli facevano gli auguri accompagnati da qualche regalo.
Nel suo viaggio a Milano nel 1826 ne visita la tomba (cf. a Tempier, 14 maggio 1826).
Lo venera con affetto e lo prega regolarmente: “Mi rivolgerò anche al mio buon angelo custode, a s. Giuseppe, a s. Carlo, a s. Eugenio, a s. Luigi Gonzaga” (Appunti di ritiro Maggio 1811).
Il confronto tra la propria vita e quella del santo protettore sarà sempre vivo e di sprone. Ne ricorda lo zelo (cf. a Tempier, 15 Agosto 1822). Lo prende ad esempio del distacco interiore dalle cose “imitando s. Carlo mio patrono che praticava la povertà” (Ritiro compiuto nel seminario di Aix nel dicem­bre 1814); della frequenza della confessione richiesta a lui come a ogni sacerdote, “se vuoi perseverare nella virtù e nella limpidezza della co­scienza richiesta per salire ogni giorno all’altare di Dio”: “mi limiterò a richiamare l’esempio dei santi, quali un s. Filippo Neri, un s. Carlo Borromeo e tanti altri che si confessavano tutti i giorni…” (Regolamento redatto durante il ritiro di Aix nel dicembre del 1812).
“Le grandi imprese di un s. Carlo Borromeo – affermava con sincerità – hanno sempre suscitato nel mio cuore più soddisfazione e gioia che non ammirazione” (1 Agosto 1830)
Nel diario della missione tenuta a Marignane racconta di aver parlato alla gente “sulla necessità di una grande espiazione sull’esempio di Gesù e quello di parecchi santi: fra gli altri s. Carlo Borromeo il quale, durante calamità di minore importanza s’è offerto vittima; ma egli voleva allontanare soltanto castighi temporali mentre noi vo­gliamo debellare la malattia orribile che divora e perde le anime: per questo i missionari volevano imitarlo”.
Ammira il suo coraggio nell’applicare le riforme richieste dal Concilio di Trento e le paragona a quanto accade a Marsiglia: “Se per le grate dei confessionali i parroci di Marsiglia fanno tanto chiasso, che avrebbero detto delle riforme di S. Carlo, che direbbero di quelle da dover fare anche a Marsiglia?” (A Tempier, 9 marzo 1826).
San Carlo è punto di riferimento anche per il suo episcopato. Una volta, confrontandosi con certi provvedimenti presi da altri vescovi della Francia, affermò chiaramente: “Si vuol passare per miti e compassionevoli, ed ora che ci si è messi in moto si fa a gara a chi darà più dispense per non restare indietro. S. Carlo non si sarebbe comportato in tal modo, e nemmeno io che non sono s. Carlo ma Carlo e basta” (9 luglio 1832).

San Carlo Borromeo non è soltanto protettore suo e della sua famiglia, ma anche dei suoi missionari, come scrive allo zio Fortunato: “Noi prenderemo per protettori e per modelli s. Carlo e s. Fran­cesco di Sales, la nostra casa sarà un seminario per regolarità, la vostra vita un esempio per i vostri sacerdoti” (17 novembre 1817).
Il nome di san Carlo era apparso fin dal primo progetto di dar vita ad una comunità di missionari: “Vivremo assieme in una casa da me comprata – aveva scritto al futuro primo compagno – sotto una Regola che adotteremo di comune intesa, ispirandoci agli statuti di S. Ignazio, di S. Carlo, di S. Filippo Neri, di S. Vincenzo de' Paoli e del b. Alfonso dei Liguori” (9 ottobre 1815).
Al punto che, quando decide di andare dal Papa per l’approvazione pontificia, cambia il nome di “Missionari di Provenza” (non più adatto perché i missionari sono ormai anche fuori della Provenza), in “Oblati di San Carlo”. Quando però si trova davanti al papa gli chiede: “Vostra Santità approva che la Società prenda il nome di Oblati della SS. e Immacolata Vergine Maria al posto di quello di Oblati di S. Carlo preso precedentemente?”. “Il Papa, continua sant’Eugenio, non rispose né si né no… Il cambiamento m'è parso necessario per non essere confusi con infinite comunità che portano la medesima denominazione” (A Tempier, 22 dicembre 1825). Al momento il cambio del nome non gli sembrò di grande importanza e motivato da contingenze. Solo più tardi si rese conto che, pur con tutto l’amor e la venerazione per san Carlo, il nome faceva bene la differenza!

sabato 3 novembre 2012

Roma nascosta: Santa Prassede

Pasquale I
Santa Maria Maggiore e gremita di persone ad ogni ora del giorno. A pochi passi, nascosta tra le case, Santa Prassede rimane silenziosa, ignorata soprattutto dai romani. Eppure raccoglie gioielli d’arte, a cominciare dagli straordinari mosaici dell’anno 817. Soprattutto racconta una storia bimillenaria, da quando, vi sorgeva la casa del senatore Pudente (lo stesso nominato nella seconda lettera di Paolo a Timoteo?) che con le figlie Prassede e Pudenzia accolsero Pietro e Paolo. Poi al chiesa, testimoniata da un epitaffio del 491, il monastero di monaci orientali, la ricostruzione ad opera del papa Pasquale I, eletto a voce di popolo appunto nell’817, la presenza dei santi Metodio e Cirillo, quest’ultimo morto qui dopo esserci fatto monaco, l’affidamento della chiesa e del monastero ai monaci vallombrosani nel 1198. Mi fermo qui, senza nominare san Carlo Borromeo e la continuazione della storia, perché la mia visita è dovuta proprio ai Vallombrosani, o meglio all’amico abate Lorenzo Russo che finalmente, dopo tanti inviti, sono venuto a trovare.
Con un amico che vive in mezzo a tesori d’arte e d’antichità, la storia non è mummificata nel passato, ma viva, attuale. Anche i mosaici si animano e vedi il Paradiso così come san Giovanni l’ha descritto nell’Apocalisse: la Gerusalemme del cielo con uomini e donne che si accalcano per entrare dalle due porte, apostoli, angeli e santi come persone reali, tutto il mondo in adorazione, il Cristo Signore che abbraccia storia e creazione, e ti senti parte di questo grande disegno d’amore di Dio. I simboli parlano e ti introducono nella realtà più vera del Cielo, dove ti trovi a casa, assieme ai più di 2000 martiri le cui ossa furono raccolte e portate in questa chiesa.
Qualche ora in una chiesa come questa vale la lettura di tutto il catechismo. L’Anno della fede dovrebbe prevedere una sosta a santa Prassede.

venerdì 2 novembre 2012

Apa Pafnunzio davanti alla morte

Nel silenzio della cella, scavata nella roccia, collocata nel vasto silenzio del deserto, apa Pafnunzio andava spesso col pensiero alla morte. Sarebbe accaduto che un giorno, non vedendolo arrivare alla sinassi – la divina Liturgia che si teneva il sabato –, qualcuno avrebbe camminato fino alla sua cella e lo avrebbe trovato disteso sulla terra nuda, le braccia incrociate e il sorriso sulle labbra. Non che si sentisse vecchio o che accusasse indisposizioni particolari. I digiuni, le veglie, l’aria asciutta del deserto lo conservavano in buona salute. Ma prima o poi sarebbe accaduto e avrebbe finalmente incontrato il suo Signore.
Come sarebbe stato quel momento? Cosa gli avrebbe detto? Avrebbe voluto che il cuore fosse libero da ogni pur minimo attaccamento, sgombro come il deserto attorno, infuocato d’amore come lo era il cielo certe sere all’orizzonte. Avrebbe voluto le sue mani colme di amici, di tutti quegli uomini e quelle donne per i quali, pur lontani, aveva pregato, sofferto, sperato... Avrebbe voluto offrirgli il mondo intero.
Uscì sulla soglia della grotta e fissò il sole del tramonto, che ancora brillava, vivo, nell’aria tersa della sera. Lo guardò scendere rapido all’orizzonte. Stette lì, immobile, fin quando dall’alto calò la notte, sempre più nera. Gli parve un segno dello spegnersi della sua vita.
Fu in quel momento che gli fiorì sulle labbra la domanda: “Perché invece che attendere la morte, che forse sarà lontana, non vivere come se l’incontro avvenisse adesso? Adesso ti incontro, adesso ti amo”. (Dai detti dei padri del deserto di Scite, 76)

giovedì 1 novembre 2012

Come il 1° novembre 1818


1° novembre 1818. Siamo ad Aix-en-Provence. Il primo gruppo dei Missionari di Provenza, che presto diventeranno Missionari Oblati di Maria Immacolata, ha appena terminato il ritiro di sette giorni, seguito al primo Capitolo generale, avvenuto il 24 ottobre, che aveva approvato la Regola scritta da sant’Eugenio de Mazenod.
Due giovani missionari, Suzanne e Moreau (ma allora erano tutti giovani!) scrivono il verbale di quella giornata memorabile:

Dalle tre del mattino i membri del Capitolo sono già svegli. Prima delle quattro sono già in cappella, prostrati davanti all’altare, preparandosi al più bello, al più amabile di tutti i sacrifici.
Dopo aver invocato i lumi dello Spirito Santo con il canto del Veni Creator, il superiore rivolse una commovente esortazione all’assemblea. Era dolce, e versammo lacrime di gioia nell’ascolto di quelle parole che sembrava ci fossero rivolte direttamente da Nostro Signore Gesù Cristo attraverso le labbra dell’amato padre.
Una volta terminata l’esortazione, il padre, rivestito degli abiti sacerdotali, si prostra ai piedi dell’altare, prende un cero nella mano destra, e dice a voce alta e intelligibile: “Nel nome di Nostro Signore Gesù Cristo, alla presenza della santissima Trinità, della santa Vergine Maria, di tutti gli angeli e di tutti i santi, di tutti i miei fratelli qui riuniti, io, Carlo Giuseppe Eugenio de Mazenod, faccio professione, prometto a Dio e faccio voto di castità e obbedienza perpetua. Faccio parimenti voto di perseverare fino alla morte nel santo istituto e nella società dei Missionari detti di Provenza. Così Dio mi aiuti. Amen”.
Comincia poi la messa… Al momento della comunione, mentre il superiore teneva nelle mani il Corpo adorabile del nostro divin Salvatore, avanzammo uno dopo l’altro, con in mano un cero acceso, e pronunciammo i nostri santi voti con un sentimento di gioia ineffabile…
Si sarebbe detta una di quelle assemblee dei primi fedeli che si riunivano un tempo nelle catacombe, a lume di candela, nelle tenebre della notte, per cantare le lodi di Dio, lontani dagli idolatri.
Dopo la messa il Superiore generale intonò l’inno Te Deum in azione di grazie. Poi tutti i membri della comunità si recarono all’altare della santa Vergine per mettere sotto la sua protezione i santi impegni che avevano appena contratto. Si misero anche sotto la protezione di tutti i santi recitandone le litanie.
Con quanto slancio ci abbracciammo tutti, una volta tornati in sacrestia! Che effusione del cuore! Quanta tenerezza! Quale commovente affetto! Ora, ci dicevano, siamo fratelli; ora siamo una cosa sola! Ora ci amiamo veramente!

Il Capitolo generale del 1826 decise che questa cerimonia si ripetesse ogni anno.
L’abbiamo ripetuta anche oggi, con la gioia di allora.