domenica 7 settembre 2025

Aix vive in noi

"Ogni volta che visitiamo quella casa, sentiamo qualcosa di nostro, qualcosa che ci parla: Aix è la nostra casa; Aix vive dentro di noi". Così qualche anni fa si esprimeva il superiore generale.

La nostra casa di Aix è un autentico luogo carismatico dove rimane viva la presenza di sant’Eugenio e dei suoi primi Oblati. Ne visitiamo le stanze di fondazione ricordando le nostre origini.

Non è solo un monumento del passato. La presenza dei giovani in questi giorni ci mostra una vita che continua.

Ma è tutta la città che a noi parla di lui, anche se lei, la città, lo ignora completamente. E poi ricordiamo che i nostri nomi sono scritti nel cielo.




sabato 6 settembre 2025

Sulla tomba di Maria Maddalena

 

Intorno all'anno 40, in Palestina, i primi cristiani furono vittime di persecuzioni. Gli amici più intimi di Gesù, esiliati dalla loro terra natale, furono gettati in mare su una fragile barca che giunse in Provenza. C’erano Maria Maddalena, suo fratello Lazzaro (resuscitato da Gesù), sua sorella Marta, la serva egiziana, Maria di Giacomo, Maria Salomè, Massimino e Sidonio... Dopo aver predicato a Marsiglia con il fratello Lazzaro (che fu poi decapitato), Maria Maddalena si ritirò alla Sainte-Baume, nella solitudine di una grotta, per circa trent'anni (baume in provenzale significa grotta). Marta andò a evangelizzare Avignone e Tarascona; Sidonio, l'uomo cieco dalla nascita e guarito da Gesù, annunciò la buona novella lungo la valle del Rodano e successe a Massimino come vescovo di Aix-en-Provence. Massimino seppellì il corpo di Maria Maddalena in un piccolo oratorio, prima di essere sepolto lì a sua volta. Queste tombe sacre, scoperte nel XIII secolo, sono state d'ispirazione per la costruzione della basilica.

Così la leggenda provenzale.

Potevamo iniziate il nostro pellegrinaggio in Provenza senza cominciare dalla tomba di Maria Maddalena? Vero o leggenda, il luogo della sua tomba, nella cripta della grande basilica medievale è da sempre meta di pellegrinaggio… anche il nostro. Le chiediamo il suo appassionato amore per Gesù che la rese sua fedele discepola fino ai piedi della croce e le pose alla ricerca del suo corpo, fino all’incontro con Risorto.



venerdì 5 settembre 2025

Colloquiando con Carlo Acutis

 

Ho letto d’un fiato un bel libretto su Carlo Acutis del nostro vescovo Brendan Leahy. San Carlo (tale sarà proclamato domenica prossima) è morto solo diciotto anni fa, a 14 anni.

Brendan ha immaginato una conversazione, quasi un'intervista con lui, ponendogli domande sulla sua vita, ascoltando le sue opinioni su argomenti attuali, ascoltando i suoi consigli, accogliendo i suoi suggerimenti. Qua e là frasi scritte direttamente da Acutis.

A contatto quotidiano con Gesù eucaristia aveva acquistato il suo stesso sguardo d’amore e vedeva con i suoi stessi occhi. Voleva vivere come Gesù ed essere eucaristia, amore, verso tutti.

giovedì 4 settembre 2025

La "insignificanza" di p. Agostno Iaderosa

Ancora p. Agostino? Sì, se lo merita, perché “Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti”. In proposito ecco che mi giunge un’altra testimonianza:

“Davanti a Dio non valgono le tante speculazioni o i grandi discorsi... vale il cuore buono. E quello arriva sempre alla gente. Oggi ho letto quello che p. Agostino scriveva prima dei voti perpetui. Lui si sentiva davvero insignificante... Era l'incontro con Dio Amore che lo aveva fatto riconoscere come identità. Quanti di noi potrebbero dire di sentirsi insignificanti senza il dono di Dio.

Troppe volte attribuiamo alla nostra intelligenza le cose. Ecco perché Dio deve colorare di ferite questi talenti e ci fa passare grandi purificazioni. Perché altrimenti l'io, l'uomo vecchio, ci rovina. Mentre p. Agostino ha fatto prima. Semplicemente si sentiva insignificante”.

Ecco dunque la lettera di richiesta per i voti perpetui, scritta il 26-6-1977:

Scrivo questa lettera per chiedere di fare i voti perpetui nella Congregazione degli O.M.I. Questa realtà, mi pare che ora è giunta al momento della maturazione. (…) Dal momento della fioritura, la chiamata, fino ad ora c’è stato un lungo periodo di crescita e di maturazione. Non sono mancati e momenti della prova ma ho visto che questo è servito a far crescere il mio amore verso Gesù.

Ho sperimentato il suo amore per me: ero un povero ragazzo, Lui mi prese e mi istruì facendomi capire un po’ alla volta i pensieri del suo cuore e il suo disegno su tutti gli uomini. Perciò, ora voglio che la mia vita sia un continuo grazie a Lui. I voti che faccio a Lui, mi sembra che sia il minimo che io possa fare per stare legato a Lui. Perché la castità, in fondo, è avere delle cose, la sua visione; la paventa, l’esser ricchi solo del suo Amore, l'ubbidienza, l'aver dei superiori che manifestano e aiutano a capire la sua volontà. Lui ha dato la sua vita per me, io con il suo aiuto voglio dare la mia per Lui. Facendo parte di questa Congregazione mi pare che Gesù mi chieda di comportarmi gli altri come Lui si è comportato con me. Da povero e insignificante che ero mi ha svelato Se stesso. Ai fratelli a cui mi manderà sono contento di parlare di Lui (specialmente con la mia vita) ai più poveri e ignoranti di Lui”.

Di lui i superiori dicevano:

"... sa ascoltare ma sa anche domandare con amore limpido per la verità, che disarma. È questa attitudine in lui peculiare che lo fa accetto in tutti gli ambienti e rende, nel contatto apostolico, incisivo l'aggancio con le persone. Il contatto è per lui scorrevole e sereno; dà un tono religioso la sua sola presenza. Incide con la sua testimonianza di vita religiosa in comunità e fuori di essa... Sempre sereno. Sa soffrire e portare i pesi altrui. È amico di tutti.

Uomo di preghiera costruisce nel silenzio. Ama la congregazione e il fondatore. Fa della vita di consacrazione la base delle sue scelte. Desidera le missioni estere ... In missione sarà un uomo prezioso, che lega”.


mercoledì 3 settembre 2025

p. Agostino Iaderosa, vicino alla gente

 

In riposta al mio blog di ieri su p. Agostino Iaderosa, cominciano ad arrivare le prime testimonianze:

- Uomo mite, semplice, vicino alla gente; per questo in Uruguay tutti gli volevano bene.

- L’ho conosciuto anch’io in Uruguay. Era una santa persona, non l'ho mai sentito parlare in negativo, dava sempre il positivo di tutti. Sono sicura che non ha sbagliato la strada. Sarà in cielo.

- Ringrazio Dio di aver conosciuto padre Agostino. Indimenticabili le varie missioni compiute insieme a lui e le preghiere del rosario recitate insieme.

E proprio dall’Uruguay scrivono:

- Gli voglio tanto bene. Per me è stata la persona che mi ha accompagnato quando ero giovane. In parrocchia era bravissimo. Le sue parole erano molto semplici ma colpivano al cuore. Andava dai malati, ma dato che era molto timido non sapeva cosa dire; stava semplicemente con loro: era una presenza importantissima. Era una persona sulla quale si poteva contare. Quando c’era qualcuno che doveva andare all’ospedale lo accompagnava con la sua macchina. Così portava i catechisti a Montevideo per i corsi. Un bravissimo missionario, una persona di fiducia. Molto semplice, ma sempre vicino alle persone.

- Padre Agostino! Timido, umile, che riparava tutto. E la pizza con l'impasto lasciato a riposare! Ogni volta che faccio la pizza mi viene in mente il suo consiglio.

- Caro padre Agostino! Con la sua timidezza, che è svanita col tempo e la fiducia. L'Oblato dei quattordici mestieri: ti riparava sempre quello che era guasto o faceva funzionare ciò che non funzionava. Grande compagno nella missione e nella lotteria parrocchiale a San Rafael. Il cuoco della pizza dall'impasto lasciato a riposare... Tante esperienze... Un grande Oblato. Senza dubbio sarà ben accolto in Paradiso!

martedì 2 settembre 2025

La semplicità e la rettitudine di p. Agostino Iaderosa

Così anche p. Agostino Iaderosa se n’è andato, silenzioso, in punta di piedi, come era nel suo stile.

Non era uno scrittore e credo che difficilmente si troveranno carte sue. Mi piace però leggere come ha raccontato la storia della sua vocazione il 21 aprile 1979:

“Sono nato il 29 gennaio 1951. A 14 anni, dopo una missione al popolo dei Padri Redentoristi fatta al mio paese, Cervino (Caserta), decido di seguire Dio senza riserve. Ci sono difficoltà da parte di mio padre il quale non vuole che io parta da casa. A questo punto, ricordo di avere avuto tanta esigenza di pregare e pregavo in tutti i momenti liberi della giornata.

Terminata la scuola media i miei mi invitano a imparare un mestiere e così mi scrivo al Centro Internazionale per l’Addestramento Professionale per l’Industria e scelgo il mestiere di "installatore di condotti fluidi", un corso che durava due anni.

All’inizio del secondo anno, a 15 anni e mezzo, ho conosciuto l’Oblato Padre Macello Fidelibus a cui ho chiesto di entrare alla Scuola Apostolica di Firenze. Qui ho vissuto cinque anni. Per la Scuola Apostolica erano anni difficili. Alla fine del quinto anno è stata chiusa. Quello che mi ha sostenuto in questi anni è stato il rapporto con Gesù Eucarestia e con Maria, sentite come persone vicine a cui potevo parlare in ogni momento.

Chiusa la Scuola Apostolica di Firenze, sono entrato al Centro Giovanile di Marino, avevo vent’anni. Al Centro Giovanile ho passato un anno di tanta luce e di approfondimento della mia conoscenza di Gesù. Tanta luce e gioia non per la mancanza di difficoltà e sofferenze la cui presenza è normale, ma per l’esplicita volontà di vivere, tra i Padri e tra noi giovani e tutti insieme, il comando di Gesù: “come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri”. Dopo un anno al Centro Giovanile, in cui ho frequentato l’ultimo anno di liceo classico, ho chiesto di entrare nel Noviziato.

Durante l’anno di Noviziato ho conosciuto approfonditamente il Fondatore Eugenio de Mazenod, e alla fine dell’anno ero felice di consacrarmi a Dio in questa Congregazione al servizio di Gesù che chiedeva braccia e cuore per continuare la sua opera di salvezza di tutti gli uomini.

I sei anni di Scolasticato sono stati anni di consolidamento. Questo è stato un periodo di prova [nel senso di manifestazione, esercizio e testimonianza]: prova del mio amore per Lui. Il mio amore per Lui cercavo di mostrarglielo vivendo per Lui lo studio, i momenti di apostolato, di lavoro, di preghiera. Ma la prova più importante è stata quella dell’amore di Dio per me. Questo già lo avevo sperimentato ma in questo periodo è stato in un modo più profondo, in un modo indicibile e indimenticabile. I momenti forti sono stati: i voti perpetui, il Diaconato, i momenti della vita sacramentale e i momenti di comunione tra di noi Scolastici”.

Nel 1979 il superiore generale lo aveva destinato all’Indonesia, ma dopo due anni in attesa del visto che non arrivava, aveva letto nel bollettino della Congregazione la richiesta di volontari per il Pakistan, così il 16 novembre 1981 da Palermo, dove nel frattempo viveva, scrisse al superiore generale: “Da un po’ di tempo a questa parte dentro di me sento la parola di Gesù che dice: Se non vi vogliono da una parte andate in un’altra. Allora dico a lei: come lì in Indonesia dopo più di due anni non è possibile entrare, mi mandi da un’altra parte, dove c’è urgenza… Dopo averle detto tutto ciò le dico anche che sono pronto ad andare e a rimanere come vuole la volontà di Dio”.

Questa sua disponibilità lo portò finalmente in Uruguay e infine di nuovo in Italia…

Grazie, Agostino, della tua semplicità e della tua rettitudine.

lunedì 1 settembre 2025

Semel abbas semper abbas

I giorni passati a Subiaco con la Scuola Abbà mi hanno riportato indietro nel tempo, quando eravamo insieme a Chiara Lubich. Il 18 agosto 1998, in Svizzera, diedi una testimonianza a un folto gruppo di studiosi, quelli che allora si chiamava la “Scuola Abbà allargata”, ossia le persone che offrivano le loro riflessioni a partire dalle differenti discipline che essi rappresentavano. Eccone una parte:

La Scuola Abbà, strutturalmente, non è un luogo accademico, come lo si intende oggi, ma piuttosto un ambito di vita. Essa non somiglia tanto alle nostre università, quanto alle scuole filosofiche dell’antichità, o meglio alla scuola che Gesù ha tenuto con i suoi discepoli. La scuola di Gesù non era fatta soltanto di insegnamenti orali, ma di convivenza con lui. Stando insieme egli coglieva ogni occasione per “fare scuola”: additava la vedova che gettava nel tesoro tutto quanto aveva per vivere, scuoteva il fico senza frutti, prendeva spunto dal comportamento dei discepoli e dalle loro discussioni… Parlava anche il suo modo di pregare, di accostare le persone. Poi, dopo aver parlato alle folle, si prendeva in disparte i discepoli e a loro parlava apertamente.

Così è la Scuola Abbà: una convivenza con Chiara dove tutto parla: le esperienze personali di cui ci rende participi, gli aggiornamenti, l’unità sempre rinnovata, la ricreazione, la preghiera, i rapporti tra di noi. Naturalmente lo studio riveste un ruolo particolare, ma esso è integrato in un tutto vitale: il focolare con Chiara che si colora di sapienza.

Dopo alcuni mesi che eravamo insieme potevo scrivere: “Da quando sono stato chiamato alla Scuola Abbà, mi pare che qualcosa stia cambiando dentro di me. Non so se ancora a livello di pensiero, perché non ho avuto la possibilità di misurarmi. Ma certo a livello di vita. Viene subito da vivere quello che Chiara ci dona. A volte, devo dire la verità, la novità di certe affermazione di Chiara e la vastità degli orizzonti e delle implicanze, mi fanno quasi paura. Capisco Klaus che si metteva in ginocchio e diceva: credo! Mi sento così piccolo davanti all’immensità di Dio... Eppure, grazie a Chiara, nella scuola Abbà mi sento a casa”.

Alla fine di quel primo anno, a giugno, subito dopo aver terminato l’ultima lezione della scuola Abbà, in un attimo ebbi come l’impressione di comprendere il senso, lo scopo della mia vita: la Scuola Abbà.

Il 2 ottobre [1995], quando ricominciammo gli incontri, mi parve che Chiara me ne desse la conferma. Mi disse che nella Scuola Abbà avrei dovuto studiare le spiritualità e che ne avrei avuto per tutti i secoli dei secoli! Era lei che mi dava questa vocazione. A quel punto non potevo più guardare al mio nulla - i miei limiti intellettuali, di preparazione teologica e di vita ideale (...).

Parole impegnative con le quale mi compromettevo! Adesso la Scuola Abbà è a un momento di svolta, soprattutto con l’avanzare dei nuovi membri più giovani. Forse da parte mia, veterano, è tempo di farsi da parte. Eppure la “missione” affidatami non ha termine. “Semel abbas semper abbas”, si diceva una volta dell’abate di un monastero. Parafrasando (e la parola “abbas” facilita), potremmo dire che una volta che uno è entrato nella Scuola Abbà vi rimane per sempre, al di là delle modalità…