domenica 17 giugno 2018

Pensando ad Aix





Troppo bella la città.
Misteriose le sue vie sinuose.
Mistiche le testimonianze della sua fede.

sabato 16 giugno 2018

La forza del seme


«Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa» (Mc 4, 26-34).

I farisei e gli erodiani hanno già deciso di ucciderlo, i suoi familiari lo hanno preso per pazzo, gli scribi lo accusano di essere indemoniato. La missione di Gesù sem­bra fallita. Ecco allora che egli narra del Regno dei cieli che, nonostante le umili origini e le avversità, cresce e si espande in maniera miste­riosa ma certa.
Ricorda alla folla le leggi della natura, il parados­so del seme che porta frutto dopo essere stato seminato e morto nella terra. È la parabola della sua vita. Proprio nel momento in cui è incompreso, tradito, ucciso, egli dona la vita al mondo, spalancandolo verso il Regno dei cieli.

I discepoli se ne sono ricordati quando anche essi hanno preso ad annunciare la buona novella. Anche loro hanno sperimentato opposizioni, persecuzioni, fallimenti. Erano partiti pieni di coraggio e di entusiasmo, animati dal fuoco della Pentecoste. Poi hanno avvertito i propri limiti e la debolez­za, si sono spaventati davanti all’immensità della missione ricevu­ta: un pugno di persone semplici davanti a un impero potente e inespugnabile. Allora hanno capito la parabola.
«Ti basta la mia grazia», si sente dire l’apostolo Paolo, che ha finalmente compreso che proprio nella sua debolezza si trova la sua forza, perché in essa si manifestava pienamente la tua potenza (cf. 2 Cor 12, 9).

La parabola continua anche con noi. Il nostro annuncio e la nostra testimonianza spesso sembrano cadere su un terreno indifferente, quando non ostile. Il suolo è accidentato e inqui­nato da violenze, rapine, insulti, vilipendi, trivialità. A chi in­teressa ormai sentire parlare di Gesù e del suo vangelo? Sono ben altre le attrattive e le cose ritenute importanti: gli affari, la car­riera, il successo, la politica, gli hobby, gli acquisti.
E poi non c’è più tempo per ascoltare, c’è la palestra, la navigazione sul web, lo sport. Cresce o no il Regno di Dio? Il numero dei credenti è in regresso, le chiese si trasformano in negozi, i simboli religiosi sono banditi dai luoghi pubblici. Verrebbe da scoraggiarsi.

Per questo occorre continuare a narrare la parabola e ricordare che la vita nuova portata da Gesù ha in sé una inarrestabile forza intrin­seca. Dobbiamo certo seminare, ma i frutti non dipendono dal­la nostra intraprendenza: «dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce».
La coscienza della nostra debolezza, piccolezza, inadeguatezza non può dunque fermarci. Non dob­biamo neppure preoccuparci se il terreno è buono oppure no, se accoglie o rifiuta il seme della Parola, se la società ci è favore­vole o avversa. Chi conosce il cuore dell’uomo?
Il Regno di Dio è “di Dio”, e noi crediamo che lo porta avanti Dio, per vie misteriose e infallibili.

venerdì 15 giugno 2018

Aix, geografia della salvezza e santità



Giorni fa ho riportato su questo blog l’invito di mons. Felix Machado a considerare come Dio si rivela non soltanto non soltanto nella “storia” della salvezza, ma anche nella “geografia” della salvezza.
Oggi leggo che un certo M. Barres, nel suo La colline inspirée (2005) scrive qualcosa di analogo: “Vi sono luoghi dove soffia lo spirito… Vi sono luoghi trascinano l’anima fuori dalla sua letargia, impregnati di mistero, scelto da tutta l’eternità per essere sede dell’emozione religiosa”.

Ogni volta che vengo a Aix mi piace lavorare nella stanza che fu di sant’Eugenio, lo sento come un luogo di Dio.
Mi pare di riascoltare il suo invito:
“In nome di Dio, siamo santi!”.
“Noi per prima dobbiamo essere decisamente santi”.
“Più sarete santi… più il bene si irradierà”.

“La santità – scriveva padre Jetté – appare negli scritti del Fondatore come la condizione sine qua non della vita degli Oblati. Un Oblato autentico è quello che ha davvero lasciato tutto per seguire Gesù Cristo e che, prima ancora di preoccuparsi dell’evangelizzazione, lavora seriamente per tutta la vita a diventare santo!”
Speriamo che questo luogo di Aix, oltre a essere ispiratore, sia luogo di grazia per vivere.


giovedì 14 giugno 2018

Ricordando Antonietta Stellato




Non si può venire a Aix senza fare un salto a Marsiglia a trovare sant’Eugenio. Così oggi pomeriggio sono stato sulla sua tomba, nella cattedrale.
Ma non si può andare a Marsiglia senza fare un salto a Notre Dame de la Garde. Così sono salito al santuario.
Una giornata di sole e di vento, bellissima, con sotto la città, il mare, le isoli, splendenti.



Ho portato con me una foto dell’ultima visita al santuario, due anni fa, il 26 luglio 2016. Una foto che ritrae un gruppo di COMI con le quali ero in pellegrinaggio al santuario. Al centro Maria Antonietta, che proprio ieri, giorno del suo onomastico, il Signore ha chiamato a sé.

Una donna discreta, sincera, limpidissima. Ricordo gli incontri personali, sempre essenziali, che tradivano una fede profonda. L’ho vista l’ultima volta a santa Maria Capua Vetere una ventina di giorni fa. 
Le sue ultime parole: “Dio ci fa nascere e poi ci chiama a sé", e qualche giorno prima, al parroco, P. Ciro: "Io sono pronta, sono felice”.

L’ho ricordata in un modo molto semplice, sedendomi al suo posto, sulla panca dove lei era seduta due anni fa e pregando per lei la Madonna, come lei ha fatto allora.


mercoledì 13 giugno 2018

E chi li ferma gli Oblati



Da alcuni giorni sono ad Aix, la patria degli Oblati. Ho rivisto l’antica foto che ritrae la nostra chiesa della Missione con il tram Aix-Marsiglia che passa davanti. La chiesa è chiusa al pubblico, sulla porta, come sulla porta di casa degli Oblati, vi sono manifesti pubblicitari. 
Gli Oblati sono stati espulsi dalla Francia nel 1880, grazie alle leggi anticlericali, ma sono rientrati dalla finestra. Sono andati ad abitare poco distanti, nella casa di campagna di sant’Eugenio, l’Enclos, dove si sono portati i “tesori di famiglia”, l’altare dei voti e la statua dell’Immacolata. Da lì prestavano servizio alla vicina chiesa di Notre-Dame de la Seds. La chiesa della Missione restava sigillata, ma gli Oblati e la gente passavano dal chiostro ed entravano in chiesa per la messa.

Con la seconda espulsione del 1903 gli Oblati fecero in tempo a mandare a Roma l’altare dei voti e la statua dell’Immacolata e andarono ad abitare, come semplici cittadini, poco distante, al n. 39 in via Cardinal, mantenendo viva la presenza oblata in città.

Soltanto dopo la guerra, il 14 settembre 1921 gli Oblati tornarono nella loro casa e poterono riaprire la chiesa l’11 luglio 1922, con una grande celebrazione presieduta dall’arcivescovo di Aix.
Non ci ferma nessuno…


martedì 12 giugno 2018

La mia bella coetanea



Domenica sono stato a trovare una mia bellissima coetanea! La Costituzione italiana.
In un tempo nel quale alcuni politici dicono una cosa e due ore dopo il contrario, fa bene andare a rivedere il nostro testo che rimane immutato e dà stabilità alla nostra traballante società italiana.
A Palazzo Giustiniani è stata aperta per una settimana una mostra che ha ricordato il processo di scrittura della Costituzione, con le varie proposte di articoli firmate dai nostri grandi uomini di un tempo. Esposti anche le Costituzioni precedenti dei vari Stati italiani, a cominciare dallo Statuto Albertino. Il tutto con documentazione degli ultimi 200 anni di storia d’Italia. Un tuffo tonificante nel passato alle nostre radici identitarie.
Dà un grande senso di serenità e di sicurezza entrare nella piccola biblioteca e vedere il tavolo dove i nostri De Nicola, Terracini, De Gasperi apposero le loro firma alla Costituzione.


Palazzo Giustiniani. Merita essere visitato per la sua sobria bellezza. Costruito nel 1500 è passato a sede dell’ambasciata russa presso il Papa, a sede della Massoneria, fino all’attuale presidenza del Senato, dove sono ospitati anche gli uffici dei senatori a vita.
Rispetto per le istituzioni! Costudiscono la vita civile di un Paese.


lunedì 11 giugno 2018

Maria nel cenacolo



Trinità dei Monti: ultimo incontro, bellissimo come sempre, che si è concluso sulla terrazza dei due campanili, con una visione di Roma straordinaria. Siamo un piccolo gruppo, una ventina, ma si crea una tale comunione che siamo penetrati da una gioia profonda.
Questa volta ho tenuto io la meditazione, su Maria nel cenacolo.

Se leggiamo gli Atti degli Apostoli, la presenza di Maria nel cenacolo appare piuttosto marginale, viene nominata senza affidarle darle particolare rilievo e senza riconoscerle un particolare ruolo. Al centro appare indubbiamente Pietro, che da subito appare colui al quale il Signore risorto ha affidato il compito di pascere il gregge (cf. Gv 21, 16-17). È il primo nell’elenco dei presenti ed è colui che si alza in piedi in mezzo ai fratelli per proporre la sostituzione di Giuda (At 1, 13. 15).
Se guardiamo l’iconografia che per secoli ha accompagnato la riflessione e la preghiera della Chiesa, al centro del cenacolo non è collocato Pietro, ma Maria con gli apostoli che le fanno corona, affidando a lei il primato nella Chiesa nascente. A lei è riservato “il primo posto”, per usare le parole del Concilio Vaticano II (cf. Lumen gentium 63).

Sembra esservi una dicotomia tra il dato scritturistico, secondo il quale è Pietro a “presiedere” il cenacolo, e quello della tradizione, che dà a Maria il primato. Sono due prospettive complementari, che esprimo la dimensione gerarchica e carismatica della nascente comunità. Si staglia il “profilo mariano” della Chiesa così vigorosamente messo in luce da Giovanni Paolo II, che segue l’insegnamento di Hans Ur von Balthasar. A Pietro, Primo degli Apostoli, è affidato il compito di confermare nella fede in Gesù (cf. Lc 22, 31-33), l’universale servizio pastorale (cf. Mt 16, 13-20; Gv 21, 15-19), il Memoriale eucaristico, per rendere presente nei tempi della Chiesa la Pasqua di Cristo. A Maria il compito di accogliere il dono di Dio e di farlo fruttificare nella fedeltà dell’amore, personificazione della Chiesa senza macchia né ruga, santa ed immacolata (cf. Ef 5, 25-33).


Nel documento sulla donna, Mulieris dignitatem, Giovanni Paolo II ha scritto: «Si può dire che la Chiesa è insieme “mariana” e “apostolico-petrina”» (n. 27). In una lunga nota il Papa esplicita:
Questo profilo mariano è altrettanto – se non lo è di più – fondamentale e caratterizzante per la Chiesa quanto il profilo apostolico e petrino, al quale è profondamente unito (…) la dimensione mariana della Chiesa antecede quella petrina, pur essendole strettamente unita e complementare. Maria, l’Immacolata, precede ogni altro, e, ovviamente, lo stesso Pietro e gli apostoli, non solo perché provenendo dalla massa del genere umano che nasce sotto il peccato, fanno parte della Chiesa "sancta ex peccatoribus", ma anche perché il loro triplice munus non mira ad altro che a formare la Chiesa in quell’ideale di santità che è già preformato e prefigurato in Maria. Come bene ha detto un teologo contemporaneo, “Maria è regina degli apostoli, senza pretendere per sé i poteri apostolici. Essa ha altro e di più”. (H. U. von Balthasar, Neue Klarstellungen, trad. ital., Milano 1980, p. 181) (nota 55).
Il principio mariano fa ricordare che la Chiesa è edificata non soltanto sugli apostoli ma anche sui profeti (cf. Ef 2, 20) e manifesta un aspetto carismatico, spirituale, di santità, di cui il ministero apostolico è a servizio.


Con alcuni dei partecipanti
Il chiostro di Trinità dei Monti
Possiamo allora intuire il compito di Maria tra i discepoli nel cenacolo. Gesù aveva chiamato i suoi “amici” e li considerava tale personalmente, uno per uno, a cominciare da Giuda. Amici del Signore avrebbero dovuto diventare amici tra di loro. Fratelli lo siamo per nascita, amici lo si diventa per scelta e l’amicizia esige un cammino a volte lungo e faticoso. Maria, grazie al modo unico con cui ai piedi della croce aveva condiviso la passione del Figlio, fino ad essere partecipe della sua redenzione come “socia” (cf. Lumen gentium, 61), è diventata un altro Cristo, in pienezza; nessuno può dire meglio di lei: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2, 20).
In una maniera del tutto sua, carismatica, ella è presenza di Gesù nel cenacolo, dove è diventata Madre della Chiesa. Nel cenacolo la sua famiglia è riunita attorno a lei, come attorno alla madre. La sua presenza, forse silenziosa, aiuta i discepoli a riconoscersi fratelli, a vivere l’amore reciproco comandato da Gesù pochi giorni prima, a rendere presente l’unità che egli aveva chiesto al Padre, a diventare amici in un’autentica fraternità agapica. Il cenacolo è il primo luogo dove la Madre di Gesù esercita la sua maternità ecclesiale. Da allora ella vive nella comunità dei credenti di tutti i tempi, è presente come la madre di Gesù dovunque ci siano discepoli del Signore, in ogni luogo dove donne e uomini si radunano per essere testimoni del Risorto.