martedì 15 febbraio 2011

Come pregare?

Il 25 febbraio 1826 una Congregazione di cardinali si riunì nel palazzo Albertoni per discutere sulle Regole degli Oblati. Quella mattina Eugenio de Mazenod celebrò presto la messa e andò al palazzo chiedendo al portiere di avvisarlo quando la riunione sarebbe terminata. Lui avrebbe aspettato nella chiesa di fronte, santa Maria in Campitelli. Era venuto a Roma mesi prima per chiedere al papa l’approvazione e quella mattinata sarebbe stata decisiva: se i cardinali avessero dato parere positivo, il papa l’avrebbe certamente approvata.
Come capita, si dimenticarono di chiamarlo, così Eugenio se ne stette tranquillo in chiesa tutta la mattinata, «per cui – come scrive lui stesso – ebbi la comodità di ascoltare nove messe. Essendo però entrato in chiesa ben determinato ad aspettare, non mi sono annoiato per niente: mi trovavo così bene dentro questa bella chiesa, occupato come bisognerebbe poterlo essere sempre. Tuttavia quando mi accorsi dell'impossibilità che i cardinali avessero protratto così a lungo la riunione, venni fuori: era l'una. Infatti erano andati via da più di un'ora».

Perché ogni anno gli Oblati, in questo giorno, vengono a celebrare la messa in questa bella chiesa? Anche oggi eravamo tutti lì, con grande aria di festa… Non tanto per ringraziare Dio della loro approvazione, cosa che faremo il 17 febbraio, giorno in cui l’approvazione fu data dal Papa.
Veniamo qui perché Eugenio vi ha pregato tutta la mattinata con “comodità”. Ci fa bene ricordare l’importanza della preghiera, e della preghiera come la faceva lui, un parlare con fiducia filiale, come se Gesù fosse proprio lì accanto, come in effetti lo è. Lui stesso ci ha raccontato come pregava in quei giorni: «Devo anche confessare che se non avevo mai pregato tanto, mai nemmeno avevo pregato con tanta letizia interiore, frutto di una fiducia assoluta ma filiale fino a parlare con Nostro Signore, come oso pensare che l'avrei fatto se avessi avuto la fortuna di vivere quando passò su questa terra... Specialmente al momento della comunione, quando il nostro divin Salvatore è lì per darci la prova più grande di amore, ero portato ad abbandonarmi ai sentimenti che la sua divina presenza e l'immensa sua misericordia in questi istanti preziosi ispirava alla mia povera anima, sentimenti mai provati più intensamente mentre non vedevo respinto un peccatore come me».

lunedì 14 febbraio 2011

Il dialogo riconosce il valore dell'altro

15 febbraio

I buddhisti ricordano la morte di Buddha.
I cristiani d’Oriente festeggiano la presentazione di Gesù al tempio.
I musulmani celebrano la nascita del Profeta.
Perché non ci riconosciamo veramente fratelli?

Ho preparato la conferenza che terrò a Treviso il 27 febbraio sul contributo di Marcello Zago al dialogo interreligioso, in particolare alla giornata di preghiera per la pace ad Assisi, nel 1986, con Giovanni Paolo II.

«Il dialogo riconosce il valore dell’uomo. Ogni persona umana è ciò che c’è di più grande nell’universo, è degna di ascolto e di rispetto. È un mistero che si svela solamente con il dialogo. Essa si realizza e si perfeziona nel dialogo e nella comunione interpersonale […]. Se abbiamo un vero amore per l’altro, se vogliamo conoscere il nostro fratello buddhista, senza etichette aprioristiche, e crescere insieme dobbiamo accettare e coltivare il dialogo. […]
Il dialogo aiuta a crescere non solo le persone ma anche i popoli. L’umanità ha progredito nella storia, anche se con spinte incerte e difficili, grazie agli incontri tra uomini, tra civiltà e culture. Le religioni stesse si sono arricchite al contatto con altre tradizioni e culture».

domenica 13 febbraio 2011

Unico

Sul muro del castello oggi m’hai scritto:
“Per il mondo
sei una persona qualunque,
per me
sei il mondo.
Ti amo”.

Sono unico per Te, sei Unico per me.
L’Amore dammi che sappia amarti,
il Cuore tuo per ricambiarti.

sabato 12 febbraio 2011

“Favorite”. L’ospitalità calabrese

Ero in treno con un altro confratello - (…) anno 1976 - e nello stesso scompartimento viaggiava una famiglia. Noi eravamo carichi di valigie e non avevamo portato quasi nulla per mangiare durante il viaggio. La famiglia accanto, invece, era stata più saggia di noi e al momento opportuno tira fuori il tovagliolo, le olive, il pane e altro. Subito lo scompartimento si riempie del profumo del pane. La mamma preparò il pane e fece un gesto bellissimo, indimenticabile: lo offrì prima a noi due, poi a suo figlio. Questo gesto, espressione del cuore della gente calabrese, fu accompagnato da un “Favorite”.
Questo episodio, con il quale GianCarlo Maria Bregantini nel libro Il nostro Sud in un Paese reciprocamente solidale, ricorda il suo primo viaggio in Calabria, mi ha subito richiamato il mio primo viaggio in Calabria, un anno prima, nell’ottobre del 1975. Piombammo in una casetta modesta, in riva al mare, in una quindicina di persone affamate. L’anziana coppia ci accolse con una cortesia infinita, mettendo fondo a tutte le riserve di pane, affettati, sottoli… Ci donò tutto quanto possedeva, in una condivisione festosa. Nella famiglia e nel vicinato (soltanto quest’anno ho saputo che quella volta tutto il vicinato si era mosso per aiutare la famiglia nell’ospitalità) quel passaggio rimase un episodio epico, da ricordare con gioia la sera con gli amici. Neppure in me si è mai cancellata in cuore la festa di quel giorno.

venerdì 11 febbraio 2011

Nel sociale, con stile

Oggi, festa della Madonna di Lourdes, penso ai tanti titoli che le sono stati dati dalla devozione: Conosciamo già la Madonna del riposo e quella del lavoro, ma c’è anche la Madonna del parto, del latte, del buon consiglio, della strada, della salute, della tosse, dell’equilibrio, che scioglie i nodi… e chi più ne ha più ne metta. Non c’è situazione o luogo o attività che non abbia la sua Madonna. Lei sa entra in ogni ambito della vita umana. Può permetterselo per due motivi: perché è stata una donna normale ed è passata attraverso le vicissitudini di ogni persona normale; perché ha un fare deciso ma nello stesso tempo discreto e rispettoso, presente senza imporsi.
La Madonna del riposo è soltanto una parabola per illustrare il contrasto tra Maria, la cristiana per eccellenza, e noi cristiani di oggi. La cultura e la società vogliono relegare Chiesa e cattolici nella sfera privata e, pensando che la nascita e la morte siano eventi privati, lasciano a noi l’inizio e la fine della vita. O meglio, disputano con la Chiesa su questo campo: contraccezione, aborto, eutanasia, testamento biologico…, ritenendo appunto che siano ambiti a cui essa tiene perché, lo riconoscono, ci competono particolarmente. Ci teniamo, con ragione, perché crediamo nella vita.
Ma tra l’inizio e la fine della vita… c’è una vita intera! E questa non ci riguarda? Come ci battiamo, giustamente, per i due estremi dell’esistenza umana, siamo chiamati a entrare in campo negli ambiti di tutta la sua esistenza, in quello dell’educazione, del lavoro, della politica, della finanza, della sanità, dello svago. Messa al mondo una vita nuova, questa ha bisogno di una famiglia, che va tutelata, posta nelle condizioni di far crescere questa vita, di seguirla, di assicurarle un futuro. Come cristiani, portatori di valori evangelici e di una visione integrale di vita, non possiamo disertare l’arena sociale. Come Maria, appunto, che ha saputo guadagnare terreno ovunque.
Ma anche come Maria nello stile. Se vi è un tentativo di emarginazione dal sociale è forse perché a volte si percepisce, da parte nostra, un fare arrogante e presuntuoso, lontano da quello di deciso e insieme discreto e rispettoso. Avremmo da imparare da lei presenza e modo di presenza.

giovedì 10 febbraio 2011

Il cielo sulla terra: Riccardo di San Vittore e Chiara Lubich

A volte sembra che parlare mistica sia riferirsi ad una realtà un po’ astratta, sulle nuvole. Niente ha più i piedi per terra della mistica. Due sole immagini, che mi sono care, a conferma della concretezza della mistica.
Le ho ridonate questa mattina a una ottantina di vescovi riuniti per il loro incontro al Centro Mariapoli di Castelgandolfo; tra loro anche il cardinal Martini.

La prima è quella del “metallo fuso”, di cui parla Riccardo di San Vittore, all’inizio del secondo millennio, in una sua breve opera, I quattro gradi della violenta carità, nella quale descrive il cammino del mistico. I primi tre gradi sono quelli classici, a tutti noti.
Nel primo grado l’anima ritorna a sé, riceve le visite assidue del promesso sposo e sale fino a sé. Nel secondo oltrepassa se stessa, sale a Dio ed è condotta nella sua casa. Nel terzo passa in Dio, si unisce a lui e si modella nella luce di Dio.
Quando stavo leggendo il libro per la prima volta mi domandavo quale sarebbe stato il quarto grado dell’amore. Non si può andare più in alto di così, pensavo. Una volta raggiunto Dio ed essere diventati un altro lui, non si più procedere oltre, non c’è niente oltre Dio.
Infatti il quarto grado non sale… ma scende, è la Caritas deficiens, l’amore che si abbassa!
L’esperienza dell’amore di Dio, spiega Riccardo, ha reso l’anima talmente ardente, che adesso essa si comporta come un metallo fuso: «Come il metallo fuso scende giù con corsa inarrestabile dovunque gli si apre una via, così l’anima si umilia alla totale obbedienza e con gioia accetta il sacrificio di sé correndo incontro a Dio nel modo che a Lui piace».
Essa fa proprio l’amore e la compassione di Dio per l’umanità e, dimentica di sé e delle gioie dell’unione mistica con Dio, si dedica tutta al servizio dei fratelli. Se nel terzo grado l’anima, innalzata a Dio, trapassa tutta in lui, nel quarto «lascia l’intimità di Dio e scende al di sotto di se stessa», «esce spinta dalla compassione»: l’anima «diventa madre di vita».
Ripercorre così la strada di Cristo che, pur essendo di natura divina, annientò se stesso venendo incontro all’uomo per dare a lui la propria vita. A Cristo, continua Riccardo, «deve uniformarsi chi vuole attingere il grado superiore della carità, se è vero che non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici».
Arrivare al grado supremo della carità può significare essere maledetto, fino ad essere separato da Cristo per amore dei fratelli. «Chi sale a questo grado di carità – continua Riccardo – attinge una tale virtù d’amore che può dire con assoluta verità: Mi sono fatto tutto a tutti per fare tutti salvi. Persino vorrebbe essere maledetto lui stesso dal Cristo per amore dei fratelli. È pazzia d’amore, che non sa mantenere nella passione la giusta misura».
Il vero mistico è colui che, diventato Dio, agisce come Dio che ama l’umanità, e corre verso l’umanità. Come si può compiere la volontà di Dio e aiutare gli altri ad attuare il suo disegno se non lo si conosce, se non lo si è contemplato?

L’altra immagine è quella del “castello esteriore”, di cui parla Chiara Lubich, alla fine del secondo millennio.
Anche lei ha percorso tutta l’ascesa mistica, fino a entrare in Dio. In quel famoso 16 luglio 1949 essa è fatta talmente uno da Gesù con lui stesso, da ritrovarsi là dove egli è, nel seno del Padre, in Paradiso. Più in alto di così non si può andare. Infatti, giunta in Paradiso, non ha più l’impressione di salire, ma di penetrare. È l’inizio di un lungo periodo nel quale ella “passeggia il Paradiso”, scoprendo sempre nuove sorprendenti realtà dell’infinito mistero della Trinità.
Sappiamo che quella esperienza mistica ha tante connotazioni di novità. La più evidente è la sua dimensione collettiva. Pochi momenti dopo essere entrata in Paradiso, rivolgendosi a Igino Giordani che era lì vicino, Chiara gli domandava: “Sai dove siamo?”.
Il mistico abitualmente racconta di dove lui si trova, perché non c’è niente di più personale del trovarsi in Dio propria dell’esperienza mistica. Lei invece parla al plurale. Non è sola nella sua esperienza, nel suo essere in Paradiso. Infatti, nei giorni successivi all’entrata nel seno del Padre, si vede insieme a tutte le altre anime unite a lei, quasi a formare un’anima sola, che vive la medesima esperienza mistica.
Anche nell’esperienza di Chiara, come per Riccardo di San Vittore, l’amore si fa deficiens, scende.
Difatti, il 20 settembre di quell’anno, dopo tre mesi in Paradiso, Chiara si sente dire: “Lascia il tuo Paradiso. Scendi. L’umanità ha bisogno di te, ti attende”.
E lei “scende”, scende dalle Dolomiti, ma soprattutto dal suo Paradiso, perché scopre un altro Paradiso. Scende dopo aver scritto quella famosa pagina: “Ho un solo sposo sulla terra: Gesù Abbandonato… In Lui è tutto il Paradiso colla Trinità… Andrò pel mondo CercandoLo…”.
Anche in questo lasciare il Paradiso per ritrovarlo nell’umanità, vi è un aspetto di novità. Se l’entrata nel Padre e il “viaggiare il Paradiso” era esperienza di corpo, di popolo, la discesa è nuovamente esperienza di corpo, di popolo.
Ed ecco l’immagine del “castello esteriore”, quasi pendant del “castello interiore” di Teresa di Gesù. Rivoluzione copernicana della mistica. Prima Sua Maestà lo si cercava nel centro dell’anima come in un castello interiore. Ora lo si scopre fuori dell’anima, tra anime che insieme costituiscono un castello esteriore con Sua Maestà che vive in mezzo alla sua comunità e la fa una attorno a sé.
Se questa è l’esperienza del Paradiso di Chiara, questa è anche l’esperienza della sua discesa dal Paradiso. Dio scende nel mondo non in un’anima, ma in un popolo. Gesù torna a vivere tra la sua gente. Non più un santo che cammina sulla terra, ma il Santo in mezzo a noi.

È questa la parabola completa della mistica. La salita al cielo per essere trasformati in Dio e da lì vedere il mondo con gli occhi di Dio e capire i disegni di Dio sull’umanità. Poi scendere per attuare quei disegni, vivere accanto ad ogni uomo e donna per renderli partecipi di quei disegni e poter camminare, insieme, verso la meta comune. È, come ha scritto Chiara in una suo notissima pagina, l’attrattiva del tempo moderno:
Ecco la grande attrattiva
del tempo moderno:
penetrare nella più alta contemplazione
e rimanere mescolati fra tutti,
uomo accanto a uomo.
Vorrei dire di più:
perdersi nella folla,
per informarla del divino,
come s’inzuppa
un frusto di pane nel vino.
Vorrei dire di più:
fatti partecipi dei disegni di Dio
sull’umanità,
segnare sulla folla ricami di luce
e, nel contempo, dividere col prossimo
l’onta, la fame, le percosse, le brevi gioie.
Perché l’attrattiva
del nostro, come di tutti i tempi,
è ciò che di più umano e di più divino
si possa pensare:
Gesù e Maria,
il Verbo di Dio, figlio d’un falegname,
la Sede della Sapienza, madre di casa.

mercoledì 9 febbraio 2011

un appuntamento da non mancare con Renata Borlone

Chiusura del processo diocesano di beatificazione.
Festa!
E presentazione del libro con la sua autobiografia