sabato 14 marzo 2020

Dammi da bere


“Dammi da bere!” (Gv 4, 5-42)

Per noi l’acqua non è un grande problema. Ormai tutti ci muoviamo con la bottiglietta o la borraccia, più per moda che per necessità. Le fontanelle in città gettano acqua in permanenza e basta entrare in un bar per avere un bicchiere d’acqua gratis. A casa poi basta aprire il rubinetto.
Eppure sono circa 2 miliardi e mezzo le persone che nel mondo non hanno accesso all’acqua potabile. Stentiamo a crederlo. Fin quando non vai in certe parti del mondo e ti senti dire: “Ecco una bottiglia di due litri per la giornata” e ci devi bere, lavarti… Oppure quando vedi le file di bambini che le mamme mandano a prendere l’acqua alla fontanella e rimangono in fila per un paio d’ore. O quando, lungo le piste, vedi le donne con in testa la tanica d’acqua che percorrono chilometri dal pozzo a casa.
Non capiamo la sete che spinge la migrazione di villaggi interi. Sono cose troppo lontane dal nostro mondo.
Per questo ci sembra un po’ una montatura Gesù che chiede alla donna Samaritana: “Dammi da bere!”.
La domanda si fa tragica sulla croce: “Ho sete” (Gv 19, 28).
Se al pozzo poteva essere una tattica per avviare la conversazione, sulla croce non c’era nessuna recita, aveva sete davvero. La lingua gli si era incollata al palato, come aveva profetizzato il Salmo 22, 16.
Non era lui che nel tempio, il giorno della festa delle capanne, aveva detto, anzi gridato: «Se qualcuno ha sete, venga a me e beva»? Non dovevano scaturire dal suo grembo fiumi d’acqua viva? (Gv 7, 37-38)
Eppure Dio fa sua la sete dell’umanità, che gli risponde dandogli aceto da bere.
Fa sua anche la fame. Dopo i 40 giorni di digiuno nel deserto ebbe fame.

Lo sappiamo che è venuto per dissetare la nostra sete e che invita la donna a chiedere a lui l’acqua. Come nell’Esodo dalla roccia percossa sgorgò l’acqua che dissetò il popolo in cammino, dal suo costato “percosso” dalla lancia esce sangue e acqua e Gesù diventa fonte di Spirito e Vita.
Gesù si fa anche pane di vita.
Ma per diventare fontana che disseta, Gesù volle prima sperimentare la nostra sete e l’aridità, sia quella fisica sia quella spirituale. Per farsi pane e sfamare sente la fame.
Non si può aiutare l’altro se non si condivide il suo bisogno. Altrimenti è retorica. Bisogna entrare fino in fondo nel dolore, nella necessità, nella prova dell’altro, provare la sua stessa sete per poter davvero dissetare.

Nel mio ufficio da anni mi fa compagnia una ceramica con l’icona di Gesù al pozzo con la samaritana. Me l’ha regalata il direttore delle ACLI, un giorno che ci incontrammo in casa di don Silvano Cola a Grottaferrata. Non ha un gran valore, ma mi ricorda che Gesù ha sete, che anche la Samaritana ha sete, che tanti nel mondo hanno sete, e che ognuno deve vivere per dissetare l’altro.

venerdì 13 marzo 2020

La prima volta senza la messa, non senza Gesù


«Quando ci si unisce con uno o più fratelli nel nome di Gesù, allora Gesù scatta misticamente in mezzo a loro, così come sull’altare scende realmente alle parole del sacerdote consacrante. Allora l’incontro col fratello diviene una sorta di Messa mistica. Io, il fratello, Gesù: in questa triade circola l’amore stesso della Trinità, poiché in chi ama egli discende e dimora col Padre e con lo Spirito Santo».
Così Igino Giordani nel 1964.

Come sono attuali queste parole.
La prossima domenica, per la prima volta, le chiese di tutta Italia saranno chiuse ai fedeli, che non potranno partecipare alla Messa e ricevere l’Eucaristia.
Saranno privi di Gesù?
Di Gesù Eucaristia, sacramento di Gesù, ma non di Gesù.
Sarà l’occasione per riscoprirlo nelle sue molte presenze.

L’Eucaristia è indubbiamente il luogo della presenza di Gesù per eccellenza.
La sua definizione di “presenza reale”, ha tuttavia lasciato un po’ nell’ombra altre modalità di presenza, quasi che quella eucaristica fosse l’unica presenza “reale”, mentre le altre fossero meno “reali”, o addirittura semplicemente simboliche.
Il Concilio Vaticano II ha di nuovo messo in rilievo le molteplici presenze di Cristo, oltre che nell’Eucaristia: negli altri sacramenti, ma anche nella Parola, tra quanti sono uniti nel nome di Cristo, nei suoi ministri, nei più piccoli dei fratelli con cui egli si è identificato (cf. Sacrosanctum Concilium, 7).
La presenza eucaristica, ha scritto Paolo VI, «si dice “reale” non per esclusione, quasi che le altre non siano “reali”, ma per antonomasia». Piuttosto che un luogo di Dio isolato rispetto agli altri, essa ha come fine quello di approfondire le altre presenze di Cristo nella comunità e in ogni suo membro.

È opportuno rileggere il pensiero del papa Paolo VI: «Tutti ben sappiamo che vari sono i modi secondo i quali Cristo è presente alla sua Chiesa. (…) Cristo è presente alla sua Chiesa che prega, essendo egli colui che “prega per noi, prega in noi ed è pregato da noi: prega per noi come nostro Sacerdote; prega in noi come nostro Capo; è pregato da noi come nostro Dio”; è lui stesso che ha promesso: “Dove sono due o tre riuniti in nome mio là sono io in mezzo a loro”. Egli è presente alla sua Chiesa che esercita le opere di misericordia non solo perché quando facciamo un po’ di bene a uno dei suoi più umili fratelli lo facciamo allo stesso Cristo, ma anche perché è Cristo stesso che fa queste opere per mezzo della sua Chiesa, soccorrendo sempre con divina carità gli uomini. È presente alla sua Chiesa pellegrina anelante al porto della vita eterna, giacché egli abita nei nostri cuori mediante la fede, e in essi diffonde la carità con l’azione dello Spirito Santo, da lui donatoci. (…)
Queste varie maniere di presenza riempiono l’animo di stupore e offrono alla contemplazione il mistero della Chiesa (Mysterium fidei, 36-40).

Anche il dolore di non poter partecipare all’Eucaristia – come in ogni altro dolore, a cominciare da quello che tutti affligge in questi giorni – è una “comunione” con Gesù.
Nel mio libro Dove sei? I luoghi di Dio (2016), ho scritto:
«Mi trovo in una situazione che mi preclude l’accesso all’Eucaristia? È una situazione che mi addolora: proprio questo dolore può darmi accesso diretto a Dio. Quando rientro nella mia “stanza” non sento più la voce dell’Amato, mi ritrovo vuoto, nell’aridità, incapace di pregare? È una assenza che provoca un terribile dolore: proprio questo apre l’accesso a Dio. Il rapporto con la persona accanto a me, che mi era sacramento di Dio, si frantuma, così che essa mi diventa ostacolo a raggiungere Dio? È la comunione con Cristo tradito: proprio questo apre l’accesso diretto a Dio.
Sono i dolori che Cristo ha sperimentato sulla croce. Facendoli suoi e rivivendoli entra nel nostro stesso patire. Ci raggiunge là dove siamo. In ogni nostro dolore è lui che soffre in noi, Agnello di Dio che prende su di sé il peccato del mondo. Il mio dolore non è più, è diventato sacramento di Cristo: rimane lui stesso».

giovedì 12 marzo 2020

Via Crucis con il Corona virus


Prima stazione: Gesù condannato a morte

Pilato condanna a morte Gesù, ma nessuno può togliere la vita all’autore della vita.

È il Padre che, amando tanto il mondo, dona il Figlio perché il mondo abbia la vita (Gv 3, 16).
Ed è Gesù che, in obbedienza al Padre, si dona liberamente per amore: «Io do la mia vita… Nessuno me la toglie: io la do da me stesso» (Gv 10, 17-18). 
Non è una scelta indolore. Gesù la compie tra forti grida e lacrime (Eb 5, 7), in una lotta che lo fa sudare sangue (Lc 22, 44).

Quante condanne a morte ha già sentenziato il Corona virus!

Chissà chi mi annuncerà la mia condanna a morte: forse il medico, un familiare, il dolore lancinante di un infarto…
Vorrei che nessuna circostanza mi privasse della vita. Vorrei donarla liberamente, come Gesù. Dio che m’ha dato la vita me la richiede ed io gliela dono.
Vorrei fosse l’ultimo sì all’ultima definitiva chiamata del Padre: un sì pieno, convinto, col quale mi consegno.
Neppure per me sarà indolore: è una porta stretta, ma introduce nella vita, all’incontro a tu per tu con il Signore, per restare per sempre con lui (1 Tess 4, 17).

Seconda stazione: Gesù è caricato della croce

Isacco fu caricato della legna per il sacrificio.
Isacco fu risparmiato, Gesù no, fu inchiodato su quel legno, vittima innocente per i nostri peccati (1 Pt 2, 14).
Non gli caricarono addosso la croce, “si sottopose lui stesso alla croce” (Eb 12, 2). Le andò incontro e l’abbracciò, strumento del suo amore per noi.

Che croce pesante è stata caricata sulla nostra società: tutto si è fermato, tutto meno il contagio.

Discepoli, non possiamo essere da meno del Maestro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16, 24).
Vogliamo seguirti Gesù, dove altro potremmo andare? E se tu ti avvii al luogo del martirio con la tua croce, anche noi accoglieremo la nostra, quella che giunge giorno per giorno, fatta di privazioni, dolori piccoli o grandi, delusioni, fallimenti, incomprensioni. Non la scegliamo noi.
Noi possiamo e vogliamo scegliere di abbracciarla assieme a te, perché l’hai già presa sulle tue spalle prima di noi: la nostra croce è la tua croce.

mercoledì 11 marzo 2020

Ritrovare il gusto della preghiera


Questa “quarantena” in Quaresima si sta rivelando davvero un “ritiro”!
È dunque tempo per pregare, come ci invita il Vicario del Papa per la diocesi di Roma, il cardinale Angelo De Donatis:

«Mettendoci in ascolto della Parola di Dio di ogni giorno, vogliamo leggere questi tempi con i Suoi occhi, aiutando le nostre comunità a tornare a Lui, a riscoprire ciò che è essenziale, a ritrovare il gusto della preghiera.

Sono questi i giorni in cui infondere speranza, in cui trasmettere fiducia, in cui metterci in ginocchio per intercedere per il mondo. La forza della preghiera la sperimentiamo in particolare quando siamo consapevoli delle nostre debolezze, delle nostre fragilità, del senso di smarrimento che avvertiamo davanti all’imprevisto e all’ignoto.

“Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto” (Mt 7,7).

Chiedere è l’atteggiamento del mendicante che ha bisogno di ricevere dagli altri ciò che non può ottenere con le proprie forze. A Dio chiediamo ciò che non possiamo procurarci da soli: il soffio della vita, il perdono, la pace interiore, la salvezza.

Cercare indica un movimento, un darsi da fare per avere prima di tutto “il Regno di Dio e la sua giustizia” (cfr. Mt 6,33), certi che Dio provvederà per ciò di cui abbiamo bisogno.

Bussare è desiderare di entrare nell’intimità del Padre, cioè nella Sua volontà, attraverso la porta della misericordia che è Cristo stesso».

martedì 10 marzo 2020

Quando sant'Eugenio stava in mezzo ai giovani



Con la Pasqua aveva terminato di predicare in provenzale la Quaresima ai poveri di Aix, nella chiesa della Madeleine. Pochi giorni dopo, il 25 aprile 1813, prima domenica dopo Pasqua, Eugenio de Mazenod pone le fondamenta di una Associazione della Gioventù cristiana. Sono soltanto con sette giovani. Alla fine dell’anno sono 25, circa sessanta nel 1814, 120 nel 1815, 200 nel 1816 e 300 alla fine del 1817.
Vi fanno parte giovani dai 10 ai 16 anni, di tutte le classi sociali. Per evitare il sospetto della polizia napoleonica, l’associazione si presenta come un semplice gruppo ricreativo e cambia spesso i luoghi di incontro.
Le prime volte si riuniscono nel seminario di Aix, poi nella casa della mamma di Eugenio, nel giardino e nella casa delle Signorine Mille sul Corso, nella villa di campagna della nonna…
Nel 1813 de Mazenod redasse per loro un regolamento e il 21 novembre 1814, giorno nel quale nella diocesi di Aix si celebrava la festa dell’Immacolata Concezione, l’Associazione della gioventù fu stabilita ufficialmente con un rescritto ricevuto da papa Pio VII. L’anno successivo, sempre in quello stesso giorno, venne inaugurato il coro dell’antica cappella delle Carmelitane, che divenne il luogo di riunione e di preghiera per i giovani, prima di esserlo per i futuri missionari.
Successivamente missionari, postulanti e novizi si incontrano con i giovani nella stessa casa, specialmente il giovedì e la domenica. Questo spiega perché una ventina di giovani entrano come postulanti o novizi presso i Missionari della Provenza.

Le norme di vita vengono composte gradualmente e, nel 1816, sono completate col nome di Costituzioni. Esse comprendono ben 544 articoli. Lo scopo dell’Associazione era duplice: contribuire a porre rimedio - «con l’esempio, i consigli e le preghiere» - alla situazione critica del cristianesimo del tempo, e «lavorare molto efficacemente alla santificazione» dei suoi membri» (art. 1). Tre gli ambiti di attività: il gioco e la festa («Si correrà, si salterà, si canterà; in una parola ci si divertirà finché si potrà, intimamente convinti che più ci si sarà divertiti, meglio sarà…»), l’impegno nello studio e nel lavoro, la preghiera. Riguardo alla preghiera: «deve essere ritenuta come l’anima e la salvaguardia del cristianesimo e della pietà… Non deve essere passeggera e momentanea… ma continua… con un pensiero di fede diretto frequentemente verso Dio, per attirare la sua grazia nella nostra anima».
Il modello di questo gruppo è la prima comunità cristiana di Gerusalemme: «Essi si ricorderanno che sono chiamati a perpetuare gli esempi che i primi cristiani donavano al mondo… Si tratteranno reciprocamente come fratelli, a imitazione dei primi cristiani, dei quali si dovranno sforzare di riprodurre gli esempi». Concretamente questo implica l’aiutarsi reciprocamente nelle varie situazioni o circostanze nelle quali i giovani potevano trovarsi, come la malattia, la povertà…

Ad un suo amico sant’Eugenio scrive: “Sembra che i giovani non possano vivere senza di me. Tocco con mano il bene immenso che il Signore compie attraverso di me. Quasi tutti i giovani sono cambiati in modo impressionante. Quasi non si riconoscono. Al punto che tutti i genitori della città vorrebbero affidarmi i loro figli”.
Eloquente, al riguardo, la testimonianza di un contemporaneo: “Appena spuntava, tutti gli si precipitavano incontro e chi gli saltava al collo, chi lo prendeva per la cintura, chi gli baciava la mano, chi gli baciava la veste... E lui restava calmo e contento, li accarezzava, mostrava tutto il suo amore per loro, proprio come un padre con i figli. Accoglieva con uguale cordialità e affetto fraterno il figlio di un calzolaio come quello di un deputato”.

Oggi ho avuto modo di riprendere tra mano i preziosi manoscritti di allora, a cominciare dal diario dell’Associazione tenuto con cura da sant’Eugenio, le catechesi che teneva ai giovani, le firme che ognuno che entrava a far parte dell’Associazione apponeva alla dichiarazione di appartenenza… Un mondo di carte antiche, che parlano ancora.

lunedì 9 marzo 2020

Quaresima e quarantena: tempo per pregare



In quarantena durante la Quaresima!

Questo tempo di “ritiro” questo periodo, specialmente per gli studenti e gli anziani forse potrebbe essere impiegato per iniziative a cui siamo poco abituati:


- Approfondire i rapporti con persone vicine e lontane
- Scrivere (non solo messaggini ma vere e proprie lettere; un modo anche questo per approfondire i rapporti)
- Leggere
- Studiare
- Disegnare
- Pregare


Ecco in proposito la preghiera che ho scelto questa sera per la mia comunità. È di sant’Eugenio, scritta durante un suo “ritiro” a Roma nel 1832

Dio, mia unica speranza

Mio Dio!
Tu sei il Padre mio,
fin dall’infanzia mi ha preso per mano.
Tutto ciò che hai fatto per me nella vita
è sempre presente alla mia memoria
e continuo a sentirne molto vivamente gli effetti.
Pensando a ciò
e contando sulla tua infinita bontà,
non posso non gettarmi
con totale abbandono
nel tuo seno paterno,
pienamente deciso a fare ora e sempre
tutto ciò che tu vuoi da me,
anche se mi dovesse costare la vita.

Sono troppo contento di spendere
i pochi giorni che mi restano da vivere sulla terra
a fare la tua santa volontà
nelle avversità o nella prosperità,
accettato o rifiutato dal mondo,
nelle consolazioni o sopraffatto dal dolore.

Non c’è dubbio,
non mi accadrà nulla che non sia da Te voluto.
La mia felicità e la mia gioia
saranno sempre: fare la tua volontà.


domenica 8 marzo 2020

Gli effetti positivi del virus



Questa volta il mio blog non è mio ma dell’amico Michele Zanzucchi che, accanto agli effetti devastanti provocati dal virus, sa cogliere il positivo che sta emergendo da questa catastrofe:

1.             Obbliga a riscoprire gli affetti più prossimi, a rivalutare la famiglia e la casa come luoghi di sicurezza.
2.             Porta ad avere un po’ più di umiltà nel considerarci “superiori” alle forze della natura.
3.             Ci spinge a uno stile di vita più sobrio, meno centrato sul continuo divertimento.
4.             Diminuisce il tempo che dedichiamo allo shopping fine a se stesso, non essenziale.
5.             Ci fa riscoprire i libri, tra le grandi vittime degli smartphone.
6.             Ci spinge a pregare un po’ di più, a riscoprire la preghiera del cuore oltre a quella nelle chiese.
7.             Ci fa considerare il mondo più legato, più piccolo, più unito.
8.             Ci fa smettere di considerarci “più puliti e civili”, cioè “superiori” a tanti altri popoli.
9.             Ci fa smettere di pensare che gli “untori” siano solo all’estero, in particolare nei Paesi più poveri.
10.          Fa diminuire l’inquinamento, persino nella soffocata Cina.
11.          Ci fa riconsiderare il fatto che il guadagno sia il solo scopo della vita.
12.          Meno pacche sulle spalle, meno abbracci buttati lì, diamo più importanza alla gestualità.
13.          Ci fa vivere di più nell’attimo presente, senza poter programmare granché.
14.          Sviluppa la ricerca medica e coinvolge i ricercatori in uno sforzo collettivo encomiabile.
15.          Evidenzia l’abnegazione di tanti, tantissimi operatori sanitari.
16.          Attori, politici, giornalisti e calciatori sono portati a usare espressioni più pacate.
17.          C’è un po’ meno sport spettacolo, il che non è un male, anzi.
18.          Meno pubblicità intossica i nostri giorni.
19.          Sui social si leggono meno sciocchezze e più riflessioni serie.
20.          Diminuisce il gossip, a profitto della testimonianza.
21.          Cresce sui social l’umorismo (che risate che ci facciamo) e soprattutto l’autoironia.
22.          I governi e le istituzioni finalmente lavorano in modo concertato nella lotta alle fake news.
23.          Ci curiamo maggiormente dei nostri anziani, per evitare che siano contagiati.
24.          Ci si rende conto di come il corso normale della vita dipenda da tante relazioni sociali nascoste.
25.          Fa allentare i cordoni della borsa a non poche istituzioni economiche e finanziare mondiali.
26.          Ci fa considerare “più umani”, cioè coi nostri limiti irriducibili.
Ognuno prosegua con la propria, di lista. Nessun dubbio, sia chiaro, il Covid-19 è una sciagura, una iattura. Ma, come ricordava sant’Agostino, se si riceve uno schiaffo non è detto che esso sia volontà di Dio, ma il dolore che si sente lo è per forza. Nel dolore, nella sofferenza si può “crescere” come persone umane, perché siamo costretti a ritornare all’abc del senso della vita.