sabato 7 aprile 2018

Il cenacolo: Gli incontri col Risorto / 4


La risurrezione lo ha liberato dai limiti angusti del tempo e dello spazio, ma ha lasciato i segni del tuo amore. Gesù non nasconde con vergogna le sue piaghe. Le mostra come il segno del suo amore, l’amore più grande, che ha saputo dare la vita per gli amici. Sono il segno della sua amicizia. Infonde gioia nei discepoli perché, nel vedere le piaghe, si sentono amati.
Anche Tommaso non vuole vedere Gesù, vuole vedere il segno dei chiodi, il segno della lancia, il segno del suo immenso amore per lui. Soltanto alla vista delle sue piaghe sgorga la professione: «Mio Signore e mio Dio!». Se Dio è Amore, Gesù ha un solo modo per mostrarsi Dio: amare con un amore da Dio! Le sue piaghe lo rivelano.
In cosa credettero gli apostoli? In cosa credette Tommaso? Nel suo amore; un amore più grande della morte, che la risurrezione ha reso vivo e operante in mezzo a loro.
Anche noi risorgeremo con i segni delle nostre ferite? Le mostreremo con gioia e saranno per gli altri fonte di gioia? Forse sì, se in esse impareremo a contemplare quelle di Cristo, se le trasformeremo in amore: un inno di lode alla sua misericordia, al suo amore.


venerdì 6 aprile 2018

Roma, la mia città



Gregorio XVI. Ho sempre visto il suo monumento funebre in san Pietro, che lo ritrae molto austero. Non posso poi dimenticare che ha fatto vedere i sorci verdi a sant’Eugenio! Che sorpresa vedere un dipinto che lo ritrae giovane e sorridente, mentre va in giro per la città a cercare i poveri. È proprio nella prima sala del palazzo Braschi che ospita il museo Romano.


Prima domenica del mese, quindi musei gratis! Così Pasqua mi ha regalato una visita a questo museo che ho sempre evitato perché mi dava l’impressione che non raccogliesse niente di interessante. Sono capitato al momento giusto, perché da poco riallestito con criteri tematici e non più cronologici.


Dal 1600 al 1900 una Roma in gran parte scomparsa riappare in tutta la sua straordinaria bellezza e creatività. Un tuffo in luoghi, eventi, personaggi che sono comunque cari, così tra la gente comune d’una volta, così come ce la siamo sempre immaginata.

Ormai faccio parte anch’io di questa città e della sua storia, da 50 anni!


giovedì 5 aprile 2018

Il cenacolo: Gli incontri con il Risorto / 3


Resurrezione, Cattedrale di Rieti
Noli me tangere, Cattedrale di Rieti
«Beati i vostri occhi perché vedono», aveva proclamato una volta Gesù rivolgendosi ai discepoli (Mt 13, 16). Sì, veramente beati. Potessimo essere stati lì anche noi, a porte chiuse, e nell’intimità di quella sera vederlo, toccarlo, ascoltarlo. Che gioia sarebbe vederlo ancora!
Ma questo nostro tempo è il tempo della Chiesa ed Egli, asceso al Cielo, è stato sottratto ai nostri occhi. Come a Maria di Magdala, anche a noi ripete: «Non mi trattenere» (Gv 20, 17). Eppure Egli, che è l’Onnipotente, non potrebbe compiere il miracolo e mostrarsi ancora ai nostri occhi? Allora, dopo la risurrezione, si è fatto vedere alle donne per strada, a Maria di Magdala nell’orto, a Cleofa e al suo compagno nella casa di Emmaus, ai discepoli nella stanza superiore, sul lago… Egli che si è mostrato in luoghi tanto diversi e tanto comuni, non potrebbe mostrarsi anche a noi?
Forse è proprio questo l’insegnamento: Egli può apparire ovunque perché è presente ovunque: in casa, al lavoro, per strada, nei posti più impensati.
Cosa vuole insegnare Gesù mostrandosi in così tanti luoghi? Che lui c’è, lui c’è...
Prima della sua risurrezione la sua presenza era limitata: un giorno era a Nazareth, un altro a Cafarnao, un altro sul lago, un altro sul monte, un altro a Gerusalemme… Lo potevano vedere, toccare, ascoltare solo quei pochi che in quel momento si trovavano in quel luogo.
Ora invece no. Lui Risorto non è più condizionato dallo spazio e dal tempo. Egli può essere presente ovunque, può apparire ovunque, anche a porte chiuse. Può apparire mentre si lavora, mentre si mangia, mentre si sta insieme a fare festa, mentre si studia… Può mostrarsi sempre, dappertutto perché ormai egli è presente in mezzo a noi, sempre e ovunque. La sua promessa è vera: “Ecco io sono con voi sempre, ovunque, fino alla fine del mondo” (cf. Mt 28, 20).
Noi abbiamo bisogno di sentircelo vicino. Ogni volta che come i discepoli ci sentiamo soli, o tristi, o scoraggiati, o delusi, avviliti, angosciati, disperati, il Signore appare e ripete: Eccomi, ci sono, sono accanto a te, sono con te. Non mi vedi, non mi senti?
Gesù non ci appare agli occhi del corpo, ma beato chi crede senza vedere. Tommaso non ha creduto fino a quando non ha visto. Ma in lui noi tutti abbiamo fatto l’esperienza di fede.
Il miracolo non è quando Egli appare, come quella sera davanti a Tommaso. Il miracolo è che egli è qui, realmente presente, e non si fa vedere! Siamo beati anche noi che non lo vediamo, come lo erano i suoi discepoli che lo vedevano. Anche noi, come loro, siamo pieni di gioia perché Egli c’è, qui, accanto, in mezzo a noi, il mio Signore e il mio Dio.
Egli “sta”, come allora. Non è di passaggio, una presenza fugace, un ricordo, un incantesimo, un fuoco fatuo. C’è, stabilmente, anche quando non lo vediamo. C’è sempre, vivo, presente. Egli È, Sta. Sono gli occhi nostri che fanno difetto, ma egli c’è: «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!» (Gv 20, 29).



mercoledì 4 aprile 2018

Nella Valle Reatina per un’esperienza integrale




La Pasqua mi ha portato nella valle reatina, lungo i santuari francescani: Fontecolombo, La Foresta, Monte Bustone, passando naturalmente per Rieti, attorno al quale essi ruotano. Questa volta niente Greggio, l’unico luogo che già conoscevo.



Cosa ammirare di più, la bellezza della natura, la semplicità e armonia di chiese e conventi, la ruvidezza delle grotte, il messaggio mistico di san Francesco? È un tutto indivisibile, un’esperienza unica dalle ricche molteplici espressioni, capace di integrare. Altrimenti san Francesco non sarebbe più san Francesco.



Forse è la sua più bella lezione. che sa mettere insieme umano e divino, grazia e ascesi, solitudine e vicinanza alla gente, la corte papale e la più alta povertà, il cielo e la terra.

martedì 3 aprile 2018

Com’è nato il libro Paradiso ’49


«Potessi mandarti un angelo a dirti tutto!»
 Com’è nato il libro Paradiso ’49

«Dopo aver rivelato in un tramonto meraviglioso... lo Sposo, fui ritoccata dallo Spirito Santo, al cui bacio sentii un forte male al cuore... E lo Spirito mi rivelò Maria… Potessi mandarti un angelo a dirti tutto! Ma tu sei me, vero?...».
Era il 19 luglio 1949 quando Chiara Lubich scrisse queste parole. Iniziava così la narrazione di quanto aveva vissuto il giorno precedente, ad appena due giorni da quando era iniziata l’esperienza del sentirsi nel seno del Padre, in Paradiso. Quanto era accaduto all’inizio aveva potuto raccontarlo subito a Igino Giordani, sulla panchina rossa, lungo il torrente Cismon. Ma dopo era partito e lei continuò a comunicare le nuove scoperte alle amiche con le quali viveva. Anche lui aveva il diritto di conoscerle, gli appartenevano, era quanto anch’egli stava vivendo nell’unità che s’era creata con Chiara. Così ella prese penna e calamaio e iniziò a scrivergli, in maniera regolare. A volte la luce era così intensa che annotava su pagine e pagine le intuizioni, e lo scritto rimaneva in forma di appunti, che presto sarebbero serviti per una conversazione, per una lettera, addirittura per un articolo di giornale. Altre volte era semplicemente una poesia, uno sfogo del cuore che non sapeva contenere la gioia.
Non si può tenere gelosamente per sé il dono di Dio. Il comunicare è per Chiara una necessità coerente con la scelta che la guida da più di sei anni, da quando nella comunità sorta a Trento la comunione dei beni materiali e spirituali, sul modello dei primi cristiani di Gerusalemme, è realtà. L’imperativo appare chiaro: «Quando tutto Dio sentiamo in noi… moltiplichiamoci nei fratelli, donandoci tutti: donando di noi tutto: anche Dio in noi».
Non è, Chiara, come certe mistiche che hanno scritto controvoglia, per ordine del confessore, quanto Dio dava loro di comprendere e di vivere. È piuttosto come un Agostino d’Ippona che tutto trasmette nelle Confessioni, o come un Maestro Eckhart che diffonde la mistica tra il popolo con squisito senso pastorale.
Un comunicare, quello di Chiara, che non consiste soltanto nello svelare l’esperienza di Dio, ma nel coinvolgere in essa, rendendone partecipe. Ella stessa annota: «Descrivevo così perfettamente ogni cosa alle focolarine che anche esse “vedevano” nella stessa maniera». Vedevano nel senso che ne erano trasformate: «Questi misteri avvenivano in me, Chiara, ma, non appena comunicati al resto dell’Anima [le molte anime fatte un’anima sola], li avvertivamo comuni…». «Potessi mandarti un angelo a dirti tutto!», aveva scritto in quella prima lettera a Igino Giordani. Non c’era bisogno di un angelo, i due erano una cosa sola e quello che avveniva in una avveniva nell’altro: «Ma tu sei me, vero?». «Eravamo uno anche se distinti», spiegherà più tardi.

Igino Giordani fu il primo a trascrivere alcuni degli scritti di quel periodo, soprattutto quelli indirizzati a lui. Alcuni fogli manoscritti erano conservati con cura dall’una o l’altra compagna. Circolavano poi copie dattiloscritte per formare i primi membri del nascente Movimento alle realtà del Cielo. Si compilarono delle raccolte. Finché Chiara non diede l’ordine di tutto distruggere, sia perché “non ci si attaccasse”, come si diceva allora, a delle carte, sia perché potevano essere male interpretate. Era convinta che non fosse rimasto più niente di scritto, così come era convinta che tutto era rimasto stampato nei cuori. Nel 1961 le fu chiesto di raccontare di quel 1949, che allora pareva già così lontano, e lei lo descrisse come fosse accaduto il giorno prima. Quella conversazione è stata poi pubblicata sulla rivista “Nuova Umanità”.
Ma quelle carte non furono bruciate. Riapparvero provvidenzialmente negli anni Settanta. Nel frattempo Klaus Hemmerle, teologo e vescovo tedesco, intuì che quella esperienza del 1949 non era soltanto una “esperienza spirituale”, ma conteneva una ricca dottrina. Perché non leggere assieme quegli scritti perché informassero nuovamente vita e pensiero? La proposta piacque a Chiara. Raccolse attorno a sé un piccolo gruppo di persone che assieme a lei, al vescovo Klaus e a don Pasquale Foresi, iniziarono ad approfondire quanto era accaduto nel 1949. Stava nascendo la “Scuola Abbà” che, da quasi una trentina d’anni, riunisce studiosi delle più varie discipline e che anche oggi continua a lavorare su quegli scritti per farne emergere la dottrina in essi contenuta.
È proprio con la Scuola Abbà (il nome ricorda la prima parola fiorita sulla bocca di Chiara il 16 luglio 1949, che la introdusse nel seno dell’Abbà, del Padre) che inizia la redazione vera e propria di quello che oggi è l’opera letteraria conosciuta come Paradiso ’49, in programma di pubblicazione nelle Opere di Chiara Lubich. Gli scritti di quel periodo che va dal 1949 al 1951 sono infatti numerosi, ma quali di essi sono davvero testimoni dell’esperienza divina allora vissuta? Durante gli anni nei quali Chiara presiedeva la Scuola Abbà riapparivano nuovi testi e lei, con sicurezza, li vagliava: “Questo esprime quello che allora mi è stato dato di capire, questo no…”. Tutti scritti belli, ma lei aveva il senso del discernimento, li sceglieva e li ordinava secondo criteri cronologici e logici.
È così che lentamente si venne componendo il Paradiso ’49, libro di luce, forse il dono più bello che Chiara Lubich lascia, destinato a diventare un classico della letteratura cristiana.
  
Gustare il Paradiso ’49

«Guarda dunque ogni fratello amando e l'amare è donare. Ma il dono chiama dono e sarai riamato. Così l'amore è amare ed esser amato: è la Trinità [= è a mo’ della Trinità]».

Siamo al cuore del Vangelo: il “comandamento nuovo” di Gesù, l’amore come dono totale di sé. Chiara trasmettendo la sua esperienza di Dio, ha donato ciò che aveva di più prezioso. Ognuno ha qualcosa da donare e ogni dono è la via per giungere alla pienezza di vita, quella della Trinità che è reciprocità, generatrice di comunione e di identità.


lunedì 2 aprile 2018

Pasqua: la candela storta



In riposta agli auguri di Pasqua dagli Stati Uniti mi giunge questo messaggio:

Alla veglia di Pasqua ho ricevuto una candela storta da accendere al cero pasquale.
Mentre la osservavo pensavo che non era bella, perfetta, dritta come quella delle mie amiche.
E invece quando la fiamma si è innalzata sullo stoppino nessuna goccia è caduta sulla mia mano e la luce emanata da questa candela storta era luminosa e brillante al pari delle altre.

Ho pensato a tanti momenti della mia vita non dritti e a tante vite apparentemente storte, come quella del Dio in croce... anche lì qualcosa non era andato per il verso giusto.
Eppure anche in queste storture si può accendere una luce che ci supera, ci sorprende e illumina un pezzetto di cammino.

Ho pensato che la Pasqua è in fondo questa Luce che ha cambiato prospettiva alle storture e a quello che non era andato dritto, offrendo una Vita nuova...


domenica 1 aprile 2018

Il cenacolo: Gli incontri col Risorto / 2



In pochi giorni il Signore Risorto è apparso in molti luoghi: nel giardino a Maria di Magdala, per strada alle donne e ai due discepoli di Emmaus, più tardi sulla riva del lago a sette degli apostoli… Ma il luogo per eccellenza delle “apparizioni” è il cenacolo. In quel luogo incontra i suoi «mentre sono a tavola» (Mc 16, 14) e mangia con loro (cf. Lc 24, 43), quasi a rivivere e perpetuare la sua ultima cena. Egli “sta” in mezzo a loro (cf. Lc 24, 36), si lascia toccare (cf. Lc 24, 39). Più che di “apparizioni” si tratta di incontri. Gesù “va incontro” alle donne (cf. Mt 28, 9), “si avvicina” ai due di Emmaus (cf. Lc 24, 14), “sta in mezzo” ai suoi (cf. Lc 24, 36), “viene e sta” in mezzo (cf. Gv 20, 19.21), “si manifesta” (cf. Gv 21, 1). L’apparizione può dare l’impressioni di un fantasma (cf. Lc 24, 32), mentre Gesù un è un fantasma, è proprio lui: «Toccatemi, guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho» (Lc 24, 39). I verbi del Risorto sono verbi di moto, di azione. Soltanto quando si ricordano una serie di incontri con il Signore troviamo il verbo “apparire”, come nell’aggiunta finale del Vangelo di Marco (cf. 16, 12.14), o in Paolo che ricorda come il Signore apparve a Pietro, a più di 500 fratello, a Giacomo e infine a lui stesso (cf. 1 Cor 15, 5-8).
Ogni volta che il Signore si manifesta e si rende presente timore e gioia invade i discepoli fino a quando, a esprimere il momento più alto dell’incontro, esplode il grido di Tommaso: «Mio Signore, mio Dio» (Gv 20, 28).
Caravaggio ha ritratto l’apostolo mentre introduce il dito nella piaga – una scena da ribrezzo. Non dissimili, anche se meno realisti, tanti gli altri pittori. Io non me la immagino così la scena, troppo inverosimile. A Tommaso è bastato vederlo per crollare in ginocchio e proclamare la più alta professione di fede di tutto il Nuovo Testamento: «Mio Signore e mio Dio». Una fede partecipata, appassionata. Non la fede in qualcosa di oggettivamente presente ma discosto, frontale, lontano; no, una fede viva e personale: sei il “mio” Signore, il “mio” Dio.
Credere nel Risorto è lasciarlo entrare nella “mia” vita, riconoscere un rapporto che unisce intimamente, in una reciproca appartenenza. Egli è “mio” perché io sono suo, mi ha acquistato a caro prezzo, con il suo stesso sangue, testimoniato dal segno dei chiodi e della lancia che non ha voluto cancellare perché sempre, per tutta l’eternità, vi leggessimo il suo amore infinito.
Tommaso lo proclama “il” mio Signore, “il” mio Dio, proprio con l’articolo (così in greco), a sottolineare che è l’unico, il tutto, senza possibilità di parcellizzare l’appartenenza e l’amore.