giovedì 7 maggio 2026

L’incontro con Cristo di Paolo e di Eugenio

Ieri, assieme ai Missionari della Consolata, sono stato alla basilica di  san Paolo fuori le mura. Ci ha accolti l'abate che, dopo averci raccontato la storia della basilica, ci ha tenuto una meravigliosa meditazione su san Paolo.

Mi sono ricordato che una cinquantina d'anni fa scrissi una meditazione su  l'incontro con Gesù di Paolo e di Eugenio de Mazenod. Lo riporto qui, semplificandolo un po'.

Quando Mons. Berteaud uscendo da un colloquio con Mons. de Mazenod disse quella famosa frase: “Ho visto Paolo”, si riferiva certamente alla dilatazione d’anima che caratterizzava il vescovo di Marsiglia. Come l’Apostolo delle Genti anche Eugenio de Mazenod sentiva su di sé la sollecitudine per tutte le Chiese e sentiva l’urgenza che Cristo e Cristo Crocifisso fosse annunciato fino agli estremi confini della terra.

Eugenio de Mazenod però non somiglia Paolo solo nel suo ardore missionario. Il segreto del suo essere “un inconditionnel de l’Église”, va trovato nel suo essere “un passionné de Jésus Christ”, come lo ha definito Paolo VI il giorno della Beatificazione. La passione per la Chiesa nasce dalla passione per Cristo. Anche in questo somiglia Paolo. Tutti e due avevano l’anima dilatata sull’umanità, “un cuore grande quanto il mondo”, perché avevano acquistato l’anima stessa di Cristo.

In questa meditazione vorrei poter entrare un po’ nell’anima di Paolo e nell’anima di Eugenio, vorrei domandare loro la propria esperienza dell’incontro con Cristo, vorrei sorprenderli nel momento in cui Cristo li chiama, per poter capire qualcosa del loro rapporto col Salvatore.

L’incontro con Cristo di Paolo

Nell’inno della lettera ai Romani, Paolo canta la sua profonda comprensione dell’amore di Dio, manifestato in Cristo Gesù: “Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo?... Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezze né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rom 8, 28–39).

Tutto è amore. Per ognuno di noi infatti Dio ha preparato, dall’eternità, un disegno di grazia la cui realizzazione, in Cristo, è un continuo crescendo che va dalla conoscenza alla predestinazione, alla chiamata, alla giustificazione, fino alla gloria. È un essere conformi sempre più a Cristo, nel quale da sempre siamo pensati, per giungere con lui alla destra del Padre.

In questa fede nell’amore particolare di Dio, per Paolo è inconcepibile un abbandono da parte di Dio. Tutto, anche la prova e la sofferenza, è manifestazione dell’amore di Dio, e tutto diventa strada per arrivare a Dio, anche quello che potrebbe sembrare ostacolo. Niente può separarci dall’amore che Dio ha per noi perché tutto è amore, e niente può separarci dal nostro amore per Dio perché in tutto vediamo il suo amore e tutto diventa risposta d’amore.

Questo inno all’Amore di Dio non è frutto di speculazione teologica: è frutto della profonda e personale esperienza di Paolo. Nei suoi lunghi anni di servizio a Cristo niente è riuscito a separarlo da Dio (Cf. 2Cor 11, 23–27).

Come mai, possiamo domandarci, niente gli è stato di ostacolo, anzi gli è diventato strada di salvezza? Come mai in tutto ha scoperto l’amore di Dio? Perché tutto concorre al bene occorre amare Dio, infatti “tutto concorre al bene per coloro che amano Dio”, per coloro cioè che hanno fatto l’esperienza di Dio. E Paolo è proprio uno di questi che hanno fatto l’esperienza di Dio, che “amano Dio”. Tutto gli è stato manifestazione d’amore perché amava.

L’amore di Dio si è manifestato a Paolo in Cristo Gesù un giorno, sulla via di Damasco: “E io gli dissi: Chi sei, o Signore? E il Signore rispose: Io sono Gesù, che tu perseguiti” (At 26, 15). È Dio Amore che si rivela nel Figlio: “...colui che mi scelse dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio” (Gal 1,15–16). Davanti a chi lo contesta, può rivendicare di averlo visto: “Non sono forse un Apostolo? Non ho veduto Gesù, il Signore nostro?” (1Cor 9, 1).

Cosa avvenne in quell’incontro di Damasco? Mentre Paolo perdeva la vista, scrive S. Massimo di Torino, “acquistava occhi nuovi per fissare meglio Cristo”. Appena fissato Cristo, questi diventa il suo Signore e la gloria di Paolo, d’ora in poi, sarà solo quella di essere “servo del nostro Signore Gesù Cristo”. Tutto il resto perde valore: Lui è la Vita. Il resto appare opaco, si eclissa lentamente all’orizzonte, appare periferico davanti alla centralità di Cristo: “Quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore…” (Fil 3, 7-11). Davanti alla conoscenza di Cristo, tutto è diventato un non senso: la sapienza di questo mondo, la propria vita passata con tutta la ricchezza e la gloria della legge e della tradizione veneranda. Davanti a sé ha solo Cristo e Cristo Crocifisso: “Non conosco che Cristo e Cristo Crocifisso” (1Cor 2, 2).

È la conoscenza biblica, cioè quel profondo rapporto di comunione che gli fa dire: “per me vivere è Cristo” (Fil 1, 21), che gli fa concepire la vita come un con–vivere, con–morire, con–risuscitare, con–sedere nei cieli in Cristo. È quell’assimilazione profonda a Cristo che gli permette di ripetere più volte: “siate miei imitatori” (1Cor 11, 1).

Paolo diventa così il “cantore di Cristo”: “Il glorioso Paolo apostolo non poteva fare a meno di aver sempre sulla bocca il nome di Gesù, perché l’aveva ben fisso nel cuore” (S. Teresa d’Avila).

Conosciuto Cristo ha ormai una sola brama, quella che anche gli altri possano conoscere e sperimentare l’amore di Cristo. Questo il fine del proprio apostolato, questo l’oggetto della sua preghiera: “Io piego le ginocchia davanti al Padre… Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio” (Ef 3, 14-19).

L’incontro con Cristo di Eugenio

Anche per Eugenio tutto è stato amore di Dio. Anche lui ha sentito su di sé la mano del Padre: “Tu sei il Padre tenero che non smette di abbracciare il suo figlio amato, neppure quando lui si irrita, nel suo delirio, contro la mano che lo protegge e lui misconosce perché ha perduto la ragione”.

Anche lui si è sentito oggetto dell’amore misericordioso del Padre: “La pazienza con la quale il Padre mi ha atteso mi pareva inconcepibile, soprattutto quando la paragonavo ai colpi che la giustizia ha dato più volte a destra e a sinistra attorno a me. Tanto che la misericordia mi pareva riservata solo per me”.

Anche per Eugenio l’amore di Dio si è manifestato in Cristo Gesù, in Cristo e in Cristo Crocifisso. La via di Damasco passava per la cattedrale di Aix: “Posso dimenticare le lacrime amare che la vista della Croce fece scendere dai miei occhi un venerdì santo?... in mezzo al dolore, l’anima si slanciò verso il suo fine ultimo, Dio, suo unico bene, di cui sentiva vivamente la perdita”.

Paolo, ricordando la propria vocazione, diceva: “...sono stato conquistato da Cristo” (Fil 3, 12). Ed Eugenio gli fa eco: “Dio mi strappò con la più dolce delle violenze” e “con un colpo da maestro”. L’iniziativa è sempre di Dio: “non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (Gv 15, 16). Non sono Paolo, Eugenio che amano per primi, è Dio che li ama per primi, anzi Dio li ama quando uno è persecutore della Chiesa e l’altro in peccato mortale, “quando, scrive Eugenio, meno pensavo a lui”.

“L’amore di Dio – racconta Paolo – è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato. Infatti mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. Ora a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rom 5, 5–8).

Per tutta la vita Paolo griderà che ha perseguitato la Chiesa – come Pietro non si stancherà di raccontare il suo rinnegamento – perché venga maggiormente in risalto la gratuità e l’immensità dell’amore di Dio. Caso mai dovesse gloriarsi di qualcosa si glorierà delle proprie debolezze (cf 2Cor 12, 5).

Anche Eugenio grida il suo peccato: “Chi sono io, peccatore miserabile, per volere amare la purezza e la stessa santità! Ah, lo so, con le mie iniquità passate ho fatto una scelta ben diversa. Mi sono votato al demonio e alle sue opere perverse. Ecco il maestro che ho servito, ecco chi ho amato...Mediterò...sul peccato, sull’orribile esecrabile peccato mortale, nel quale mi sono sprofondato tanto a lungo…”.

Cerca di calcare la mano il più possibile, di trovare le parole più infamanti sul suo conto, così da esaltare ancora di più l’amore di Dio che l’ha reso un uomo nuovo: “Vorrei che il ricordo delle mie ribellioni a Dio scomparisse. No, vorrei invece non dimenticarle mai per tutta la vita perché niente, più del pensiero della mia debolezza e della sua clemenza, può farmi aderire al mio Re”. “Non mi resta che gridare la misericordia del mio Dio. Sì, per tutti i giorni della mia vita e in ogni attimo griderò la misericordia di Dio”.

Ma è diventando sacerdote che agli occhi di Eugenio l’amore di Dio si manifesta in tutta la sua profondità: “Guarda che mostro, mio Dio...hai messo nel tuo santuario…Mio Dio non trovo le parole adatte per esprimere questa infinita, incomparabile bontà che mi fai provare… Chi ha operato questo prodigio lasciandomi in una continua sorpresa e nella confusione? È ancora l’infinita misericordia di Dio... Io, che ho vissuto nel peccato mortale!...Questo ricordo spaventoso mi sarà sempre presente così come quello dei benefici, delle misericordie, della tenerezza, della predilezione di Dio per un mostro di ingratitudine come sono io”. “È dunque in questo modo che il mio buon Dio si vendica di tutte le mie ingratitudini, facendo per me tanto che, Dio qual è, non può fare di più”.

Dio stesso mette nel cuore di Eugenio la risposta al suo amore: “C’è solo amore nel mio cuore...Sono sacerdote! Bisogna esserlo per sapere cosa sia. Il solo pensiero mi spinge a moti di amore e di riconoscenza. E se penso a che peccatore sono, l’amore aumenta”.

È ancora una volta, l’eco dell’esperienza di Paolo: “Rendo grazie a colui che mi ha dato la forza, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia chiamandomi al ministero: io che per l’innanzi ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento... così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù” (1Tim 1, 15).

Eugenio, ugualmente, si proclama il più bisognoso di redenzione: “Se qualcuno avesse bisogno di redenzione più di me, povero peccatore, creatura ingrata e tanto spesso ribelle, gli permetterei di credersi più riconoscente di me verso il Salvatore Gesù che lo ha redento. Ma, visto le grazie che mi sono state fatte e che ho profanato, e ho visto che malgrado tutte queste grazie ho peccato, mi riconosco come l’uomo a cui la redenzione è più necessaria”.

Di conseguenza Eugenio si sente la persona più amata da Dio: “Tu mi hai creato per te e io voglio essere solo per te, lavorare per te, vivere e morire per te…Tu non sei solo il mio creatore e Redentore, così come lo sei per tutti gli altri uomini, ma tu sei il mio benefattore particolare, perché mi hai applicato i tuoi meriti in un modo tutto speciale, tu sei il mio amico generoso che ha dimenticato tutte le mie ingratitudini, tu sei il mio tenero Padre che ha portato questo ribelle sulle sue spalle, riscaldandolo col tuo cuore, lavando le sue piaghe. Dio buono, Signore misericordioso, mille anni spesi al tuo servizio, sacrificati a gloria tua sono la minima ricompensa possibile che la tua gloria possa esigere da me”.

Dopo aver fatto questa esperienza profonda d’amore di Dio, dopo averlo incontrato sulla croce, tutto il resto, come già nell’esperienza di Paolo, perde valore. Tutto piomba nel buio. I suoi sogni di gloria e di prestigio, la carriera da intraprendere nonostante tutto e tutti, cedono il posto ad un altro ideale. Il palazzo di famiglia, confiscato durante la Rivoluzione, che aveva cercato di riacquistare a tutti i costi perché simbolo del proprio prestigio nobiliare, appare ora ai suoi occhi come “quel mucchio di pietre...”. Al centro rimane solo Dio: “Tu mi hai dato l’intelligenza, la volontà, la memoria, un cuore, degli occhi, delle mani, tutti i sensi del mio corpo e tutte le facoltà dell’anima. Tu mi hai dato tutto questo perché lo usi per la tua gloria, unicamente per la tua gloria, per la tua più grande gloria...Mio Dio, ormai è fatta, e lo è per tutta la vita: tu, tu solo ormai sarai l’unico oggetto a cui tenderà ogni mio affetto, ogni mia azione. Piacere a te, agire per la tua gloria sarà la mia occupazione quotidiana, l’occupazione di tutti gli istanti della mia vita. Io voglio vivere solo per te, voglio amare te solo e amare tutto il resto in te e per te”.

Come Paolo anche Eugenio vorrebbe solo poter rendere tutti gli uomini partecipi della propria esperienza: “Che lo Spirito Santo – scrive qualche giorno prima dell’ordinazione sacerdotale – riposi sopra di me in tutta la sua pienezza, riempiendomi completamente dell’amore di Gesù Cristo. Che io mi consumi nel suo amore servendolo e facendo conoscere quanto egli è amabile e quanto gli uomini sono insensati a cercare altrove il riposo del loro cuore, riposo che potranno trovare soltanto in lui”.

Per sé chiede solo una cosa, il massimo che si possa domandare: entrare nella relazione d’amore della Trinità: “Dio mio raddoppia, triplica, centuplica le mie forze, perché voglio amarti non solo quanto posso amarti, perché è niente. Voglio amarti come ti hanno amato i santi, come ti amò e ti ama la tua santissima Madre. Mio Dio questo non mi basta, perché vorrei amarti come tu ami te stesso. Lo so che è impossibile, ma desiderarlo non è impossibile perché io lo desidero con tutta la sincerità dell’anima. Sì, mio Dio, vorrei amarti come tu stesso ti ami”.

Questo è il punto di partenza di Paolo e di Eugenio. Non si può capire Paolo se non si parte dalla sua esperienza di Cristo, iniziata sulla via di Damasco, dalla sua esperienza dell’amore di Dio. Non si può capire Eugenio se non si parte dalla sua esperienza di Cristo Salvatore in cui è racchiuso e svelato tutto l’amore di Dio.

mercoledì 6 maggio 2026

Dopo 50 anni: ci siamo ancora!

 

“Da più di 30 anni sono con i Pigmei del Camerun. Mi trovo in mezzo a lebbrosi, poveri, ammalati, persone sfruttate… Proprio come al tempo di Gesù. Mi sembra di essere Gesù in mezzo alla sua gente, quando sentiva compassione delle folle. E cerco di essere come Gesù, che annuncia l’amore del Padre, che vuol bene a tutti, che è vicino a tutti…”.

Così uno dei quattordici Missionari della Consolata che partecipano a un mese di formazione permanente.

Sono tutti attorno ai 50 anni di vita sacerdotale. Ogni settimana un tema: la Parola di Dio e la Vita Consacrata, le stagioni della vita, la missione oggi… con momenti di studi guidati da esperti, riflessione personale, condivisione in gruppi, ritiro, meditazione, preghiera… Anche la visita ai luoghi di fondazione a Torino e Castelnuovo Don Bosco nell’ambito del Centenario della nascita al cielo del Fondatore, San Giuseppe Allamano.

Ieri ho guidato il ritiro. Con alcuni di loro ho studiato insieme a Torino. Ma sono tutti vecchi! Cinquant’anni di sacerdozio… (già, ma io ho la stessa età!). I vecchi compagni d’allora… li guardo bene, e lentamente vedo riaffiorare il loro volto giovanile… Che bello esserci ancora e ritrovarci dopo più di 50 anni!

martedì 5 maggio 2026

In attesa dell'obbedienza definitiva

 

La “obbedienza” è la destinazione che il superiore generale o provinciale dà ad un Oblato. Nelle mia vita ne ho ricevuto quattro soltanto: la prima da parte del superiore generale che mi destinava alla “Provincia italiana”, la seconda e la terza da parte del provinciale che mi destinava prima allo scolasticato poi alla comunità di Marino. Infine un’altra del superiore generale che mi chiamava alla casa generalizia. Adesso aspetto altre due obbedienza: una dal superiore generale che mi destinerà a una provincia, l’altra del provinciale che mi destinerà a una comunità. Conservo gelosamente tutti i foglietti ufficiali fin qui ricevuti con l’obbedienza.

Ma questi giorni il Vangelo di Giovanni ha ripetuto più volte che Gesù è andato a prepararci un posto, nel seno del Padre!

Aspetto con trepidazione e gioia l’obbedienza definitiva, che mi chiamerà nella nuova definitiva comunità…

lunedì 4 maggio 2026

Se Dio è buono, perché il dolore?

https://www.cittanuova.it/podcast-la-chiesa-e-i-miei-perche-3-se-dio-e-buono/ 

Parliamo di dolore nel mondo, ce n’è troppo, e spesso anche nella nostra vita personale. Ma se Qualcuno mi vuole bene, e vuole il mio bene, perché permette che io viva il dolore, sia sulla mia pelle sia guardando la sofferenza di chi amo, delle persone a cui voglio bene? Dio è buono o da questa prospettiva sembra un tantino sadico?

La prima cosa da mettere in chiaro è che Dio non vuole il male. Dio è il Dio della vita, non della morte. Ci ha creati per la pienezza della vita e della gioia.

Perché allora il male? Potrebbe sembrare la domanda più semplice di questo mondo, e ci sono infinite risposte, perché ogni pensatore, ogni filosofo, ogni teologo, si è posto questa domanda e ha dato la sua risposta. Le risposte non mancano. Il guaio è che nessuna risposta è convincente.

Tanto del dolore che c’è nel mondo è frutto della libertà umana...

È la risposta che più si avvicina alla soluzione del problema. Il male viene da noi. Chi fa le guerre, chi uccide, chi violenta, chi devasta la natura, chi si accaparra i beni generando la miseria? Non è Dio, siamo noi. Eppure spesso il dolore diventa causa di maledizione di Dio. Sembra che egli se ne stia lontano, ci abbia lasciati soli con la nostra disgrazia, con il nostro patire. Soprattutto quando a soffrire sono persone innocenti, i bambini…

Ricordo quella risposta diventata famosa che diede papa Francesco durante un’intervista in cui gli veniva chiesto addirittura il perché del dolore dei bambini. E lui rispose che ci sono domande che non hanno risposta umana, ma solo divina: «Sappiamo il “perché” nel senso del fine che Dio vuole dare alla tua sorte, e il fine è la guarigione – il Signore guarisce sempre – la guarigione e la vita. Dio, davanti a tante situazioni brutte in cui noi possiamo trovarci fin da piccoli, vuole guarirle, risanarle, vuole portare vita dove c’è morte…

Io non so rispondere alla tua domanda. Neanche il libro della Bibbia che parla del male e dell’ingiustizia, il libro di Giobbe, sa rispondere. Una cosa però so: Dio non resta indifferente al nostro dolore. La colpa è nostra, ma lui si fa colpevole con noi, ci viene accanto, patisce con noi, prende su di sé il nostro patire, al punto che è lui stesso a gridare: Perché?

Sulla croce Gesù è il Dio che si fa pienamente solidale con noi, assume le nostre fragilità e la finitezza, le sofferenze e la morte. Dio non è un sadico, come insinuavi, che se ne sta nel suo cielo e guarda con distacco questa povera umanità. È sceso dal cielo sulla terra, si è fatto uomo, e sulla croce ha raggiunge il punto più basso della sua discesa (o il più alto?). È entrato negli angoli più oscuri della nostra vita perché in ogni angoscia e dolore potessimo trovarlo presente, accanto a noi.

Sono in un letto d’ospedale? Perché questa malattia, questa solitudine? Non lo so. So però che Gesù è lì con me e condivide la mia malattia e la mia solitudine. Allora non sono più solo. Quanti dolori, piccoli o grandi, attraversano la nostra giornata: una delusione, un contrasto, la stanchezza, la depressione, il senso di fallimento, la perdita del lavoro, il tradimento, la morte di una persona cara, il peccato… Gesù è sceso in ognuno di questi dolori, l’ha fatto suo, l’ha fatto suo fino in fondo, per liberarci dal male. Ha preso il buio per darci la luce, la paura per darci la gioia, la debolezza per darci la forza.

Per questo Francesco d’Assisi aveva scoperto nel dolore la “perfetta letizia”, perché vi aveva scoperto la presenza di Gesù.

Chiara Lubich lo diceva con la stessa convinzione in una sua preghiera, parlando con Gesù:

«Ti cerco e spesso ti trovo.
Ma dove sempre ti trovo
è nel dolore.
Un dolore, un qualsiasi dolore,
è come il suono della campanella
che chiama la sposa di Dio alla preghiera. (…)
Sei tu che mi vieni a visitare.
Sono io che ti rispondo:
“Eccomi Signore, te voglio, te ho voluto”.
E in quest’incontro
l’anima mia non sente il suo dolore,
ma è come inebriata dal tuo amore:
soffusa di te, impregnata di te:
io in te, tu in me,
affinché siamo uno».

Il mio dolore non è più solo mio, Gesù l’ha fatto suo, ed è strumento d’incontro con lui. Anche la morte. Se Gesù è morto, posso morire anch’io. Se egli ha fatto propria la morte, essa non mi fa più paura: è soltanto l’incontro con lui che viene a prendermi per unirmi a sé per sempre. Gesù è salito al cielo per prepararci un posto e lì ci aspetta.

E come Giobbe anche noi diremo a Dio: ti ho fatto tante domande sul dolore e non ho trovato risposta convincente. Ma è perché ti conoscevo solo per sentito dire, ora però finalmente i miei occhi ti vedono e posso capire il tuo infinito amore per me.

domenica 3 maggio 2026

Un centro comune dove trovarci ogni giorno

Isaline mi ha invitato alla preghiera nel tempio protestante della città. Un tempo era la sinagoga. Adesso, rinnovato, l’edificio è arioso, pieno di luce, essenziale, aiuta alla preghiera. Un’ora di pace, con i canti di Taizé.

Dal tempio protestante alla cappella delle Piccole sorelle di Gesù. Una volta la grande casa – già degli Oblati – era il loro noviziato, adesso vi sono le suore anziani, che tornano “a casa” dalle più diverse parti del mondo dove hanno testimoniato il vangelo in semplicità. Alla comunione le guardo una per una... che volti belli, puri, profondi!

Così terminano i miei giorni a Aix, la più bella città di Francia. Una città elegante, giovane: tanti studenti e tanti bambini.

Lascio che i miei Oblati continuino la loro Esperienza de Mazenod. Qualcuno forse lo rivedrò, ma gli altri? Siamo tanti… Farò come faceva sant’Eugenio, che dava appuntamento a tutti la sera, durante la preghiera silenziosa davanti a Gesù Eucaristia. “Ogni giorno – così scriveva ai suoi missionari alla fine della vita – vi passo in rassegna dinanzi al Signore”. Allora non c’erano né zoom né WhatsApp; era l’Eucaristia il “centro comune dove ci si può ritrovare giornalmente”. 

“Confesso – scrive ancora ai missionari lontani – che talvolta mi capita, trovandomi alla presenza di Gesù Cristo, di provare una specie d’illusione: mi pare che anche voi l’adorate e lo pregate contemporaneamente a me e che per mezzo suo, presente a voi come a me, ci capiamo come se fossimo vicinissimi l’uno all’altro quantunque impossibilitati a vederci”.

sabato 2 maggio 2026

Strettamente uniti nei vincoli di una stessa carità

Ho terminato la settimana di lezioni. Davanti a un gruppo così varie per provenienze, culture e lingue, ho lasciato l’ultima parola a uno dei nostri superiori generali, Théodore Léon Labouré, che nel 1932 scriveva in una lettera circolare a tutta la Congregazione:

«Lo spirito oblato non si traduce soltanto all’esterno, con l’unione delle forze e delle volontà nel campo dell’apostolato; si traduce anche nel bisogno che sentiamo di conoscerci meglio e di restare strettamente uniti nei vincoli di una stessa carità. (…)

Nel passato come nel presente la nostra famiglia si è composta di uomini venuti “ex omni tribu, et lingua, et populo, et natione”; e tuttavia il lavoro di evangelizzazione è stato compiuto con successo, perché fatto “more Oblatorum”. Non ci si preoccupava allora di canalizzare i nostri sforzi secondo la nazionalità: un Oblato andava ovunque lo chiamasse l’obbedienza e si donava totalmente all’opera di Dio e della Chiesa, all’evangelizzazione dei poveri, senza chiedersi se i suoi compagni fossero o no del suo stesso paese. Erano Oblati: questo bastava! E l’unione dei cuori faceva l’unione delle forze. (…)

Ecco la gloriosa tradizione della nostra famiglia religiosa; è qui, in questa dedizione di ognuno all’opera comune, che bisogna andare a cercare il vero bene che ci unirà tutti».

venerdì 1 maggio 2026

Stavo guardando Cristo sulla croce...

Questa mattina, nella sala de Mazenod della casa della missione a Aix, Aurèle de Fouay ha inaugurato la sua mostra personale di ritratti. Tra questi anche quello di sant’Eugenio.

Accanto ad ogni quadro c’è una sua lettura. Quello di sant’Eugenio:

Stavo guardando Cristo sulla croce:
Vedete, mostra a Maria tutti i poveri della terra e dice: «Ecco tuo Figlio».
Cosa significa? Significa: «Madre, ti dono tutti questi poveri, tutti questi bambini!».
Ho pensato tra me e me: anch'io voglio partecipare a questa follia d'amore! Voglio riportare questi figli tra le braccia di Maria. Ma questi poveri sono così numerosi, in tutto il mondo: come posso farlo?
E ho trovato la risposta: dobbiamo essere in tanti, dobbiamo essere un'intera comunità missionaria! 

Saremo servitori dei poveri, diremo loro: Gesù vi ​​ama! Offriremo loro il dono, l’oblazione di noi stessi. E porteremo questa croce come titolo della nostra missione: «Ci ha mandato ad evangelizzare i poveri».
Intorno a noi, l'amore di Dio è rosso e blu:
Il rosso del sangue appassionato di suo Figlio
Il tenero blu di Maria.
Con un solo gesto, come vedi, ti offro Cristo.
E ti tocco il braccio: Perché ho bisogno di te.

Vieni con me!



Venite con me!