lunedì 2 novembre 2026

Un popolo attorno a Maria

Il 23 e 24 ottobre ho celebrato prima nel santuario di Pompei poi in quello di Madonna dell’Arco.

A Pompei ero passato un momento soltanto parecchi anni fa, a Madonna dell’Arco mai. È stata una sorpresa scoprire due luoghi dove la pietà mariana è così viva; semplice, senza orpelli, sincera…

Una cosa che mi ha colpito sono stati gli ex voto. Circa 9.000 alla Madonna dell’Arco, a partire dal 1400, riempiono tutte le pareti della chiesa, degli ambienti attorno, del museo. 

Tra essi pistole e coltelli di persone convertite dalla camorra, ceri enormi portati da naviganti musulmani che si sono affidati alla Madonna… Tanti anche a Pompei.

Come in tutti gli altri santuari del mondo sono quadri semplici, popolari… Alcuni li ho guardati con calma e ho cercato di indovinare la storia che c’è dietro. Come quello di un naufrago che nuova verso riva; un quadro della seconda metà del secolo scorso, perché in lontananza si vedono bagnanti in bichini. 

Sì, dietro ogni quadro c’è una storia che in quella famiglia è stata raccontata tante volte; dietro ogni quadro una famiglia; la vita di un popolo…

Ed è bello vedere il popolo serrarsi attorno a Maria... Anche se quella dell'Arco non è proprio bella... e forse per questo piace!

Era una semplice immagine popolare dipinta sull'arco di un acquedotto romano. Durante una partita di bocce un perdente, arrabbiato, scaglia la sua boccia contro Maria, deturpandone la guancia che comincia a sanguinare... è ancora tumefatta. "Però - mi dicono - guarda che sguardo buono, è proprio una mamma semplice semplice che ti vuol bene e si prende cura di te, non importa se sei buono o cattivo".



domenica 1 novembre 2026

A Battipaglia da mons. Alessandro Staccioli

Battipaglia. Quante volte sono passato da questo nodo ferroviario… Oggi mi fermo per la prima volta. So che c’è un bel castello medievale e la mozzarella di bufala, di più non so. Comunque non sono venuto né per l’arte né per la gastronomia ma per trovare un vecchio amico: vecchio per lunga data di amicizia e per la sua veneranda età. Mons. Alessandro Staccioli. Missionario e vescovo nel Laos fino all’espulsione, vescovo itinerante dei profughi, vescovo di Montalcino… Senese doc dall’inconfondibile parlata, della contrada dell’istrice, arguto, schietto come si conviene a un toscano autentico…

È ammalato, molto prostrato, ma appena mi vede mi riconosce ed esclama, con un fil di voce: “sei sempre giovane”. Dall’alto dei suoi 95 anni è facile vedermi giovane. Fa difficoltà a parlare e spesso si assenta. Rileggo comunque una breve intervista di pochi mesi fa, in occasione dei suoi 70 anni di ordinazione sacerdotale.

A settant'anni dalla tua ordinazione sacerdotale, cosa ricorda di quel giorno?

È stato un giorno di grande gioia. C'erano anche i miei genitori, venuti a
San Giorgio Canavese. Mia madre aveva portato una stoffa per le mie mani che venivano consacrate con l'olio. Conservo ancora quel fazzolettino ricamato che lei ha fatto. Eravamo solo due sacerdoti a essere ordinati. Un giorno grandissimo.

Il legame con Siena?

Ho origini senesi, anche se sono nato a Trieste. I miei genitori erano entrambi senesi, ma mio padre fu mandato a Trieste per motivi legati al periodo fascista. Mio nonno, che faceva il fabbro, nel 1922 aveva prestato per gentilezza un terrazzino di casa a un deputato socialista perché potesse parlare alla gente. Questo gesto fu visto male dall'amministrazione fascista: a mio nonno fecero chiudere la bottega e mio padre fu trasferito a Trieste.

A Siena sono arrivato quando ero molto piccolo. Mi sentivo del posto, mi sentivo a casa. Sono stato molto bene con la gente, in modo particolare con quella di Montalcino, quando sono diventato vescovo. Il vescovo, quando riceve un incarico pastorale, deve vivere a contatto con il popolo e interessarsi di ciò che riguarda il popolo, soprattutto sul piano spirituale, aiutando le persone a dare un senso alla propria esistenza.

Come è nata la tua vocazione?

La mia vocazione è nata quando ero ragazzo. I miei genitori erano persone religiose e andavamo sempre a messa la domenica. Mia madre mi ha insegnato a pregare. A un certo punto ho cominciato a pensare anch'io di diventare sacerdote e, a 13 anni, sono entrato nel seminario di Siena. Ci sono rimasto fino alla terza liceo, poi sono andato degli Oblati a San Giorgio, dove ho iniziato gli studi di teologia. Da studente mi entusiasmavano molto le missioni.

Da quell'entusiasmo nacque poi la scelta missionaria. Partii per il nord del Laos, una zona dove la vita era ancora molto primitiva. Così iniziammo la missione. Dopo la morte del vescovo Mons. Berti che era partito con me per il Laos, morto in un incidente aereo nei pressi del fiume Mekong, fui nominato suo successore. Poi, con la presa del Vietnam del Nord da parte del regime comunista, a metà degli anni Settanta, tutti i missionari furono obbligati a lasciare il Paese. Ripartimmo senza nemmeno un cambio di biancheria. Ci fecero attraversare il Mekong per arrivare in Thailandia e da lì tornammo in Italia. Rientrai in Toscana e fui nominato vescovo ausiliare di Siena, perché il vescovo mi chiese una maпо.

Come hai vissuto quel ritorno in Italia?

Continuavo a ricevere lettere e notizie della gente fuggita dal Laos. Erano scappate circa mezzo milione di persone. Sentivo forte il desiderio di riprendere la missione per aiutare quei rifugiati. La Conferenza episcopale inizialmente mi fece rimanere in Italia, ma io mi sentivo spinto a continuare quell'apostolato. Alla fine Giovanni Paolo II convinse la Conferenza a lasciarmi partire. Così ripresi il cammino in diverse nazioni del mondo per aiutare i rifugiati laotiani. Ho attraversato tutta l'America del Sud. C'erano rifugiati laotiani anche in Venezuela e in Perù e sono stato pure li. In Argentina c'erano circa 300 famiglie, comprai alcune case per accogliere le famiglie rifugiate. Nei viaggi nei diversi Paesi ho ritrovato sempre lo spirito missionario: sostenere la fede e il coraggio di questa gente che si trovava in difficoltà, lontana dalla propria terra e senza conoscere nemmeno la lingua del Paese in cui arrivava.

Ho continuato questa vita missionaria finché la salute me lo ha permesso. Essere sacerdote significa questo: aiutare le persone. Il Signore ha affidato questo compito ai discepoli e quindi anche ai sacerdoti e ai vescovi.

E oggi come vedi la Chiesa e la società?

Mi sembra che oggi manchi spesso alle persone una domanda fondamentale: perché si vive? La religione ci dà speranza e fiducia. Dio ci chiama a partecipare alla sua vita. In Gesù Cristo ci ha manifestato il suo amore e ci ha insegnato a chiamarlo Padre, dando così un senso alla vita delle persone. Oggi invece le cose materiali hanno preso troppo spazio e molti si sono allontanati dal rapporto con il Signore. Lui offre a tutti la possibilità di comprenderlo e di amarlo, ma serve un atto di fede. Nella Chiesa vedo anche tanto interesse e tanta attenzione agli altri. Se la Chiesa si presenta come una Chiesa di amore, di carità e di vicinanza alle persone, allora diventa importante per la gente. E così le persone non si chiudono in sé stesse e non ripiegano nella violenza.

sabato 31 ottobre 2026

Il segreto di Tutti Santi

Sono entrato a far parte della Scuola Abbà, questo straordinario cenacolo di studi, il 6 febbraio 1995. Nel 2004, in uno degli ultimi momenti di incontro con Chiara, ci rivolse l’invito: «Siate un cenacolo di santità!». L’anno prima un analogo appello: «Dobbiamo far in modo che la Scuola Abbà diventi Paradiso».

Oggi, dopo più di 30 anni, abbiamo dato vita a un nuovo programma di studi: un nuovo inizio della Scuola Abbà. Qua è sempre tutto nuovo, come una rinascita.

Ma non è questo l’invito che Gesù rivolge a tutti noi ogni giorno, come a Nicodemo: “rinascere”. Qui il segreto della santità, il segreto per essere un cenacolo di santità, il segreto per essere “Tutti Santi”: rinascere!





venerdì 30 ottobre 2026

Luminosa "venerabile". La mia testimonianza

Il Papa sabato scorso ha riconosciuto le virtù eroiche nella vita di Luminosa e la dichiara Venerabile. Ecco un’altra “santa” che ho conosciuto e che ho avuto la grazia di accompagnare nell’ultimo periodo della vita.

Nel 2023 resi una breve testimonianza che ho pubblicato qui sul blog:

https://fabiociardi.blogspot.com/2023/03/luminosa-un-vangelo-vivo.html

E adesso ecco arrivarmi il video che ho registrato in quella occasione:

https://youtu.be/izKnxhEudnk




giovedì 29 ottobre 2026

Il mio terzo libro

 

Il mio terzo libro? In effetti non è proprio un libro, ma la pubblicazione di un estratto – 100 pagine – della rivista “Claretianum”: Fisionomia e natura della comunità oblata nel periodo di fondazione (1815-1818), “Claretianum” 16 (1976) 173-275. Si tratta della mia tesi di licenza.

Avevo frequentato il biennio di ecclesiologia al Laterano, ma non ero riuscito a scrivere la tesi perché mi ero dovuto occupare della preparazione della beatificazione del Fondatore. Avevo seguito un corso sul capitolo VI della Lumen gentium ed ero rimasto affascinato dal professore, che tra l’altro insegnava al Claretianum. Pensai così di proseguire lo studio di un anno e di prendere la licenza in teologia della vita consacrata seguendo quel professore al Claretianum.

Decisi di affidarmi al professore di storia, Mainka. Mi presentai a lui dicendogli che mi sarebbe piaciuto svolgere il tema della comunità oblata. Lui mi disse semplicemente: “In quanti volumi?”. Mi fece capire che per un tema di licenza occorreva delimitare molto il campo di ricerca. Così scelsi il periodo di fondazione (1815-1818). Mi fu proposto di pubblicare il lavoro sul periodico “Claretianum”, che pensò poi a tirare un centinaio di copie a parte. Quando lo vide il professore di storia del Laterano, Galuzzi, mi disse che il titolo adatto sarebbe stato: “La comunità delle origini”… Pazienza. Intanto cominciavo a farmi le ossa…

Nell’introduzione scrivevo:

(…) Questo studio dovrebbe abbracciare un arco di tempo compreso tra la nascita della comunità e la stesura definitiva della regola con la approvazione pontificia. Si tratterebbe di percorrere un periodo di dieci anni, dal 25 gennaio 1816, al 17 febbraio 1827. È in questo momento, infatti, che la comunità viene delineandosi nei suoi tratti principali, anche me poi si assiste ad un ulteriore e considerevole sviluppo, specialmente in seguito alle missioni estere. Ho creduto però opportuno limitare il presente lavoro, alla ricerca del progetto di comunità che de Mazenod si era proposto di realizzare con la creazione dei Missionari di Provenza, seguendone i primi sviluppi, determinati dalla traduzione in concreto di questo progetto. La trattazione prende quindi, in considerazione il breve periodo di tempo che intercorre tra la vigilia della fondazione e il primo capitolo del 1818 quando, con l’introduzione dei voti, il gruppo dei missionari acquista la caratteristica di istituto religioso. (…) Si trattava infatti di vedere se la comunità, come tale, fosse un elemento essenziale nel progetto apostolico di de Mazenod, oppure solo un elemento mar­ginale. Si trattava, ancora, di scoprire, qualora fosse risultata positiva questa prima ricerca, il volto della comunità.

(…) Anche in questo caso ho voluto limitare la ricerca principalmente agli scritti di de Mazenod, ideatore e anima della comunità. È stato detto che de Mazenod non era uno scrittore: «Uomo d’azione non aveva tempo per scrivere, non ne ha mai avuto l’intenzione, non si poneva nemmeno il problema». Sta di fatto che ci ha lasciato migliaia di scritti, quasi tutti inediti, comprendenti lettere, note di pietà, diario, documenti amministrativi, appunti per la predicazione, ecc. (…)


mercoledì 28 ottobre 2026

I Salmi e il Corano

In metro sto pregando il vespro, con la lettura lenta dei salmi… Accanto si siede un giovane in abito da lavoro. Anche lui apre il cellulare e vedo che inizia a leggere il Corano. Anche lui sta pregando, raccolto. Ambedue silenziosi, senza posa alcuna.

Nello stesso momento salgono al cielo due preghiere. Lo stesso Dio le ascolta e ci benedice.

martedì 27 ottobre 2026

I sogni giovanili di p. Marcello Fidelibus

 


Questa mattina, assieme a p. Mauro Concardi, sono stato al funerale di p. Marcello Fidelibus, presieduto dal vescovo del settore.

Non oso entrare nella mole immensa di documenti che p. Marcello ha lasciato e nei suoi numerosi libri. La prima cosa che cerco, quando muore un Oblato, è la lettera che ha scritto al Superiore generale  al termine degli studi per chiedere la destinazione, la “prima obbedienza”. Si scopre sempre l’animo giovanile con le sue idealità e i suoi sogni. Ecco la lettera di p. Marcello:

5 marzo 1959

Rev. mo Padre, (…)

La considero come mio Padre amatissimo, anima e centro vitale dell'istituto, fonte di immensi tesori di vita spirituale, che per mezzo di Lei e delle Santo Regole ci vengono da Gesù Redentore e da Maria Immacolata: questo Le spiega la mia commozione nell'indirizzarle questa lettera.

Le sono grato per la possibilità che mi accorda così benignamente di aprirle filialmente il mio animo, specie in una circostanza che mi permetto di farla partecipe della mia profonda esultanza per l'ordinazione sacerdotale, che da qualche settimana mi ha reso un "altro Gesù". In questi giorni durante la meditazione e la nostra orazione serale medito lungamento sulla predilezione di Maria Immacolata, Madre nostra dolcissima, che mi ha come guidato con mano materna alla meta della vita religiosa, sacerdotale e apostolica tra tanti ostacoli e difficoltà: le ripeto continuamente il mio grazie riconoscente.

Ma dopo la Madonna vorrei dire a Lei e alla Congregazione, di cui è la guida e il pastore, la mia gratitudine per i begli anni passati nelle nostre case di formazione: ho avuto ogni tanto l'occasione di vederla accanto a noi nelle nostre case apostoliche, a Ripa, a S. Giorgio, e conservo un ricordo indimenticabile di Lei, del suo cuore ardente in cui si ripercuotono tutti i problemi, le gioie e le difficoltà della congregazione e della Chiesa (…).

Con tutto ciò devo dirle con sincerità di aver approfittato solo in parte delle loro cure paterne [dei formatori] e di sentirmi tanto povero e piccolo, impari ai compiti sublimi che stanno per essermi affidati nella vigna del Signore; tuttavia Dio mi ha donato (…) con generosità, quindi da parte mia è un dovere rigoroso di giustizia tener fede agl'impegni solenni, totalitari e illimitati da me presi nella mia oblazione religiosa. È dunque appoggiato sulla protezione di Maria, fiducioso nell’aiuto di tanti confratelli che come me si sono donati alla Chiesa e alle anime, vedendo nei Superiori gli immediati rappresentanti di Dio e la via diretta che si apre dinanzi alla mia anima per giungere a Dio, che mi metto totalmente nelle sue mani perché faccia di queste suo umile figlio quello che più le piace per la gloria di Dio e la salvezza delle anime.

Lei sa, amatissimo Padre, che ho avuto molto a soffrire a causa dell'opposizione della famiglia alla mia vocazione: anche ora mamma à sola con due fratelli per nulla docili e ha tanto bisogno di aiuto materiale e morale, ma creda che ciò non è minimamente di ostacolo alla disponibilità con cui attendo l'ubbidienza: la famiglia e i suoi problemi li ho rimessi con l'oblazione perpetua e l'ordinazione sacerdotale nel Cuore Sacratissimo di Gesù: Lui mi ha voluto oblato e sacerdote e Lui provvederà per loro.

Ché se desidera saper quali siano le mie preferenze Le dirò che dallo studio e della meditazione di ogni giorno mi è nato nell'anima un profondo desiderio di realizzare in me e intorno a me l'"Ut omnes unum sint" del Vangelo: l'unità delle anime nella carità, caratteristica principale del nostro Istituto. Il Corpo Mistico di Cristo è l'idea spirituale che domina il nostro tempo come contrapposta all'unità organizzata di Satana del comunismo che minaccia il mondo intero. Con viva gioia ho ascoltato il Rev.mo P. Drouart che ha molto insistito allo scolasticato e in provincia nei suoi atti di visita su questa idea che, se attuata alla luce delle S. Regole e del Vangelo, diventa fonte di fervore soprannaturale all'interno della comunità e di irresistibile irradiazione spirituale e apostolico per i fedeli. Spesso vengono allo scolasticato i missionari del Laos, il Rev.mo P. Drouart ce ne ha parlato lungamente: non posso fare a meno di desiderare la missione del Laos dove dilatare il mistico Corpo di Cristo nelle anime di tante povere popolazioni, minacciate dal comunismo e in preda alle superstizioni nefaste del paganesimo. Sono pronto, Rev.mo Padre, a donare tutto me stesso al vicariato del Laos.

Così pure attraverso le riviste e i contatti coi nostri missionari in Italia sento tutta l'angoscia della corruzione materialistica che imperversa sulle nostre popolazioni, ogni italiano su quattro oggi ha rinnegato la Chiesa ed è iscritto a un partito ateo; e quanti gaudenti, indifferenti, tiepidi; tra i buoni, forse anche tra i sacerdoti, quanti pentiti, scoraggiati...

Desidererei darmi a uno di questi due ministeri a cui mi son preparato studiando, pregando, meditando: l'ultima scelta la lascerei a Lei e al Signore.

Il giorno della mia prima Messa mi son detto che all'altare son giunto perché il Signore ha voluto così e anch'io contro tutte le circostanze e difficoltà liberamente lo ho voluto; ora da sacerdote voglio far parte del "battaglione perduto" del buon Dio, che ha dato tutto, anima e corpo per la santità e la Chiesa; questo programma sarà per me un dovere di soldato a cui l'Immacolata mi aiuterà a tener fede.

Ecco, Rev.mo Padre, che interamente e come a un vero Padre Le ho aperto l'anima: attendo ora pregando e studiando la sua volontà su di me e nella mia anima io la comincio a vivere, offrendo fin da ora tutto per le anime che mi verranno affidate.

Ogni giorno La ricordo con tutta l'amministrazione generale con le loro intenzioni, nel Santo sacrificio della Messa. Mi benedica,

in Gesù e Maria Immacolata,
l'ultimo e più umile dei suoi figli,
P. Marcello Fidelibus o.m.i.