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Parliamo di dolore nel
mondo, ce n’è troppo, e spesso anche nella nostra vita personale. Ma se
Qualcuno mi vuole bene, e vuole il mio bene, perché permette che io viva il
dolore, sia sulla mia pelle sia guardando la sofferenza di chi amo, delle
persone a cui voglio bene? Dio è buono o da questa prospettiva sembra un
tantino sadico?
La
prima cosa da mettere in chiaro è che Dio non vuole il male. Dio è il Dio della
vita, non della morte. Ci ha creati per la pienezza della vita e della gioia.
Perché
allora il male? Potrebbe sembrare la domanda più semplice di questo mondo, e ci
sono infinite risposte, perché ogni pensatore, ogni filosofo, ogni teologo, si
è posto questa domanda e ha dato la sua risposta. Le risposte non mancano. Il
guaio è che nessuna risposta è convincente.
Tanto del dolore che
c’è nel mondo è frutto della libertà umana...
È
la risposta che più si avvicina alla soluzione del problema. Il male viene da
noi. Chi fa le guerre, chi uccide, chi violenta, chi devasta la natura, chi si
accaparra i beni generando la miseria? Non è Dio, siamo noi. Eppure spesso il
dolore diventa causa di maledizione di Dio. Sembra che egli se ne stia lontano,
ci abbia lasciati soli con la nostra disgrazia, con il nostro patire.
Soprattutto quando a soffrire sono persone innocenti, i bambini…
Ricordo quella
risposta diventata famosa che diede papa Francesco durante un’intervista in cui
gli veniva chiesto addirittura il perché del dolore dei bambini. E lui rispose
che ci sono domande che non hanno risposta umana, ma solo divina: «Sappiamo il
“perché” nel senso del fine che Dio vuole dare alla tua sorte, e il fine è
la guarigione – il Signore guarisce sempre – la guarigione e la vita. Dio,
davanti a tante situazioni brutte in cui noi possiamo trovarci fin da
piccoli, vuole guarirle, risanarle, vuole portare vita dove c’è morte…
Io non so rispondere alla
tua domanda. Neanche il libro della Bibbia che parla del male e
dell’ingiustizia, il libro di Giobbe, sa rispondere. Una cosa però so: Dio non
resta indifferente al nostro dolore. La colpa è nostra, ma lui si fa colpevole
con noi, ci viene accanto, patisce con noi, prende su di sé il nostro patire,
al punto che è lui stesso a gridare: Perché?
Sulla
croce Gesù è il Dio che si fa pienamente solidale con noi, assume le nostre fragilità
e la finitezza, le sofferenze e la morte. Dio non è un sadico, come insinuavi,
che se ne sta nel suo cielo e guarda con distacco questa povera umanità. È sceso
dal cielo sulla terra, si è fatto uomo, e sulla croce ha raggiunge il punto più
basso della sua discesa (o il più alto?). È entrato negli angoli più oscuri
della nostra vita perché in ogni angoscia e dolore potessimo trovarlo presente,
accanto a noi.
Sono
in un letto d’ospedale? Perché questa malattia, questa solitudine? Non lo so.
So però che Gesù è lì con me e condivide la mia malattia e la mia solitudine.
Allora non sono più solo. Quanti dolori, piccoli o grandi, attraversano la
nostra giornata: una delusione, un contrasto, la stanchezza, la depressione, il
senso di fallimento, la perdita del lavoro, il tradimento, la morte di una
persona cara, il peccato… Gesù è sceso in ognuno di questi dolori, l’ha fatto
suo, l’ha fatto suo fino in fondo, per liberarci dal male. Ha preso il buio per
darci la luce, la paura per darci la gioia, la debolezza per darci la forza.
Per
questo Francesco d’Assisi aveva scoperto nel dolore la “perfetta letizia”, perché
vi aveva scoperto la presenza di Gesù.
Chiara
Lubich lo diceva con la stessa convinzione in una sua preghiera, parlando con
Gesù:
«Ti cerco e spesso ti
trovo.
Ma dove sempre ti trovo
è nel dolore.
Un dolore, un qualsiasi dolore,
è come il suono della campanella
che chiama la sposa di Dio alla preghiera. (…)
Sei tu che mi vieni a visitare.
Sono io che ti rispondo:
“Eccomi Signore, te voglio, te ho voluto”.
E in quest’incontro
l’anima mia non sente il suo dolore,
ma è come inebriata dal tuo amore:
soffusa di te, impregnata di te:
io in te, tu in me,
affinché siamo uno».
Il
mio dolore non è più solo mio, Gesù l’ha fatto suo, ed è strumento d’incontro
con lui. Anche la morte. Se Gesù è morto, posso morire anch’io.
Se egli ha fatto propria la morte, essa non mi fa più paura: è soltanto
l’incontro con lui che viene a prendermi per unirmi a sé per sempre. Gesù è salito al cielo per prepararci un posto e
lì ci aspetta.
E come Giobbe anche noi
diremo a Dio: ti ho fatto tante domande sul dolore e non ho trovato risposta
convincente. Ma è perché ti conoscevo solo per sentito dire, ora però finalmente
i miei occhi ti vedono e posso capire il tuo infinito amore per me.



















