Oggi, parlando alla comunità di
Marino, mi sono reso contro dell’importanza di una parola che non è molto messa
in evidenza: la “solidarietà”. La nostra Regola la usa quattro volte, assieme
al termine “solidali”. Una parola che non trova molto impiego nel linguaggio
corrente, eppure nasconde grandi potenzialità. La prima volta compare nella C 38:
“Uniti dall’obbedienza e dalla carità, tutti, Sacerdoti e Fratelli, sono solidali
gli uni gli altri nella loro vita e azione missionaria anche se, sparsi per il
bene del Vangelo, possono solo per brevi intervalli gustare i benefici della
vita comune”.
Le attività possono completarsi a
vicenda ed essere portate avanti l'una accanto all'altra, ma a volte senza
profondi rapporti tra loro. In questo caso c’è una coesistenza più o meno
pacifica, ma non molto di più! Non basta stare attenti a non pestarsi i piedi e
far bene ognuno il suo lavoro. Perché ci sia una perfetta coesione nella
missione comune, è necessario che ci sia la solidarietà, ossia intesa, stima, incoraggiamento reciproco,
sostegno, attenzione e interesse al lavoro dell’altro...
Sant’Eugenio sentiva molto intensamente la solidarietà in questo senso e la chiedeva a tutti per il bene
di tutti. Nel gennaio 1850, scrivendo a padre Baudrand, superiore a Longueuil, in
Canada, gli dava notizia dell'attività degli Oblati in Inghilterra, aggiungendo: “Rallegriamoci di tutto il bene che viene fatto dai nostri nelle
quattro parti del mondo. Tutto è solidale tra noi. Ciascuno lavora per
tutti e tutti per ciascuno. Oh, quanto è bella e commovente la comunione di
santi!”. Anche nella lettera ai neo-professi, il 24 luglio 1858: “Calcolo, per
così dire, in anticipo tutto il bene che farete nel corso della vostra vita. Non
solo sarete arricchiti da questi meriti, ma nella solidarietà della
nostra famiglia, sarete arricchiti da tutto ciò che sarà meritorio nell'opera
dei vostri fratelli in tutte le parti del mondo”.
Inviando le sue ultime
raccomandazioni alla prima comunità di Oblati in partenza per il Canada, il 9
ottobre 1841, aveva scritto: “Siamo tutti membri di uno stesso corpo; ognuno di
noi contribuisca con tutti i suoi sforzi e sacrifici, se necessario, al
benessere di questo corpo e allo sviluppo di tutte le sue facoltà”.
La nostra Regola riprende questi
pensieri e afferma: “Siamo tutti responsabili in solido della vita e
dell'apostolato della comunità” (73) e richiede la partecipazione
di tutti per realizzare insieme la missione (C 96).
Questa solidarietà presuppone una
“unità di spirito e di cuore” radicata in Cristo, che ci fa una cosa sola e ci
invia ad annunciare il suo Regno (C 37 § 3). Essa richiede accoglienza,
sostegno e condivisione nella fiducia reciproca, come è scritto nella C 39: “Ciascuno
metterà a servizio di tutti i doni di amicizia e i talenti ricevuti da Dio.
Questa comunione contribuirà a intensificare la nostra vita spirituale, la
crescita intellettuale e l’azione apostolica”.
Sono suggerimenti semplici e
profondi: comunicare quello che si vive, diventare amici, mettere in comunione
i doni ricevuti…
Mi piace leggere la rubrica quotidiana “Una parola al
giorno”. La parola “solidarietà” è stata commentata il 7 giugno 2013, come al
solito con un bel commento:
La solidarietà è il sostegno
reciproco, al modo in cui ogni parte di un solido è retta e tenuta salda da
tutte le altre: nessuna si ritrova sola nel vuoto. La solidarietà è quindi la
compattezza del corpo sociale, il suo essere massiccio - e ci spiega che la
forza di un corpo sta nella sua coesione. Coesione che si esprime innanzitutto
nella mutua assistenza, in una fratellanza che scaturisce dalla coscienza di
far parte di un uno.
Quando non ci curiamo di
qualcuno che sta male o è in difficoltà - càpita -, ecco che nel solido si apre
una crepa: una sola, una crepa da nulla. Ma di crepa in crepa il corpo si
indebolisce, le fenditure si allargano fino a renderlo fragilissimo, incoerente
- che perde pezzi, fra i quali ci siamo anche noi. Il modo in cui questa parola
viene usata ci dice che è l’aiuto il cemento del corpo in cui viviamo, il
venirsi incontro nella partecipazione di un destino comune in cui nessuno
dovrebbe essere lasciato indietro o dimenticato: una società solidale è una
società solida. (E pare che sia un valore di un certo rilevo, da qualche
milione di anni a questa parte.)