sabato 19 settembre 2026

Francesco e Chiara: un’unità straordinaria



Oggi pellegrinaggio ad Assisi con la parrocchia di san Frumenzio. 116 persone. Dopo che si è parlato di Francesco, Jacopa e Chiara, alla messa ho parlato del rapporto tra Francesco e Chiara.

L’ascendente di san Francesco su santa Chiara è evidente. Nei suoi scritti Chiara cita trentadue volte Francesco, mentre lei non è mai nominata da lui. La recente letteratura rivendica un maggior protagonismo in Chiara, a partire da momenti fondamentali della biografia di Francesco, rilevando comunque che, per entrambi, il rapporto personale entra dentro una relazione più ampia, che si allarga ai fratelli e alle sorelle.

Potremmo iniziare da un momento centrale nell’esperienza di Francesco, che ne determina la vocazione. Riguardo al dubbio di Francesco sulla vita da condurre, Bonaventura, nel capitolo XII della Legenda maior, scrive: «“Fratelli – domandava – che cosa decidete? Che cosa vi sembra giusto?: che io mi dia tutto all’orazione o che vada attorno a predicare? [...]”. Per molti giorni ruminò discorsi di questo genere con i frati; ma non riusciva ad intuire con sicurezza la strada da scegliere, quella veramente più gradita a Cristo». Si affida allora al giudizio di frate Silvestro e di Chiara, affinché questa in particolare indagasse «la volontà di Dio su questo punto, sia pregando lei stessa con le altre sorelle, sia incaricando qualcuna fra le vergini più pure e semplici, che vivevano alla sua scuola». L’intervento di Chiara è determinante per la scelta di vita di Francesco. Benché gli studiosi siano perplessi sulla ricostruzione di Bonaventura (Chiara è già santa quando Bonaventura scrive), l’episodio è rivelativo di un possibile influsso di Chiara su Francesco come consigliera. Del resto questo ruolo le è riconosciuto, dopo la morte di Francesco, nei confronti di frati come Leone, che volevano conservare la memoria e il tipo di vita del primitivo francescanesimo.

Potremmo inoltre interrogarci sul perché Francesco – che Chiara considera certamente e in molti sensi “padre” (cinque volte è definito beatus, due volte sanctus, una volta pater e una frater, con forte senso di figliolanza e di venerazione. Anche nel Testamentum Chiara lo definisce pater, columna, unica consolatio post Deum, firmamentum, fundator, plantator, adiutor in servitio Christi) – nei fatti sembri riconoscere in Chiara una maternità. Molte biografie concordano, ad esempio, su una permanenza di Francesco a San Damiano dopo il dono delle stimmate, quando in un freddo mattino della primavera 1225 compose il Cantico di frate Sole e l’altro prezioso testo, Audite, poverelle: «Due anni prima di morire, quand’era ormai gravemente infermo e soprattutto sofferente d’occhi, ebbe dimora presso San Damiano in una celletta fatta di stuoie». In questo finale rapporto di madre-figlio, tra le Sorelle Povere di San Damiano e Francesco, sembra concludersi e in un certo senso trovare compimento il mistero delle stimmate, che sboccia nell’accoglienza di tutto il creato con il Cantico.

Nella sua ultima volontà, Francesco chiama le Sorelle Povere “dominas meas”. Ad esse sembra consegnare il dono della sua eredità, la povertà “altissima”, come un tesoro da custodire gelosamente e da difendere da qualsiasi insidia. Nella Regola, Chiara stessa scrive: «Il beato padre [Francesco], poi, considerando che non avremmo temuto nessuna povertà, fatica, tribolazione, umiliazione e disprezzo del mondo, ché anzi li avremmo ritenuti grandi delizie [...]». Considerando, “attendens”. Un verbo che indica uno sguardo attento, costante, penetrante. Francesco osservò attentamente come vivevano quelle giovani donne della nobiltà assisana che avevano intrapreso la vita di penitenza: prima di legarsi a loro con l’impegno di una «sollecitudine speciale», volle comprendere se davvero era la stessa sua ispirazione ad averle condotte ad abbracciare la vita evangelica.

Quando poi Francesco redige il piccolo stralcio della Forma vivendi, che Chiara riporta nella sua Regula, non scrive – come spesso è stato detto – un’esortazione, una direttiva alle Damianite, bensì riporta proprio ciò che ha visto, e che ha suscitato in lui grande gioia: «Poiché, per divina ispirazione, vi siete fatte figlie e ancelle dell’altissimo sommo Re, il Padre celeste, e vi siete sposate allo Spirito Santo, scegliendo di vivere secondo la perfezione del santo Vangelo […]». È quasi come se Chiara e le sue sorelle gli mostrassero e gli rendessero il suo ideale fatto vita. Vedeva in esse la medesima ispirazione divina che aveva condotto lui e i suoi compagni a divenire “novelli pazzi in questo mondo”.

Mi pare di intuire in tutto questo una reciprocità che si fa sempre più “paritaria” tra Francesco e Chiara, come disse Giovanni Paolo II nel 1982, nella basilica di Santa Chiara. Il 10 gennaio 1993, sempre ad Assisi, associava di nuovo strettamente i due: «Francesco e Chiara. Due nomi, due vocazioni, che evocano i valori evangelici della carità, della povertà, della purezza, dell’amicizia spirituale, della preghiera e della pace. […] Tutti e due hanno espresso il primitivo ideale francescano, nella complementarità fra la predicazione del Vangelo, svolta da Francesco e dai suoi frati, e la vita contemplativa nella povertà e nella penitenza, abbracciata da Chiara e dalle sue sorelle. Se è vero che Chiara era come un “riflesso” di Francesco, e in lui “ci si vedeva tutta come in uno specchio”, non c’è dubbio che, nella comunione dello stesso Spirito, la luce della purezza e della povertà di Chiara ha illuminato il volto del Poverello, così come il suo ricordo e la certezza della sua preghiera lo hanno rincuorato in momenti di difficoltà e di prova. Per tale ragione Chiara è indissolubilmente legata a Francesco e il messaggio evangelico dei due risulta complementare».





Nessun commento:

Posta un commento